Ogni Giorno Solo Tu

Ormai sapete che mi piace, di quando in quando, leggermi un libro italiano e recensirlo su queste pagine. Stavolta la scelta è caduta su “Ogni giorno solo tu”, non tanto per il titolo romantico quanto per la trama particolare che mi incoraggiava ad appoggiarlo accanto a “Tutta colpa di un fulmine” e “Le ragazze della rosa”. Vediamo la quarta di copertina:

È un giorno speciale per Meg ed Eric. Meg, aspirante fumettista, non vede l’ora di festeggiare il primo mesiversario con Lucas e dargli il fumetto che ha disegnato con i momenti più belli della loro storia. Eric, appassionato di cinema, è pazzo di Bianca, la ragazza più carina della scuola, e sente che oggi riuscirà a conquistarla. Per entrambi, però, quel giorno si trasforma in un vero disastro: Meg viene lasciata senza un motivo, mentre Eric riceve un sonoro due di picche. I due vogliono solo lasciarselo alle spalle, ma inspiegabilmente, a mezzanotte, il tempo si riavvolge su se stesso, costringendoli a rivivere all’infinito quel catastrofico lunedì.

Insomma, il classico dramma adolescenziale con quel qualcosa in più! Non potevo perdermi una cosa del genere quindi quando è uscito mi ci sono buttata a pesce… ed ecco cosa ne penso.

La lettura di questo libro non mi ha lasciata tranquilla un attimo.

La prima parte della storia, delineata così chiaramente dal riassunto, segue in prima persona i due protagonisti, impantanati in disastrosi sentimenti: quasi prima ancora di conoscere Lucas e Bianca ci rendiamo conto che i due faranno polpettine dei nostri poveri protagonisti. Ma ehi, Meg ed Eric hanno 15 anni e hanno tutta una vita di sbagli davanti a sé.

Ma fin dall’inizio ci si rende conto che le strade dei due continuano a incrociarsi ed è bello, mentre seguiamo l’uno o l’altra correre in giro per la città, intravedere l’altro protagonista nella scena e ritrovarsi a indicarlo mentalmente con il dito o saperli nello stesso posto allo stesso momento.

Così vicini eppure così lontani.

Perché questo è il punto: più il lettore conosce Meg ed Eric più si rende conto che i due sono perfetti l’una per l’altro.

Ma la prima parte del libro è fatta di… tantissimi lunedì, in cui Meg cerca disperatamente di tenersi stretto Lucas (chissà poi perché) ed Eric insegue Bianca nonostante lei lo tratti come uno zerbino per quasi tutto il tempo.

Non fraintendetemi, c’è anche altro nelle loro vite oltre all’amore: migliori amici, fratelli, genitori più o meno severi… quadretti comunque molto realistici della vita di questi due quindicenni, incastrati tra la scuola e le loro passioni. Anche questo mi è piaciuto molto, il portare in primo piano l’amore di Eric per il cinema e di Meg per il fumetto.

Ma un po’ alla volta, lunedì dopo lunedì, qualche sospetto inizia a venir loro, a proposito di questo loop temporale che li riporta sempre al punto di partenza, e la loro attenzione smette di focalizzarsi sull’oggetto dei loro sentimenti per spostarsi su… beh, non ve lo dico, naturalmente.

E inizia la parte del libro che ho preferito: Eric si mette in contatto con Meg. Finalmente ci si gode la lettura? Ma neanche per sogno perché i due non sanno che l’altro è in un loop temporale e pensano di dover ripartire da zero ogni mattina: piacere sono Eric, piacere sono Meg.

E di dover azzerare tutto ogni sera.

Anche questa parte del libro è tutta da leggere con il fiato sospeso, bisbigliando “dai, dai, diglielo!” e incrociando le dita perché i due riescano finalmente a trovare il modo di incontrarsi. È uno di quei casi in cui avere tutti i dettagli della faccenda e conoscere entrambi i lati della storia ti spinge a leggere ancora più avidamente: io sono arrivata a quel punto a tarda notte ma non sono riuscita a mettere giù il libro fino alla fine, incapace di andare a dormire prima di conoscere il destino dei protagonisti.

È stata una bella lettura: passare un po’ di tempo con Eric e Meg, condividere i loro sentimenti, le loro passioni e le loro fatiche… è stato bello. La scrittura funziona molto bene: scorrevole al punto giusto e molto attuale con continui riferimenti al mondo di Instagram e citazioni pop contemporanee. È una storia che potrebbe essere successa l’altro ieri… e forse è proprio così.

Ho anche apprezzato il modo in cui i due protagonisti reagiscono al loop, dapprima in maniera passiva e un po’ vittimista ma via via sempre più consapevole, concentrandosi anche su altri aspetti che non riguardano necessariamente loro per primi.

Alla prima lettura ci sono state delle cose che mi hanno infastidito, per motivi più o meno legittimi… le dinamiche tra i protagonisti secondari, per esempio, come il gruppo di compagni di classe che infastidisce Eric a più riprese. In questo caso non sono stata in grado di decidere se fosse colpa del fatto che non ho più 15 anni e quindi certe cose mi suonano un po’ eccessive o se fossero effettivamente descritte in modo più teatrale che realistico.

Menzione speciale a due cose, il momento “vado allo scientifico ma sono un disastro in latino e matematica” di Meg (story of my life, bro) e la deliziosa citazione di Valeria, la migliore amica di Meg, che “gira in tondo come Paperone nel deposito”.

In sintesi… se volete una lettura che vi tenga in sospeso fino all’ultima pagina, con due personaggini piccini piccini che però fanno del loro meglio e crescono durante il libro, una storia adolescenziale con un twist intrigante e tante citazioni cine-fumettistiche… questo è proprio il libro che fa per voi!

Dati Tecnici

Titolo: Ogni Giorno Solo Tu

Autori: Elisa Modugno & Daniele Nicastro

Editore: Mondadori

Anno edizione: 2020

Pagine: 368

Chiodo

Molto tempo fa un amico mi ha chiesto di avere dei link a cose che ho scritto.

Lo stesso amico che, molto tempo prima, aveva detto con nonchalance Scrivimi una storia, facciamo una graphic novel.

Molto tempo fa spulciavo il blog in cerca di cose che avevo scritto. Sì, lo so che tutte le cose che sono sul blog le ho scritte io… intendo storie. Così le sue amiche possono capire come scrivo, decidere se mi vogliono.

Come Starbucks, quella volta: abbiamo deciso di tenerti.

nessun altro ha mai deciso di tenermi

Molto tempo fa inciampavo sul nome di Uno, nel 2017, molto prima che la sua importanza gli garantisse una tag tutta sua, e iniziavo a inseguirlo tra i post di Gennaio e Marzo, dove scrivevo c’è il mio amico Uno, barista di un altro Starbucks, una persona della quale, in una stringa temporale diversa, sono follemente innamorata e siamo solo io e Uno, che per carità è l’uomo dei sogni di ogni ragazza ma non lavoriamo mai insieme perché siamo gli unici baristi che in questo store sanno quello che fanno e quindi ci dividono sempre.

E ci trovavo Mr. Gatto.

Io ricordavo, vagamente, di essere stata in crisi nel 2017, di aver deciso di lasciare Oxford perché non mi fidavo più a vivere con me stessa. Tante cose sono successe da allora, il lavoro al college, questa casa, Uno –in ordine cronologico, non di importanza– altre amicizie, altre idee…

Avevo completamente rimosso Mr. Gatto.

Non tanto la persona in sé –che intravedo nei lineamenti di sconosciuti per strada, nella sagoma delle loro spalle, nel taglio dei loro capelli– ma come mi ha fatto sentire prima e come è sparito dopo.

Ho passato l’ultima ora a rileggere i post della prima metà del 2017 –un periodo in cui ancora scrivevo praticamente tutti i giorni– e il tempo è diventato una cosa relativa… la mia mente è ancora là, seduta a quel tavolo di Starbucks, guardando un ragazzo bellissimo e incredibilmente innamorato del suono della sua voce.

Nessuno mi ha mai detto –né mi dirà mai– le cose belle che mi ha detto lui. Per una volta qualcuno stava facendo qualcosa, e non solo reagendo alla mia ostinazione, come hanno fatto tutti i cazzo di uomini con cui sia mai stata. E poi è sparito.

E io mi chiedo, dopo tre anni –non ci credo che siano passati solo tre anni– dov’era quando io lo amavo così tanto.

Dov’eri
figlio di puttana
quando io
ti amavo
così tanto?

Due ore fa un amico mi ha chiesto di avere dei link a cose che ho scritto.

Scrivere questo post mi ha riportato nella linea temporale dalla quale provengo ma nel frattempo ho trascorso un’ora incastrata nell’ennesimo disastro del mio passato.

Una vita intera.

 

Mi ha fatto così tanto ridere pensare alla premura che ho avuto per lui mentre guardavo 13 reasons quando le sue azioni mi hanno portata così vicino al suicidio.

Così tanto che ho pianto.

Vorrei che qualcuno glielo dicesse, prima o poi: sei stato a tanto così dall’essere l’ultimo chiodo sulla bara di quella ragazza che ti sei lasciato alle spalle.

Send Help

E inizia anche Agosto.

Ciò significa che ben più della metà dell’anno è andata. Puff. Che abbiamo fatto noi della metà dell’anno appena trascorsa? L’abbiamo utilizzato bene? Siamo fieri dei nostri risultati?

La risposta, ovviamente, è no.

Abbiamo letto tanti libri? No, ne abbiamo letto giusto due, inquietanti da far schifo, perché siamo masochisti e ci piace star svegli la notte a rabbrividire ad ogni fruscio.

Siamo stati in qualche bel posto? No, e abitiamo in un seminterrato dove non c’è luce da ormai troppi mesi. Ci piacerebbe dire che assomigliamo un po’ a Gollum ma la verità è che ci piacerebbe assomigliare a Gollum mentre invece abbiamo finito per assomigliare a Bombur.

ecco da dove viene questo schifosissimo plurale majestatis! Abbiamo passato così tanto tempo da soli che dentro di noi siamo diventati proprio Gollum!

Abbiamo scritto? No, col mazzo che abbiamo scritto. Abbiamo scritto due cose degne di nota, in questi otto mesi:

  • un incipit con il quale sto cercando di entrare in un corso di scrittura –i posti erano esauriti perché io deficiente aspetto l’ultimo momento per iscrivermi– e che attualmente si trova su FB sulla pagina Scrittori Pigri
  • un messaggino a lei, giovedì scorso, rimasto rigorosamente visualizzato e senza risposta. I più dicono che no, non ci sarà nessuna risposta. Siamo fieri di aver avuto le palle per mandarlo in ogni caso. Noi abbiamo fatto del nostro meglio…

Abbiamo, pensandoci, anche scritto una dozzina di letterine con cui mandare Uno all’estero… quel genere di letterina tipo apri quando sei triste, apri quando hai dubbi su di noi, apri se hai deciso di non tornare, apri quando ti sei dimenticato quanto ti amo… il genere di misure speciali adatte a una relazione a distanza…

per chi si fosse perso le ultime puntate al momento Uno è in Spagna dai suoi da quattro settimane… e ce lo restituiranno forse tra altre cinque, quarantena compresa. Ecco perché siamo così amabili e di buon umore

Non è facile. Cioè, lo sapevamo che non sarebbe stato facile ma è anche meno facile di quanto ci aspettavamo. Quando si vive insieme è troppo facile abituarsi alla percentuale d’amore che c’è nell’aria: se Uno mi guarda io mi sento amata. Se mi sfiora una mano mi sento bene. Se mi bacia la testa so che sono al sicuro.

Ma Uno non sta facendo nessuna di queste cose, neanche wireless, e la percentuale d’amore che c’è al momento nel terribile seminterrato è bassa bassa bassa. Mi sento un po’ come una piantina senza sole e noto cambiamenti molto più profondi di quanto mi aspettassi: ho meno autostima, mi metto in dubbio per tantissime cose, non ho pazienza di far niente e sono lagnosissima.

come potete notare

Son giorni un po’ così, giorni in cui cerco di tenere in aria tutte le cose insieme –relazione, tentativo di dieta, creatività, lavoro, umore, salute– quando in realtà vorrei solo nascondermi sotto la mia coperta.

Che è finita, by the way, che è bellissima e la amo follemente e la sto usando perché, a tradimento, il terribile seminterrato è così ben isolato che la notte fa freddo.

Send Help.

Arto Fantasma

Il 15 aprile 2011 usciva Basta Così.

Basta Così è una canzone straziante e bellissima dei Negramaro, straziante tipo fammi vedere come si muore senza nessuno che viva di noi, bellissima tipo e tu baciami qui, qui
che l’ultimo sia e poi che senso avrà, tanto basta così.

Testo e data la rendevano la colonna sonora perfetta di un dolore che non si è mai spento, quell’amputazione violentissima che mi ha lasciata metà di un muffin mai lievitato, ombra di quella che potevo essere.

E si sa come funziona con gli odori e le canzoni… hanno il potere di riportarti proprio lì, dove fa più male, dannate macchine del tempo con un sadico plot twist.

Stamattina mi sono svegliata con Basta Così avvolta attorno al cervello, come un panno troppo pesante, che ti impedisce di respirare. In loop nelle orecchie, senza chance di fermarla, ancora e ancora.

Tanto basta così, così, scendiamo qui, qui,
che senza di noi c’è la libertà,
si ma basta così, così, fermiamoci qui.

Vorrei che qualcuno scoperchiasse la mia mente, ci desse un’occhiata, spostasse i filamenti di Langerans –che poi tra l’altro a me nemmeno piacciono– e dicesse ah sì, è questo il tuo problema, c’è una falena morta proprio qui ed è per questo che ti svegli con queste canzoni in mente. O che, come si fa con i computer, svitasse uno o due pannelli, spolverasse via un attimo un po’ di polvere e mi permettesse di dimenticarmi certe voci.

Una riparazione, insomma. Che non esiste che, a distanza di nove anni, io riesca a svegliarmi ancora .

Ridere, sarò sorpreso poi a vederti ridere
senza il bisogno poi di dover decidere per chi, se non per me
e allora sarà facile tagliare l’aria se non lo si farà in due.

La spiegazione più semplice è che ci sia ancora, in qualche punto dentro di me, un baule di cose non dette, una bomba a orologeria non troppo felice di essere ignorata, un contenitore che rilascia un po’ alla volta un qualche genere di fumo tossico che, sulla lunga distanza, comprometterà tutto il resto, Langerans compresi.

Dovrei seguire i miei stessi consigli, quelli che includono sempre un foglio, una penna e almeno un pomeriggio di brainstorming. L’ho detto così bene, l’altra sera: man mano che elenchi le cose sulla carta non fai altro che sollevarle, così da poter vedere bene quello che c’è sotto. Perché c’è sempre qualcos’altro sotto che non riesci a identificare.

Perché spesso le cose che affollano la nostra mente non hanno una forma, hanno solo un brutto odore, o fanno un rumore tremendo, o prendono così tanto spazio da non permetterti, nel mio caso, di dormire.

Vorrei quasi dire che è patetico che io non riesca a dormire dopo nove anni di cammino nella direzione opposta. Dopo un anno e mezzo di Uno –che dorme accanto a me, che fa sempre e comunque del suo meglio, che dopo il mio compleanno passerà in Spagna un paio di mesi– e dopo essere inciampata e caduta così tante volte che ci si aspetta io abbia in mente altri dolori, non questo.

Ma inciampare è una cosa e farsi amputare un arto è un’altra. Nessuno ha mai detto che male che mi sono fatto quella volta che sono inciampato, mi fa male solo a ripensarci. Quando penso alle volte che sono inciampata… beh, il pensiero un po’ mi imbarazza, giusto al punto da farmi ridacchiare per la piccola me che ero quando mi sono innamorata del Principe degli Idioti, o quando ho creduto a Rain la seconda volta.

Un arto fantasma è una cosa diversa.

Un arto fantasma ti lascia pieno di domande, di dubbi. Un arto fantasma ti soffoca sotto il peso delle cose che non puoi più fare da quando l’hai perso. Un arto fantasma ti riempie la bocca dell’amarezza di non essere più intero.

E quando l’arto fantasma ha un nome la cosa più difficile è non allungare gli arti che ti sono rimasti in cerca di risposte.

Cinque Cose

La prima cosa è Uno, che dorme risentito nel letto accanto a me.

mi sveglio tutti i giorni alle otto, incapace di riaddormentarmi, e lui è una creatura notturna che lasciata a sé stessa si sveglierebbe a mezzogiorno se non più tardi. Risentiti quanto vuoi ma se vai a letto alle tre di notte non ti sveglio alle otto del mattino solo perché vuoi guardarmi far colazione-

La seconda cosa è l’incapacità di scrivere.

Ho passato quasi un’ora a scrivere questo post, cestinando furiosamente tentativo dopo tentativo. E’ vero che sono fuori allenamento ma perdere ogni capacità di mettere le parole in file piacevoli? Siamo a questo punto?

Per tacere delle ore passate a cercare di iniziare quella famosa storia, che dovrebbe essere così facile da scrivere –la protagonista è me. Dove dovrebbe essere la difficoltà?!– ma che per qualche motivo si rifiuta di venire a galla. E non parlo solo dell’ultimo periodo ma di quasi sei mesi.

La terza cosa è questa battaglia contro i mulini a vento, questa lotta interminabile per tenersi a galla e non sprofondare.

E non è facile.

E’ come ho letto in un articolo ieri, il cervello chiude alcune parti e tira avanti per la sua strada, perché se dovessi veramente pensare, ogni giorno…

…di essere potenzialmente a uno starnuto di distanza dalla morte…

…che se succede qualcosa a un mio parente a casa non solo col cavolo che lo rivedo ma anche col cavolo che rivede la sua famiglia…

…che non c’è modo di sapere quanto questo andrà avanti, potenzialmente anche per sempre…

…se dovessi veramente pensare queste cose ogni giorno non solo non uscirei più dal letto la mattina ma impazzirei e basta. Garantito.

E a me le cose sono andate bene: sono in una casa con la persona che amo di più al mondo, con gli strumenti per contattare tutte le persone a me care, con il frigo pieno perché l’Università continua a pagarmi e con la possibilità di uscire di casa regolarmente perché essendo il college ancora aperto –ma praticamente vuoto– noi portieri dobbiamo coprire un piccolo turno di 4 ore per 5 giorni a settimana.

ciò significa che a Pasqua lavorerò ma francamente a questo punto non mi interessa granché…

La quarta cosa è Uno, che si muove nel letto per intrecciare le caviglie con le mie, che ha già perso una zia per colpa del virus, che avrebbe bisogno poco meno che urgentemente di esami per capire cosa succede al suo corpo, che ha il terrore che si tratti qualcosa di grave e che deve tenere questo terrore sotto controllo fino a che la sanità inglese non avrà tempo di occuparsi anche di lui o finché non sceglierà, per sfinimento, di tornare tra le braccia di quella spagnola.

E la quinta cosa sono io, incapace di leggere, incapace di scrivere, io che alzo al cielo lo scudo di Lighbringer e cerco di convincermi che andrà tutto bene, io che nascondo la testa sotto le mie lenzuola con i fiori gialli e mi ripeto che non si ammalerà nessuno di quelli che amo, io che mi riempio gli occhi di Oxford andando a lavoro e cerco di non pensare al momento in cui Uno vorrà tornare a casa e mi chiederà di andare con lui.

Sogni di Te

Dicono che nei sogni siamo più sinceri.

L’altra notte, in un sogno, ti spintonavo contro un muro e ti facevo cadere. In un altro, poco più avanti, facevamo la spesa e parlavamo delle nostre vite. In un altro ancora io facevo di tutto per dimostrarti che ti amavo ancora.

Di quanta sincerità hai bisogno?

Ho mandato una persona a spiare il tuo profilo Facebook, ieri sera, convinta che affrontare un morsettino della tua vita, dato da qualcun altro, fosse meglio che mettermi completamente a nudo in un messaggio mandato all’improvviso dopo quasi nove anni.

Dopo nove anni uno ha tutto il diritto di mandarmi a quel paese. Ormai hai passato più tempo con lui che con me e della nostra storia non saranno rimaste che ombre, non sempre gradevoli.

Eppure.

Eppure, anche se i sogni di te non mi strangolano più come facevano una volta, sono sempre lì, a fare capolino da un angolo della mia mente, come ospiti quieti ma non completamente invisibili.

Il padrone di casa è un altro, come mai non ve ne siete andati?

So di giocare con il fuoco. Ho sempre amato vivere pericolosamente, sono la peggior piantagrane nel raggio di chilometri, le solite cose: riprendere in mano il tuo numero di telefono –che, ho appena realizzato, so ancora a memoria– è una delle cose peggiori che potrei fare al momento. Eppure, paradossalmente, non c’è mai stato un momento migliore per farlo: l’effetto che Uno ha su di me, la sicurezza con cui torreggia sul mare di emozioni che mi sconvolge sono l’ancora perfetta per gettarmi ancora una volta nella tua palude, giacché di scorpioni si parla.

Sempre che tu non mi fraintenda.

Sempre che tu non decida di mirare proprio dove sai che fa più male, accusandomi ancora una volta, lanciandomi addosso cose che sai che non posso schivare.

Ieri, nell’impossibilità di dormire, ho pensato al dolore che non hai mai compreso. Ai due anni che ho trascorso appesa, seduta davanti alla porta come un cane, aspettando. Alla risposta che non è mai arrivata.

Mi chiedo, in questo preciso istante mentre scrivo, se non sia quella la chiusura di cui ho bisogno. Se io non stia, in qualche modo, ancora aspettando che tu ti faccia viva e dica, chiaro e tondo, amo lui e non te.

Le parole che non ti ho mai sentito pronunciare.

But again, come interpretare la rabbia con la quale tenti di assassinarmi ogni volta? Nel posto dove sono ora, sulla strada che io e Uno abbiamo preso, non c’è spazio per la rabbia.

E tu, dove credi di star andando?

 

 

Non capisci che voglio solo sapere dove sei?

L’Altra Me

Stamattina sono riuscita a scrivere.

Lo dico perché chi mi conosce sa che per me esiste una cosa chiamata la stanza della scrittura, un luogo in cui è difficilissimo per me entrare ma che una volta dentro non lascerei mai.

Nel farlo in qualche modo ho inciampato nella cartella Documenti del mio computer, un luogo incasinatissimo, pieno di cose che vanno dai curricula –dal 2013 in poi- -neanche sapevo di esistere nel 2013, cosa credevo di fare?– a incipit di post mai terminati, dagli archivi di chat –proprio quelle, quelle che non andrebbero mai e poi mai rilette– alle lettere d’amore.

Io che una lettera d’amore l’ho aspettata tutta la vita.

ed è proprio nello scriverlo che mi rendo conto che Uno è la lettera d’amore che l’Universo ha scritto a me

E’ una vita che non scrivo su questo blog, principalmente perché quella voce che parlava con lei ora parla con Uno, ogni sera, nel calore del suo abbraccio o al di sopra delle nostre cene messe insieme un po’ a caso.

Ci sono sempre cose che ci preoccupano, cose con cui lottiamo, che affrontiamo spesso con timore… ma siamo insieme, sempre: camminiamo nella stessa direzione, lui con il cuore aperto e io con la sicurezza di cui a quel cuore ha dato tutto.

Ma stasera ho trovato una lettera d’amore scritta nel marzo del 2016, a una persona per la quale avevo perso la testa invano ma che a ben vedere mi ha ferita molto, molto meno di tanti altri che avevano detto di volermi bene più di lui.

Ho un po’ pianto, rileggendo quella lettera, un po’ perché mi chiedo se quella persona l’avesse, alla fine, mai letta, un po’ perché è stata scritta da una persona che non sono più. E’ dedicata all’Altro Naufrago, un uomo che probabilmente legge ancora queste pagine ma che altrettanto probabilmente non ricorda il suo nome e ha le mani in pasta da un’altra parte.

Sono passati tre anni, non c’è niente di male a farvene leggere almeno un pezzetto.

Sono giunta alla conclusione che l’unico modo accettabile di comunicare con te sia di persona, con te che cucini e io che faccio qualcosa sul pavimento, o giocherello nervosamente con le cose che trovo sui tuoi divani, o cerco invano di mantenere una faccia sensata mentre ti ascolto.

Stasera, quando il nostro amico ha fatto partire il timer, hai trasformato l’aria della stanza in qualcosa molto più difficile da respirare. La tua voce era il pendolo ipnotico che ti strega, intensa ed evocativa, i tuoi gesti tracciavano un palco e io non sapevo dove guardare per quanto quello che stavi facendo mi piaceva e mi riempiva di ammirazione che davvero non sapevo come esprimere.

Mi capita, quando parli con me e gesticoli, di guardare le tue mani. Mi è rimasto impresso il modo in cui le hai descritte e nel guardarle non posso fare a meno di pensare alle cose che hanno fatto e ai posti in cui ti hanno portato. Faccio una gran fatica, in quei momenti, a non allungare le mie per stringertele.

Le confidenze che mi hai fatto sono state molto preziose per me, e sentire che è da un anno che non piangi mi ha terrorizzata: ho faticato a trattenere l’impulso di stringere il tuo viso tra le mie mani troppo piccole. Ho già detto che adoro il tuo viso? Beh, l’ho detto ora.

Spero tanto che queste cose ti aiutino un po’ di più a vederti come sei da fuori e meno a guadarti con gli occhiali neri di chi ha sbattuto troppo forte contro la vita.

C’è una canzone di Sara Bareilles che amo moltissimo, She Used To Be Mine. Andatevi a cercare il testo… ricordo di aver pianto, la prima volta che l’ho ascoltata, nello stesso modo in cui ho pianto stasera, nell’ammettere di aver perso delle cose di me, nell’ammettere di non essere più la ragazza che rovesciava il proprio cuore nelle mani delle persone che ammirava.

Ho deciso di tenere quella lettera, nonostante non sia rimasta neanche l’ombra dei sentimenti di cui era colma. Rimangono solo bellissime parole che ho dovuto strapparmi dal petto perché non mi affogassero.

Nella penombra

Io sono condannata ad assistere al sonno delle persone che amo.

La stanza è nella penombra, la domenica inglese che inizia appena a filtrare da dietro la tenda, e io sono appollaiata in precario equilibrio sul mio divanetto di vimini, pieno di cose che devo mettere in valigia, ascoltando il respiro regolare di Uno che dorme nel mio letto.

Mi tornano in mente le mattine a casa di Verde Acqua, le ore passate a leggere Harlequin aspettando che il sonno me lo restituisse. Stessa cosa con Uno: è una creatura notturna, del genere che va a letto alle due e si sveglia, quando possibile, a mezzogiorno.

Dove io, ahimè, in genere sono a letto alle undici e in piedi alle otto.

Qualche volta riesco a riaddormentarmi, stamattina sarebbe impensabile, non solo perché ho duecento cose da fare ma anche perché domani porto ufficialmente Uno a casa a conoscere i miei.

E duecento cose potrebbero andare storte.

Mi sento come Rapunzel fuori dalla torre, in preda a un disordine bipolare che mi fa fremere di impazienza il secondo prima e strapparmi i capelli il secondo dopo.

Sto per dare Uno in pasto ai miei.

Sto per portare Uno nella mia città.

Sto per presentare la persona che amo di più alle persone che amo di più.

Sto per mettere mio padre e il mio ragazzo nella stessa stanza.

Sto per volare in Italia per fare sia la Rievocazione Storica sia un matrimonio con il mio ragazzo.

Duecento cose potrebbero andare storte.

 

A parte questo va tutto estremamente bene: Charmé è tornata in India qualche giorno fa, alla fine di un mese che ci ha messi tutti a dura prova, Uno ha finito con la sostituzione del suo boss, finendo quasi per licenziarsi ma non ancora, e io sono sempre innamorata del mio lavoro e anche più felice del solito.

L’altra sera ero in servizio, verso le sette e mezza. Faceva freddo al punto che, pur seduta dentro con finestre e porte chiuse, avevo addosso il mio pile blu del college ed ero piena di odio per l’improvviso calo della temperatura quand’ecco che vedo uscire dal cancello, nella semioscurità, la preside del college.

Parentesi: se la preside non è la persona più importante del college poco ci manca. Nel caso specifico parliamo di una donna con un curriculum artistico di tutto rispetto, una pagina su Wikipedia e l’equivalente femminile di un cavalierato. Oltretutto leggo ora che è la prima preside donna del college da quando è stato fondato.

E casualmente è anche una persona squisita con la quale si può parlare normalmente.

Ma dove va con questo freddo?!

Risata, breve pausa in cui mi spiega che il marito è bloccato a letto dopo un’operazione alla schiena e vuole disperatamente un hamburger, breve discussione su quale sia il miglior hamburger della città, momento in cui concordiamo che, miglior hamburger o no, il Five Guys è quello più vicino e poi si avvia verso la porta.

E poi torna indietro.

Non ti ho chiesto come ti vanno le cose.

Le rispondo che sto per portare a casa il mio ragazzo a conoscere i miei e ci sarà proprio da divertirsi.

Guarda, devo proprio dirtelo, credo che tu stia facendo un lavoro eccellente. Lo staff parla di te, dice che hai sempre una buona parola per tutti e io credo che tu stia facendo il tuo lavoro proprio bene.

Momento di imbarazzo nel quale non riesco assolutamente a far funzionare il mio inglese per dire che amo tantissimo questo lavoro e che il college è uno splendido posto dove lavorare. Nel frattempo la preside saluta e scappa via nella notte.

Sipario.

 

PS: ho accantonato l’idea di scrivere quel libro ambientato nel college ma me ne è venuta un’altra… e se raccogliessi le mie disavventure quotidiane in una specie di diario? Quanti di voi leggerebbero un libro simile?

Inchiostro

Dovrei sedermi sulla moquette della mia stanza, di fronte allo specchio, guardarmi negli occhi e chiedermi a che gioco sto giocando.

 

Qualche anno fa, prima di trasferirmi da questa parte della manica, ho concentrato i miei sforzi in un tour de force estivo, inchiodandomi alla scrivania e producendo Seareen, l’unica storia che io sia mai riuscita a portare a termine. In seguito Seareen si piazzò settimo al concorso di Giunti per il quale l’avevo scritto, ottenendo tutto sommato un buon risultato.

va detto che se rileggessi Seareen adesso probabilmente mi metterei le mani nei capelli

Seareen era l’unica risposta al modo in cui il Principe degli Imbecilli aveva ridotto il mio cuore in briciole. E’ nella storia, il Principe degli Imbecilli, e gli ho anche dato un nome bellissimo che non si merita assolutamente. Pensa te.

Seareen è una storia complicatissima, la storia di una ragazza che vuole disperatamente dimenticare e di una creatura che si nutre di pietre dei ricordi, una storia che traballava già allora e che nessuno, in ogni caso, ha mai voluto leggere.

 

Oggi sono finita per caso sul blog di una ragazza conosciuta su uno dei tanti forum che frequentavo.

Ha cinque anni meno di me, questa ragazza, e non solo ha all’attivo almeno cinque libri suoi ma fa anche la giornalista per una testata famosissima, ha girato l’Italia presentando una serie di tour educativi e ha un lavoro come ghostwriter.

E io sono qui, come dicevo poc’anzi, con una bussola rotta in mano.

 

Mi è stato chiesto della mia storia, recentemente.

Colleghi, amici, lettori del blog… come va la scrittura? 

Ebbene, la scrittura non va da nessuna parte.

 

La scrittura è, come ho detto spesso, come una piscina nella quale magari ami nuotare ma della quale temi lo shock termico. Anche se dura trenta secondi. Anche se sai che poi ti fai lo sguazzo della vita. Anche se ami l’acqua, anche se è la tua cosa preferita.

La scrittura è, come ho detto altrettanto spesso, come una stanza piena di sole e luce, una stanza che ti riempie di gioia, una stanza la cui porta continua a spostarsi. Rievocate nella vostra mente una delle innumerevoli scene da film nel quale il protagonista cerca un passaggio segreto: battere sulle pareti, tastare ogni libro, cercare con le mani uno spiffero rivelatore.

 

Io scrivo da quando avevo sette anni. Le mie maestre hanno smesso di correggere i miei temi quando ero in quinta elementare.

Il libro sul quale ho imparato a leggere era 365 storie, un libro spesso 5 centimetri che raccoglieva storie da tutto il mondo, e da allora non ho fatto altro che andare avanti e indietro dalla biblioteca a casa con pile di libri alte quanto me.

Colleziono storie da tutta la vita. Riempio quadernini di ogni dimensione con sagome, sapori di scene e strane intuizioni che non sempre sono sicura di saper recuperare a distanza di anni.

Negli anni ho scritto tremende storie romantiche, racconti che in qualche modo finivano per essere sempre pieni di magia e fanfiction che non mi sarei aspettata nemmeno io di portare a termine. Ho fatto cose con l’inchiostro che voi umani eccetera eccetera.

 

Eppure dice la mia me allo specchio sei ancora qui con una bussola rotta in mano.

Prima

Correva l’anno 1995 e io entravo alle elementari.

Mi ricordo ancora l’odore delle mie matite, l’astuccio giallo fluorescente con i pinguini –morbido, perché quello a strati costava troppo– i disegni che eravamo tutti troppo pigri per colorare con le matite –tranne la mia amica G, la cocca della maestra– e la volta che mi hanno buttata fuori dalla classe perché facevo troppo casino il giorno che doveva nascere mia cugina.

Ma una cosa alla volta.

Mi ricordo i bagni, a destra quelli delle femmine e a sinistra quelli dei maschi, e mi ricordo la prima volta che ho incontrato la mia compagna M.

Era bellissima.

Aveva capelli neri, lunghi fino a metà schiena, la pelle brunita che io ho sempre voluto avere e questi occhi scuri un po’ malandrini, gli occhi di qualcuno che mi avrebbe dato del filo da torcere per i successivi sette anni. Io però al momento non lo sapevo, guardavo questa bambina e con infinito candore condividevo con lei il primo pensiero che mi aveva suscitato:

Sei bellissima, se fossi un maschio ti sposerei.

A distanza di quasi venticinque anni mi viene un po’ da ridere.

 

Qualche anno dopo, sempre nella stessa scuola, incontravo V.

V è, nei miei ricordi, raffinata come una principessa, elegante come una dea giapponese, gentile come una fata. Lunghi capelli neri e liscissimi, lineamenti che richiamavano l’Oriente, faceva parte del coro cittadino e la ricordo con una morsa al petto: volevo disperatamente essere speciale ai suoi occhi, volevo che fosse felice, volevo essere io a farla felice.

Credo che avesse solo uno o due anni più di me ma a quell’epoca era sufficiente per renderla “grande” ai miei occhi. Non ho più saputo niente di lei e nutro l’inutile desiderio di una sua foto, certa che il tempo l’abbia trasformata in una delle donne più belle del mondo. Rivedo l’eco dei suoi lineamenti in Katie Leung, il volto di Cho Chang nei film di Harry Potter, ma non ho mai trovato niente di più.

 

Il ricordo di queste due bambine mi è riaffiorato alla mente ieri, puramente a caso, e mi ha fatto sorridere e riflettere: non ho problemi a parlare della mia vita sentimentale e non ho mai fatto mistero, neanche qui, di essere bisessuale, ma ho sempre fatto risalire la mia epiphany agli anni delle medie e alla mia migliore amica E, per la quale avevo una cotta estremamente scomoda.

Negli anni parecchi hanno dato la “colpa” della mia bisessualità alle più svariate fonti, il duo musicale t.A.T.u, per esempio, o il manga di Ai Yazawa “Nana”… ripensando a questi ricordi mi piace pensare che, prima di qualunque artista famoso o fumetto giapponese, ci fosse semplicemente il sorriso di una bambina dai capelli neri.