White

Pensi di aver toccato il fondo quando il dolore brucia forte, quanto la fitta è al suo picco, quando succede qualcosa e tu senti che l’ondata ti travolgerà e ti annegherà e non ne uscirai più.

Ne esci sempre, invece, perché l’onda si ritira, il picco passa, il dolore sfuma.

E’ quando non senti niente che hai veramente toccato il fondo. Quando sei a letto e guardi fuori e non hai una ragione una per uscire dal letto. Quando l’impulso non è prendere qualcosa di affilato e farti del male, è chiudere gli occhi e smettere di pensare, mangiare, respirare.

Forse se resto a letto sufficientemente a lungo il mio corpo svanirà.

Pensavo mi facesse male martedì, quando al funerale della mia nonna sono state lette parole così dolci e strazianti che ho dovuto nascondere la faccia nelle mani e mordermi i polsi per non urlare.

Pensavo mi facesse male nel vedere la mia sorellina piangere.

Pensavo mi facesse male pensare che lascio Oxford e probabilmente non tornerò mai.

Non avevo idea che l’elettroencefalogramma piatto fosse molto, molto peggio.

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Last Day

Vorrei che ti ricordassi di oggi.

Vorrei che ti ricordassi del modo in cui ti si arricciavano i capelli facendoti sembrare un leoncino, quei capelli che ti sei accuratamente arricciata solo perché a Ben piacciono i tuoi capelli.

Vorrei che ti ricordassi della pioggia che hai preso pedalando fino al college e a quella che hai preso tornando a casa, che ti bagnava la felpa ma non arrivava al cuore.

Vorrei che ti ricordassi della fatica immane del lavoro di stamattina, di quei 10 minuti passati a non fare altro se non aprire bottiglie di Prosecco, versarle nei bicchieri e porgerle alla gente delle lauree di oggi, senza nemmeno il tempo di guardarsi attorno. Ricorda le fitte alla caviglia, la fame, lo stress del rumore tutto attorno e della consapevolezza che se Rogers l’avesse lasciato fare alla Mezzana tutto sarebbe andato bene.

Vorrei che ti ricordassi l’orrore del viso rasato di Ben, l’irritazione completamente irrazionale del ritrovarselo davanti senza quella barba bellissima che aveva ieri, la rassegnazione perché sapevi che l’avrebbe fatto, anche se non sai come facevi a saperlo.

Vorrei che ricordassi il viso giovanissimo di Zakki, quei riccioli che lo fanno sembrare il Re degli Idioti, il suo sorriso, il modo inspiegabile in cui ci si può cliccare anche con gente 10 anni più giovane, il modo in cui si è ricordato al volo dell’Era Glaciale 3.

Vorrei che ricordassi Anjeza e Darlene, due creature completamente fuori di testa e bellissime, in maniera opposta e quasi incredibile. Anjesa, alta, pallida e bionda e Darlene, piccola, con capelli castani lunghissimi e liscissimi e una pelle altrettanto castana e liscissima. E niente, è difficile che te le dimentichi visto quanto sanno essere sciocche e incredibili quando ridono insieme.

Vorrei che ricordassi l’immane lavoro di preparazione della Wordsworth Tea Room, i viaggi avanti e indietro con la macchinina e una Rogers che era più triste di te al pensiero che te ne andassi.

Vorrei che ricordassi la faccia della preside e il modo in cui ha detto That’s a very sad news! We will miss you con quel suo accento meraviglioso.

Vorrei che ricordassi gli interminabili minuti passati nella servery a cercare una scusa, un modo, una battuta d’entrata e il modo in cui hai preso in mano tutto, sei andata da Ben e gli hai detto non posso veramente partire senza un abbraccio.

Sopra ogni cosa vorrei che portassi sempre nel tuo cuore il gruppo di sciocchi seduto al tavolo della Wordsworth Room, il momento in cui hai detto io non mangerò l’ultimo pasto della mia carriera dando le spalle ai miei colleghi e hai trascinato il tavolo in mezzo alla stanza e il modo in cui al grido di it’s Mary’s last day! tutti si sono stretti gli uni agli altri per circondarti attorno a quel tavolo, in quel modo incredibilmente caldo di chi condivide fatiche e cibo e superiori nervosi.

Ricorda come li hai amati, uno ad uno, per le sciocchezze che dicevano, per i video girati di nascosto, per le risate e le battute e il modo speciale che, presi singolarmente e tutti insieme, hanno avuto di rendere migliore la tua permanenza al college.

E ricorda Katie, che abbracciandoti ha mormorato Sei la mia preferita.

Le cose per cui non paghi

Buonasera.

breve pausa in cui cerco invano di stabilire delle coordinate

Mia sorella E ha compiuto 17 anni all’inizio di Maggio e come regalo le avevo promesso un viaggio qui a Oxford. Mi ha raggiunto giovedì mattina a Londra dove avevamo in programma di passare 2 giorni all’insegna di…beh, di tutte quelle cose che due sorelle possono fare in una città interessante come Londra, quindi principalmente farsi distrarre da mercatini e negozi, decidere che musei ce ne sono anche a Oxford e c’è meno gente e che l’importante è correre a Euston Square e vedere la strada in cui girano gli esterni di Sherloc BBC.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che per una sola notte a Londra avevo scelto su Airbnb una stanzetta accogliente e gradevole in una zona che volevo rivedere –Canary Wharf– e verso le otto di sera, con una giornata impegnativa alle spalle e una sorellina sveglia da 15 ore accanto, non vedevo l’ora di rintanarmici.

Plot twist: la stanza si trova in un edificio orribile in un appartamento orribile.

La cucina è vuota e spoglia, nel senso che ci sono le borse per terra di chi ci si sta trasferendo e le tre dita di polvere di chi non ci ha abitato per mesi. Al secondo piano un materasso sigillato ingombra il soggiorno e quando apriamo la porta della nostra stanza scopriamo con sgomento che non solo non è quella della foto ma ospita un letto, un comodino e un guardaroba.

E null’altro. Nemmeno le tende. E il pavimento è di quello sporco tipico di quando ti ci fanno i lavori, con trucioli, schizzi di colore e peluchi vari.

spazio nel quale potete inserire sgomento, disagio, sensazione di essere state truffate et cetera

Ma continua a non essere questo il punto.

Nei film e nei libri ci sono queste cose, queste persone che entrano nella vita del protagonista, fanno qualche magia, dicono le parole che ne cambiano il cammino e poi spariscono. A questo punto della storia una signora con un forte accento che non capisco ci chiede, dall’altra parte del corridoio, se abbiamo fame e se ci va di venire con lei in un pub dall’altra parte della strada.

pausa nella quale cerco di mettere per iscritto le cose

Ci sono segnali ai quali puoi decidere di non reagire ma che non puoi far finta di non aver sentito.

Nel presentarsi mi dice che è a Londra per esibire i suoi lavori in una mostra d’arte.
Più tardi a cena si lascia sfuggire che ha trovato nell’arte uno sfogo per bilanciare la sua lotta contro il cancro.
Parliamo di studi e scopro che per lavoro si occupa di Programmazione Neuro Linguistica.

Difficile definire chi delle due abbia più voglia o bisogno di parlare ma ogni cosa finisce per specchiarne un’altra: le racconto di come abbiamo perso la mamma e lei mi racconta di sua figlia e di come l’incubo più grande per lei sia lasciarla sola in questo mondo, le dico che faccio gioielli e lei mi mostra le creazioni che indossa, le parlo della mia mezza voglia di fare un corso sulla PNL e lei sorride e dice che non mi lascerà andare senza una seria chiacchierata la mattina seguente.

La mattina dopo mi fa sedere ai piedi del suo letto –la sua camera non è meglio della nostra– e mi fa chiudere gli occhi in una breve meditazione guidata. Dove vedo il mio futuro? Cosa del mio passato mi sto portando dietro? A cosa sto permettendo di inchiodarmi a terra?

Non usa altro che le parole ma quando apro gli occhi una parte del mio cervello è allarmata perché c’è come un cratere, nella mia testa, un grande buco in cui un momento prima c’era qualcosa e ora non c’è più niente. E mi sento più leggera e sempre confusa perché qualcosa che occupava così tante delle mie risorse ora non c’è più.

E io non so veramente cosa sia successo né cosa succederà d’ora in poi.

Maionese Cattiva

In qualche modo quando mi siedo a scrivere è spesso perché mi ritrovo intrappolata in un groviglio di sensazioni tipo come sono finita in questo posto? e oh guarda, chi se lo aspettava che la vita mi avrebbe portato qui?

Il caso odierno è che sono seduta sul triste divanetto di vimini del triste soggiorno della mia casa di Oxford, mangiando tristi tramezzini la cui maionese deve aver probabilmente cambiato intenzioni ad un certo punto. Davanti a me giace un taccuino con sottili iscrizioni misteriose come Victoria Coach Station e oddio non posso credere che uno dei tramezzini è al tonno! scusatemi, come Victoria Coach Station e poco sopra Paddington.

La verità è che dopodomani alle 8 del mattino mia sorella atterra a Gatwick e io non posso credere che quel dannato aeroporto sia così distante da Londra itself. Inoltre, nonostante il mio amore per gli schemini e le pianificazioni, non ho idea di dove andremo e cosa faremo né soprattutto QUANDO lo faremo.

Se mi conosceste sapreste che una cosa del genere testimonia che non sto bene. Infatti ho un mal di testa tremendo da tutto il giorno.

intanto il mio computer ha appena mormorato che la batteria sta finendo inesorabilmente

Mi rallegra sapere che con l’arrivo di mia sorella avrò la possibilità di 4 giorni off e un po’ di divertimento ma nel frattempo non ho fatto che lavorare da quasi due settimane e inizio ad esserne un po’ provata. Sul lavoro ci sarebbero così tante cose da dire che non so nemmeno da dove iniziare, mentre per quanto riguarda la vita privata ho cercato invano di invitare R3 a bere qualcosa insieme: non solo mi ha dato buca all’ultimo momento ma ha anche lasciato cadere dei suggerimenti non troppo chiari che, secondo R2 –la mia coinquilina francese– portano inesorabilmente in una direzione: èggay.

il che ovviamente non mi fa nessun effetto ma costituirebbe uno spreco estremo di polpacci e uomini con il cacciavite

ok, vi permetto di fraintendere polpacci- -ha dei polpacci molto attraenti- -ma la cosa del cacciavite no: a farla breve una sera ho portato a casa un mobiletto per l’angolo doccia della mia stanza e dondolava un po’…per fare la sciocca ho commentato col mio coinquilino R4 con una scusa busso alla stanza di R3 e gli chiedo un cacciavite! Ebbene, non solo l’uomo mi aveva sentito ma aveva anche il cacciavite pronto per quando ho bussato. Io amo un uomo ben attrezzato

no, anche stavolta il doppio senso non è voluto

Anche la maionese del tramezzino col tonno aveva cambiato intenzioni nel frattempo. Molto Male.

In sintesi, in attesa di decidere se l’interesse dell’uomo con polpacci e cacciavite è pari a zero o cosa, ci distrarremo con un viaggio a Londra e ci recheremo anche in quel di Camden Town, posto che amo tantissimo e dal quale torno sempre con troppi acquisti.

 

Gli inglesi hanno la bruttissima abitudine di chiederti come stai? senza nemmeno ascoltare la risposta. Cioè, te lo chiedono pro forma, come una versione alternativa di ciao senza alcun significato. E quando la gente mi chiede come sto io rispondo, e nascono tanti equivoci.

Ma io ci voglio vivere in un Paese dove alla gente che ti chiede come stai non gliene frega una cippa di te?

Buon Compleanno

Per i più distratti, oggi compio 29 anni.

Sono passati sei anni da quando lei è sparita dalla mia vita, nove da quando la mamma è morta, due da quando ho detto ti amo l’ultima volta, dieci da quando ho smesso di andare a scuola, tre da quando ho passato più di un mese in Italia, cinque dall’ultima volta che ho dormito con un gatto, sette dall’ultima volta che sono andata in vacanza seriamente.

Questo non descrive nemmeno lontanamente lo stato in cui mi trovo.

ora che rileggo la lista mi viene solo da chiedermi perché mi sono fatta così tanto male negli anni

Ieri ho passato 3 ore a fare tre torte alla pera e cioccolato, da mangiare a pranzo con i colleghi del college, che tra vegani, catering e chef sono almeno una trentina. A parte che si fa così, quando si compiono gli anni…non so se conoscete la sensazione –pensandoci spero che no- che se non fate qualcosa voi non la farà nessuno. Ecco, io ho fatto una torta ieri perché sapevo che nessuno l’avrebbe fatta per me.

Infatti non mi hanno nemmeno cantato tanti auguri, cosa che invece hanno fatto per T che ha compiuto gli anni ieri.

E per l’ennesima volta ho scritto una lettera d’amore non ricambiato. A N, che ha sempre la battuta pronta. A T, con cui chiacchiero sempre. A B, per il quale ho un’orribile cotta. A C, che è sempre carinissima. A J, che mi insegna le cose, e così via.

Più di metà della gente si è dimenticata della mia torta.

Ho sognato la mia ex tutto il weekend, tra incubi nei quali era arrabbiata con me, momenti in cui mi diceva se fosse possibile ti darei una seconda possibilità o scenari nei quali era già al secondo figlio. Come da copione, appena sbatto il naso contro un idiota che mi spezza il cuore il mio subconscio torna sempre lì, alla ragazza che ha fatto di me niente più che un mezzo muffin, un eterno calzino spaiato.

E ieri ho passato la serata a piangere finché non mi sono addormentata, chiedendomi dove ho sbagliato per meritarmi che un mio amico, un mio amico, mi abbia invitata al cinema per distrarmi dalle mie rogne –che conosce benissimo– e sia passato dall’imboccarmi di popcorn –tutto sommato carino– al mettermi le mani addosso. Senza permesso, senza baci, senza niente.

Continuano tutti a dirmi che mi merito di meglio, ma se poi inizio a crederci come fronteggio queste cose senza cedere allo spettro? Le canzoni di Lauren Aquilina sono quasi finite.

 

Also –e non me ne frega niente se con questo ho fatto la piena di lagne– mi manca la mia famiglia.

E non posso tornare a casa perché là mi mancherebbe anche di più.

Lego Lego Lego

Di solito la cosa funziona così, io mi siedo, scrivo, premo invio, tu ti siedi, leggi, chiudi la pagina e arrivederci.
No, bellezza, oggi se hai iniziato il post ti prenderai anche la briga di dirmi quello che ne pensi, perché per una volta, invece delle mie solite lagne più o meno sensate, sto per fare un discorso serio.

Ieri il tradizionale caffè degli italiani è stato ospitato da una delle nostre acquisizioni più recenti, dotata della rara capacità di inserirsi con disinvoltura in un contesto già collaudato. Quando siamo entrati nel suo soggiorno sono stata quasi subito distratta dalla sagomina gialla e rosa di una casetta Lego sul davanzale della finestra e non ne ho fatto mistero durante la conversazione.

Ora.

Io mi trovavo in una situazione psicoemotiva non esattamente brillante, in più sono anni che mi chiedo continuamente in regalo una scatola di Lego, che erano il mio gioco preferito quando ero piccola –balle, erano i Playmobil, ma solo perché c’erano più animali– e che mi danno ancora un’enorme soddisfazione da adulta.

Non vi nascondo che sono stata felicissima quando non solo il padrone di casa ha ammesso candidamente che sì, erano suoi e non di un nipote figlio cuginetto, ma mi ha anche dato in mano l’intera scatola con tanto di istruzioni. E i pezzi erano divisi in quattro scatole ermetiche da take-away, segno che per quella scatola di Lego l’uomo ha anche una certa cura.

Personalmente ho apprezzato moltissimo il fatto che una persona adulta –un ragazzo gentilissimo, pianista, giocatore di basket, conversazione brillante e pure simpatico– non si facesse scrupolo alcuno nel mostrare in questo modo una passione che, a mio parere, non ha niente di male ma che viene vista da molte persone come infantile.

Io, lo devo ammettere, non ho potuto evitare di giocherellare distrattamente con i pezzi, montando e smontando le diverse costruzioni con o senza l’aiuto delle istruzioni, ma comunque seguendo e partecipando alla conversazione in corso, che come sempre verteva dai problemi che noi italiano abbiamo in un paese straniero ai disastri amorosi dei presenti al maltempo inglese e così via.

Più tardi siamo stati raggiunti da un sesto amico, grande affabulatore, commerciante di professione e con una certa fama con il gentil sesso, se così vogliamo dire. Il suddetto, sedendosi alla tavola, ha iniziato chiedendoci cosa ci facevamo con i Lego e proseguendo sempre più infervorato sulla falsariga di non ti troverai mai una donna, sono di quanto antifiga ci possa essere al mondo, ma non ti vergogni e almeno fingi di avere un nipotino per casa e risolvi così.

Ora, qualche dato di fatto.

  1. il padrone di casa non ha bisogno di trovarsi una donna perché una donna già ce l’ha. Nessuno ha chiesto cosa ne pensasse lei dei Lego ma partiamo dal presupposto che a casa propria uno ci possa tenere quello che vuole
  2. io non vorrei essere volgare ma io la figa ce l’ho e, come sopra, apprezzo Lego e uomo
  3. un buon terzo del catalogo Lego attuale si rivolge ai collezionisti, coloro che amano montare interi edifici e magari lasciarli montati e basta, e parliamo di cose complicatissime e molto, molto belle

Io ci sono rimasta veramente male di fronte a questo concetto che un hobby –se tale si può definire, perché avere in casa una scatola di Lego non credo si possa considerare hobby– così innocuo sia considerato infantile e addirittura repellente per le relazioni, come se amare le costruzioni ti rendesse uno sfigato repellente.

pausa in cui ricordo che le persone più appassionate di Lego che conosco, i miei cugini, sono entrambi maestri di Ju-Jitsu e uomini realizzati

Non è nemmeno solo quello: non vedo perché una passione, di qualunque genere, debba essere considerata inferiore rispetto ad altre. Per qualche ragione essere dei fanatici sportivi è socialmente più accettabile di essere appassionati di Tolkien ma non ho visto nessun appassionato di Tolkien aggredire un appassionato di Martin perché non la pensava come lui.

Inoltre mi ha ripugnato tremendamente il modo in cui, secondo il mio amico, una passione del genere andava, semmai, nascosta o dissimulata con una scusa.

Io personalmente apprezzerei moltissimo, in un possibile partner, il coraggio –ma pensa, siamo arrivati al punto di doverlo considerare coraggio– di condividere le proprie passioni, che in questo caso erano anche le mie. Non credo ci sia niente di male nell’ammettere che ogni tanto anche a noi piace dimenticare di essere adulti, o semplicemente mettere la testa in qualcosa di rilassante e che ci distragga un po’ dal peso della vita quotidiana, riportandoci magari un po’ indietro a quando eravamo più spensierati.

 

Io la penso così, e tu?

Vai Via

Avevo bisogno di piangere tutte le mie lacrime.

Avevo bisogno di sbatterci addosso ancora una volta.

Avevo bisogno della manica di un’amica da afferrare, avevo bisogno di Mika, avevo bisogno dei miei amici italiani tutti attorno che mi ricordassero che la felicità non è necessariamente lo sforzo congiunto di due sole persone.

Avevo bisogno di una giornata di panico, in cui crescere un’alta spanna, in cui rendermi conto che anche se mi hanno rubato il cuore questo non fa di me un demone di terra e di fuoco.

Ho deciso di concedermi una vacanza in Grecia, all’inizio dell’autunno.

Fino ad allora no more wishing.