Specchio

Sempre la stessa storia.

Stasera si esce: un’amica canta, è un po’ che non ci si trova tutti insieme, è venerdì sera e le persone normali fanno festa.

Fantastico, ma perché devo vestirmi?

Intendiamoci, sono  vestita. Ma ho un paio di jeans molto slavati, un dolcevita beige, una maglietta nera e viola sopra e un…credo che la parola giusta sia cardigan…nero allacciato in vita. E non ho voglia di cambiarmi.

I miei vestiti non parlano per me. Non dicono cosa ho dentro.

Non racconteranno a nessuno che tra due mesi lascerò l’Italia e tutti i miei amici per andare in Inghilterra.

Non si vanteranno per me della mia più grande fatica, Seareen.

Non diranno che sono menefreghista, cocciuta, lunatica.

Stasera avrei solo voglia di infilarmi la mia felpa nera e un paio di jeans comodi.

E quei vestiti cosa diranno di me?

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Friendzone

Tipo “mi piaci” e “ti vedo solo come un’amica”.

Perché, come sempre, chi ama è più debole. Chi ama è quello che resta con il palmo di naso, quello deluso, la cui vita si ferma, quello che sbatte contro il muro e resta a terra.

Oppure tipo “come sei dolce, sei il mio migliore amico”.

E tu non sai se insistere, se rivendicare la dignità di persona interessante, se rivelare i tuoi veri sentimenti. Se giocarti la carta del tutto niente ed uscire allo scoperto.

Tutte balle.

Non c’è mancanza di dignità nel guardare una persona negli occhi e dire “mi piaci”, né nell’amarla, desiderarla, coccolarla e prendersene cura.

Ce n’è, semmai, nello zerbinarsi. Ma allora direi che è compito di ciascun individuo stabilire un limite oltre il quale sbottare (o perché no, sussurrare dolcemente all’orecchio) “questo non lo faccio, sono innamorato di te, mica schiavo”. No, la parte peggiore dell’essere friendzonati (o lasciarsi friendzonare) è il rischio di diventare uno zerbino, e tutto dovremmo metterci una mano sulla coscienza e tutelarci perché questo non accada mai.

Credo che dietro questo ci sia tanta paura.

Paura di essere rifiutati, paura che tutto si fermi addosso al no di una persona. Paura che il nostro valore si misuri con quella risposta, che l’amore si fermi lì. Che amore sia solo rispondere sì (come se poi, dopo quel sì, fosse tutto in discesa).

Non è così lineare. Chi ti dice di sì non sta dicendo per sempre. Né lo sta dicendo chi ti dice di no. Qualcuno diceva che no significa semplicemente Non Oggi.

Io credo semplicemente che la realtà sia flessibile. Incredibilmente, straordinariamente flessibile, al punto che il legame più perfetto si sbriciola in due mesi, al punto che legami antichi escono dalle ceneri e che inaspettati colpi di scena ti sconvolgono da un giorno all’altro.

Quindi che senso ha percorrere la strada a testa bassa? Che senso ha nascondere i propri sentimenti, infagottarli in silenzi amari o parole vuote?  Che senso ha rammaricarsi e trascinarsi dietro tutto come fosse un peso, quando si può cavalcare l’amore proprio come un destriero di luce?

Oddio, la sto facendo un po’ troppo metafisica, ma è quello che sto provando ora. Sono ancora preda di sentimenti molto forti, ma ho deciso di cavalcarli, invece che farmi trascinare da loro. Così ho pensato a dimensioni nuove, per l’intensità di quello che provo. Cose più utili, non solo per chi forse non può capire la complessità dei miei sentimenti o in questo momento necessita di altro ma anche per me, che piano piano sto imparando che non sono gli altri a definirmi ma quello che io decido di essere e fare.

E finirei questo post così confuso e vagamente delirante con una frase topica (che potrebbe riassumere il mio 2013 e spero anche il 2014) che credo valga sempre la pena ricordare: “un uccello posato su un ramo non ha mai paura che il ramo si rompa, perché la sua fiducia non è nel ramo, ma nelle sue ali.”

 

Lulu

Poche cose mi straziano come il miagolio dei gattini. Sento una corda che mi si stringe attorno al collo, qualcosa che mi arpiona, l’impeto di voltarmi, prenderli per la collottola e strofinare il naso contro il loro.

Dato che questa cosa del naso e della collottola mi succede anche con le persone non mi preoccupa più di tanto.

Lulu ha sei settimane, non di più. Ha il pelo quasi tutto bianco, la coda grigia, qualche macchia sulla testa e incredibili occhi color ambra. Non i soliti occhi dei gatti, blu zaffiro, verde intenso, gialloverde un po’ cretino, giallo antinebbia. No, sono ambra, morbidi, espressivi.

Lulu scala i muri per entrare dalla finestra. Lulu guarda il gatto della nonna con occhi imploranti, lo segue con lo sguardo, gli parla. E lui risponde. Lulu è malaticcia, non si lava bene, ha una zecca sotto il collo, è stata maltrattata da qualcuno.

Ma risponde alla mia voce, e parliamo per un po’. Parliamo finché non ho ben stampato nella sua mente il tocco delle mie dita sul suo pelo bianco. Parliamo finché non conosce il suono della mia voce e accorre dall’altra parte del giardino. E si avvicina, lentamente, alle mie dita protese e immobili.

Lulu ha una fame infinita di coccole. Si strofina sulle mie dita, sulla maglia, sull’intero braccio. E si solleva sulle zampette posteriori per averne ancora, facendo roche fusa. Salta sulle mie ginocchia e non riesce a smettere di fare la pasta neanche per accoccolarsi e dormire. Danza sul mio grembo per interminabili minuti, mentre aspetto che si calmi e si acciambelli al riparo.

E mi guarda. Mi guarda e mi chiama, mi chiede qualcosa a cui non riesco a rispondere. Mi fissa con occhi consapevoli, e riesco a sentire distintamente l’incredulità con cui si chiede come hanno potuto farle del male.

Guardo il suo muso bianco, accarezzo la schiena spigolosa. Me lo chiedo anche io.

Luce

Oggi non è stata una giornata facile.

Dovrei solo fermarmi, suppongo, compilare un’accurata lista di tutte le cose che devo fare in questi giorni, disegnare  una pagina di calendario, segnare gli impegni, elencare gli acquisti, organizzare un paio di eventi che dipendono quasi esclusivamente da me, contattare tutte le persone che conosco, avvisarle che per un anno non sarò reperibile, prenotare una visita dal dentista, chiamare il mio medico prima di partire, iniziare a pensare alla valigia…

Ecco, appunto.

Un amico mi ha insegnato che di fronte a questo brusio insopprimibile c’è solo una cosa da fare: meditare. Zittire tutto il resto e chiudere gli occhi, cercare quel luogo di pace dentro di noi e dialogare. Semplicemente dialogare.

Oggi è stato come essere presa in braccio. Quella persona mi accarezzava i capelli, ribatteva indietro le mie paure in modo pacato, bisbigliava parole di conforto.

“Puoi farcela” diceva “hai tutti i mezzi per farlo. Una cosa alla volta.”

E mentre allungavo nella sua direzione le mie mani colme di paura, come un’offerta di quanto più pesante avevo al momento, ha semplicemente sorriso, dipingendomi quietamente lo scenario per il quale ero tanto preoccupata.

“Piangerai, perché lo sai che piangerai, ma sarà di felicità, non di dolore. E questo non hai motivo di temerlo.”

 

Voilà. Ci vuole così poco, a volte…

Verità

Avete presente quei film in cui il protagonista inizia dicendo una piccola bugia, che porta ad un altro paio di bugie un po’ più grandi, che a loro volta danno vita a bugie sempre più grosse e numerose? Alla fine il protagonista finisce sempre per soccombere sotto il peso di tutte queste bugie, e solo perché in quel momento cruciale del film non ha saputo dire la verità.

Ovviamente in quel caso il film manco sarebbe partito, immagino.

Mia sorella odia questi film e per tutto il tempo freme di orrore seguendo le gesta del malcapitato eroe. Io un po’ osservo lei e un po’ osservo il film, chiedendomi se non si possa essere semplicemente sinceri. Pare di no, e siamo specialmente terrorizzati dalle parole “mi piaci”.

Posso capire benissimo il perché, dato che da qualche settimana subisco questa paura.

Cerco sempre di essere sincera. Le parole più belle di oggi sono state “noi due siamo easy: posso mostrarmi come sono perché tu non mi giudichi”, e nonostante tutto sono state belle cose da sentire. Io credo nella sincerità, credo nell’abolizione delle maschere: qual è il senso del mostrarsi diversi da come si è?

Per piacere a qualcuno? Per avere qualcosa? Per ottenere un lavoro?

Fingere di avere abilità che non si hanno, fingere di essere diversi da come si è, fingere sentimenti che non proviamo alla lunga ci si ritorce contro. Le nostre parole, che lo vogliamo o no, diventano gabbie sempre più strette che ci intrappolano, che ci bloccano. Le parole hanno un potere sottovalutato di cui pochi si rendono conto.

-uno dei Quattro Accordi è proprio “sii impeccabile con la parola“, ma scriverò qualcosa apposta più avanti-

Io credo che la sincerità paghi, alla fine. Sarà che le emozioni mi si leggono in faccia, sarà che spesso sono tanto forti da non riuscire a contenerle ma io devo essere sincera e una delle cose che soffro di più sono le cose non dette, non espresse.

E’ per questo che mi prude la lingua ogni volta che vedo quella persona. E’ per questo che vorrei far scivolare un braccio oltre le sue spalle, fare in modo che si chini verso di me e mormorare al suo orecchio “tu sei speciale per me”.

Non perché io chieda di essere ricambiata, tutt’altro (non mi dispiacerebbe ma non ce n’è tempo): vorrei solo che sapesse di suscitare in una persona sentimenti che non possono essere taciuti. Così vorrei fare.

E più passa il tempo più questo desiderio di confessione si fa più forte.

Cresciute

E’ bello.

E’ veramente difficile da descrivere ma è una bella sensazione da provare.

Il fatto è che così tanto amore non si può cancellare. Sarebbe stato figo dire che l’amore non si crea e non si distrugge, si può solo trasformare, ma non è proprio così. Si crea, ovviamente. Ma forse, dopo otto anni, non si può distruggere.

Ora è come…come prendere in mano il proprio orsetto preferito, il peluche insostituibile di quando eravamo piccoli. E’ prezioso, perché è stato la cosa più preziosa per noi in un periodo importante, ma ora non lo è più, e non lo può più essere. Non può farci felici come allora. Non può consolarci e farci sentire al sicuro.

Ma non possiamo fare a meno di sentirci inteneriti, di abbracciarlo per un attimo, forse, di posare un bacino sulla sua testa e ricordare i bei momenti. Niente cancellerà quello che è stato. Niente.

E così, anche se il peluche non è il massimo come metafora (specie se penso che nessuna delle persone che ho amato me ne ha mai regalato uno, anche se i miei adorati amici SI’), credo che finalmente si sia arrivati ad una svolta. Perché, dopo i bacini sulla testa e un abbraccio affettuoso, ora si va avanti.

Delizia

Stasera è successa una cosa veramente improbabile e piuttosto pericolosa della quale però non posso parlare. Fatemi comunque il favore di non preoccuparvene.

La cosa veramente degna di nota è che grazie a questo avvenimento io e la mia compagna di sventura siamo entrate, un po’ per caso e un po’ per necessità, in un meraviglioso ristorante che le mie parole non riusciranno mai mai mai a descrivere.

Siete mai entrati per sbaglio in un posto che non vi potevate permettere? Questa sera è successo a noi.
L’unica differenza è che, inspiegabilmente, ce lo potevamo permettere.

Tutto attorno a noi era bellissimo, terribilmente lussuoso e piacevole in modo quasi commovente.
Era come essere corteggiati da un principe, anche se queste parole, ancora una volta, non bastano a descrivere l’esperienza.

È stato un po’ come essere corteggiate da un principe, in effetti, perché nel momento in cui siamo entrate, con i nostri jeans sporchi di fango e le dita quasi blu per il freddo, e abbiamo incrociato lo sguardo del cameriere, questi ha sorriso e ha mormorato “Solo chi lavora qui è tenuto a vestire in giacca e cravatta”.

E io mi sono sentita completamente a mio agio.

Le parole possono poco di fronte a ciò che abbiamo mangiato. La dolcezza della zucca si fondeva con qualcosa che sospetto fosse amaretto, delicati bocconcini di fegato si scioglievano sulla lingua, croccanti trecce calde di grissino ornavano il tavolo -assieme ad una meravigliosa orchidea, una candela e due rose di stoffa che mi sono costretta a non portare a casa per ricordo- e noi due squittivamo come bambine di fronte alle cose deliziose che ci venivano servite con estrema cortesia e tanta passione.

Taccio del bagno, perché mi vergogno di ogni provinciale espressione di meraviglia di fronte ad una stanza che offriva un asciugamano pulito ad ogni cliente e un cesto pieno di creme, borotalco, olio cosmetico e profumo per chi ne avesse bisogno.

Sono stata, più di una volta, sul punto di piangere di delizia.
Posso solo stupirmi di fronte ai misteri della vita, che un momento prima ti offre ghiaccio, oscurità e freddo, e poi all’improvviso ti riempie la pancia di cose squisite e ti coccola con lussi mai assaggiati prima.

Grazie.