Schegge di Luce

Il numero di cose nuove che sto sperimentando è incredibile.

Sono stanca morta, stasera: l’amica della mia host-mum dice che è perché è tutto il giorno che parlo in un’altra lingua e che dopo un po’ ti esaurisce la testa. Trovo che abbia ragione ma la trovo un’esperienza interessante: ero così intontita che metà del mio cervello dormiva e l’altra metà cercava di guardare Source Code in inglese. Invano, non serve neanche dirlo.

Stanotte torna la mia host-mum, così le ho fatto una delle mie migliori torte: sono molto contenta perché è venuta molto bene e tutti quanti ci hanno girato intorno bramosi. Vedremo domani cosa ne pensano, intanto è venuta molto bene, anche fuori, ed è lievitata bene anche se non ero sicura della quantità di baking powder della ricetta.

Ho avuto un paio di momenti incredibili, oggi, come quando, girato l’angolo alla fine del paese dove abito, sono praticamente finita con il naso nella foresta. Certo, al limitare del parco di Reigate c’è la foresta. Avrei dovuto immaginarlo, certo.

Ed è letteralmente incredibile tutto il verde che c’è. Ho fatto un video ma credo sia un po’ complicato da condividere, comunque l’anima ti si squaglia completamente, diventi verde anche tu, il tuo cervello ha un orgasmo e resta lì, c’è troppo verde.

Credo che passerò il mio weekend nel parco, rotolandomi nell’erba in cerca di qualche idea per un libro ambientato qui. Ho già il titolo, Driving in The Mirror. Ho solo bisogno di un antagonista, anche se il corvo che ho visto oggi è in cima alla lista. Ora capisco tante cose sui corvi.

E oggi, mentre guardavo il film, Rusty (il cane, del quale mi piacerebbe specificare la razza ma non l’ho capita quando me l’hanno detta) è saltato sul divano (il divano è enorme, anzi, di più) e mi si è accoccolato addosso, tipo sono la tua coperta vivente. E’ una cosa che non avevo mai sperimentato, ed  tremendamente confortante.

Ad un certo punto per distrarre i piccoli ho mostrato loro come funziona il mio bacchetto per i capelli. Certo, voi non lo potete sapere ma generalmente mi raccolgo i capelli in una crocchia fissandoli poi con un bastoncino cinese: è estremamente comodo perché stanno fermi e tutti raccolti e perché prendono una piega incredibile se stanno arrotolati da bagnati. Ovviamente l’effetto, quando mi tolgo il bacchetto, è molto interessante, con tutti i capelli che si srotolano quando scuoto la testa. Beh, i gemelli erano così colpiti che sono rimasti a guadarmi per un minuto intero a bocca aperta, poi la piccola mi ha tolto gli occhiali e ha detto you look gorgeous!, che significa bellissima, magnifica, splendida e altre belle cosine. Sì, lo ammetto, è stata una bella soddisfazione!!!

Ultima cosa poi vado a nanna. Ieri c’è stato un brutto momento, con i piccoli tristi perché la loro precedente au pair se ne sta andando e lei pure triste per la partenza and so on. Mi ha spiegato che il passaggio da una all’altra è un po’ complicato (non è la prima che cambiano) e come dovevo comportarmi con loro, così oggi nel momento del bacio della buonanotte ho detto loro che entrambi mi piacevano molto e che ero felice di essere la loro nuova tata. Beh, tutto mi sarei immaginata tranne che il piccolo (che è quello con cui ho avuto più problemi finora) mi rispondesse che anche loro erano felici che io fossi la loro nuova tata.

E non credo che potrò sopravvivere ad un altro I love you come buonanotte.

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Universi Paralleli

E’ veramente, veramente strano.

Prima di partire parlavo di dimensioni parallele, di viaggi in altri universi, di attraversare portali e cose così, perché quello di trasferirmi in un altro Paese era un concetto così distante dalla mia mente da sembrarmi credibile quanto un universo parallelo.

E più tempo passo qui, in un luogo che definirei quasi alieno, più mi sembra di essere davvero su un altro pianeta.

Oggi per la prima volta sono salita su una macchina inglese, a lato passeggero. Credo sia stata una delle cose più assurde della mia vita, fissavo il cruscotto vuoto e non riuscivo assolutamente a digerirlo! I piedi non sentivano i pedali, tutto era sul lato sbagliato, è stato tremendo! Per non parlare poi della sensazione che ho provato mentre uscivamo in strada!

Alla fine si abituano tutti, ovviamente, ma l’impatto è stato assurdo.

Poi certo, quello che faccio è semplicemente switchare il parlato dall’italiano all’inglese, ma mi sembra assurdo sentire la mia voce che pronuncia parole italiane quando mi scappano oppure le spiego ai bambini. Tremendo. Allo stesso modo quando sono proprio stanca, tipo ieri, non riesco a ri-switchare il parlato dall’inglese all’italiano e finisco per skypare per lo più in inglese.

Gli orari sono tremendi: la colazione è al mattino, certo, ma poi il pranzo a volte si salta del tutto e i bambini cenano alle cinque e vanno a dormire alle sette, quindi io sono intrappolata in questo questo assurdo limbo psico-alimentare, dove metto a letto i bambini con il pensiero che la giornata sia finita, ma poi scendo al piano terra e c’è ancora il sole e io devo cenare e fino all’ora di andare a letto mancano almeno 3-4 ore.

Ieri è stata una giornata dura, oggi sono stata meglio. Certo, ho avuto un tremendo crollo verso le dieci, tipo che avrei dormito per due o tre ore, ma alla fine ce l’ho fatta e sono arrivata alla fine della giornata sana e salva.

E’ una situazione davvero interessante perché sto costruendo la mia routine da zero: ho cambiato lingua, casa, persone, abitudini, quasi tutto tranne il mio bagaglio personale. Sto mantenendo la mia dieta vegana (grazie ad un’amica della mia host-mum che mi cucina ottime cose) e sto camminando parecchio, sia su e già per le scale che per prendere e portare i bambini, così chissà che io non passi dalla forma a mela ad un più dignitoso ovale…

E poi, come non smetterò mai di ripetere, sono stata fortunata. Ho un’ottima famiglia, che mi tratta molto bene, che mi vuole molto bene, che mi segue in quello che faccio, che si preoccupa per me e che mi coccola perfino un po’. Come la host-mum, che ha detto che mi porterà in aereoporto e mi metterà sull’aereo giusto. Come questa amica che non posso nominare, che mi ha regalato del tofu. Come il padre, che si premura sempre di ripetere le cose più complicate in termini comprensibili.

I love them so much!

APE: Il Colpo

Sono certa che sapete come ci si sente.

La mente si svuota, tutta l’energia scivola via dai piedi, gli occhi iniziano a pizzicare, le braccia si fanno pesanti e nella testa inizi a sentire quella vocina che dice “voglio andare a casa”.

Ho camminato tanto, oggi, e ho orribili scarpe che mi stanno uccidendo i piedi. Devo decidere se aspettare il 10 e tenere duro oppure comprarne un paio qui, magari al Charity Shop.

Guardo the bigs, i due maggiori, e mi chiedo come potrò mai farmi ascoltare, specie nella loro lingua.

Esco la mattina e fa freddo, poi esco il pomeriggio e fa caldo, e io sudo tremendamente, e poi il minuto dopo inizia a piovere, ma piovere serio.

Mi guardo intorno, in questa casa bellissima e incredibilmente grande, piena di giocattoli e cose in disordine che non so dove mettere.

Vedo piangere uno dei piccoli, lo sento farfugliare qualcosa che nemmeno capisco.

Oggi sono perfino caduta dalla bicicletta. Caduta Dalla Bicicletta. Credo che sia una delle cose più vergognose che possano succedere ad un adulto. Sì, mi sono fatta parecchio male, ho un ginocchio che si lamenta se lo piego e un braccio che avrebbe preferito fare altro, mentre cadevo.

E poi…

…poi una mamma mi dice che il mio inglese è molto buono. In italiano, of course.

…poi la piccolina mi mette al polso un braccialetto giallo, con un Pooh che sembra un pirata perché ha un occhio bendato.

…poi Rusty viene ad accoccolarsi ai miei piedi e mi guarda con fare consolante.

…poi viene il momento della buonanotte, con i bambini nei loro lettini che mi correggono le castronerie che dico in inglese leggendo the bedtime story.

…poi scopro una cosa in comune con la grande, che sembra, al momento, la più difficile da gestire, e la affascino alla grande.

…poi mi viene preparata una speciale cenetta deliziosa a base di ceci e verdurine, solo per me, da una persona che a prima vista credevo mi odiasse.

…poi la precedente au pair mi dice che ho una voce bellissima, che con i bambini sono fantastica e che i miei gioielli si venderanno come…well, non mi ricordo che parola ha usato, ma il concetto era chiarissimo.

Ho incassato il colpo, Universo. Sono pronta.

Occhi Pieni di Verde

Di solito al momento di scrivere un post mi fermo, ripenso a cosa ho fatto durante la giornata, cerco un filo conduttore e parto da lì. La giornata di oggi è stata incredibilmente lunga, tanto che mi sto chiedendo da quanti giorni sono qui.

Ah, sì, solo due.

La giornata di oggi è stata veramente intensa e interessante: siamo stati tutti al castello di Hever, dove è vissuta -e probabilmente anche nata- Anna Bolena, una delle mogli di Enrico VIII. Oltre ad essere un edificio molto, molto bello -e come potete immaginare pieno di cose interessanti, come arazzi strumenti di tortura, antichi mobili e vestiti- è circondato da un parco sterminato con laghetti, un sacco di salici e una parte denominata giardino italiano con piante meravigliose, statue e rovine intriganti. Non so esattamente cosa lo rendesse italiano ma l’ho trovato molto piacevole. Finora l’Inghilterra è verde, nella mia mente, perché dovunque mi giri vedo solo alberi e parchi e fiori.

Una volta tornata ho finalmente incontrato la prima delle due ragazze italiane che si trovano a Reigate attualmente, sempre come ragazze alla pari, che mi ha mostrato qualche punto di interesse della città. Purtroppo i negozi erano già chiusi -ma non perché fosse domenica, soltanto perché erano le sei. Qui i negozi chiudono alle quattro la domenica e alle dieci durante la settimana- ma intanto mi sono guardata intorno. E’ stato anche questo molto piacevole e ho visto uno scoiattolo. Giuro, ci sono quasi rimasta. La mia nuova amica ha detto che se vado nel parco con qualcosa da sgranocchiare si avvicinano pure… Vi farò sapere.

E dato che al meglio non c’è mai limite questa amabilissima fanciulla si è anche offerta di portarmi a Londra, dato che i suoi nonni -e quasi tutta la sua famiglia- abitano là. Questo, si suppone, nel prossimo weekend, diamoci del tempo per fare tutto.

La prossima mossa, domani mattina, sarà iniziare il training con la precedente ragazza alla pari alla quale sto dando il cambio per imparare tutto, ma proprio tutto, sulla famiglia, le loro abitudini e i miei doveri. Questa è la parte che mi spaventa di più (anche se non molto, devo dire): quando dico che i bambini sono quattro tutti quanti vanno in panico, ma io sono abituata alle classi intere. E’ vero che seguire una classe e seguire quattro fratellini sono due cose diverse, ma per ora sono tranquilla. E’ solo che forse fino ad adesso non ho avuto modo di valutare la difficoltà di questa missione.

Beh, dubito che le cose possano essere così complicate da demolire tutto il resto. Ho già detto che attorno alla scuola dei ragazzi c’è un meraviglioso parco, grande oserei dire quanto la mia città? Tutto è verde e brillante, qui attorno, un verde che ti riempie l’anima e la puoi sentir respirare.

Devo assolutamente scrivere una preghiera per l’Universo.

APE: L’Arrivo

Ora facciamo un gioco.

Immaginatemi seduta ad un piccolo tavolo Ikea, di quelli bianchi che, all’occorrenza, raddoppiano le dimensioni del piano di lavoro. Ho una scrivania di 60×50, insomma. Davanti a me, scavate nel muro, ci sono quattro nicchie, una sopra l’altra, che per ora contengono tutta la parte del mio bagaglio che non è vestiti. Oltre il muro alla mia sinistra c’è il mio bagno: un water, un piccolo lavandino e la doccia più grande che io abbia mai visto. Non scherzo, di misura fa un metro quadrato. Ogni cosa nel bagno è nuovissima, salvo il provvidenziale tubo di dentifricio che ci ho trovato dentro e che ovviamente io avevo dimenticato di portare.

sono appena passati due uomini a cavallo. Non so se rendo. No, non nel mio bagno, fuori dalla finestra

Alla mia destra c’è un camino di ferro (rimandiamo le domande  quando avrò capito se è vero o no) su cui poggia un gigantesco specchio, un basso tavolinetto bianco con sopra una tv con lettore dvd, un grandissimo armadio anch’esso bianco nel quale i miei effetti personali si perdono, letteralmente.

Accanto alla porta c’è un altro armadio -nel quale ha trovato rifugio l’enorme trolley, che non deve aver fatto un bel viaggio a giudicare dallo strappo su un lato-, sulla sinistra, e una cassettiera bianca ed enorme sulla destra, sulla quale delle mani molto amorevoli hanno posato un meraviglioso mazzo di tulipani e quattro biglietti su cui sta scritto, in maniera più o meno comprensibile, benvenuta, ti vogliamo bene, buona permanenza.

Beh, e naturalmente poi c’è un letto grande come una casa, alto come una casa e coperto da un meraviglioso trapuntone di velluto marrone. Sto dormendo come una regina, in quel letto, sebbene non sia ancora riuscita a disattivare la sveglia nella mia testa, che in Italia era settata sulle otto del mattino e quindi qui mi ritrovo operativa alle sette.

E’ fantastico. E non potete vedere la faccia estasiata che ho, il che è un peccato, perché mi hanno detto -dall’Italia- che faccio luce. Potrei provare a descrivere la sensazione ma trovo difficile farlo perfino in italiano. C’è questa bambina di sei anni che mi porta in giro per la casa, che mi mostra tutti i suoi peluche, mi chiede se voglio giocare con il tappeto elastico e poi mi interroga sulle parole inglesi che conosco. C’è un cane molto allegro che ha già capito di che pasta sono fatta e che non ha perso occasione, mentre me ne stavo sdraiata sul tappeto a giocare al gioco dei fiori con i bambini, di raggomitolarmisi contro, con il naso sotto il mio braccio. C’è questa donna meravigliosa, che credo emetta delle vibrazioni positive e che mi ha fatta subito sentire incredibilmente a mio agio, che ha un sorriso incredibile ed è gentilissima. C’è quest’uomo -scozzese, ho avuto modo di capire- molto divertente e salutista, il che è un’ottima cosa per il mio progetto di diventare una persona seria. C’è questa ragazza, la precedente ragazza alla pari, che starà con me tutta la settimana per spiegarmi ogni cosa.

Sì, in effetti faccio molta, moltissima fatica a mettere in parole quanto io mi senta fortunata, e stavolta neanche un grazie Universo potrebbe essere sufficiente.

APE: Il Viaggio

-cronaca mattutina, scritta offline-

Non sono passate neanche dodici ore. Almeno, non credo: il portatile segna le nove ma qui siamo indietro di un’ora, quindi in realtà sono le otto. Ecco come mai non sento nessun rumore fuori dalla porta.

Stamattina, quando ho aperto le tende, mi sono trovata di fronte uno spettacolo inaspettato e meraviglioso. E’ tutto bagnato, qui fuori, ma c’è un meraviglioso albero, proprio davanti alla mia finestra, pieno di fiori gialli a grappolo. E oltre l’albero, oltre la strada, tutte le case sono fatte di mattoni rossi. Sono in Inghilterra.

Facciamo un passo indietro a ieri sera, quando ho passato tre ore in aeroporto aspettando che il tempo passasse. Prendere l’aereo è terribile, indipendentemente dalla cosa del volo: bisogna trovare il check-in giusto, trattenere il fiato mentre pesano il trolley, angosciarsi per le misure del bagaglio a mano, tenere d’occhio i ritardi, angosciarsi di nuovo quando passano allo scanner i bagagli –e, aggiungerei, sopportare di dover estrarre il portatile dalla sua borsa, nella quale c’è di tutto ma soprattutto un paio di scarpe-, aspettare che apra l’imbarco, salire con lentezza a bordo e poi…

è uscito il sole ora, e la strada sembra ancora più bella

…beh, poi l’aereo parte, passando in un lampo dalla confortevole velocità delle manovre alla modalità montagne russe, e il tuo cuore inizia a tremare d’emozione, e tu senti che stai partendo per la più grande delle avventure.

E’ stato bellissimo guardare il mondo dal finestrino. Ci sono state turbolenze, momenti in cui sembrava davvero che l’aereo seguisse le evoluzioni folli delle montagne russe, e io ho quasi sentito mia madre angosciarsi per me, ma faceva tutto parte dell’avventura e l’unica reazione che ho avuto è stata un enorme sorriso molto idiota per quasi tutto il tempo –infatti credo che la mia vicina di posto abbia capito tutto di me solo guardando come schiacciavo il naso fuori dal finestrino-. Il mondo era una distesa di velluto nero cosparsa di diamanti, disposti in costellazioni intriganti e misteriose sotto di noi.

Devo ammetterlo, quando ieri ho dovuto salutare la mia famiglia ho iniziato a pensare che fosse tutta una grande follia. Succede, no?, quando qualcuno lascia la propria zona di comfort. Specie se poi deve andare così lontano, non solo geograficamente. Poi ho trainato il mio bagaglio a mano nella zona internazionale, mi sono guardata intorno, trovando tutto incredibilmente affascinante, e mi sono detta che avrei comunque dovuto lasciare la mia zona di comfort, ma almeno lo stavo facendo in un modo che avevo scelto io, un modo interessante e piacevole.

Arrivare è stato tragico. Ho trascinato i miei bagagli fino al cuore dell’aeroporto, a Gatwick, per scoprire che il mio bagaglio stiva non era ancora stato consegnato. Ho iniziato a guardarmi intorno preoccupata, perché era passato un sacco di tempo, perché non avevo modo di contattare la mia famiglia, perché non capivo se il cellulare segnasse l’ora italiana o quella inglese, perché non ho assolutamente familiarità con le dinamiche dell’aeroporto e avevo paura che qualcosa -tutto- andasse storto.

Invece no: i bagagli sono arrivati -nessuno ha avuto da ridire sul mio-, ho preso tutto quanto e mi sono diretta verso l’uscita, dove sono riuscita a trovare la mia host-mum senza problemi, così in un quarto d’ora circa abbiamo raggiunto la casa.

Mi riservo di completare il racconto stasera, primo perché il post sta già diventando piuttosto lunghino e secondo perché credo sia il momento che io mi renda presentabile per incontrare il resto della famiglia.

APE: L’Ultima Notte

Ora sì che possiamo darci alla malinconia.

E’ strano guardarsi attorno e vedere questa stanza quasi vuota: la bacheca è stata staccata, le mensole sono deserte, l’armadio è aperto ma non c’è nulla dentro, perfino i cassetti sono stati estratti dalla struttura.

E io me ne sto qui, stanca morta, a far rimbalzare interrogativi nella mia testa altrettanto vuota.

Ho avuto una giornata stancante: mi sono svegliata tardi perché ho dormito male, ho fatto le corse per accorciare almeno un po’ la lista di cose da fare, ho pranzato in un ristorante giapponese, ho fatto il giro del centro per salutare i miei negozianti preferiti e poi…e poi sono tornata a casa a farmi prendere dal panico, a guardarmi intorno e angosciarmi perché la stanza era ancora un casino, piena di cose sul pavimento e cose alla rinfusa, e indumenti ecc.

Per fortuna ho una sorellina concreta, più pratica di me, più determinata. Così mi ha preso per le orecchie, ha sistemato ogni angolo della stanza, ammucchiando le mie cose in da buttare, da portare via, da regalare, da portare in Inghilterra il 10. Sta ereditando gran parte della mia roba (compreso il mio letto e la mia stanza quasi per intero) e naturalmente era nel suo interesse che io lasciassi la stanza se non vuota almeno in ordine, ma la sua determinazione è stata decisiva per me, che vacillavo sull’orlo della disperazione.

Naturalmente non è finita: fino a domani sera (credo che manchino poco meno di 22 ore) sarò in preda all’ansia dell’avrò preso tutto quanto?. Anzi, meno: mezzogiorno di domani è il termine ultimo per i bagagli, giacché ho una festa di compleanno e poi non credo che tornerò a casa. La fregatura è che non ho fatto del mio meglio (come vorrebbero I 4 Accordi) e se qualcosa andrà storto la colpa sarà solo mia.

E pensare che avevo fatto tanti programmi per stanotte! Stare sveglia fino a tardi, per leggere prima della partenza quei fumetti che ho aspettato tanto…finire di archiviare alcuni appunti dei miei libri, da portare via…selezionare alcuni ritagli che potrebbero essermi utili nella mia nuova vita…

Facciamo che…facciamo che quattro ore domani mattina mi devono bastare. Siamo pronti?

Occhi di Peluche

Ultima notte. Tante cose da dire, tante riflessioni da fare. C’è tutto il tempo: domani sarà una giornata impegnativa e non potrò postare, quindi mi prendo avanti stanotte.

Anche se alla fine -lo sapete- approderò alla malinconia volevo iniziare con qualcosa di divertente: che peluche metto in valigia?

Ridendo dico sempre che i peluche che ho mi sono stati regalati dalle persone sbagliate, carissimi amici che adoro ma neanche una delle persone che ho amato. Non fraintendetemi, io adoro i peluche. Dev’essere perché mia madre non andava d’accordo con gli animali, così loro erano l’unica alternativa che avevo. E ora sono tutti seduti sul davanzale della mia finestra, a fissarmi con i loro occhi vuoti e le espressioni un po’…imbottite.

C’è Procio, uno dei più belli -il nome non ha nulla a che fare con l’orientamento sessuale della bestiola-.

C’è Ian Diesel, salvato letteralmente dalla strada, che conserva ancora un vago odore di benzina.

C’è Pepper, regalo di Natale di una delle persone più straordinarie che conosco, il cui nome -che non ho scelto io- è segno che l’Universo si diverte ancora.

C’è Slush, il regalo inaspettato di un ragazzo sensibile con il quale avrei voluto passare più tempo.

C’è…beh, non ha un nome, pensandoci, non gliene ho mai dato uno, ma è il regalo di una carissima amica che purtroppo non sento quanto vorrei, ed è morbidissimo.

C’è Lyco, un altro profugo, salvato da una macchia di rovi in cui era inspiegabilmente finito. Non sono mai riuscita a togliergli quell’espressione triste…

C’è Bob Leo, le cui enormi sopracciglia lo fanno assomigliare a Robert Sean Leonard, vinto ad una fiera.

C’è Peluco, che è…beh, una delle cose più carine che si possano immaginare, la concessione di chi non crede ai peluche alla disperata richiesta di una ragazza che voleva qualcosa a cui stringersi la notte.

E poi c’è Krich, uno degli investimenti migliori della mia vita, una marionetta che mi ha salvato la vita più di una volta.

Mi pare chiaro che tutti non li posso portare. Porterei Lyco, che è il più piccolo, ma non mi darebbe nessuna soddisfazione nelle notti buie e tempestose. Porterei Procio, che è il più grande, ma per quanto sia bello è il regalo di una persona che aveva mire molto terra terra su di me: non vorrei mai che avesse le sue stesse idee. Porterei Krich, che è sempre l’idolo delle folle -specie quando lo faccio starnutire e soffiarsi il naso sulle magliette della gente-, ma è completamente vuoto dentro e non sarebbe più affettuoso di Lyco.

Vorrei portare Peluco. Per qualche motivo il web non ospita nessuna foto del suo innocente musetto ma a voi basta immaginare la più tonda e dolce delle pecorelle, con piccole orecchie basse che spuntano dalla lana e un sorriso fiducioso. Ha un quadrifoglio sulla testa, Peluco, con una piccola coccinella, e un cuore rosso di cernit cucito sul petto. Stringe una rosa nella mano sinistra e ha al collo un ciondolo a forma di stella.

E’, insomma, l’emblema stesso dell’amore, la prova che sono stata follemente e teneramente amata da una persona paziente e creativa. Santo cielo, non mi ricordavo di amare così tanto questo peluche.

 

Sì, viene un po’ da chiedersi come mai ho ancora dei dubbi.

Indietro nel Tempo

Uhhhuhuhu, che giornate noiose!

Sì, voglio dire, non sta succedendo granché: sono chiusa in casa a svuotare la mia stanza più in fretta che posso (ho quasi finito -e per fortuna!!- ma mi piacerebbe anche aver tempo per recuperare quelle due-tre persone ancora da salutare) e quindi non mi succede niente di interessante. Sono solo preda della frenesia, tipo non ce la farò mai in tempo.

Stasera ci sarà l’ultima prova con il coro prima che io me ne vada (e ora che ci penso mi ero anche riproposta di portare qualcosa da mangiare! Diamine…) e quindi vedrò quella persona per l’ultima volta, sempre perché, se mai tornerò, certo non avremo modo di ri-frequentarci. Quindi stasera è in previsione il penultimo congedo ufficiale (l’ultimo sarà venerdì stesso, con la famiglia di mia madre) e siccome di mercoledì faccio sempre tardi mi premuro di postare a orari più decenti e magari non di fretta come l’ultima volta.

Bortocal ha lasciato un commento molto interessante, stamattina, sul mio post di ieri delle valigie, un ottimo spunto per raccontarvi un’altra delle mie mirabolanti avventure! …ecco, se non altro perché appunto, non sta succedendo niente di nuovo e grandi illuminazioni per ora non ne ho avute.

Era l’estate del 2012, io ero follemente innamorata di un ragazzo che stava per farmi la sorpresa più orribile della mia vita e l’Universo giocava a farmi scherzetti. Uscivo da una storia durata otto anni, ero un essere vulnerabile, bisognoso e sofferente e, diciamocelo, quando incontri qualcuno che, sebbene a 450 km di distanza, sembra fatto della tua stessa materia e pronuncia frasi che puoi finire su due piedi…un po’ ti fai delle idee strane. Specie se l’Universo condisce il tutto con una quantità di coincidenze ai limiti dell’incredibile.

E infatti non avrei dovuto crederci.

Nessuna mi ha mai fatto sentire come te, prima. Vorrei che tu fossi la mia ragazza. E quando l’Universo decise che lui avrebbe passato due settimane a soli 80 km da casa mia…beh, io decisi che aveva tutta l’aria di un’avventura interessante, presi una minuscola tenda e partii.

qui volevo arrivare, Bortocal, l’avevo presa un po’ larga ma ce l’ho fatta

Avevo uno zaino, una macchina e una tenda di due metri quadrati, niente di più. Nessun punto di riferimento, nessun indirizzo, solo io, la mia attrezzatura e la mia faccina tonda, in una città che non avevo mai visto, per incontrare un ragazzo che non avevo mai visto.

E’ un paesino bellissimo, una manciata di case incastrata in mezzo ai boschi, in bilico attorno ad un corso d’acqua che si nasconde nel verde più abbagliante che io abbia mai visto. Una vista da mozzare il fiato, un luogo che ancora ricordo e che, a dirla tutta, è lo sfondo delle mie visualizzazioni quando medito.

Piccoli spiazzi, dunque, sparsi a poca distanza dalle case sul limitare del bosco. Non mi ci volle molto a trovarne uno che faceva al caso mio e, pur sentendo una leggera inquietudine all’idea di dormire in un luogo così accessibile, mi misi alla ricerca del padrone della zona. Suonai parecchi campanelli, quel giorno, suscitai parecchie occhiate incuriosite, scettiche e alcune veramente ostili, e fui palleggiata di casa in casa, dato che nessuno sapeva dirmi chi fosse il proprietario di quel punto di bosco in cui volevo dormire.

è tutto del marchese di Carabas!

La ricerca finì davanti ad una grande casa, con un cancello di ferro e meravigliosi alberi che la coprivano quasi interamente, un bellissimo posto abitato da una signora di mezza età che, scavalcata la figlia -la quale già mi guardava con sospetto- rivendicò la proprietà del “mio” prato+boschetto e mi disse che sì, non c’erano problemi se volevo dormire là.

Però guarda che passano spesso dei cinghiali, lì.             Ah.

Mi guardò, e io la guardai, e lei mi guardò e io sorrisi con innocenza e dissi che l’avrei fatto comunque. In quel momento credo che fu la mia faccia tonda a fare la differenza, perché scosse la testa e indicò alla destra della casa.

Oltre la cancellata (sulla quale un rampicante meraviglioso si avvolgeva come un polipo) un giardino incolto circondava una casa un po’ malmessa, con la porta aperta e quell’aria selvatica che hanno le case abbandonate. Disse che era la casa dei suoi vicini, che non ci abitavano più da anni, che aveva la chiave del cancello e che, se lo desideravo, potevo andare a dormire là dentro, dato che c’erano ancora i materassi, che non c’era acqua ma che se volevo potevo fare la doccia da loro perché sembravo una persona per bene.

Non entrai nella casa. Non so voi ma io mi impressiono solo ad entrare in una bottega dell’usato, perché ogni oggetto ha attorno ancora l’aura della persona a cui apparteneva, e dormire nella casa abbandonata di una famiglia di sconosciuti…no, non avrei mai potuto farlo. Però parcheggiai la mia Twingo blu nel vialetto, montai la tenda sotto una tettoia, vicino al garage, e abitai per tre giorni nel giardino di uno sconosciuto, svegliandomi la mattina presto per scendere in paese, ordinare un caffè al ginseng in un bar, lavarsi la faccia e finire la colazione con delle pesche.

Ora, forse non è un racconto molto edificante, dato che alla fine quello non fu un campeggio come avevo sperato ma…non so, una soluzione di comodo. E forse non è nemmeno un granché come racconto, per chi lo legge ora.

Il fatto è che quel luogo fu speciale, per me. Fu la dimostrazione di molte cose, alcune che riguardavano me altre che riguardavano l’Universo, fu un’esperienza senza precedenti, il cui ricordo mi accompagna e scalda ancora, fu una prova per me stessa. Ho lasciato un pezzo di cuore in quella tenda, in quel luogo, in quelle notti passate ad ascoltare la musica che arrivava dalla fiera, più a valle.

E solo il cielo sa quanto vorrei riuscire a sublimare quelle emozioni in qualcosa che le trasmetta ad altre persone.

Specie una.

APE: La Valigia

Ebbene, oggi ho finalmente preso in mano la valigia.

Che da due settimane avessi da parte il fantastico (ed economicissimo) trolley verde è un altro discorso, di fatto finora non avevo mai fatto la prova bagagli. Questa mattina l’ho fatta: tutti i vestiti pesano finora 17 chili e questo significa che ho altri sei chili a mia disposizione (per non parlare del bagaglio a mano che ancora non ho toccato).

Tantissime persone che conosco odiano fare le valigie. Quasi certamente l’ho già detto ma io la trovo una cosa interessante, se non altro perché ti mette alla prova e ti costringe a chiederti quali sono le cose veramente importanti per te: più piccola è la valigia più sei costretto ad accorciare la lista.

La mia valigia, lo devo ammettere, è fatta più con la pancia che con la testa. Non che questo significhi che sto partendo con bagagli fatti a caso (tutt’altro) ma piuttosto che gran parte delle cose che intendo far entrare in valigia è qualcosa che viaggia con me per affezione più che per reale utilità. La mia valigia è così ripartita:

  1. Indumenti e oggetti per la cura personale: vestiti -stracollaudati-, cosmetici -un’accurata selezione-, asciugacapelli, scarpe -comprate per l’occasione- ecc…
  2. Le mie passioni: il mio grimorio -nel quale ho trascritto tutte le idee scrittevoli avute finora-, il fedele Harlequin -che custodisce già centinaia di libri-, un minuscolo MP3, il materiale per fare i gioielli -voglio esportare i miei affari all’estero-
  3. Oggetti del cuore: una serie di cose più o meno utili ma comunque molto familiari che serviranno a rendere più accogliente e familiare la mia stanza inglese -dato che ci dovrò vivere per un anno-

Diciamo che per qualche motivo questa terza categoria include molti più oggetti delle altre due. Il che, pensandoci, non è neanche sbagliato: farei sempre in tempo a comprare, là in Inghilterra, qualsiasi cosa mi dovesse servire, mentre le cose più personali, come la mia collezione di decorazioni natalizie, il mio catturavento o l’acchiappasogni difficilmente potrebbero essere rimpiazzati una volta che li dimenticassi qui.

In più, che crediate o no a queste cose, il mio segno (Cancro) è particolarmente sensibile al tema della casa, quindi non dovrebbe stupire che la mia prima preoccupazione sia crearmi attorno una tana confortevole dalla quale poi muovermi in tutta tranquillità.

Stupisce molto di più, ad esempio, che io stia pensando di prendere il largo.

Ah, per tornare a cose meno controverse, oggi ho portato a casa un’interessante bottino: la postepay -ehggià, finora non ne avevo mai avuta una- e 160 sterline. Non avrei mai pensato che prendere in mano una banconota e trovarci sopra il volto di una sconosciuta mi avrebbe fatto così strano.