Blood of Dragons (Robin Hobb) -recensione-

Ieri sera, nel buio della mia piccola tana bianca sotto la trapunta, ho tirato fuori Harlequin e mi sono messa a leggere Blood of Dragons, che sarebbe il capitolo conclusivo dell’ultima quadrilogia scritta dalla mia autrice preferita.

La storia, come potete immaginare dal titolo, ruota attorno ai draghi:

…e qui ci stava una spiegazione molto dettagliata ma mi sono resa conto che spoileravo metà della saga precedente. Una correzione è dovuta…

La storia ruota attorno alla migrazione forzata di un gruppo di giovani draghi, scortati da un gruppo di altrettanto giovani guardiani: la città dove sono nati, Cassarick, non può più permettersi la loro vicinanza -vuoi per il loro appetito vuoi per il caratteraccio che hanno- e con una scusa li h praticamente invitati ad andarsene.

Purtroppo non si tratta di draghi completi, ma di esseri che una volta usciti dal loro bozzolo si sono scoperti deformi, sottosviluppati, incapaci di volare e quindi di procacciarsi il cibo. A questo servono i custodi, ragazzi in grado di cacciare e, loro malgrado, indesiderati dal resto della città per colpa del pesante tocco delle Giungle su di loro: artigli, scaglie e occhi inquietanti sono il retaggio di quando la loro gente divideva il mondo con i draghi, gli antenati degli stessi che finalmente sono tornati a popolare la terra.

I due gruppi si mettono quindi in viaggio verso Kelsingra, una città sepolta nei ricordi dei draghi e in antiche pergamene che parrebbe essere una sorta di paradiso costruito apposta per loro. Inutile dire che il viaggio sarà lunghissimo, complicato, metterà alla prova ragazzi e draghi -che col tempo hanno stretto legami sempre più forti- e farà emergere ciò che veramente si nasconde dietro i membri di questa spedizione.

Sì, perché se ai draghi fa comodo lasciare la città, assistiti dai custodi, per un luogo in cui saranno felici e finalmente a loro agio, a Cassarick interessa molto sapere dov’è la mitica Kelsingra, dipinta dai draghi stessi come luogo di tesori e ricchezze. E, Kelsingra a parte, il potere del sangue e della carne dei draghi alletta più di un uomo senza scrupoli.

Potete immaginare quindi con che aspettative partono, e che loschi ceffi siano nascosti tra lo staff della spedizione!

La narrazione segue il punto di vista dei personaggi chiave, e ovviamente è attorno a loro che girano le vicende: oltre ai custodi -la cui voce principale è Thymara, la cacciatrice più abile- e ai draghi -che seguiamo grazie a Sintara, il drago di Thymara- fanno parte della spedizione anche l’equipaggio del Tarman, capitanato da Leftrin -una delle prime voci narranti-, tre cacciatori chiamati ad assistere i custodi e Alise, un’eccentrica studiosa di draghi vittima di una vita noiosa e di un gelido matrimonio. Accanto a lei viaggia riluttante il segretario del marito Hest, Sedric, spedito controvoglia a tenere d’occhio la donna.

Non posso scendere nei dettagli ora, dopo più di mille pagine. La storia si snoda lungo il fiume, i personaggi evolvono e maturano, stringono legami, si tradiscono e si riscoprono, i draghi crescono e con loro anche i custodi. Colpi di scena mi hanno colpito durante la lettura, momenti di pathos mi hanno fermato il respiro, nomi amati hanno fatto fremere il mio cuore -Tenira! Grag Tenira!- e fatto lacrimare i miei occhi, ma il culmine di tutto è stato ieri notte, nella scena che aspettavo da tutto il libro: il confronto di Hest con ciò che Alise e Sedric sono diventati.

Ho saltato pagine e pagine per arrivare a quel punto, ho bevuto ogni parola con il respiro affannoso, ho sentito la mente riempirsi di qualcosa di frizzante e troppo luminoso per rimanere nella mia scatola cranica. Ho dovuto riempirmi la bocca di trapunta perché non potevo impedirmi di urlare di gioia, di commozione, di piacere e di orgoglio per le parole di questi personaggi, che ho seguito e visto crescere lungo tutto questo viaggio, lungo tutte queste pagine.

E non sono stata capace di dormire, dopo: potevo solo ridere silenziosamente, con le lacrime agli occhi mentre Carson -oh, Carson!- regalava a Sedric le più belle parole del mondo –Proud of you, Bingtown boy-, la lingua che fremeva per la voglia di cantare, i piedi che volevano solo ballare.

Oh Robin, Robin, cosa mi fanno i tuoi libri!

 

Ok, fine del momento follia. Tutto questo è assolutamente accaduto, comunque.

Robin Hobb scrive come nessuno al mondo. Sono abituata ai suoi libri in prima persona, i sei libri in cui è Fitz a parlare, i libri in cui non importa dove e chi sei, se li apri diventi lui. La tua mente si scioglie nella lettura, le sue sensazioni diventano le tue, struggimento e rabbia ti attanagliano, la sua frenesia ti pervade.

Non dimenticherò mai il pomeriggio in cui, seduta su una scomoda sedia, leggevo della sua fuga, dei suoi inseguitori, dei nemici che certo l’avrebbero ucciso se l’avessero preso. E mia sorella, ignara di tutto, che pensò di chiamarmi.

“Non posso, non posso, mi stanno inseguendo“.

 

Non posso dire che siano facili. Ho preso in mano il primo libro almeno cinque volte prima di abituarmi al suo modo di scrivere, al ritmo delle parole, alla profondità delle descrizioni. Sono tuttavia felice di aver perseverato, così felice che le parole probabilmente non possono descriverlo. Non solo perché sono libri incredibili (e sono parecchi) ma anche e soprattutto perché, attorno a questa autrice, ho conosciuto moltissime persone altrettanto incredibili.

E basta, perché la sto tirando lunga e perché ne parlerò ancora il mese prossimo, quando lei sarà qui a Londra. Buonanotte.

Passato e Futuro

Il mio passato è ingombrante.
Lo è per me, perché sono una che guarda indietro un giorno sì e uno anche, ma lo è anche perché è complicato, intenso, difficile.

Così quando lo devo rievocare, per spiegare certe cose alle persone, un po’ mi ci perdo.
Le sensazioni riaffiorano, il sapore di alcuni istanti mi assale, lo smarrimento di quei giorni in cui sembrava di essere scuoiata viva ha e avrà sempre un eco nel vuoto di alcune parti della mia anima.

Oggi ho chattato brevemente con il Principe dei Corvi, il Ragazzo Dalla Voce Profonda, l’Uomo di Frozen, ed è stato imbarazzante, ai limiti del penoso. Avete presente quando qualcuno lascia scorrere la conversazione senza crederci veramente? E’ stato così, con me che volevo disperatamente parlargli e lui che lasciava cadere ogni tentativo.

Dentro di me mi sono detta Ok, è segno che questa cosa è finita, non sentirlo mai più e fine. Non ne morirai! ma ancora più dentro pensavo E allora che senso ha avuto questo? Come mai ho perso delle notti a sognare qualcosa, come mai ho avuto il respiro mozzato, perché le mie dita hanno immaginato la grana della sua pelle?

Io mi faccio sempre queste diamine di domande, come se tutto avesse un senso, come se ogni cosa potesse essere giustificata. L’Universo a volte si diverte, ecco tutto, e noi dobbiamo solo prendere quello che arriva e ammortizzare il colpo.

Oggi poi constatavo che quell’altra persona -non ha tutti i torti la mia amica A. a dire che sono piena di persone, il punto è che sono tutte persone di cui dovrei liberarmi- quella tornata con propositi incerti ma comunque dolorosi, è sparita nel nulla.

E allora chiedo -non tanto all’Universo ma alla persona in sé- che senso ha avuto tornare indietro, usare parole grandi come case, chiamare in causa otto anni di storia, piangere e fare propositi quando i fatti dimostrano che erano solo parole?

Perché per me vale sempre il discorso Se ti interessa troverai il modo, altrimenti troverai una scusa.

 

PS: oggi avevo voglia di famiglia. Non quella che ho a casa, ma una mia.
Tutti sono saliti su una macchina, per andare a Londra, e io sono rimasta a casa con il cane. E’ stato triste e qualcosa dentro di me si è voltato nella mia direzione -non deve per forza essere anatomicamente possibile- e ha chiesto Come mai noi non abbiamo una famiglia?

Poi sono tornati.
Qualcuno ha bussato alla mia porta, tentando poi di nascondersi dietro uno scalino, e ha voluto un sacco di baci della buonanotte.
Qualcuno ha attraversato il corridoio nudo, i capelli ancora umidi, per saltarmi in braccio.
Qualcun altro ha bussato alla porta, solo per dire buonanotte e farsi abbracciare.

Per ora mi basta.

 

My London

Piedi distrutti. Pantaloni zuppi. Capelli bagnati. Gambe a pezzi.
Mioddio che meravigliosa giornata che ho avuto oggi.

Per prima cosa stamattina, prima delle dieci, ho ordinato non solo il viaggio di ritorno di mia sorella (non so descrivere quanto detesto avere a che fare con i siti di prenotazione di aerei, e neanche mi interessa perderci tempo) ma anche due biglietti per Una Cosa Misteriosa Che Non Posso Rivelare Finché Non E’ Il 25 Luglio. Uhu.

Poi alle dieci ho preso il treno per un po’ del nostro sport nazionale, Prendere La Pioggia A Londra! Oggi diluviava, ma proprio diluviava, e le strade avevano due dita d’acqua, e i taxi passavano e lavavano la gente a bordo strada, e gli ambulanti facevano i soldi vendendo ombrellini e io, avvolta nella mia sciarpa verde, me ne fregavo altamente per la maggior parte del tempo.

…pensandoci non stupisce poi molto che io abbia i capelli bagnati eh?

Oggi, per un motivo o per l’altro, ho abbandonato le mie amiche per un esperimento nuovo, Londra in solitaria. Eccerto, quando avrò qui mia sorella la dovrò portare in giro io, no? Quindi ho preso il coraggio a due mani, ho raccattato una minuscola carta della metro* -credo sia il secondo articolo più smarrito della mia collezione, è già la quarta che certo di tenermi- e mi sono aggirata per Londra in cerca del British Museum.

Intanto vorrei spendere una parola per le cartolerie inglesi. Santo cielo se gli inglesi prendono sul serio la cartoleria! Quella in cui sono stata io aveva tre piani, una serie infinita di adesivi e quadernini per prendere appunti e carta da lettera. Gli ho dedicato il tempo che meritava ma me ne sono andata senza comprare niente, molto coscienziosamente.

Del resto non mi serviva niente…

Poi ho raggiunto –e non senza perdermi due volte, cosa credete?– il British Museum. E qui, chiedo perdono a tutti, ho vagato per enormi stanzoni in preda ad un misto di inettitudine e meraviglia, con occhi troppo piccoli per vedere e ricordare tutto quello che vedevo ma non così grandi da non emozionarmi quando vedevo, dal vivo, cose che avevo sempre visto in foto sui libri di storia dell’arte.

E c’è qualcosa di oscuro e sinistro nel ritrovarsi davanti un sarcofago e realizzare che è a grandezza d’uomo.

…scoperta dell’anno anche questa, lo so, ma finché non lo vedi non ci arrivi.

Poi sono stata raggiunta dalla paladina della pioggia, la mia amica L -esatto, quella dell’inno italiano!-, e dirottata verso Camden Town. E qui, signori, è stato davvero come entrare in un altro mondo.

 

Nelle saghe di fantascienza non manca mai la scena in cui gli eroi si aggirano per un mercato composto da mercanti di tutte le galassie, giusto? Beh, Camden Town è esattamente così. Parte sottotono, una strada normalissima costellata di negozi con marche familiari, poi inizia ad assumere un aspetto un po’ più particolare, inizi a vedere abbigliamento gothic, tatuaggi e scarpe dai tacchi in metallo luccicante e poi PUFF! Esplode in una miriade di bancarelle e piccoli negozi tutti accoccolati l’uno contro l’altro.

Ora, tra la pioggia e la miriade di gente che c’era ho fatto un po’ fatica a capire com’era fatta…ci sono scalette, e archi, e tunnel, edifici alti ed edifici bassi, incroci e sale coperte, negozi e ambienti condivisi. Sembrava veramente di stare in un altro mondo, non solo per l’architettura un po’ improbabile ma soprattutto per tutte le cose esposte, che vanno dal più classico souvenir inglese alle borse fatte a mano -e che borse!-, da gioielli di ogni tipo -abbiamo visto orecchini fatti di ali di farfalla e resina, meravigliosi monili d’ambra, braccialetti di cuoio, ciondoli di qualunque materiale possiate immaginare, comprese minuscole, incredibili bottigliette con piccoli fiori all’interno- a meravigliosi vestiti di ogni stile e colore, non solo le classiche magliette da fandom -GoT va per la maggiore ma anche DW e Sherlock- ma anche bellissimi vestiti gothic, ethnic e qualcosa a metà tra Primark Style e Princess Style che non saprei proprio definire.

Per non parlare delle cose che si possono mangiare! Se lo cucinano in qualche parte del mondo lo cucinano anche a Camden Town, questo è poco ma sicuro! MI piacerebbe fare un elenco delle cose che ho visto ma il punto è che ho visto cose per le quali non ho nemmeno parole, cibi che non pensavo esistessero e cibi che sarei curiosissima di assaggiare. Quante volte devo andare a Camden Town per assaggiare tutto?

L’unica cosa che rimpiango di oggi è che non ho potuto comprare il peluche di Bastet che vendono al British Museum, perché costava troppo. Anche quello di Peter Coniglio costava troppo! Che ingiustizia…

Ok, sono le dieci e io ci ho messo circa tre ore per scrivere questo post, lasciandomi distrarre da bambini intenti in un pigiama party -ma, noto, sempre più che disposti a farsi dare un sacco di bacini della buonanotte-, da mail da scrivere, da correzioni da fare a terzi quarti e quinti e, non ultimo, chat in tremila direzione.

Poi ecco, non è che sia un post proprio cortissimo. Buonanotte!

 

 

*by the way, a questo punto della giornata, su una scala mobile tra London Bridge e Tottenham Court Road, incrociavo Gerry Scotti. Storia vera. Non era troppo felice di vedermi, anche se io gli ho detto buongiorno nel più cortese dei modi. Ma del resto cosa puoi dire quando incontri Gerry Scotti in metropolitana?

PS: Grazie, Universo. Davvero.

Uomini, noia e volpi

Scrivo il mio post. Bello, ordinato, puntuale, un vero diario di viaggio: dove sono stata, cosa ho fatto, con chi ero e cosa ho mangiato.

Poi lo riguardo, lo punzecchio, lo rileggo e lo trovo insipido. Schifoso. Freddo e insulso. E lo riscrivo, spesso più e più volte.

E non è un bel segno.

 

Mi chiedo se sia mio, il problema.

Una serata tra amiche, tre ragazze italiane e una finlandese. Si ride, si scherza, si insegue sotto la pioggia una maleodorante baracchina di Fish&Chips –very British-, ci si siede sotto una pensilina a guardare i treni vuoti che passano, ridendo e scherzando come matte in più lingue, tra perkele e altre cose che preferisco non ripetere.

Siamo au pair, siamo giovani, è sera e noi siamo in vacanza -well, più o meno-.

E poi…e poi finiamo a parlare di uomini. Di ragazzi, di uomini, a seconda dei gusti. Perché se io finisco invariabilmente per guardare i ragazzini -senza peraltro aver capito ancora perché- c’è chi non uscirebbe mai con uno al di sotto dei trenta, trentacinque. Circa dieci anni più vecchio, insomma.

 

E lì, tra insulti, maledizioni, storie tristi degli uomini scemi che ci hanno rovinato la vita, ammutolisco.

Ma bisogna per forza parlare sempre di uomini? Com’è possibile che noi donne, ad un certo punto, iniziamo a squadrare la stanza e a fare commenti, oppure a riflettere su come siamo vestite e come dovremmo sederci?

Queste cose mi vengono a noia in un attimo. Sarà che non mi so vestire, sarà che mi sento tranquilla senza nessuno vicino –o sarà che non so ancora chi e che cosa voglio vicino, e parlare solo di ragazzi mi fa un po’ strano– ma in qualche modo mi sembra riduttivo.

Mi chiedo se sia mio, il problema.

 

PS: oggi ho visto La Mia Prima Volpe. Così vicino che mi ha guardata negli occhi. Eh sì, Inghilterra vuol dire anche questo.

Fare o Non Fare

Oggi grandi pulizie: ho rovesciato la mia stanza da cima a fondo per pulirla, aggiornandomi sullo stato delle cose e vedendo un po’ se ci sono cose che posso riportare a casa.

Beh, non ce ne sono.

Oggi è stata una giornata pesante, non tanto per i lavori (che comunque sono stati pesanti) quanto per il fatto che non sapevo cosa volevo dalla vita. Non lo so nemmeno adesso, actually, so solo che voglio una doccia veloce, un piumone bianco e un film, molto probabilmente Labyrinth perché non l’ho ancora mai visto.

Shame on me.

Ma non sapevo se volevo andare a Londra domani, non sapevo se volevo risparmiare e stare a casa, non sapevo se volevo comprare alle mie amiche proprio quei regali, dei quali non sono soddisfatta neanche un po’ ma è tardi per tornare indietro, tardi per cambiare piani, tardi per avere la mente lucida. Uff.

Sono una persona indecisa, non posso farci niente.

Prima di fare qualcosa ci penso sette volte, poi mi fermo, faccio il giro e ci penso sette volte ancora, finché non mi butto. E non sono convinta neanche allora.

Mi sovviene che domani c’è il Gay Pride a Londra. Interessante!

Quindi, in sintesi, oggi pensare al futuro era un peso, un peso che di solito non sento perché vivo giorno per giorno, ma oggi anche solo decidere dove mettere il piede sembrava complicatissimo.

E stanotte, mi ricordo, ho sognato di uscire con un ragazzo. Alto, biondo (il che è strano perché a me non piacciono i capelli biondi, in genere), del tutto simile a Scott dei Penthatonix. Che, mi fanno sapere dalla regia, sarebbe in effetti gay.

Quindi, anche se in effetti un minuto fa stavo per ringraziare l’Universo per aver mandato un suggerimento alla mia domanda di ieri –cosa voglio dalla vita?-, se non altro perché mi sono svegliata felice, ora sono di nuovo da capo.

Universo, perché mi mandi in sogno un ragazzo gay? Fammi capire…

Tornare

Ci sono persone che, nel tornare a casa, muori dalla voglia di vedere.
Persone che ti sono mancate, persone che sai che ti scalderanno il cuore, persone amate che ti faranno star bene.

Alcune non le potrai vedere: il loro corpo è troppo distante, troppo impegnato o troppo poco impegnato per riuscire a pagare il prezzo, in tempo e denaro, di una visita.

Altre avranno il cuore troppo distante: persone a cui non passerà neanche per l’anticamera del cervello che un loro sguardo possa farti felice o regalarti della forza, persone per le quali non fa differenza averti a mezz’ora di macchina o due ore di aereo.

Alcune accorreranno alla tua chiamata, riallacciando come se niente fosse i rapporti che troppo a lungo sono stati allentati, confortandoti e ricordandoti che ovunque andrai ci saranno sempre.

Altre offriranno senza chiedere né pensare, ruberanno senza riflettere, senza giudicare, con egoismo mascherato da tenerezza mascherata da egoismo. Neanche io so cosa c’è veramente sotto.

E poi ci sono quelle persone che ci saranno di certo, quelle persone che non potrai evitare, quelle persone alle quali vorrai dire il vero motivo per cui sei migrata in un altro paese.

E non lo potrai fare.

Oltre la Tana

Volevo parlare della mia camera, di come amo le sue pareti bianche, lo specchio grande quasi quanto il letto, la moquette morbida e il mio piccolo bagno dalla doccia incredibilmente spaziosa.

Volevo parlare del mio letto, di come mi piaccia, a fine giornata, raggomitolarmi sotto il piumone estivo, fregandomene del fatto che le persone normali dormano con il cuscino contro il muro e i piedi dall’altra parte, di come abbia creato un angolino morbido con la coperta arrotolata e i cuscini ad angolo retto, di come non abbia mai dormito meglio in un letto che non fosse quello che ho a casa.

Volevo parlare di come ho riempito la mia camera di cose mie, di come sia il mio piccolo regno, il mio rifugio dove creo, canto, penso, scrivo, impazzisco, guardo film e mi commuovo, guardo dalla finestra il sole che tramonta e incendia ogni cosa, scrivo post che spesso non hanno né capo né coda.

Volevo parlare di com’è bello avere qui, in un posto così distante da casa, un posto che posso rivendicare come mio, specie alla fine di una giornata dura come quella di oggi, in cui non c’è stato un attimo di respiro e alla fine c’è pure stato un ammutinamento al quale tutt’ora non so come avrei dovuto reagire.

Il fatto è che sono stanca, perplessa, sporca (magari non sporca ma una bella doccetta me la farei) e l’unica cosa che vorrei è buttarmi nel mio letto, con Harlequin, a cavalcare il dorso dei draghi, a fremere per l’incontro di due personaggi che una volta erano amanti e ora…e ad impanicarmi per un altro personaggio che sta per essere divorato.

Invece sono qui, a sbattere contro i miei errori riflessi sulle labbra di un’amica in difficoltà, a guardarmi ancora indietro, a consigliare smetti di guardarti indietro e inizia a pensare cosa vuoi dal tuo futuro e dal tuo presente.

Ipocrisia a parte…

…suona quasi come un ammonimento dell’Universo. E sì che più di una volta ho pensato di chiudere i battenti, tagliare i ponti definitivamente con tutte le persone del mio passato che mi avevano messo in difficoltà. Per amore di ordine, perché non troverò mai persone positive, nuove e brillanti se non mi libero dei fantasmi del mio passato.

…ma come si fa ad andare da una persona e dire non voglio mai più sentir parlare di te, mi hai fatto troppo male in passato quando in realtà non si sta facendo altro che aspettare che faccia qualcosa per riscattare quel dolore?