Il mio Universo

Ma io volevo essere a letto a quest’ora, con la testa sprofondata nelle verdi terre scozzesi, a sentire nelle orecchie Jamie che dice Sassenach. Per i più curiosi, sto leggendo la saga di Diana Gabaldon.

Invece –come spesso succede quando si hanno a disposizione questi potenti mezzi– ho perso una mezz’ora ad acculturarmi sugli archetipi dei gruppi di cinque, a imbattermi in elementi della mia infanzia –e ascoltare certe cose fa venire cinque centimetri di pelle d’oca– per finire a scrivere il post adesso.

Self control zero.

Ero quindi tentata di riassumere una giornata tutto sommato innocua e tranquilla in poche righe, ma il fatto è che non importa cosa inizi a scrivere, l’impulso è sempre di descrivere Lui, il Padrone del Destino, il Sorriso Onnisciente, lo Sguardo che Culla la Speranza, il mio Universo.

E inizio a sospettare che sia tutta una sua manovra per spingermi a scrivere questo dannato libro.

 

Ma voi che idea vi siete fatti dell’Universo? No, perché a questo punto vorrei capire se è solo un problema mio.

Quello che volevo

E’ sempre lì. Sorride, e oh se il sorriso gli dona.

Mi guarda, inclina la testa, gli si arricciano gli angoli della bocca come ad un gatto. Lo so cosa sta pensando, Allora, non era quello che volevi? Le spirali che mi ha lanciato ieri si sono tatuate sulla mia pelle, attorno ai polsi e lungo le dita, come tracce di potere.

Sì, Universo, era quello che volevo. Era proprio quello che volevo.

E resta pure lì a sogghignare, che quando meno te lo aspetti –sigh, come se fosse veramente possibile– ti ritrovi un libro scritto tutto su di te. Mio bel marrano.

 

Sto facendo i bagagli. E’ incredibile quanta roba ho accumulato in soli 5 mesi…ho dovuto sacrificare un po’ di libri –ne ho comprati più di trenta– e ne porterò qualcuno al mio charity di fiducia –dal quale, ironia della sorte, ne ho comprati almeno la metà– anche se non li ho ancora letti. Ah, i piccoli viaggiatori devono essere leggeri, e io sto buttando via tutto quello che posso.

Che altro? L’Universo mi ha lanciato addosso più di una possibilità –al punto che ho quasi l’imbarazzo della scelta, e non scherzo– e nonostante sia lunedì la giornata non mi ha ucciso. Ho comunque un sonno bestia –infatti dubito che resterò online oltre le nove– ma sono tutto sommato felice.

 

E poi boh. Afferri al volo i boomerang emotivi e ritrovi la presa confortevole, il legno solido, i colori brillanti che nel tempo non si sono rovinati. E ti ritrovi seduta nel cortile, a giocherellare con il boomerang, lanciarlo in aria e riacchiapparlo, a guardare il cielo e farti domande.

Finché sono in grado di acchiappare i boomerang al volo mi ritengo al sicuro.

Buonanotte.

Boomerang

Eccolo.

Lo vedo, se ne sta lì in piedi, con la sua camicia azzurrina, il braccio coperto di braccialetti, e mi guarda. Mi sfida. Mi sorride di traverso.

Ho fatto la mia mossa. La tua quale sarà?

Domanda da un milione di dollari. Lui lo sa cosa mi ha messo in mano, le vede le spirali che mi vorticano attorno alle mani. Me le ha lanciate addosso e mi ha sfidato ad acchiapparle, prima che mi si avvolgano addosso e mi stritolino.

L’Universo mi ha lanciato la sua sfida, e forse dovrei fermarmi, chiedermi cosa sto facendo e dove sto andando prima di rispondere.

 

Ho passato la giornata a oziare e ammortizzare il colpo. Dopo la trasparenza di ieri è arrivata l’inutilità: me ne stavo, stamattina, in cucina, aspettando che la lavatrice finisse un ciclo, e in qualunque posto mi mettessi intralciavo qualcuno e non c’era nulla che potessi fare per aiutarli mentre aspettavo.

Direi che è una buona analisi di come mi senta al momento.

Quindi mi sono immersa nella Scozia della Gabaldon, giusto per riposarmi un po’ in vista del rush finale, finché La Sfida dell’Universo non è tornata indietro, come un boomerang, colpendomi alla nuca. Non sono baci, questi, è proprio La Sfida che arriva.

Ora, non ero già abbastanza provata dal mio recente licenziamento –e, va detto, piuttosto incline a chiudermi in casa per le prossime dodici settimane– e dalla situazione in casa? Avevo anche bisogno di un boomerang emotivo che tornasse indietro con generica noncuranza?

Tu Vedi Più Lontano Di Me, ma la mia miope risposta è magari no.

 

Una cosa va detta, io non mi annoio mai.

Trasparente

Se qualcuno mi guardasse in questo momento non mi vedrebbe.

Mi sento vuota, trasparente, inconsistente e diafana. Saranno le millemila cose che mi si agitano dentro e che non voglio ascoltare, sarà lo shock che poco a poco si fa strada nella mia mente, sarà che per altre due settimane almeno dovrò restare qui con una famiglia che mi ha -anche se indirettamente- rifiutata e vorrei essere invisibile perché ho paura dei loro pensieri su di me, sta di fatto che oggi mi sento senza identità.

Credevo di essere frizzante, come il sidro alla fragola che abbiamo bevuto ieri e abbiamo soprannominato shparkling shampoo, credevo di avere un po’ di personalità, come il sex on the beach che ha aperto la serata –anche se non proprio così- o dolce come pineapple juiceche poi è il mio vero e unico drink per quando esco– e invece oggi mi sento come un bicchiere d’acqua, come qualcosa con dentro niente, qualcosa di anonimo.

Nel frattempo le possibilità si moltiplicano: potrei trasferirmi a Londra -sempre ammesso che io trovi un lavoro con cui pagarmi un tetto- oppure tornare a casa e ritornare in Inghilterra in Gennaio con una nuova famiglia. Sempre ammesso che poi mi venga voglia di tornare.

L’unica consolazione al momento è la scoperta dei libri di Diana Gabaldon. Grazie al cielo sono una marea.

Incredulità

Viaggio nell’incredulità.

Questi bambini tra due settimane non saranno più miei. Non oso pensare alla reazione che avranno quando i genitori glielo diranno.

Non scenderò più queste scale, non camminerò più su questa moquette, non dormirò più in questo letto. Il mio universo si capovolgerà ancora.

Eh sì.

Che altro c’è nella valigia di oggi? Ah, sì, l’incredulità e l’invisibilità.

Scusa, caro cameriere, se non ho quel bel musetto abbronzato, la bocca perfetta e la faccia da attrice, ma potresti fare almeno finta che io esista. No, giusto per.

E poi…un po’ di dubbi.

Dubbi tipo ancora au pair o no? Solo perché vorrei qualcosa di più leggero che mi permettesse di fare anche altro. Un corso di massaggio, ad esempio.

Oppure trasferirsi a Londra e ciao? E perché non Dublino? Ehm.

 

C’è anche il richiamo di casa, che ha la voce dei Pentatonix. Così buffo che in questa ultima settimana io non abbia quasi mai cantato. E sì, la voce dei Pentatonix mi richiama a casa.

Anche se so già che, se torno, poi non me ne vado più.

Licenziata

Sono stata licenziata.

E’ tanto assurdo che all’improvviso tutto abbia una luce diversa? Voglio dire, mi guardo attorno in camera e mi viene da dire troppa roba, sei una viaggiatrice e sei troppo pesante. Porto i bambini all’asilo e la voce degli sconosciuti suona familiare. Scendo in cucina e il profumo della casa mi sembra alieno.

Non capisco.

In due settimane devo lasciare la casa. Riesco solo a pensare che ho troppi libri –il che effettivamente è vero– e che dovrei trovarmi una famiglia con meno bambini e meno cose da fare –quattro è veramente un incubo– ma tutti mi guardano strano perché non sono disperata e non mi strappo i capelli.

Non ancora, diciamo.

E’ vero, sono a chilometri e chilometri da casa e non ho più un tetto sopra la testa –no, ok, in due settimane sarà così– ma riesco ancora a vederla come un’opportunità: il lavoro di prima mi stava stretto, perché non approfittarne per cercare lo stesso lavoro ma un po’ meno soffocante?

Certo, non posso fare a meno di sentirmi un po’ in dubbio: avrei potuto fare diversamente? Avrei potuto tener duro di più, stringere i denti? A pensarci bene forse la risposta sta nella settimana infernale che ho passato e che avete ben visto, e questa è l’ennesima sfida dell’Universo.

Probabilmente ieri si è sentito provocato.

Sarà dura andarsene. Farò del mio meglio per trovare un lavoro nei dintorni, perché mi piace il posto, mi piacciono le persone che ho incontrato e mi dispiacerebbe perdere completamente di vista la famiglia, però allo stesso tempo non sarò più qui con loro, non avrò più la mia stanzetta –il mio letto!– e i miei bambini che mi prendono in giro quando parlo italiano e mi esclamano Mamma mia! addosso.

Eh.

Prendiamola come una sfida. Facciamo del nostro meglio per avere il meglio da essa.

 

L’unica cosa che veramente mi sta amareggiando della situazione è come le persone che ho appena conosciuto qui si stiano facendo in quattro per aiutarmi e molte delle persone che invece conosco da anni hanno fatto scena muta.
Giuro, a volte mi chiedo se nonostante tutte le mie belle parole io sia una persona odiosa che nessuno vuole avere intorno…°_°

Mi piace

Mi piace pensare di amare il disordine perché, in fondo in fondo, sono una creatura selvaggia.

Mi piace leggere le mail spigolose di persone che amo e i commenti morbidi di perfette sconosciute, e notare come si completino a vicenda in perfetto equilibrio.

Mi piace vedere come a volte basta una domanda per appianare giorni di paure.

Mi piace svegliarmi nel bel mezzo della giornata, come un bruco che ha passato troppo tempo nel bozzolo, e scoprire che vivere mi piace ancora, che anche le piccole cose mi danno soddisfazione, che vedo ancora la luce.

Mi piace mettermi in modalità uragano e fare in un solo moto di entusiasmo le millemila cose che di solito ci metto vent’anni a fare.

Mi piace scrivere a persone che non sento da settimane e scoprire che stavano pensando proprio a me.

Mi piace innamorarmi dei personaggi dei libri, a volte al primo capitolo a volte dopo un po’, commuovermi per il loro coraggio, per la musica che hanno dentro, per le loro scelte e per come mi parlano.

Mi piace finire la giornata mettendo in ordine i miei pensieri e trascrivendoli in attesa che rivelino la loro utilità.

Mi piace raggomitolarmi nell’angolo del letto con Harlequin, seppellirmi sotto la coperta, contare le mie benedizioni e augurare buonanotte all’Universo.

Che ha tanta, tanta pazienza.