Sharpen

Su Gimp –il programma che uso per graficare– c’è una funzione che si chiama sharpen, affila.

Rende le immagini più nitide, nel limite del possibile. Se lo si usa troppe volte l’immagine viene un casino e ti pare di poterne toccare al tatto la ruvidezza.

Affila.

La cosa che veramente mi estasia di questo momento è che sto provando una serie di emozioni così vivide e così contrastanti tra di loro che è quasi strabiliante.

Credo di essere grata all’Universo per il semplice motivo di essere in vita e in grado di provare questo groviglio di cose.

Anche se sembro fatta vi assicuro che non lo sono.

 

Sabato inizia il Gishwhes. Panico assoluto e totale perché una lista di cose come Gingerbread Villages are always so cute and quaint. Make a gingerbread village that shows urban blight: needle exchanges, prostitution, heavy police presenceHave the proprietor of a crowded sports bar turn off all the televisions. Then, you must serenade the patrons with a song accompanied by an acoustic guitar. The video must show the proprietor turning off the TVs, and the patrons’ reactions as you (and a friend if you wish) sing the song non porterà a niente di buono e io mi chiedo ancora come mai ho accettato di farlo e non so che fare non so come uscirne.

Se non sapete cosa sia il Gishwhes prima vergognatevi e poi andate qui.

 

Ho una cosa bellissima da leggere e devo combattere le due opposte forze che vogliono a. che io lo legga più in fretta possibile nel minor tempo possibile e b. che io mi moderi in virtù della comprensione, della concentrazione e della conservazione del mio posto di lavoro.

 

E’ estate, il mio HF è a casa, i bambini sono a casa e si annoiano. Questo significa che io passo un terzo del mio tempo a fare cose –bucato, pulizie, riordinare– un terzo a cercare di allontanare i bambini dai loro cellulari e un terzo a preoccuparmi di star facendo abbastanza, perché con il padre che cucina e i bambini a casa da scuola mi par di non star facendo niente,

E il vero problema non è quello che io faccio ma il modo in cui viene percepito dalla famiglia.

 

Ho appena realizzato che il bellissimo –e lunghissimo– nastro verde brillante che mi ostino a tenere in casa senza una ragione apparente e la bellissima stoffa azzurrina con farfalle verdi e gialle –quanto è bella questa frase, farfalle verdi e gialle– matchano perfettamente.

E che io ho bisogno di una borsina.

Piccola piccola, per quando mi serve solo il portafoglio.

E me la faccio. Diamine se me la faccio.

ricorda improvvisamente di avere anche del jeans da qualche parte e squittisce

 

Ho iniziato a suonare l’ocarina.

Va tutto bene finché faccio una cosa una volta. Il 70% delle volte, giuro, azzecco le note a caso.

Quando però riparto da capo…no.

E dopo un po’ la frustrazione –perché sto suonando questo stupido strumento quando sono millemila volte più brava con la voce?– mi assale.

Quella bellissima cosina nera rischia di fare una brutta fine.

 

C’era una lingua che credevo di parlare.

Credevo di saperla parlare ed esserci anche brava.

Perché oh, con la persona con cui l’ho studiata facevamo certi discorsi complicati. Non facevamo altro che discutere.

Invece non la parlo.

Neanche un paio di parole.

Era un dialetto.

Minimo.

Insignificante.

In realtà non so parlare.

 

C’è il sole, fuori.

Tanto sole dopo un paio di giorni letteralmente agghiaccianti.

C’è il sole e io spero che questo stato allucinante di delirio passi in fretta.

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