Il Popolo dell’Autobus

Ieri, a parte l’esperimento della Writer’s Toolbox –d’ora in poi, per comodità, WTB– non ho postato.

Vuoi per le mie recenti giornate un po’ piatterelle, vuoi per la stanchezza, vuoi per l’eterna lotta contro il segnale della connessione –che anche in questo momento, sospetto causa pioggia, c’è ma fa finta di non sentire– ma alla fine della giornata il dubbio che il mio post non avesse poi quel gran valore ha avuto la meglio su tutto.

Stamattina, però, la voglia di scrivere un post mi ha assalita addirittura prima delle otto del mattino, mentre accompagnavo T alla fermata del bus con la macchina.

abbiamo un accordo specifico: una e una sola volta alla settimana può chiedermi di portarla alla fermata, tipo se ha tante cose da portare a scuola o ha sonno o si è svegliata tardi. Dopotutto ci vogliono solo sei minuti, a piedi…

Nello scendere ha commentato la presenza di un ragazzino alla fermata, uno che non è a scuola con lei –naturalmente, dato che è una scuola femminile- -esatto, qui esistono ancora queste cose– ma con il quale a quanto pare chiacchiera mentre aspetta il bus.

In quel preciso istante sono stata assalita dalla nostalgia, dato che per cinque anni ho fatto parte anche io del Popolo dell’Autobus.

Ora. Prendere tutti i giorni alla stessa ora lo stesso autobus non è…non è solo una cosa che fai. No, diventa una specie di stile di vita, una cosa che ti entra dentro, qualcosa che ti rende parte di un clan.

Ricordo i risvegli la mattina, quando ancora in giro non c’è nessuno, gli arrivi in stazione quando è così presto che l’oscurità mescolata al freddo grida più che altro solo inverno.

Ricordo le persone con le quali, un po’ alla volta, ti ritrovavi a chiacchierare anche contro la tua volontà. Quelli che aspettano il bus nello stesso posto finiscono per far parte dello stesso clan, anche se si vestono in maniera opposta, anche se non frequentano la stessa classe, anche se non ascoltano la stessa musica.

Ricordo la musica, la colonna sonora degli anni in autobus, gli onnipresenti Nightwish che hanno dato vita a molte delle mie storie. Ricordo quegli esperimenti assurdi, fatti in coppia, di ascoltare due generi musicali diversi contemporaneamente scambiandosi le cuffiette.

Ricordo il maledetto affollamento –che qui non c’è dato che hanno autobus a due piani– e la vicinanza forzata di quei giorni in cui il ritorno a casa coincideva con l’ora di punta –cioè quasi sempre. Ricordo le corse di chi doveva uscire un po’ prima, le carovane di persone che si muovevano verso la fermata, i capannelli misti e l’immancabile sentinella che veniva bersagliata di domande è il mio? E’ il mio?

Ricordo com’era sedere nello snodo dell’autobus doppio, scivolando avanti e indietro ad ogni curva e ridendo come pazzi. Ricordo il gioco del dizionario, quando si apriva una pagina a caso e si puntava il dito alla cieca per una definizione da affibbiare a qualcuno.

 

Ricordo la follia dello svegliarsi a orari incredibili, per essere là prima.
Ricordo il sapore del latte caldo della colazione insieme prima di scuola.
Ricordo lo strappo al cuore nel veder arrivare un bus arancione e sapere che era il tuo.

 

E mi viene un po’ da piangere e un po’ da ridere, stringendo tra le dita queste istantanee e chiedendomi dove dovrei metterle e perché non sbiadiscono.

 

lo giuro, questo post non aveva alcuna intenzione di finire così

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