Jo

-Do you like mushrooms?

La domanda esce dall’oscurità e penetra nel cono di luce nel quale lavoro. Sulla porta c’è Jo, poggiata allo stipite, la faccia segnata dalla tosse degli ultimi giorni e una mano sul fianco. Non aspetta che io risponda e allunga le mani sul mio lavoro.

-Questo è bello, questo puoi venderlo.

Mi piace il modo in cui passa dall’inglese al suo italiano. Le parole sono nell’ordine giusto, la cadenza le rende solo un po’ strane all’orecchio.

-Stai diventando più brava con i colori.

Questo perché a volte i miei accostamenti sembrano fatti da un bambino con una scatola di pastelli nuovi.

-Tu hai dei piselli in frigo?
-Non ricordo, fammi controllare.

Lascio la mia stanza e attraverso il corridoio fino alla sala, senza neanche infilare le ciabatte. Questo perché sotto i miei piedi la moquette è morbida e accogliente. In frigo c’è in effetti ancora mezza lattina dei piselli che non ho finito l’altro giorno. Jo mi raggiunge lentamente e si allunga oltre il mio braccio per afferrare la confezione dei funghi e una manciata di carote.

-Stasera faccio il #########, vuoi mangiare con me?

La perplessità mi si legge rapidamente in faccia e Jo sospira, come se in qualche modo il fatto che io non sia francese la deludesse.

-E’ una specie di risotto.
-Aaaaah! Allora sì, grazie.

Allinea sul bancone tutto l’occorrente, sebbene siano solo le cinque e mezza. Le offro le mie cipolle per il soffritto ma rifiuta i piselli: ho trascurato il fatto che una volta aperti non dovrebbero essere tenuti nella lattina e ora potrebbero non essere buonissimi da mangiare.

-Però mi chiami quando è ora di tagliare sbucciare e cucinare, vero?
-Sì, sì, io te chiamo.

La sua voce si sfuma di calore spagnolo mentre torno nella mia stanza, già sapendo che mi chiamerà forse forse appena in tempo per preparare la tavola. Ma va bene così.


-E’ pronto ora.

La sento attraverso le due stanze e i dialoghi della penultima puntata della seconda serie di Dottor Who. Raggiungo la sala in tempo per mettere in tavola piatti, bicchieri e posate, inebriandomi del profumo di soffritto che riempie la stanza. Quanto tempo è passato dall’ultimo soffritto?

-Tu puoi iniziare senza aspettare me.

Mi porge il piatto, colmo di carote tagliate troppo grandi, mezzi pomodorini, fette di funghi così invitanti da farmi venire l’acquolina in bocca e del meraviglioso riso giallo.

-Io non mangio tanto perché ho il raffreddore ma tu puoi averne ancora dopo.

Ci sediamo insieme a tavola, sprofondando brevemente in un silenzio affamato.

-La gente tace, il cibo piace!

Risponde con un sorriso divertito alle mie parole: ama i proverbi italiani perché difficilmente si trovano nei dizionari.

-Ma in Francia è bene dire Mmmmh che buono!

E’ l’ennesimo pretesto per parlare di come sono strani gli inglesi: qui i miei bambini guardavano malissimo i miei versi di apprezzamento del cibo. Glielo dico e lei liquida la faccenda con un Viziati…,proseguendo con una valanga di domande: ho più sentito Verde Acqua? Domani uscirò con i miei amici? Ho mandato quella mail che mi ha suggerito di mandare, per pubblicizzare i miei gioielli? E l’amico che deve venire per parlare francese?

-Tomorrow I can take home your antibiotic, if you’re not feeling well.
-No, perché poi vogliono che vado io, e ti fanno storie, e meglio di no.

Guarda il mio piatto quasi vuoto e ripete.

-Io non sento molto il saporito e non mangio più ma ce n’è ancora.

Ci siamo entrambe servite due volte perché era molto buono: la ringrazio e le porto via il piatto.

-Visto che tu hai cucinato i piatti li faccio io…tanto so che non mi dici di no.
-Io odio fare i piatti!

Riordina al mio fianco mentre mi ustiono le mani litigando con il miscelatore, che non sembra avere alcuna via di mezzo.

-Ho parlato con mio padre, ieri, ha portato la mia sorellina ad un concerto a Milano. Sta crescendo…io non ci sono mai andata ad un concerto!
-I piccoli sono sempre viziati, tu dovevi dire a tuo papà che lui non ti ha mai portato a un concerto.
-Ma no, non è lui che non mi ha portato, sono io che non ci sono mai voluta andare!

I piatti sono quasi asciutti per l’acqua calda e li impilo di nuovo nell’armadio dopo una veloce passata di straccio. Jo mi porge la pentola ancora calda, che si lascia lavare senza far storie.

-Tu non sai tanto di musica italiana, io so più di te in cultura.
-Ma quest’estate vado al concerto di Morricone!
-Oh, sono stupita che conosci lui, tu sai così poco del tuo paesse.

Ridiamo insieme, sullo sfondo le voci di un documentario francese che per quanto mi sforzi non riesco a decifrare.

-Cosa c’era nel riso perché fosse giallo?
-Curcuma, fa bene alla salute. Se ti piace tu puoi fare il riso anche per te, se vuoi.

La ringrazio in inglese, per abitudine. All’inizio era così strano navigare in mezzo a queste onde di italiano e inglese mescolati…questa alternanza di termini che la mente si rifiuta di tradurre, o l’abitudine, o semplicemente il bisogno di esercitarsi: lei mi parla in italiano e io le parlo in inglese.


 

Stasera andava così, e mi piacevano così tanto le parole di Jo che ho voluto metterle nel mio post. Voleva essere più un racconto che un post ma qualcosa è andato storto e non è uscito bene come volevo.

E’ stata una giornata tranquilla, oggi: le solite creazioni a tutto spiano, moooolte più idee di ieri e la doppia notizia, buona/cattiva, che domani non occorre che torni a Drayton per una giornata di lavoro. Meno casini ma anche 50 sterline in meno.

Per contro alle undici e mezza ho anche un colloquio da Starbucks, quindi se poteste incrociare le dita per me…

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