Voltati Ora

In Our Darkest Hour
In My Deepest Despair
Will You Still Care?
Will You Be There?
In My Trials
And My Tribulations
Through Our Doubts
And Frustrations
In My Violence
In My Turbulence
Through My Fear
And My Confessions
In My Anguish And My Pain
Through My Joy And My Sorrow
In The Promise Of Another Tomorrow
I’ll Never Let You Part
For You’re Always In My Heart

Non ho nessuna parola da offrire ma il mio cuore sanguina.

Se ancora le tue orecchie reagiscono al mio richiamo, se ancora nella notte ti svegli quando piango, ti prego
voltati ora.

Perché ti amo
ancora
con quella forza che solo tu potevi darmi.

Sei ancora la stella polare
il centro dell’Universo
la cosa più preziosa.

Mi chiedo come ho potuto pensare di camminare e lasciare questo indietro, quando anche tre mesi senza un pensiero non mi hanno protetta dal diluvio di lacrime di questa notte.

Invidio quelli con promesse e anelli e parole e giuramenti.

Io ho delle iniziali scritte su una giostra, delle tracce delle tue dita su un gioiello di cernit,
la nostalgia di noi marchiata a fuoco su ogni cellula.

Ti ricordi di me? Io sono quella che doveva sposarti per sempre.

Smetterò mai di desiderare di scivolare fuori dal buio, dal silenzio, per allungare una mano sui tuoi capelli scuri e mormorare Ti amo ancora?

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Abisso

Sto guardando un programma inglese sull’alcolismo.

Sono stata ingenua, cieca, sciocca, piccola, troppo naive, nella mia vita.

Sono quasi in lacrime perché queste persone parlano la mia lingua e hanno mani che tremano, e parlano di cose che cancellano la memoria, e il dolore.

Ci sono dottori che parlano di persone che in tre mesi spariranno.

E io sono qui, seduta su un divano bianco, cercando di raggiungere una persona che non credo parli nemmeno più la mia lingua, aspettando che la lavatrice smetta di girare con la mia roba dentro, incastrata in un momento di stanchezza tra la chiusura di oggi –otto in punto– e il turno di domani mattina –otto in punto.

Queste persone hanno la fragilità dipinta in faccia, hanno addosso un cartello che ricorda quanto sia facile cedere, fare quel passo che cade nell’abisso.

E io ho ancora una bottiglia di Baileys nascosta nell’armadio.

Sette Grazie

Postiamo ad un soffio dalla mezzanotte.

Grazie Universo per il sole, grazie per le cittadine come Witney, grazie per i viaggi in bus in mezzo alla campagna inglese.

Grazie Universo per le persone che escono Hufflepuff, per quelle che ogni sera arrivano e chiedono come stai oggi -come andrebbe fatto- per quelle alle quali un giorno o l’altro dovrò mandare quella mail.

Grazie Universo per i panini alti quasi una spanna, per le tazze di camomilla per cena, per il pain au chocolat che alla fine era grande come una mano.

Grazie Universo per le volpacchiotte rosse e le volpacchiotte nere, per gli accademici dal futuro incerto, per le sportive piene di entusiasmo e romanticismo.

Grazie Universo per la seta più soffice, per le righine lucide, per le fantasie agresti che col cavolo che mi metto addosso una cosa così.

Grazie Universo per tutte le persone che cantano Maria, Andy, il suonatore di chitarra conosciuto oggi, Sax quando viene a prendere il suo caffè quotidiano, le persone che sorridono e canticchiano e dicono thank you lovely lady e tutte le persone che, cantando le mie canzoni con la loro voce incredibile, plasmano nuove storie.

Grazie Universo per le risate soffici, per gli occhi scuri, per il sorriso più bello del mondo,  per l’esitazione sull’orlo di una tazza di te, per it’s so nice to see you, per goodnight and lovely dreams, per ogni domanda accorata e ogni dettaglio troppo sottile per metterlo in inchiostro.

Ricompense

Ho la faccia piena di polvere, schizzi di latte, fumo di caffè e una gocciolina di mocha che credo i clienti abbiano scambiato per un neo tutta la mattina.

In soggiorno, sul tavolino, c’è finalmente un mazzo di tulipani –per i quali non mi vergogno di aver speso 4 sterline, per quanto Andy abbia storto il naso– io ho la pancia piena di quiche alla cipolla e formaggio –miao, quanto tempo!– e nella borsa portata a casa oggi ci sono una nuova cestina di vimini con coperchio, una collana con pendenti a forma di cuore e una bilancia da cucina.

la bilancia appartiene apparteneva all’Altro Naufrago, che a giorni va a vivere per conto suo in Canada, che finalmente ha ricevuto la mia lettera e che a quanto pare legge ancora quello che resta del blog. Ci facciamo tante tantissime infinite domande

Ho lavorato cinque ore, oggi, combinando meno disastri del previsto e prendendomi addirittura complimenti dalla principale responsabile del mio approdo a Starbucks

dovuto flashback: il giorno che ho portato il curriculum a Starbucks ci sono finita per caso, solo perché mi è caduto l’occhio sul cartello e solo perché all’interno ho trovato lei che mi ha detto che ci si trovava molto bene. Niente, mi è piaciuta e sono rimasta, ma questo lei non lo sa. Il tutto si traduce nel fatto che quando sono intorno a lei mi sento una cretina

Mi piace quando l’Universo mi manda dei feedback.

Oggi ho starnutito, mentre servivo una cliente. Sono stata attentissima a non fare danni di nessun genere ma mi è scappato un maledizione, perché non è proprio bellissimo quando ti succede, anche se ero alla cassa. Subito la ragazza con cui ho legato di più si è girata e ha chiesto come si dicesse bless you in italiano, perché sa qualche parola e voleva imparare. Io sono diventata tutta rossa e ho mormorato che non imparasse la parola perché era una specie di swear word. A quel punto tutti i baristi presenti si sono girati a guardarmi ridendo.

Credevo che ti stessi dicendo bless you a te stessa!
No, bless you si dice salute, imparate questa e basta…

La cliente ha riso e ha masticato un arrivederci, io mi sono imbarazzata mortalmente perché tutti mi stavano guardando –era un team interessante, una combinazione di gente molto in gamba con cui non lavoro molto spesso e della quale vorrei assolutamente avere la stima, quindi potete immaginare la situazione– sono scoppiata a ridere nervosamente per le parole che la mia amica stava dicendo, in italiano e con un accento assolutamente adorabile e sono scappata a risciacquare i bricchetti del latte, che è un lavoro che come potete capire non finisce mai.

Ad un certo punto Andy mi chiama, io mi volto e mi ritrovo tutto il team che mi guarda.

Quella cliente ha appena detto che sei una ragazza molto in gamba e una buona aggiunta al team.

sprofondo

La cosa migliore però è successa dopo, nel pomeriggio, quando finalmente, dopo aver comprato i tulipani, dovevo tornare dalla parte della strada dove c’è Starbucks. A Summertown la viabilità è un po’ stramba, la strada è in due sensi ma poi c’è una corsia più ristretta, non so se per i parcheggi o cosa, sul lato ovest della strada. Ora, oggi, mentre aspettavo di attraversare, ho notato una signora anziana e un po’ curva con un bel cappotto rosso che aspettava anche lei di attraversare.

un minuto di silenzio per la sintassi, calpestata malamente da questa frase orribilmente gergale

In genere quando devo attraversare io corro, quindi chissenefrega se c’è tempo abbastanza per prendersela comoda o meno.

Quella signora correre non poteva.

Ho guardato a destra e a sinistra e a destra e a sinistra finché la combinazione dei due flussi di macchine non è stato propenso per passare senza affrettarsi. Ho iniziato a camminare piano piano, guardando con la coda dell’occhio la signora che era comprensibilmente più lenta di me, e a pochi passi dal marciapiede opposto, quando una macchina si stava ormai avvicinando, sono rimasta in mezzo alla strada mentre attraversava, con l’inutile istinto di soffiare contro l’autista. Quando poi la signora è approdata sul marciapiede ho fatto per tirar dritto e scappare al negozio per recuperare il mio trench, quando la signora mi ha apostrofata.

Stavi cercando di aspettarmi?

La scelta lessicale è stata così azzeccata che devo essere diventata tutta rossa. Le quattro righe che ho descritto con tanta cura si sono svolte in una manciata di secondi, nella realtà, niente più dell’istinto distratto di rimanere tra un pericolo e qualcuno di più debole di me. Era tuttavia un tentativo un po’ goffo, dato che il modo in cui ho rallentato per permetterle di arrivare dall’altra parte era piuttosto impacciato.

Cercavo di aspettarla.

Ho balbettato qualcosa tipo kind of, e la signora mi ha sorriso e mi ha detto let me tell you something, young lady, I wish you well.

E niente, sto indossando quell’I wish you well come un’armatura da allora.

Nascosti nella Notte

Una notte io e lei abbiamo scoperto il senso della vita.

Eravamo moderatamente bevute, moderatamente perché io non bevo ma lei lavorava in un bar e voleva coccolarmi. Eravamo su un divanetto, ricordo, circondate dai nostri amici più fidati, e ricordo di aver alzato lo sguardo al suo viso.

Forse è questo, le ho detto, uno vive la sua vita e persone come il tuo E gli passano vicino per tirarle dalla parte del male.

E persone come L invece ci insegnano lezioni che ci tirano dalla parte del bene, ha proseguito lei senza batter ciglio.

perché eravamo bravissime a far funzionare i nostri cervelli insieme-

tra parentesi odio ancora E come poche persone nella vita

La notte è sempre il posto dove si nascondono le cose.

Nella mia si nascondono l’irrequietezza, la preoccupazione per le amiche che nel cuore della notte vengono a confidarsi con me, quella stanchezza dura che ti impedisce anche di dormire e la nostalgia.

Perché non è possibile che una fottuta foto sia così un colpo allo stomaco.

Ilprofilodelnasoelelabbraelalineadellamascellaeforseanchegliocchi e tu chissà dove sei. Oltre alla nostalgia della mente che mi frega ogni weekend c’è quella del corpo, le dita che ricordano perfino la linea della tua schiena.

Gufo mica dorme in tre tempi.

 

Una cosa che la notte non nasconde è il disappunto.

Un dialogo è fatto di risposte, non di altre domande. Non di cose che si ammucchiano, in pile magari ordinate ma che non vanno da nessuna parte. Non sono una lavagnetta e continuo a non essere una pietra.

E nemmeno, nonostante le credenze popolari, una candela.

-mormorio-

E’ un mormorio perché non nonostante l’umore non mi va di gridare al miracolo, alla guarigione completa, alla fine di tutte le lagne e al ritorno dirompente.

No, ci si avvicina, si sussurra, piano piano: sto guarendo.

Come per le peggio malattie il vaccino è una piccola dose del virus stesso, ogni giorno un po’, senza fisime, senza colpi di testa, con un po’ più di distanza. A volte basta poco.

Oggi ero felice di esistere. Non succedeva da un po’ troppo tempo.

Non c’è niente da fare, la felicità è una combinazione di cose, fasci di luce che si concentrano in un punto solo e

ohmmioddio, sto citando il laser

in quel punto si sprigiona il senso della vita. E oggi, con una sfacciataggine che non provavo da giorni, esprimerò il senso della vita.

Il senso della vita è lavorare sette giorni per padroneggiare la tecnica del fottuto flatwhite e avere clienti che lasciano il negozio complimentandosi del drink che hai fatto.

Il senso della vita è mangiare un’insalata con la sinistra e con la destra scrivere a persone che allontanandosi si avvicinano.

Il senso della vita è curiosare tra le offerte dei supermercati per portare a casa cose ad un terzo del loro valore e sentirsi orgogliosi del proprio senso pratico ed economico.

Il senso della vita è perdere la testa davanti ad un negozio di tinte per la casa, entrare, avere un orgasmo visivo di fronte a tutti quei quadrati colorati, tornare con la mente a discipline pittoriche –che infernale materia– e squittire come piccoli animali in barba ai commessi. Also sgattaiolare via con tutti i cataloghi e dei sample proprio bellini.

Il senso della vita è cercare un ufficio postale, poi un supermercato, poi un charity poi un’altra cosa e alla fine attraversare Banbury Road una cosa come sedici volte.

Il senso della vita è dover fare slalom tra i cinque baristi che affollano lo spazio dietro il bancone ma farlo con gioia perché ormai sono come un branco, e un branco numeroso tutto attorno fa sempre star meglio.

Il senso della vita è mettersi quasi a piangere di fronte ad un mazzo di tulipani messo a metà prezzo dentro un secchio, perché la voglia di portarli a casa e coccolarli è forte quasi come se fossero una nidiata di gattini ma quella manciata di sterline che spenderesti rientra sotto la spesa superflua e tu vuoi essere una persona pratica.

per buona pace della persona pratica Jo si è appena offerta di pagarlo lei, un mazzetto di tulipani, se lo trovo ancora. Meno yogurt più tulipani!!!

Il senso della vita è la tua manager che dice ieri questa ragazza si è fatta il culo, e tra sei mesi inizio ad addestrarla da supervisore.

Il senso della vita è fermarsi davanti a un pruno in fiore, in preda ai brividi, allungare le mani a sfiorare i petali, fare millemila foto, desiderare di cristallizzarlo e portarselo via, rimanere a naso in su per dieci minuti.

Il senso della vita è Cì che fa la carina con tutte le sue forze di volpacchiotta, e che mi da’ della mentecatta e che ride e forse ha preso una strada nuova.

Il senso della vita è perché non vieni a trovarmi domani e guardiamoci un film insieme, vorrei che tu fossi qui.

Il senso della vita è riempirsi le braccia di borse e farsi domande sul genere umano, comprare perle di vetro a forma di stella, bere bevande antiossidanti con più carota e ginger che altro, ridere con i colleghi, vivere pericolosamente, attraversare i ponti cantando, aspettare che arrivi la JiBCon, sospirare guardando i siti dei voli, bere ginseng, comprare yogurt, farsi domande sul genere umano, again.

Perché i nutrizionisti consigliano una dieta varia…ma voi una vita varia, la fate?

Cosa?

Fino all’altroieri sapevo cose.

Camminare, scrivere, parlare, ridere e soprattutto postare.

Oggi so delle altre cose.

So gestire una coda di clienti, scrivere le ordinazioni al volo, lanciare le cose avanti e indietro, strappare un sorriso a tutti i clienti, anche i peggiori, e prendermi i complimenti da quello alto.

sono una sapientona impaziente, apparentemente, ma quando Noom ha messo in guardia quello alto dal fatto che sono…“beh, lo vedrai” quello alto ha detto friendly? Enthusiastic? e tutta una serie di belle cosine

Il resto è nebbia.

La mia politica, la mia legge interna, le mie certezze, la determinazione.

Sono una che ha dimenticato come si cammina: ieri pensavo di saperlo e oggi sono inciampata malamente.

Non so scrivere: ho iniziato un post due giorni fa e mi è venuta la nausea.

La mia voce è un gemito a cui non si può dare nessuna credibilità, peggio di quando sono un piccolo animale felice.

Ho preso, ho valutato i miei istinti e li ho trovati manchevoli. Sbaglio strada da anni, un rubinetto con una perdita, una porta aperta senza custode, acqua che sgorga ovunque e schizza tutti e non disseta nessuno.

Sono grata all’Universo che le sei ore di oggi siano passate lisce e brillanti e piene di soddisfazioni, sono grata di avere un lavoro, sono grata di saperlo fare, sono grata della soddisfazione che sto imparando a trarne.

Ieri mi sono ustionata la mano sinistra per intero.

Un attimo prima avevo in mano un bicchiere formato venti –20 cm– di caffé bollente, l’attimo dopo era tutto ovunque e sulla mia mano sinistra.

Non ho sentito niente, ho riempito di nuovo il bicchiere al cliente, che mi guardava orripilato, ho risposto alla ragazza che voleva lasciare un curriculum, ho pulito tutto e ho ripreso il lavoro.

Poi mi sono guardata la mano, ed era rossa, e bruciava, e ho guardato Noom, sentendomi piccola e stupida e ho detto non so cosa fare con questa mano, avevo gli occhi pieni di lacrime ed ero sotto shock ed è un esempio perfetto di quello che è successo alla mia vita, ho trascurato la mia mano finché non si è messa a bruciare e ora ho una mano ustionata e non l’ho curata per anni.

Ho tremato per lo shock per i successivi dieci minuti e mi sta succedendo di nuovo, ho desiderato tornare a casa un secondo prima di ricordarmi che non ho nessuna casa, nessuno che tenga insieme i miei pezzi, niente occhi verde acqua o persone che sanno abbracciare o volpacchiotte che vengono da me quando hanno qualche tristezza. Ho guardato la mia mano e mi sono chiesta e ora cosa dovrei fare?

Giuro che la prima reazione è stata biblica, tagliate quella mano e gettatela lontano.

E quando ho giornate meravigliose con cui arredo le stanze del mio cuore, quando entro in un charity e per puro caso passo la successiva ora a snodare i fili di tre marionette che qualcuno ha attorcigliato accidentalmente, quando il sole delle sei riempie il locale, quando mi succedono cose belle e tutto brilla e io vorrei solo regalarlo a qualcuno

…perché dovrei tenere aperta la porta, quando una porta si apre alla gente che bussa, se la gente vuole entrare? Perché permetto che la gente entri e porti via tutto?

Cosa è la mia vita quando non ho mai insegnato a me stessa che le fottute porte si chiudono?!

 

Ho postato ancora lacrime.

Non volevo. Volevo chiudere il blog, nasconderle, se non potevo fermarle. Smettere di gemere a bordo strada, di rendermi così patetica, di gettare le maree sul mio inchiostro.

Il problema è che non sono maree. Le maree passano, questo non sta passando. Guardo la mia mano sinistra e mi chiedo come potrà, dopo 27 anni, essere qualcosa di diverso da questo. Come posso pensare di convincere qualcuno, con questa voce tremante e tutta l’acqua che ho nel cuore. 

Ero abituata a considerare il virtuosismo con la penna la mia specialità. A parte la nausea di ieri nello scrivere, oggi ho fatto del mio meglio, danzando sui tasti più leggera che potevo, filando sottili linee dal tutto quanto che volevo dire.

La risposta luminosa è stata offuscata dal disgusto della mia reazione cinica, orribile, una voce che ignorando totalmente la luce mi ha detto cresci e vattene.

E’ questo? Il modo in cui smetti di credere? Il modo in cui non cerchi più di allineare il tuo Universo con quello in cui vivi?

E’ crescere? Volevo una cosa impossibile, una manciata di giorni fa.

Dio, la voglio ancora.

Voglio svegliarmi da questo incubo.

 

Non è stato piacevole da leggere e non è stato piacevole da scrivere. Purtroppo questo blog è parte del meccanismo con il quale mi sono ustionata e non credo che stia svolgendo il compito che dovrebbe svolgere. Ho letto e riletto il post cercando di capire se, dopo averlo scritto, l’avrei anche dovuto pubblicare. Una parte di me se ne vergogna da morire, una parte crede che meritiate una spiegazione e una parte se ne sbatte altamente. Tanto quello che c’era da rovinare è già stato rovinato.

Il Blog Chiude.