Ricompense

Ho la faccia piena di polvere, schizzi di latte, fumo di caffè e una gocciolina di mocha che credo i clienti abbiano scambiato per un neo tutta la mattina.

In soggiorno, sul tavolino, c’è finalmente un mazzo di tulipani –per i quali non mi vergogno di aver speso 4 sterline, per quanto Andy abbia storto il naso– io ho la pancia piena di quiche alla cipolla e formaggio –miao, quanto tempo!– e nella borsa portata a casa oggi ci sono una nuova cestina di vimini con coperchio, una collana con pendenti a forma di cuore e una bilancia da cucina.

la bilancia appartiene apparteneva all’Altro Naufrago, che a giorni va a vivere per conto suo in Canada, che finalmente ha ricevuto la mia lettera e che a quanto pare legge ancora quello che resta del blog. Ci facciamo tante tantissime infinite domande

Ho lavorato cinque ore, oggi, combinando meno disastri del previsto e prendendomi addirittura complimenti dalla principale responsabile del mio approdo a Starbucks

dovuto flashback: il giorno che ho portato il curriculum a Starbucks ci sono finita per caso, solo perché mi è caduto l’occhio sul cartello e solo perché all’interno ho trovato lei che mi ha detto che ci si trovava molto bene. Niente, mi è piaciuta e sono rimasta, ma questo lei non lo sa. Il tutto si traduce nel fatto che quando sono intorno a lei mi sento una cretina

Mi piace quando l’Universo mi manda dei feedback.

Oggi ho starnutito, mentre servivo una cliente. Sono stata attentissima a non fare danni di nessun genere ma mi è scappato un maledizione, perché non è proprio bellissimo quando ti succede, anche se ero alla cassa. Subito la ragazza con cui ho legato di più si è girata e ha chiesto come si dicesse bless you in italiano, perché sa qualche parola e voleva imparare. Io sono diventata tutta rossa e ho mormorato che non imparasse la parola perché era una specie di swear word. A quel punto tutti i baristi presenti si sono girati a guardarmi ridendo.

Credevo che ti stessi dicendo bless you a te stessa!
No, bless you si dice salute, imparate questa e basta…

La cliente ha riso e ha masticato un arrivederci, io mi sono imbarazzata mortalmente perché tutti mi stavano guardando –era un team interessante, una combinazione di gente molto in gamba con cui non lavoro molto spesso e della quale vorrei assolutamente avere la stima, quindi potete immaginare la situazione– sono scoppiata a ridere nervosamente per le parole che la mia amica stava dicendo, in italiano e con un accento assolutamente adorabile e sono scappata a risciacquare i bricchetti del latte, che è un lavoro che come potete capire non finisce mai.

Ad un certo punto Andy mi chiama, io mi volto e mi ritrovo tutto il team che mi guarda.

Quella cliente ha appena detto che sei una ragazza molto in gamba e una buona aggiunta al team.

sprofondo

La cosa migliore però è successa dopo, nel pomeriggio, quando finalmente, dopo aver comprato i tulipani, dovevo tornare dalla parte della strada dove c’è Starbucks. A Summertown la viabilità è un po’ stramba, la strada è in due sensi ma poi c’è una corsia più ristretta, non so se per i parcheggi o cosa, sul lato ovest della strada. Ora, oggi, mentre aspettavo di attraversare, ho notato una signora anziana e un po’ curva con un bel cappotto rosso che aspettava anche lei di attraversare.

un minuto di silenzio per la sintassi, calpestata malamente da questa frase orribilmente gergale

In genere quando devo attraversare io corro, quindi chissenefrega se c’è tempo abbastanza per prendersela comoda o meno.

Quella signora correre non poteva.

Ho guardato a destra e a sinistra e a destra e a sinistra finché la combinazione dei due flussi di macchine non è stato propenso per passare senza affrettarsi. Ho iniziato a camminare piano piano, guardando con la coda dell’occhio la signora che era comprensibilmente più lenta di me, e a pochi passi dal marciapiede opposto, quando una macchina si stava ormai avvicinando, sono rimasta in mezzo alla strada mentre attraversava, con l’inutile istinto di soffiare contro l’autista. Quando poi la signora è approdata sul marciapiede ho fatto per tirar dritto e scappare al negozio per recuperare il mio trench, quando la signora mi ha apostrofata.

Stavi cercando di aspettarmi?

La scelta lessicale è stata così azzeccata che devo essere diventata tutta rossa. Le quattro righe che ho descritto con tanta cura si sono svolte in una manciata di secondi, nella realtà, niente più dell’istinto distratto di rimanere tra un pericolo e qualcuno di più debole di me. Era tuttavia un tentativo un po’ goffo, dato che il modo in cui ho rallentato per permetterle di arrivare dall’altra parte era piuttosto impacciato.

Cercavo di aspettarla.

Ho balbettato qualcosa tipo kind of, e la signora mi ha sorriso e mi ha detto let me tell you something, young lady, I wish you well.

E niente, sto indossando quell’I wish you well come un’armatura da allora.

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