Nel Mio Caffé

Ci sono orari oltre i quali il tempo si amplifica all’infinito. Fissando il soffitto ogni pensiero si incatena al successivo, la musica entra per orecchie non sempre fisiche, il letto vuoto riecheggia.

che poi, diciamocelo, riecheggia con una sola C non si può leggere

E’ il cielo di oggi, è l’atmosfera triste della fine di luglio, è –più probabilmente– la valanga di caffè che io e Alex abbiamo bevuto stasera solo per svago.

Ma punge ugualmente.

 

E’ passata una settimana dall’infame gesto di quella persona che non ha nome. Le ho attraversate tutte a diverse velocità, negazione rabbia contrattazione depressione accettazione. Come con il lutto, con l’aggravante di una mente pronta a tutto che non ci mette un attimo nel disegnare, su una sagoma lontana, i suoi capelli. E oggi il cielo era così bello che sembrava un delitto viverlo da sola, un dolore troppo grande il pensare di non avere nessuno a cui indicarlo in preda al desiderio di regalarglielo tutto.

Oxford mi ha riaccolta tra le sue braccia, tra l’odore di caffè di un posto che non riesco ad evitare, le mura della mia stanzetta e luoghi che portano ancora impronte troppo forti…come fu per l’Altro Naufrago, come fu per Verde Acqua, come immagino che sarà per il prossimo e quello dopo ancora. Lamentarsi non serve a niente ma non riesco a far finta che non mi si spezzi un po’ il cuore quando penso al posto in cui, immancabilmente, mi aspettavano un bacio e l’abbraccio confortante di chi sembrava avere tutto sotto controllo.

E poi ci sono le istantanee sul lavoro…

…come i regolari che bisbigliando raccontano ai loro familiari come tu sappia esattamente come fare il loro solito…

…come le ragazze carine che chiedono di dove sei e si giustificano dicendo sei sempre così gentile, dovevo chiedertelo

…come i clienti che escono salutando e dicendo che il drink che hai consigliato loro era buonissimo…

…come gli amici di amici che vogliono un secondo drink uguale all’altro perché era perfetto

…come i supervisor che ti mettono alla prova, infilando uno dopo l’altro dieci drink che devi fare a tempo di record, controllando la qualità e il tempo in cui li fai, e alla fine sentenziano che sì, la qualità c’è tutta e anche la media dei tempi va più che bene…

…come una manciata di minuti passati a sorseggiare, come poveri drogatelli, un pentolino di schiuma fatta con il latte intero, che era proprio come quella che la Pasticceria Signorini, nel mio paese, mi faceva quando ero piccola. Velvet in your mouth.

 

Così, in qualche modo, anche quando si arriva alla fine della giornata con la testa piena di cose e gli occhi che bruciano, restano queste immagini. La voce di Taylor –non me ne vogliate, queste giornate hanno la sua colonna sonora– parla di porte che devono aprirsi e la settimana prossima, quando sarò off, potrebbe non essere una cattiva idea tornare su una certa serie di isole alla ricerca di un certo Echo…

Sola

Le giornate in cui mi sveglio in uno Stato e mi addormento in un altro sono lunghissime.

e io sono certa di aver già aperto un post in questa maniera. Certissima

Devi scegliere cosa portar via, cosa lasciare a casa, e a volte ti porti via cose che non vorresti e lasci a casa persone a cui tieni.

Quello di oggi è stato un viaggio doloroso, intenso, sofferto. Mi sono trascinata attraverso stazioni e treni, aeroporti e aerei, con zero voglia di viaggiare ma soprattutto di arrivare.

Ho scoperto che quattro anni fa facevo lo stesso identico errore, con una persona –un uomo, come sempre. Anzi, un moccioso– che si è permesso di entrare senza bussare, mettersi comodo, cambiare la disposizione dei mobili, lasciare l’impronta sul divano e poi sparire, lasciando me con tutte le finestre aperte e i mobili in giro e un divano sul quale non riesco più a sedermi da sola.

Quattro anni. Quattro anni e la stessa sensazione d’ingiustizia, di freddo, di allibimento: perché? Perché, quando memore dei miei fallimenti precedenti, sono stata cauta e ho fatto domande? Più di questo c’è solo la telepatia, e per quello c’erano solo due persone e dubito ce ne saranno altre.

Mi andava di vomitare tutto qui, perché è il mio spazio e mi ci posso nascondere se ho la nausea e qualunque cosa mi fa star male. Domani alzerò la testa, proseguirò, lavorerò e sorriderò a tutti i clienti, ma per adesso, con la pancia piena di succo al mango e pesca –che a pensarci bene forse non era nemmeno la migliore delle idee– con immagini sconnesse che il mio cervello cerca di rimandare indietro e interrogativi che mi si ficcano giù per la cola facendomi venire da vomitare, resto qui.

Arrivata sana e salva, pulita e profumata dopo una doccia ma ancora, inesorabilmente, sola. 

Lezione di Realismo

Se mi incontraste spesso avreste notato che indosso quasi sempre un ciondolo d’oro, una medaglietta rettangolare con incise le cinque iniziali dei nomi dei miei familiari –P C M G E– e la data del mio ventesimo compleanno. E’ il regalo che la mia mamma mi ha fatto per i miei vent’anni l’anno che è morta, l’ultimo regalo che io abbia ricevuto dai miei genitori.

Per anni è stato indossato indegnamente con un cordino cerato nero, finché prima di partire tre anni fa non ho sentito il bisogno di celebrarne l’importanza con qualcosa di più degno e ho comprato una catenina d’argento, vergognandomi di non potermene permettere una d’oro e confidando nel buongusto dell’orafa che suggeriva che anche in due colori la collana aveva il suo perché.

Oggi mio padre, a distanza di otto anni e passa da quella data, ha notato la catenina d’argento e ha detto Ce ne sono d’oro, se ne vuoi.

Succede: ai battesimi i regali sono sempre gioielli che rimangono nascosti per decenni prima che l’interessato/a sia in grado anche solo di apprezzarli.

Da oggi quel ciondolo è finalmente onorato come si deve da una catena grumetta –non guardatemi così, ho dovuto googlarlo– a maglie mediopiccole.

Se mi incontraste spesso sapreste che ho dei capelli castani che hanno quasi sempre delle belle onde per le quali me la tiro da morire –ebbene lo ammetto– ma il cui colore non è niente di speciale. Salvo quando A. me li faccio tingere di rosso da mia sorella o B. nello stadio intermedio tra la tinta e la ricrescita si sbiadiscono ad un interessante quasibiondo.

Ebbene, tutto ciò sta per finire.

 

Lo so che aspettavate la lezione di realismo, il fatto è che non ho voglia di parlarne.

Quella persona che non ha nome, quella che mi trattava così bene, che mi coccolava e mi teneva aperte le porte e mi diceva sei meravigliosa…ha chiuso i battenti. Ha deciso che no, la cosa finisce qui, che non è così coinvolto, che quando gli ho chiesto se gli piacevo in quel senso e ha risposto sì non contava.

Questa è la mia lezione di realismo, e sono a tanto così dal tatuarmi una farfalla sull’altro mio braccio con scritto Trust No Bitches.

Una Sola

Alla fine della giornata, quando ci sono troppe cose per cui ringraziare e la stanchezza è tanta, cerchi una cosa che riassuma tutto.

Tutte le lotte, le coccole, gli agguati e le ninnenanne con un gattino arancione di quattro mesi.

Tutti i deliziosi bocconi di un panino supermorbidissimo.

Tutte le risate della nonna mentre le leggevo Don Camillo –perché quello sciagurato di mio padre non le ha mai restituito il dvd con i film

Tutta la nostalgia e l’amore per casa che sto sperimentando in questo momento.

Tutto lo stupore per posti meravigliosi nei quali rifuggire il caldo che sembrano usciti da una fiaba.

Ma poi

dopo cena

finisci in una gelateria che fa cose

tipo gelato al pino mugo

o nocciola integrale

o noce con latte d’avena anziché latte normale

o altre cose così

e decidi che se acconsentono a fare palline plurigusto è bene approfittarne

e finisci con una pallina a quattro spicchi

pistacchio

cioccolato bianco con fave di vaniglia

nocciola integrale

noce con latte d’avena

e sai che ti mancherà

tanto

ma sei felice lo stesso.

Pistacchio. Ancora please.

Il Giorno Più Lungo

Non ho mai nascosto che mi piaccia viaggiare.

Le mattine in cui torno da questa parte della Manica mi sveglio preoccupata ma euforica e mi trascino dietro il mio bagaglio a mano con fierezza e anticipazione. Quando, cinque giorni fa, la mia manager mi ha detto devi prenderti due settimane di ferie prima di Settembre ho abbracciato il mio destino con onore e ho passato la notte online a cercare un volo che non mi spennasse completamente.

Trovandolo, peraltro.

Ieri mattina la sveglia è suonata alle 4. Sapete com’è, prendi l’autobus per la stazione degli autobus, prendi l’autobus per l’aeroporto, cerca di arrivare due ore prima per sicurezza…Oxford è a due ore e qualcosa da Londra, io volavo da Gatwick e non volevo sorprese.

Io Non Volevo Sorprese.

Faccio per passare allo scanner il mio biglietto per entrare nella zona security quando appare la scritta invalid ticket details. Chiedo spiegazioni e scopro che il mio volo con British Airways è stato cancellato.

Un breve colloquio con un addetto BA mi spedisce in direzione dello sportello Vueling, dove A. mi daranno un volo per Barcellona, da cui poi prenderò un secondo volo per Venezia –non vi appare tutto molto logico? A me no, appunto– e B. scopro che Vueling apre a mezzogiorno.

Realizzo così che aspetta due ore è il leit motiv della giornata: due ore per avere il biglietto, due ore di attesa per il volo per Barcellona, due ore di volo per Barcellona, due ore per aspettare il volo per Venezia, due ore per il volo per Venezia, altre due ore di attesa alle dieci per un treno che, partendo a mezzanotte dalla stazione di Venezia, mi facesse arrivare a Vicenza per l’una e mezza.

A quasi venti ore di distanza dalla sveglia del mattino.

Affronto il mio destino con il morale alto di chi è abituato agli imprevisti e crede nell’elasticità e sopporto i 40 minuti di coda allo sportello Vueling con distacco, chiacchierando amabilmente con un neozelandese conosciuto sul momento, ottengo il mio biglietto e finalmente, superati i controlli, mi siedo a mangiare qualcosa. Secondo il tabellone al mio volo mancano 50 minuti e il gate non è ancora stato rivelato, quindi, memore del litro di succo al mango che mi sono bevuta per colazione, ne approfitto per passare in bagno, dove –la sentite la fregatura che arriva vero? LO SENTITE L’ERRORE CHE SI AVVICINA VERO?– dimentico nel cubicolo 6 il mio marsupio.

Con carta di credito, patente, soldi e carta d’imbarco.

spazio libero in cui potete elencare le settanta lingue nelle quali mi sono insultata nel breve tratto che dalla poltrona mi ha riportato in bagno

Il cubicolo è chiuso. Non c’è nessuno dentro ma è chiuso, e secondo la prima -notate l’esasperazione– guardia della security che ho interpellato è proprio perché dentro c’era della roba incustodita.

sentite anche voi la voce della mia amica Beloved Hai Scatenato Un Allarme Terroristico?-

Un addetto alla pulizia sarà sul posto a momenti per aprire il cubicolo e svelare l’arcano, dice lei. Spero che questi momenti non siano troppi perché tra mezz’ora ho un volo, rispondo io.

spazio libero in cui potete immaginare l’angoscia di una ragazza in piedi in un angolo del bagno col pensiero della sua roba scomparsa e del volo che sta per partire

L’addetto alla pulizia sta per arrivare mi rincuora la seconda guardia della security a cui spiego la mia patetica storia, mentre il tabellone ricorda che si parte per Barcellona in 15 minuti.

Non starò a smenarvela: 25 minuti e 2 guardie dopo ero ancora in bagno, ad aspettare. Ho dovuto cercare da me un addetto alla pulizia e spiegargli l’accaduto per ottenere l’effettiva apertura di quel cubicolo.

Che, come avrete già intuito, si è poi rivelato vuoto.

A quel punto ho interpellato una quinta guardia, che ha avuto la decenza di non ridermi in faccia quando gli ho detto che avevo perso il mio marsupio. Mi ha messo nella direzione di una signora molto gentile che ha detto Lost Properties? Oh, like a black money belt? Sorry, your name is…?

E l’ha fatto apparire. Il mio marsupio. Intatto. Intonso. Ogni Cosa Al Suo Interno Era Ancora Al Suo Interno, comprese le 12 sterline, la mia carta e la patente.

spazio libero in cui potete elencare le settanta lingue nelle quali ho ringraziato ogni Divinità e Universo e persona gentile nel mondo

Felice di aver abbandonato lo status di persona smarrita senza un soldo in aeroporto ho alzato timidamente un dito e ho chiesto e ora che faccio?

-immaginatelo con molte più lacrime, perché a quel punto il sollievo di aver recuperato tutta la mia roba è stato troppo forte

C’è una cosa chiamata Flight Information, nel centro del bailamme di Gatwick North, con un signore indiano che avrei potuto baciare quando ha preso un peluche dalla scrivania e ha detto E’ tuo magari? e anche Ora ti troviamo un volo. Sulla lista c’era solo un Londra/Verona per il quale volevano 329 sterline –al che ho chiesto se non avessero un aliante o qualcosa di simile, che sarebbe stato più fattibile– ma mi ha fatto scortare all’esterno attraverso i passaggi segreti degli attendenti di volo e sono tornata al punto di partenza, davanti al baracchino della British Airways, dove una signora molto, molto gentile mi ha guardato e ha detto How are you doing hon?

 

Questa è la storia del giorno più lungo della mia vita, nel quale ho fatto errori e affrontato tremende situazioni ma in cui persone meravigliose hanno salvato la giornata con la loro gentilezza, onestà e attenzione. Questa è la storia di come, alla fine del giorno più lungo della mia vita, la British Airways mi ha mandato a casa sana e salva e senza chiedermi niente di più che un secondo controllo del mio bagaglio.

 

E nonostante questo sono riuscita a perdere una felpa.

Volpe Cervo e Compagnia

Arrivate mai alla fine della giornata chiedendovi a cosa avete assistito?

Ieri ho fatto del mio meglio: cinque ore di lavoro sono passate in un lampo, con la nuova supervisor che è quella via di mezzo tra follia e competenza che non si poteva chiedere di meglio.

chiedo perdono a tutti i grammarnazi, lo sapete che sto scherzando

Dopo un pomeriggio di bingewatching –sto guardando Orange is the new black ma ne riparleremo– sono uscita in tenuta sportiva per una serata di camminata sprint lungo il fiume. Sono certa di aver già detto che abito praticamente in riva al fiume e che due sentieri lo costeggiano, uno tutto figo e carino che porta a Jericho e uno più dissestato che porta al villaggio di barche e più in su alla chiusa.

sto progettando di diventare una ragazza tutta casa e chiusa

chiedo perdono a tutte le persone dotate di un umorismo umano

Tra il primo raggruppamento di barche e il grande salice –#puntidiriferimentorandom– c’è una zona tutta coltivata e divisa in piccole porzioncine di orto. Ci sono dei cavalli e delle pecore e ieri il mio tempismo è stato tale da raggiungere quella zona proprio nel momento in cui i raggi dorati del sole si posavano su tutto un attimo prima di sparire dietro l’orlo delle colline.

als0, l’incredibile emozione della silhouette piatta tutto attorno a me

E mi sono fermata a guardare.

E ho visto un cervo.

I cervi inglesi che ho visto finora sono piccini e tozzerelli, musetto tondo, aria pacifica. Questo non era da meno, trotterellava in maniera un po’ sciocca in questo prato, dove in lontananza si intravedevano grossi pecoroni, guardandosi intorno e annusando l’erba.

E poi, nello stesso prato, ho visto una volpe.

Shock immediato. Non tanto per la volpe in sé –da quando sono in Inghilterra non faccio che vedere volpi- -cioè no, ma chiaramente ne vedo più che in Italia- -l’altra notte tornavo a casa e ce n’era una nel parco che mi guardava- andiamo avanti con la narrazione– quanto per la dimensione. Santo Cielo, era grande come Un Grosso Cane.

A momenti era più grande la volpe del cervo.

Ti aspetti che siano grandi come un grosso gatto, o un po’ più grosse. Questa aveva zamponi lunghissimi e l’aria da bulla, e per un attimo l’incapacità di zoomare del mio cellulare mi ha frustrato così tanto che ho desiderato attraversare a nuoto quel cavolo di fiumiciattolo e approdare dall’altra parte. Just because.

La volpe si grattava il collo, sbadigliava.

Il cervo le si è avvicinato.

Mi è partito un suono allibito talmente forte che entrambi si sono girati tipo non possiamo nemmeno fare le nostre cose adesso? e la volpe ha iniziato ad attraversare il prato verso sinistra.

Verso il cervo.

L’etologo che è in me si stava strappando i capelli e l’acqua sembrava sempre più invitante. Draga adesso o taci per sempre.

Il cervo si è fermato –e grazie tante, ho pensato io– ha lasciato passare la volpe e ha iniziato a seguirla.

Io ho prodotto un secondo suono abbastanza imbarazzante per un umano adulto ma che speravo fosse sufficientemente simile a quello di una volpe adulta. La volpe adulta si è voltata, mi ha guardato per un attimo –me, stupida umana dall’altra parte del fiume con cellulare in mano e frustrazione addosso– e poi ha ripreso a camminare. Idem il cervo, dietro come un trenino.

Per assurdo il suono pare abbia attirato il gigantesco cavallo del recinto adiacente, che mi guardava muovendo le orecchie tutto incoraggiante. Io adoro i giganteschi cavalli e non ho mai desiderato così tanto essere una campionessa di salto in lungo come ieri sera.

Crescere

Quando si cresce?

Quelle che state leggendo sono le prime parole da ventottenne che scrivo nel blog. Senza che me ne accorgessi sono invecchiata di un altro anno.

Ho un buono di 55 sterline nel mio Amazon che pensavo di volere disperatamente e che ora non so come usare ma il regalo migliore che mi sono fatta è un quaderno di Paperchase spesso come un libro di HP e che sto usando come diario dei cinque anni: ogni giorno rispondo ad una domanda diversa e tra cinque anni mi divertirò a guardare le differenze tra le risposte di anno in anno.

Quella di oggi era cos’è successo di recente che ti ha reso fiera? e io credo che la giornata di oggi sia un buon esempio.

Qualcuno potrebbe essersi perso le puntate precedenti, nelle quali uscivo con l’UomoPantera prima e con…

pausa di riflessione, è troppo importante per dargli un nome in maniera affrettata

…un’altra persona dopo. L’UomoPantera si trasferisce tra 15 giorni a Singapore e oggi, in qualche modo, lo volevo salutare per l’ultima volta, ma NO, ci sono cose più importanti da fare, non importa che siano settimane che dice voglio salutarti per bene e oggi, per grazia divina, non lavorava.

Prometto che appena ho tempo ci vediamo.

Credo che crescere sia anche smettere di credere alle favole, mettere i paletti, fermarsi quando le gambe partono per lo sprint del correre dietro a qualcuno. There’s just so much you can do, si dice in inglese, puoi fare solo fino ad un certo punto. Oltre quel punto è responsabilità dell’altra persona muovere il culo e trovarsi a metà strada.

L’UomoPantera ha avuto la sua occasione.

 

Oggi ho passato la mattinata a guardare Orange is the new Black.

Netflix è una cosa che non mi sarei mai dovuta fare perché mi sta divorando la vita: prima ho guardato tutte le serie di How I Met You Mother -se foste amici miei su FB l’avreste certamente notato– e al momento sto cercando di guardarmi OitnB.

Ho dovuto prendermi a calci per uscire. Il mio problema è che abito molto di più la mia mente che il mio corpo.

Ma sono uscita nonostante tutto, camminando molto più di quanto mi sarebbe piaciuto fare e sopportando la calca e la musica alta. Ballando, perfino. E quanto tempo era passato dall’ultima volta che avevo sentito musica così alta da farmi vibrare la cassa toracica.

Camminavo per la strada, pensando a quante cose mi fanno paura e a quanto diverse siano le due persone che io stessa sono prima e dopo averle affrontate. Qualcuno ricorderà il terrore e il desiderio di non lasciare nemmeno la mia stanza che avevo appena trasferita qui, appena assunta da Starbucks. Le cose che potevo sbagliare erano troppe, gli errori, le cose da imparare, l’avere a che fare con i clienti.

Ero immersa in un’amabile conversazione, l’altra mattina, con una cliente, e potevo sentire, accanto a me, il fantasma della persona che ero prima di iniziare a lavorare. Una ragazza piena di paura, esitante, troppo impaurita per spiccicare parola.

Oggi sono IL customer service. Oggi sono quella che è sempre in cassa. Oggi sono quella che perché non diventi supervisor.

E mi chiedo, di fronte alle cose che mi spaventano ora, che persona sarò dopo.

E la curiosità di diventarlo è tale che non vedo l’ora di saltare dall’altra parte.