La Porta delle Lacrime

Lo spettro era nel mio letto stanotte.

Teneva un braccio sul mio collo e io non riuscivo a respirare, mormorava cose alle mie orecchie che una parte di me ascoltava annuendo.

Prendi uno scatolone per tutti i vestiti, lo porti ad un charity. Regali la tua roba qui e lì. Nessuno se ne accorgerà.

Esiste un’oscurità confortante, vellutata, che ti nasconde e ti culla. Nella mia stanza, anche a mezzanotte passata, c’è quel chiarore che ti costringe ad affrontare le cose.

Questi penseranno che sei a casa, quelli penseranno che sei qui.

La stanza sembra piccola, così soffocante che mi si blocca ancora di più il respiro. La mia mente si protende verso…il nulla. Quel legame è stato reciso tanto tempo fa.

Magari prima vai a vedere la Sagrada Familia.

Un posto dove nessuno verrebbe a cercarmi.

Nessuno viene a cercarti nemmeno qui.

La parte che non sta annuendo ha solo voglia di correre in strada a chiedere aiuto.

Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto, non ricordi? Ci sono solo io.

L’uomo che non ha nome abita a quattro strade da qui. Quanto ridicolo sarebbe precipitarsi da lui?

Patetico, non ridicolo.

Patetico si adatta bene alla situazione. Patetica è l’etichetta che mi si attacca addosso più facilmente. Come altro chiameresti la ragazza che ci credeva? La ragazza che sorrideva? La ragazza che aspetta nei bar vuoti e non capisce, non capisce mai?

Puoi scriverle, se vuoi.

Perché il mio penultimo pensiero sarebbe per l’uomo che non ha nome, ma l’ultimo sarebbe per Lei. Inutilmente.

Pateticamente.

Giusto.

Qualcosa sulla falsariga del Ci ho provato. Ho fatto del mio meglio. Non ce la faccio.

La gola inizia a bruciare. Nella mia mente gira in loop il ritornello di Wings, dietro le palpebre chiuse la forma di un sorriso.

Perché non apri la porta e scappi?

Lo spettro parla della porta delle lacrime, quella troppo facile da aprire, quella su cui la mia mano vola in un attimo quando penso a quello che mi ha fatto l’uomo senza nome. Perché, e l’ho sentito dire anche oggi, poche cose sono terribili come svegliare invano la speranza. E dopo mesi passati a sentirmi meno che una persona, avere di nuovo braccia che mi stringessero era…

Patetica.

Nella mia mente, adesso, gira in loop anche il suo viso. Il modo in cui ogni addio era fatto di baci sempre più brevi, sguardi tristi, mani che si cercavano. Il suo silenzio, quel silenzio che fa sembrare rumore ogni altra voce, le sue parole tranquille e la luminosa sorpresa con la quale quel giorno disse I miei amici vanno in panico quando resto zitto.

Lo sai che vuoi solo andare a piangere da lui.

Quella stessa metafora che gli aveva illuminato gli occhi è stata soffiata via dal vento come sabbia. Sai, quando un uccellino ha volato troppo, ha bisogno di un ramo. Se il ramo cade l’uccellino può volare, ma quando l’uccellino è stanco ed è stato forte per troppo tempo

La verità è che non sai volare e lo sai bene.

La verità è che non so volare e lo so bene.

Mi piace la parte de Il peso della Valigia che dice ti apro io la valigia mentre tu resti li e piano piano ti faccio vedere c’erano solo quattro farfalle un po’ più dure a morire. Significa che c’è qualcuno alla fine del viaggio, qualcuno che può prendere in mano la valigia e far riposare chi l’ha portata.

Io sto portando questa valigia da quattro anni, e l’unica persona che l’ha saputa sollevare mi ha abbandonata.

Perché sei patetica/sbagliata/grassa/sorridente/disponibile/ingenua/patetica.

Prendo la bici e vado a lavoro e sorrido ai clienti e faccio il bravo soldatino e guardo qualcosa di bello per svagarmi, ma alla fine della giornata nella mia stanza c’è sempre quello spettro, che sorride e indica il mio polso.

La porta delle lacrime.

In nome di quali lacrime dovresti impedirti di aprirla?

 

Nella mia stanza c’è qualcuno che vuole uccidermi.

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In fondo alla borsa

che poi è uno zaino, ci tengo a far notare, principalmente perché è grigio e rosa e me l’ha regalato SwottyDuck prima di tornare in Italia

Ci sono quei giorni che non hai tempo di guardare cosa ti passa per le mani, infili tutto in borsa e ciao, così quando arrivi alla fine della giornata prendi e guardi e dentro c’è di tutto…

Un pacchetto di cottonfioc comprati da Tiger assieme ad una spazzolina per le unghie che mi sentivo in colpa a non avere, due sterline in tutto.

Felpa rossa portata per sicurezza e che non è stata usata un minuto perché a Londra, contrariamente a quanto dicevano le previsioni, era caldissimo e pioveva giusto quel po’ che serviva a noi per rinfrescarci dopo le salite.

Lipton Ice Tea al Mango, perché il mango è il frutto dell’anno 2016 e perché J, a Londra con me, me l’ha offerto.

Il tradizionale quotidiano della metro, tenuto solo per fare il sudoku –missione fallita.

Una cartina di Londra che una gentile coppia di turisti ci ha lasciato perché avevano un doppione.

L’immancabile cartina della metro, quell’animalaccio della metro, una delle cose più ispiranti di questa città…

Una foglia di platano, la foglia, quella che oggi mentre passeggiavamo lungo il Tamigi mi è volata addosso. Si dice che acchiappare una foglia che sta cadendo porti fortuna.

Una cartolina del Cyber Dog, perché un posto simile non può non venire incluso nel tour di una persona che viene a Londra per la prima volta…

Il sacchetto del Forbidden Planet, dove in preda all’ultimo momento di fangirlismo ho comprato un taccuino, un magnete e un cardholder di Doctor Who. Le dieci sterline meglio spese di oggi.

Il volantino di uno studio di tatuaggi a Camden Town, perché rifiutare di prenderlo sembrava brutto.

Un bigliettino con su scritto Celine Dion e That’s The Way It Is, perché dopo aver cantato Welcome To My Truth e The Climb avevo troppo sonno per farne una terza, stasera alla serata karaoke.

L’etichetta del drink che mi è stato offerto oggi mentre me ne sedevo sola soletta al tavolo.

 

Il souvenir più ingombrante non stava nello zaino.

Il souvenir più pesante mi è saltato addosso dall’oscurità, mentre tornavo a casa in bici, nello scorgere, all’altezza di Jericho, un profilo familiare. Accompagnato da una ragazza bionda con un paio di tacchi molto rumorosi.

Ho pensato ogni genere di cosa, da quanto poco m’importasse che la mia bici non avesse le luci a quanto poco fosse un peccato che le gomme scivolassero sull’asfalto.

Ho alzato gli occhi al cielo –ero già sull’orlo delle lacrime– e ho mormorato Salvami.

 

In un attimo salvami è diventato guardami, passi sbagliati, angeli soli e accerchiati, parlami, tu sai la verità.

E una voce ha risposto Alzati, ama per sempre, sbagliati, non serve a niente vivere se non si dà.

Nell’angoscia del segreto più profondo, nel dolore di non avere nessuno di cui fidarmi abbastanza da condividerlo, la voce ha proseguito: spogliati, ridi di niente, vivere ci basterà. Alzati, è un sentimento libero, vero tormento. Vivilo, guarda il sole, brucia per te.

Ho cantato piangendo o pianto cantando. Non voglio pensarci.

Istante

Mi chiedo se, a distanza di anni, rileggere queste righe mi riporterà qui, seduta alla scrivania di Jo, con il sole del tramonto che mi lecca i jeans dalla finestra che nessuno apre mai e con la voce di Gerard che urla quando te ne andrai avrai il coraggio di dire non ti amo come ti amavo ieri?

Oxford è meravigliosa, fuori: verde e splendente dopo un giorno di pioggia, magpipes che saltellano sui tetti, foglie che ondeggiano nel sole più bello della giornata. Poco importa che fuori, seduto sulla siepe, ci sia lo spettro della morte che mi guarda.

Ho giocato con la mia storia, oggi, cercando ancora una volta di scioglierne i nodi, di mettere un po’ in ordine quella matassina che all’inizio era tanto semplice da gestire. Niente da fare. Pagine e pagine sono sparse sulla scrivania, alcune strappate, alcune scarabocchiate di colori diversi che fanno a pugni tra di loro. Palleggiare queste idee non è facile.

Avete presente quando il vento cambia? Non sono mai riuscita a decidere se questa espressione viene dal mio amore per Mary Poppins o se è qualcosa che esiste davvero, ma il vento sta cambiando. Notavo ieri quanto distante sembra l’era in cui divoravo un episodio di Orange is the New Black dopo l’altro, quando invece stiamo parlando del mese scorso, prima che mi prendessi la vita in quel posto per l’ennesima volta, prima che lo spettro della morte alzasse il suo braccio per scuoterlo nella mia direzione.

Sono qui, non ti lascio da sola.

Il vento sta cambiando, e stanotte ho sognato lei. Trovo ridicolo quanti uomini ci siano stati nella mia vita, lo Spaventapasseri, Il Signore degli Idioti, il Principe dei Corvi, l’Uomo Pantera e quest’ultimo, a cui non ho avuto nemmeno tempo di trovare un nome, e lei sia sempre e solo una. L’ho sognata, stanotte, e stamattina, nell’aprire la scatola dei cereali, ho trovato il suo profumo, imprigionato tra il sacchetto di plastica dei cereali e il cartone attorno. Sono rimasta immobile, mentre la texture della sua pelle si ridisegnava sotto le mie dita, mentre la forma della sua spalla incrociava il mio mento e il mio naso.

-se non avete mai strofinato la faccia sulla spalla di qualcuno non potete capire

Sono quasi certa che si stia sposando.

Il calendario diceva 2015 l’ultima volta che le ho parlato, quella volta in cui ha alzato il coltello e mi ha ferito per uccidere. Non ho mai imparato a vivere da allora. Lo spettro della morte annuisce, lo vedete? Camminare sull’abisso mi sta mangiando viva.

Stasera viene una collega, a cena, tra un’oretta. Trovo carino invitare i miei colleghi di Oxford qui, ora che ho la casa vuota per un po’. Non mi aspettavo di affezionarmici così, ma mi sono resa conto che alla fine il mio posto di lavoro è l’unico in cui ho uno scopo. Forse è anche per quello che quando finisco il mio turno non ho voglia di lasciare il caffé, non importa quanto io sia stanca.

 

When you go
Would you have the guts to say
I don’t love you
Like I loved you yesterday

Queste parole non ha mai avuto il fegato di dirmele nessuno.

Customer’s Life

La vita non è fatta solo di Baristi.

Entri in negozio alle otto e riordini mentalmente la lista dei regolari: 3 shot cappuccino grande, 4 shot decaf americano, 1 shot/2 shots tall latte wholemilk, tall filter coffee to stay, grande chai tea latte soy no water e venti earl gray to go 2 teabags.

A volte inizi il drink appena li vedi sulla porta, per avere la soddisfazione di vederli sorridere quando aprono la bocca per ordinare e tu puoi consegnar loro già quello che vogliono.

A volte si appendono come cuccioli alla fine del bar, nel posto delle persone affezionate, più vicino possibile al barista all’opera. Badate bene, per chiunque non sia un affezionato è considerato maleducatissimo fissare il barista all’opera…per la regolare di oggi, che ordina un thermos pieno di ghiaccio e caffé, era il posto perfetto per appollaiarsi e raccontarmi quanto ama Pirenze e quanto le è piaciuta l’Italia.

Bless you, adorabile bestiola.

A volte non sanno cosa vogliono e ti impallano la fila, ma è una soddisfazione poi quando dall’altra estremità del bancone alzano un dito e dicono perfect. Anche coccolare il cliente è un’arte.

A volte, come oggi, entrano clienti che sono la fotocopia sputata di persone che ti hanno camminato sul cuore e tu non riesci a fare a meno di fissarli e pensare Mioddio quanto eri bello e vorresti solo avere una scusa per farli sedere proprio davanti al bancone.

A volte arrivano tutti timidi e dicono Mi dispiace di farti problemi quando vogliono solo che gli frulli un iced latte e tu vuoi ridere e dargli un bacino sulla guancia, quando ci sono persone che invece ti riempiono tutte le caselline e magari si lamentano pure che la tazza non è piena fino all’orlo.

A volte entrano clienti la cui bellezza è così delicata che vorresti solo dire Oggi abbiamo uno sconto per i clienti con dei begli occhi ma non lo fai perché sei una persona seria, ma ti resta sulle labbra il Come sei bella quando una ragazza con la faccia della principessa Jasmine entra e chiede un chai tea latte.

A volte vedi arrivare una ragazza alta e bionda e sai che sta per arrivare anche l’inevitabile commento di un fellow Barista a caso…

A volte, dalla fine del bar, senti cose come Cappuccinos ready for Starlord and Brian, e ti viene voglia di scrivere qualcosa solo per intitolarlo Starlord and Brian.

A volte i clienti li incroci al supermercato accanto, e sono i primi clienti che hai servito e te lo ricordi, e loro sorridono e ti abbracciano e ti chiedono come va.

A volte Scarlett, donna adorabile che mi ricorda da morire la mia prof di latino, si ferma e ti presenta sua figlia. Come se una Barista valesse il tempo. Love you, Scarlett.

A volte entra quel cliente con l’accento scozzese e scatena il putiferio. Amiamo i nostri clienti ma a volte vorremmo amarli di più. Soprattutto alcuni di noi.

E a volte succedono cose.

Entra un ragazzo e non capisci più niente.

Non assomiglia a nessuno, non ha nessuna bellezza abbagliante attorno, non è alto e porta gli occhiali.

Ma lo guardi e ti si secca la gola anche se l’hai appena incontrato, le parole Serve altro? non escono, la mente si svuota, rimbalza solo un piccolo pensiero doloroso, Non Puoi Prendere Solo Un Succo E Andartene, Lascia Che Ti Prepari Il Mio Miglior Latte Con Cuoricino, Lascia Che Scriva Qualcosa Su Un Qualunque Pezzo Di Carta.

Non era un pensiero così piccolo.

Non capisci perché, ti imbarazzi, ti si impappina il Buona Giornata, resti con un palmo di naso.

Torna. Parliamone.

When Love Arrives

Non dimenticarlo
L’amore non è dove te lo aspetti
L’amore non è ciò che puoi prevedere

Forse l’amore è a New York e sta già dormendo
Tu sei in California, Australia, completamente sveglio
Forse l’amore è sempre nel fuso orario sbagliato

Forse l’amore non è pronto per te
Forse tu non sei pronto per l’amore

Forse l’amore non è non è tipo da matrimonio
Forse la prossima volta che vedrai l’amore sarà vent’anni dopo il divorzio
L’amore sembra più vecchio adesso, ma sempre bello come lo ricordavi

Forse l’amore resterà solo un mese
Forse l’amore ci sarà per ogni fuoco d’artificio, ogni festa di compleanno, ogni visita all’ospedale

Forse l’amore rimane
Forse l’amore non può
Forse l’amore non dovrebbe

L’amore arriva esattamente quando dovrebbe
E l’amore se ne va esattamente quando deve

Quando l’amore arriva digli

“Benvenuto, mettiti comodo”

Se l’amore se ne va chiedigli di lasciare la porta aperta alle sue spalle
Spegni la musica, ascolta la quiete
Bisbiglia

“Grazie per esserti fermato”

 

 

 

-Sarah Kay e Phil Kaye. Ascoltate l’intero pezzo qui

Tribù di Starbucks

Ve lo dico, succede sempre. Quando si fanno più di sette ore si assaggia qui e lì e poi finisci l’ultimo sorso del MokaCookieCrumbleFrappuccino per non buttarlo, oppure assaggia il blonde blend perché la cliente dice che è troppo debole, poi ti senti un po’ stanco e bevi un sorso di qualcosa…e alla fine ti ritrovi all’una e mezza di notte a cercare di affogare la giornata in un libro, in una playlist di Taylor o in altre attività più o meno legali.

Il risultato è che ti infili la felpa rossa, nella quale scompari come uno jedi, e cerchi di snodare le matasse che nel frattempo ti si sono attorcigliate dentro.

 

Il tempo che ci vuole per dimenticare una persona equivale alla metà del tempo che ci hai trascorso insieme.

Questa è la saggezza che l’adorabile H ha condiviso con me fuori da Starbucks, stasera, appena finita la chiusura. Calendario alla mano direi che in un paio di settimane dovremmo essere a posto…restate sintonizzati e vi sapremo dire.

La giornata di oggi è cominciata benissimo, con il primo feedback sul mio libro.

qualche giorno fa ho lanciato un appello su FB ai miei amici, chiedendo se qualcuno di loro fosse disposto a leggere il mio libro sotto l’ombrellone. Una decina di loro hanno effettivamente risposto e oggi è arrivata la prima recensione

A parte qualche minuscola critica e un paio di suggerimenti che ho tutta l’intenzione di seguire –grazie D!!!– l’accoglienza è stata molto positiva e mi ha caricato di energia per tutta la giornata, tanto che la prima cosa che mi hanno detto i miei colleghi quando sono arrivata al lavoro è stata Siamo pieni di energia oggi, eh!

I miei colleghi.

 

Oggi mi ritrovavo, in mezzo alla luce dell’inizio del tramonto –non scherzo, perché non venite a vedere come splende il negozio verso le sei e mezzaqualcosa– a pensare a quanto ami i miei colleghi. Con l’unica eccezione di un paio di persone –che però se ne sono andate da tempo– sono circondata da personaggi brillanti e interessanti con i quali ho intrecciato una varietà di legami impressionante.

Prendete N, ad esempio.

E’ la persona che mi ha addestrato, che mi ha insegnato dove guardare e come pulire, che ha deciso i miei standard e grazie alla quale i miei standard sono perciò sei spanne sopra quelli degli altri. E’ la persona che pazientemente ha corretto tutti i miei errori quando “ero piccola” e che ha cortesemente suggerito modi più rapidi per fare le cose. E’ la stessa persona che, all’entrata in scena del nostro gentlemen scozzese, ha iniziato a ridere nervosamente alle mie spalle.

Così anche A si è messo a ridere. Così io li avevo entrambi alle mie spalle, come angeli custodi imbarazzatissimi e deliziati, mentre chiedevo al cliente se voleva il suo cappuccino to stay or to go. Ser, non starà mica pensando di andarsene subito vero? Il cappuccino è to stay, vero?

N è quello che quando entra qualcuno di interessante mi ritrovo una gomitata più o meno discreta addosso.
N è quello che ride con me e mi chiede come stiamo oggi, are we coooooool? quando il suo lavoro lo porta a rimproverarmi, va bene se ti lascio da sola? quando ci sono le scartoffie da fare. Ma io sono forte e ce la faccio da sola. Sempre.

Poi c’era A, oggi. Sudamericano, sempre allegro, gran lavoratore, sempre pronto a ridere.

Mi piace lavorare con te, sei allegra. Da lì a ostacolarsi per gioco ad ogni mossa il passo è breve. Così, se lui cerca della carta per asciugare la bilancia del caffè e io cerco lo spray per pulire il piano di lavoro, finisce che il piano di lavoro è sprayato ma ingombro di cose che lui ci ha messo per impedirmi di asciugarlo. E mentre io mi ritrovo in mano la bilancia e lui la carta, finisce che io faccio il suo lavoro e lui il mio. Senza pensare.

Perfect TeamWork.

L’altro giorno c’era J. Spagnolo, capelli scuri, accento marcato e questa strana abitudine di starti vicinissimo. No, di più. Un senso del branco, qualcosa che non ha niente a che fare con il sesso, qualcosa che si è perso un passo più in là delle cucciolate di lupacchiotti. Lavora sodo, J, è solo un po’ sfortunato. E non proprio sottile.

Suo è il gomito dalla parte opposta di quello di N, sue sono le occhiate alle belle ragazze, suo è il gusto per le ragazze bionde. Quante volte te l’ho detto che non mi piacciono le bionde? Sua è la scoperta che, cancellando opportunamente alcune parole dai bicchieri di Starbucks, appare la scritta Attenzione, sei incredibilmente attraente.

A è altissimo. Vorrei dire che la gente alta ha un carattere particolare, che a quell’altezza sviluppano qualcosa che io, in quanto nanetta, non posso capire. Che sono ponderati, un po’ sarcastici, flemmatici e sicuri di sé. So solo che lui mi da’ la soddisfazione di piccole schermaglie, di duelli a suon di frecciatine, di minuscoli trofei fatti di risate quando lancio una battuta abbastanza brillante da farlo divertire e basta.

H è l’adorabile sorella maggiore di tutti noi, angelica e dolce, devota eppure determinata ed energica. Non fatevi confondere. Sua è la saggezza, sua la pratica calma a cui ho aspirato fin dal primo momento, sua è l’aura dell’ho tutto sotto controllo. Suo è il come si dice baby in italiano? di oggi, suo l’orecchio che mi ha ascoltato, sua la fiducia nel porgermi uno spruzzino puoi sistemarlo per favore?

Mi mancava A, oggi. Mi mancava la sua ferrea disciplina, il suo silenzio che arriva dall’altra parte del mare, gli sguardi affilati come lame e la tenerezza con cui fa combaciare la sua schiena con la mia e mi appoggia la nuca sulla spalla. Ti guardo le spalle, sembra dire, sono al tuo fianco. A è così in gamba che potrebbe già essere supervisor ma la sua padronanza dell’inglese non è sufficiente. Così si limita a macinare ferocemente turno dopo turno, lanciando occhiate a chi non si comporta bene, dividendo con me un po’ di branco nelle coccole che mi lascia addosso quando mi passa vicino. La adoro.

Queste sono le bestiole che affollano i miei turni, i compagni delle mie giornate, i miei alleati nella lotta contro le code quotidiane.

Blessed, once more.

 

Origine

C’era una ragazza, anni fa.

Si sentiva sempre fuori luogo e ogni volta che entrava in una libreria passava ore ad ascoltare i libri sussurrare, accarezzarne i dorsi, annusare l’odore dì’inchiostro e aspettare. Aspettava che uscisse l’ultimo libro di una saga che amava alla follia, aspettava di terminare, assieme al suo protagonista, un viaggio lungo e tortuoso.

L’inchiostro di quelle parole, alla fine della storia, l’avvolgeva per trasportarla all’interno del libro, perché lei altri non era che la sorella gemella di quell’eroe che sentiva tanto vicino. Era stato il padre, l’autore stesso di quei romanzi, a strapparla inavvertitamente dal mondo in cui l’aveva concepita.

Oggi ho guardato 5 appuntamenti per farla innamorare.

Come ogni volta che mi ritrovo davanti Nia Vardalos e John Corbett mi chiedo invano quale dei due mi piaccia di più e ogni volta mi ritrovo incapace di fare una scelta.

Lo guardavo con spirito scientifico, in cerca delle preziose informazioni sulla regola dei 5 appuntamenti-che sarebbe, a detta della protagonista, il numero perfetto per gustarsi il divertimento e non soffrire.

Perché quando ti succedono queste cose ti guardi indietro e ti sembra di aver bevuto responsabilmente per tutta la vita quando invece avresti dovuto godertela e bere quanto più potevi senza pensare al domani. Ti chiedi dove hai sbagliato e, come ho fatto io, vai in cerca di questi approcci trasversali.

Perché è quello che voglio, ho pensato, divertirmi e godermela senza soffrire.

Poi ho guardato la lista dei miei contatti, tutti i messaggi inviati e visualizzati ma lasciati senza risposta, ho ripensato all’uomo che non ha un nome e al modo in cui mi sistemava il cuscino dietro la testa perché non la sbattessi contro il muro quando dormivamo insieme, ho pensato a come da sabato c’è quella voragine dentro di me e ho realizzato che non sono capace di mentirmi: io non voglio divertirmi, è un’altra la cosa che voglio.

Poi.

Poi ho pensato distrattamente ma quel libro che dovevo rileggere

E il minuto dopo ero a pagina 60, sprofondata fino alle caviglie nelle rogne di Kvothe il Senzasangue, in un posto che non era Oxford e non era dolore e non era niente.

Ho pensato a Telket, la ragazza d’inchiostro di una storia che scrissi la bellezza di cinque anni fa, e mi sono chiesta perché mi cerco in film e serie tv e network e stupide app che portano solo guai.

Io sono figlia dei libri ed è là che andrò a finire.