In fondo alla borsa

che poi è uno zaino, ci tengo a far notare, principalmente perché è grigio e rosa e me l’ha regalato SwottyDuck prima di tornare in Italia

Ci sono quei giorni che non hai tempo di guardare cosa ti passa per le mani, infili tutto in borsa e ciao, così quando arrivi alla fine della giornata prendi e guardi e dentro c’è di tutto…

Un pacchetto di cottonfioc comprati da Tiger assieme ad una spazzolina per le unghie che mi sentivo in colpa a non avere, due sterline in tutto.

Felpa rossa portata per sicurezza e che non è stata usata un minuto perché a Londra, contrariamente a quanto dicevano le previsioni, era caldissimo e pioveva giusto quel po’ che serviva a noi per rinfrescarci dopo le salite.

Lipton Ice Tea al Mango, perché il mango è il frutto dell’anno 2016 e perché J, a Londra con me, me l’ha offerto.

Il tradizionale quotidiano della metro, tenuto solo per fare il sudoku –missione fallita.

Una cartina di Londra che una gentile coppia di turisti ci ha lasciato perché avevano un doppione.

L’immancabile cartina della metro, quell’animalaccio della metro, una delle cose più ispiranti di questa città…

Una foglia di platano, la foglia, quella che oggi mentre passeggiavamo lungo il Tamigi mi è volata addosso. Si dice che acchiappare una foglia che sta cadendo porti fortuna.

Una cartolina del Cyber Dog, perché un posto simile non può non venire incluso nel tour di una persona che viene a Londra per la prima volta…

Il sacchetto del Forbidden Planet, dove in preda all’ultimo momento di fangirlismo ho comprato un taccuino, un magnete e un cardholder di Doctor Who. Le dieci sterline meglio spese di oggi.

Il volantino di uno studio di tatuaggi a Camden Town, perché rifiutare di prenderlo sembrava brutto.

Un bigliettino con su scritto Celine Dion e That’s The Way It Is, perché dopo aver cantato Welcome To My Truth e The Climb avevo troppo sonno per farne una terza, stasera alla serata karaoke.

L’etichetta del drink che mi è stato offerto oggi mentre me ne sedevo sola soletta al tavolo.

 

Il souvenir più ingombrante non stava nello zaino.

Il souvenir più pesante mi è saltato addosso dall’oscurità, mentre tornavo a casa in bici, nello scorgere, all’altezza di Jericho, un profilo familiare. Accompagnato da una ragazza bionda con un paio di tacchi molto rumorosi.

Ho pensato ogni genere di cosa, da quanto poco m’importasse che la mia bici non avesse le luci a quanto poco fosse un peccato che le gomme scivolassero sull’asfalto.

Ho alzato gli occhi al cielo –ero già sull’orlo delle lacrime– e ho mormorato Salvami.

 

In un attimo salvami è diventato guardami, passi sbagliati, angeli soli e accerchiati, parlami, tu sai la verità.

E una voce ha risposto Alzati, ama per sempre, sbagliati, non serve a niente vivere se non si dà.

Nell’angoscia del segreto più profondo, nel dolore di non avere nessuno di cui fidarmi abbastanza da condividerlo, la voce ha proseguito: spogliati, ridi di niente, vivere ci basterà. Alzati, è un sentimento libero, vero tormento. Vivilo, guarda il sole, brucia per te.

Ho cantato piangendo o pianto cantando. Non voglio pensarci.

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