Branco

Quando mi hanno fatto il test dell’Animagus sono rimasta offesissima.

Mongrel Dog.

Cane bastardo.

 

La verità è che ho troppa acqua nel cuore per essere veramente una persona gatto.

Amo disperatamente, mi affeziono in un attimo, non dimentico mai un legame.

 

Non c’è da stupirsi se oggi, dopo otto ore a lavorare nello Starbucks di un altro quartiere, sono comunque passata a infilare il naso nel mio Starbucks.

Non c’è da stupirsi se la voce di una persona che conosco mi illumina la giornata.

Non c’è da stupirsi se oggi, nel guardare la foto di quella faccina sorridente, ho pianto di nostalgia.

 

Quel Mongrel me lo merito tutto.

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Halloween?

Così sforziamoci, nella notte, di produrre qualcosa.

SO.

Innanzitutto ho fame.

Non fame tipo ehi, mangerei qualcosa, fame tipo un leopardo che cerca di uscire da una gabbia. Fame tipo se in questo momento potessi mi sbranerei una ciotola di riso e cotoletta di maiale. Guardare Yuri on Ice mi ha fatto male, lo so, ma il katsudon era la mia debolezza anche prima.

no ma dico…guardatelo

Poi sono qui, orologio alla mano, in attesa che arrivi la mezzanotte e io possa mostrare a mia sorella l’incredibile regalo che sto per farle. Vorrei dire che spenderò di più per il suo regalo che per i biglietti aerei per Natale ma non sarebbe vero. Anche se ci vado vicino.

Quindi sono seduta sul divano bianco del “mio” appartamento a Oxford, sola soletta perché Jo è a Londra dal figlio, in preda ai dubbi. Che fosse stato meglio approfittarne? Che fosse stato meglio prendere ed andare ad uno dei tanti Halloween Party della città?

Proprio io che non ho mai amato Halloween?

Io che non ho bisogno di sfogarmi in travestimenti perché sono sempre me stessa?

…io che è è meglio se le belle metafore le lascio a Jesus…

Oggi sono successe due cose degne di nota.

La prima è che praticamente dal nulla è uscita la trama per un nuovo libro. Immagino che non sia una sensazione con la quale siate facilmente familiari ma provate a immaginare una valanga. Inizi con un’idea piccina piccina –ma se io scrivessi un libro sull’esperienza di essere barista da Starbucks?– poi inizi ad ammonticchiare idee –le misure che confondono la gente, i nomi sbagliati sui bicchieri, i clienti furbetti– e poi la tua manager mette dentro la testa, fa un commento sulla sua boss e all’improvviso la cosa prende una piega del tutto inaspettata e tu ti ritrovi a immaginare cose e cose e cose e tutto ruzzola giù come un’allegra valanghina –ok, non la migliore delle metafore– e sei a posto per il mese di Novembre e il NaNoWriMo.

Poi.

Come sapete –e se non lo sapete ovviamente sapevatelo– quando entra un cliente interessante scatta il codice segreto tra i baristi…il mio è white mocha, perché mi piace il cioccolato bianco, ma sono ormai settimane che non lo uso più, specie da quando io e Jesus abbiamo iniziato a giocare a vediamo chi fa la prima mossa invece di gustiamoci gli occhi con i clienti estivi.

Ebbene, oggi sul tardi è entrato in negozio un ragazzo.

Alto.

Ossuto.

Con i capelli biondi.

Lunghi.

Aveva un signor naso.

parentesi nel quale mi arrendo al fatto che mi piacciono le persone il cui naso ha una certa personalità

Aveva in mano un libro.

parentesi nella quale cerco di dire che non mi piacciono i biondi e le bionde e fallisco miseramente

Prende, si avvicina al bancone e ordina un white mocha grande.

Subito non mi si accendono tutti i radar, sono troppo impegnata a cercare di capire cosa sta leggendo.

Gli Inganni di Locke Lamora.

parentesi in cui ricordo a chi si fosse messo in ascolto soltanto adesso che io amo follemente quel libro

Quindi procedo a diventare di un colore poco umano, a dimenticare tutto il mio fluent englishsì, quello per cui la gente si complimenta così spesso– –esatto, me la tiro perché per questo me la posso tirare– tranne poche parole come environment, understatement e grapes, evidentemente molto utili in una conversazione sui libri, e a perdere completamente il grip sul mio sharpie, il pennarellino con cui scriviamo sui bicchieri di carta.

l’altro giorno qualcuno ha chiesto a una ragazza- -esatto, la decontestualizzazione regna sovrana- –come seduci un uomo. Io mi sono fermata e ho realizzato che mai, mai nella mia vita mi sono chiesta come sedurrei un uomo– –ora so come

Dopo un’intera giornata di lavoro capite che non metabolizzavo l’inglese né in entrata né in uscita, quindi ho farfugliato il farfugliabile e annuito quando il tono del ragazzo lo richiedeva, ho completamente e drammaticamente dimenticato il suo nome

momento di lucidità: ANDREW

e ho fatto finta di servire il cliente dopo di lui.

nel frattempo l’evento con mia sorella è accaduto e sono abbastanza convinta che sia andato bene

Tra un tentativo di chiudere il negozio e l’altro –J era fuori uso per motivi festaioli, io perché ero completamente distratta dal ragazzo– ho partorito un brillante piano per attaccarci bottone: consigliami qualche scrittore.

Quando poi porgi un bigliettino ad un ragazzo perché ci scriva il nome russo di un autore che ti ha consigliato non ti aspetti che torni completamente coperto di nomi tipo una quindicina con annessi titoli e ambientazioni.

E senza Robin Hobb.

Così cogli l’occasione per consigliargliela.

E suggerirgli di tornare a dirti quando l’ha iniziata.

 

Come ha commentato Jesus…next time tell him you love white mocha with blonde espresso!

Senza Voce

Voi non sapete quanti post ho iniziato e mai finito.

Presto saranno trenta.

Ne ho iniziato uno anche ieri sera, poi mi sono bloccata.

Chi sta ascoltando la mia voce?

Sono combattuta tra il desiderare di essere abbastanza forte da non aver bisogno di nessuno ad ascoltarmi e…l’opposto. Il bisogno che qualcuno si sieda accanto a me e mi abbracci e mi ascolti.

In questi sei mesi sono successe tantissime cose: mi sono innamorata e mi hanno spezzato il cuore, sono passata dall’avere un fottuto terrore di andare a lavoro al padroneggiare ogni cosa al punto che senza che la mia mente dia impulsi il mio corpo già sa cosa devo fare, ho conosciuto nuove amiche e perso per strada qualcun altro, ho giocato con nuove storie e abbandonato idee che sembravano ormai pronte, ho sperimentato un arcobaleno di emozioni e sensazioni e visto cose bellissime.

Non sono più sicura di avere una voce, o una voce che valga la pena ascoltare.

La mia dieta, o il mio impegno di restare una mangiatrice responsabile, come mi piace chiamarla, mi sta già dando dei buoni risultati, ma più passa il tempo più sono stanca di allungare le mani per fare taptap sulle spalle degli altri e chiedere come va come stai.

Non so per quale motivo queste due cose sono uscite nella stessa frase. Mi ronza in testa una cosa bellissima che ho letto, non devi inseguire le farfalle ma rendere il tuo giardino così bello che loro arriveranno da sole.

Perché cosa sono stata finora?

 

Quella Che.

Ti ricordi quel giorno in cui ti facevano male gli occhi?

Sono corsa al bar della scuola in cerca di una bustina di camomilla, perché quando ero piccola e mi facevano male gli occhi la mamma mi faceva sempre degli impacchi di camomilla. Ci hanno guardate ridendo e tu mi hai rimproverato con gli occhi, imbarazzata, mentre io cieca badavo solo ai tuoi occhi.

Da quel giorno ho iniziato a viaggiare ovunque con una bustina piena di cerotti, bustine di zucchero e di camomilla, cotton fioc e fazzoletti, per ogni evenienza, perché il pensiero che qualcosa potesse succederti e cogliermi impreparata non mi lasciava dormire la notte.

Oggi, dopo che un’imprevisto mi aveva trovato impreparata, ho ripensato a quella bustina e dopo tanto tempo ho pensato anche a te.

 

Ti ricordi quando, all’inizio di tutto, tu guardavi Grey’s Anatomy e io no?

La mattina dopo, durante le ore di ebanisteria, mi raccontavi tutta emozionata cos’era successo e io me ne stavo lì, ancora in preda al dubbio, ascoltandoti e guardando il tuo volto che brillava, cercando di capire se ti amavo oppure no. Poi abbiamo iniziato a guardarlo insieme, a distanza di cellulare, mandandoci messaggi in tempo reale e discutendone la mattina dopo.

Se ripenso a quando Callie e Arizona si sono messe insieme mi manca l’aria. “Vorrei vederti con il vestito bianco…”

Quando si sono lasciate ho pianto di nuovo, e urlato come quando il nostro noi ha smesso di esistere. Ogni volta che vedo una scena di Grey’s Anatomy mi viene la nausea e piango di nuovo.

Oggi ho scoperto che Sarah Ramirez è bisessuale e mi sono chiesta dove sei.

 

 

Ti ricordi quando facevamo piani per andare all’Ikea?

Le macchine delle nostre famiglie non erano mai abbastanza grandi e non c’era mai abbastanza tempo. Andarci insieme avrebbe significato iniziare a pensare a qualcosa, a costruire, anche solo nella nostra mente, un luogo. Chine sul catalogo indicavamo le cose, storcevamo il naso, ci preoccupavamo di trovare qualcosa che piacesse ad entrambe.

Non ce l’abbiamo mai fatta.

Sono certa che andarci insieme avrebbe significato baciarti in ogni angolo buio, farti sedere su ogni divano, fissarti senza parole in ogni cucina fin troppo facile da immaginare come nostra.

Per anni non sono più andata all’Ikea.

Oggi ho visto un divano perfetto e mi sono domandata chi vive ora in quella casa.

 

Ti ricordi di me?

Una mattina mi sono svegliata in lacrime e ho scoperto che era successo anche a te.

Qualche settimana fa ho passato una giornata in preda all’angoscia, solo per scoprire alla sera che tu eri stata ad un matrimonio.

Oggi il ricordo di te continua a girarmi intorno come un fantasma.

E non importa quanta strada io faccia, quante labbra io baci, quanti voli io prenda. Le canzoni d’amore mi riportano invariabilmente a te.

 

Ti ricordi di me? Io ero quella che doveva sposarti per sempre.

Bilancia

Ci sono momenti in cui vale la pena sedersi davanti allo specchio e parlarsi chiaro.

Faccio questa cosa spesso e non sempre ho dei risultati costruttivi ma ieri ci ho provato una volta di più: mi sono messa a meditare, poi ho fatto una lista delle cose che non sto facendo –mangiando bene, camminando abbastanza, scrivendo, perdendo peso– e ho cercato delle soluzioni fattibili, che fossero solo un passo più in là.

Inizio sempre con le cose grafiche, io: sono i buchi della lavagna magnetica che mi dicono ehi, siamo ore libere, sfruttaci in qualche modo!, sono le caselle riempite con i colori del semaforo a dirmi se sto facendo bene o male, sono i numeri del mio sforzo quotidiano a dirmi che sto costruendo qualcosa.

Ebbene signori, mi sono messa a dieta.

che parole orribili

Sappiate –e lo dico qui di fronte al mondo in modo da non potermi rimangiare la parola– che devo perdere trenta chili, perché ho deciso che per motivi di salute, estetici e via dicendo è giunto il momento che io mi prenda un po’ cura del mio corpo. Ho intenzione di postare i chili che mancano al mio obiettivo in modo che chiunque possa aggredirmi verbalmente se non mi impegno. Siete autorizzati.

Nel frattempo oggi ho mangiato bene, ho bevuto TANTO, ho pedalato TANTO e camminato TANTO.

 

Sì, lo so che è un post un po’ scemo ma stasera gira un po’ così.

 

Distanza dall’obiettivo 30,4.

 

Binari

Giorno dopo giorno siedo al pc cercando di rimettere la mia vita su questi binari.

Perché mi aiuta, perché è bello, perché un giorno mi farà piacere leggere su queste pagine i sentimenti del passato e i momenti intensi della mia vita.

Perché forse ho bisogno di un punto fermo, di un posto dove districare i miei pensieri, di dare un senso a questa vita che sta entrando nuovamente in un momento chi lo sa.

Il fatto è che questo è il nono post che inizio senza mai finire.

 

E’ divertente pensare che solo due settimane fa –ma che dico, forse solo una– andavo in giro saltellando e dicendo che amavo il mio lavoro e tutto andava bene.

In effetti amo ancora il mio lavoro, il punto è che quando c’è più drama che altro allora inizia a non essere così divertente.

disse quella che aveva speso una buona mezz’ora andando in giro con uno stecchino verde in bocca e cantando la canzoncina di Braccio di Ferro

 

Mi chiedono come sto e a me viene da rispondere meh.

 

Non so se cambiare lavoro o tenermi questo, almeno finché al vertice non avranno deciso come gestire la Brexit.

Non so se continuare ad uscire con un ragazzo che mi piace parecchio ma con il quale finora ho fatto solo dell’interessante conversazione. Non mi va di passare il mio tempo a pensare che se lo bacio potrei fare più danni che altro.

 

è in momenti come questo che mi fermo e mi chiedo cos’è la vita, cosa sono le relazioni, perché ne cerco una e come mai non posso essere solo un robot

 

Non so se dovrei insistere, ogni sera, nel pensare a Seareen e ritrovarmi senza idee e con la scadenza di Novembre sempre più vicina.

Non so se cambiare totalmente rotta e dedicarmi allo sviluppo dei personaggi di 6 ragazze che due anni fa mi ritrovavo ad inventare.

Non so se cambiare Paese, tornare in Italia –ebbene sto pensando perfino questo– o cercare la fortuna in qualche posto sperduto del mondo.

 

In realtà temo che la mia mente sia troppo per aria, al momento, per capire qualcosa di tutto questo.

Bandiere

Abbiamo tutti ricordi che i perseguitano, cose che abbiamo fatto quando eravamo troppo giovani per renderci conto di quello che facevamo e per capirne la portata.

In genere sono tanto distanti da essere sfuocati e in qualche modo dimenticati o perdonati, a volte ti guardano negli occhi dall’altro lato della strada.

 

Quando ero alle elementari avevo una cotta tremenda per un bambino.

Era un tipo tranquillo, era bravissimo a disegnare, faceva il portiere nella squadra di calcio ed era divertente in maniera discreta e non plateale. Era il bambino più alto della classe, aveva i capelli scuri e un viso allungato, dei lineamenti non esattamente comuni e…e per essere passati diciassette anni credo siano abbastanza dettagli, ecco.

Ne ero ossessionata.

Credo che sia la cosa di cui vado meno fiera nella mia vita dopo quello che è successo con lei: lo inseguivo, gli mandavo bigliettini, credo di avergli dato un bacio sulla guancia con l’inganno, facevo un tifo sfegatato per lui alle partite e in generale rendevo entrambi ridicoli. Sua madre venne a parlarmi e fu molto gentile, ma ripensare a quelle parole adesso mi fa venire la pelle d’oca: quella persecuzione, la mia persecuzione, gli dava gli incubi.

Alla fine delle elementari cambiò scuola e non lo vidi più. Era una scuola privata molto valida e mi chiedo quanto ampio fosse il danno inferto a quel povero bambino.

 

Oggi l’ho rivisto.

Brandiva enormi bandiere bianche e azzurre, vestiva l’uniforme degli sbandieratori e aveva un modo di fare calmo e sicuro di sé che lo ricopriva come un’armatura.

L’ho guardato sventolarle, arrotolarle e srotolarle nell’aria, lanciarle con un piede e riprenderle senza apparente sforzo, saltellando a destra e a sinistra su un piede solo e facendo il giocoliere con quattro cazzo di bandiere.

Questi diciassette anni non hanno fatto altro che affilare i suoi lineamenti: ha gli stessi capelli scuri, svetta ancora sulla folla e io temo di avere ancora una cotta tremenda per lui.

 

Io ho un debole per tamburi e bandiere, l’ho sempre avuto e sempre lo avrò. Sono giunta alla conclusione che in una vita passata sono stata l’amante di uno sbandieratore, altrimenti non si spiegherebbe la reazione praticamente fisica che ho ogni volta che assisto a questo genere di spettacoli. Oggi c’era la rievocazione storica nel mio paese d’origine –un evento al quale ho partecipato sia da spettatrice che da figurante prima e attrice poi– e devo dire che i dieci minuti di spettacolo degli sbandieratori valevano il biglietto dell’aereo, quello del bus e anche quello del treno.

più o meno cento sterline

Credo che domani andrò a cercarli di nuovo.

 

Il fatto è che non posso fare a meno di desiderare di scusarmi con lui.

Il fatto è che lo guardo e vorrei che non muovesse ancora così tante cose dentro di me.

Il fatto è che vorrei avere qualche scusa in più per guardarlo negli occhi e dire Ciao.