Guarda cos’hai fatto

Questo blog è tremendo.

Ho promesso che avrei scritto con costanza –a parte l’altra sera che ero troppo impegnata a leggere e non avevo niente di interessante da apportare all’universo con la mia giornata passata a leggere– e così ho intenzione di fare, ma quando arrivo alla fine della giornata e mi guardo indietro è come uno specchio che mi impedisce di scappare dalle mie azioni.

Ho lavorato, oggi, con impegno e con dedizione, e non è servito a niente, perché di tutto il mio turno di lavoro –perfin che tre ore e mezza, va ricordato– solo un momento è veramente importato: quando una delle clienti del B&B ha chiesto dov’era il ketchup e io invece di darle indicazioni sono andata a prenderlo e gliel’ho dato in mano.

Come sei gentile!

Il mondo ha smesso di girare, il sole è uscito da dietro le nuvole e io sono quasi scoppiata a piangere mentre qualcosa dentro di me diceva questa è la tua vita, questa è la tua missione, coccolare i clienti! Rifiuta tuo padre e rinnega il tuo nome e per Dio torna da Starbucks!

E vabbè, poi ho continuato la mia triste vita, lucidando bicchieri e posate, prendendomi delle belle parole dalla manager quando ho controllato che gli yogurt non scadessero, impilando per bene tutti e quattro i diversi tipi di ciotole che abbiamo per la colazione e cercando di augurare buona giornata a tutte le persone che servivo.

Poi sono stata a recuperare E, l’incredibile fidanzata del mio ex collega J, due creature così tenere che non potevano che incontrarsi piacersi e sposarsi, praticamente. Ieri lei compiva gli anni e le ho fatto un piccolo ciondolo verde con cristallini cechi, ma invece di rimanere a prendere un the con me sono spariti per recuperare una giacca a vento per l’imminente vacanza in Scozia di lei.

Io sono tornata nel mio ambiente naturale, Starbucks –non è che non fossimo già lì– dove sono stata, come spesso accade, raggiunta al mio tavolo da Mr. Gatto.

Mi dimentico sempre quanto sia giovane, e quando fa o dice qualcosa che me lo ricorda cado completamente dalle nuvole. Oggi aveva il taccuino che porta sempre con sé e sul quale scrive pillole di saggezza che le persone gli ispirano o condividono con lui. Suo padre dev’essere una persona interessante perché tra le parole che mi ha letto le sue erano molto profonde.

Una mi è rimasta impressa, qualcosa che dovrei scrivermi addosso: l’unica cosa che ti impedisce di essere felice è la tua convinzione di essere solo. Non tanto perché in questo momento io non sia felice quanto per quel dettaglio, la convinzione. Tipo è un’idea che ti sei creato da solo.

Mi piace il modo in cui Mr. Gatto colleziona la saggezza. Mi legge delle cose e mi chiede cosa ne penso. La conoscenza è sapere cosa ignorare. Gli ho detto che ignorare qualcosa è un po’ come scapparne via, e scappare via non è mai una cosa positiva. Non mi aspettavo che aggiungesse, a lato della citazione, il mio apporto alla cosa.

Ha trascorso con me la pausa pranzo, permettendosi di imitare i miei gesti anche mentre aveva la bocca troppo piena per imitare le mie esclamazioni come fa sempre.

Stop mocking me!
Non ti sto prendendo in giro, ti sto imitando perché voglio essere come te. Te l’ho detto, dici di ammirarmi ma io ammiro altrettanto te.

E’ in trappola, incastrato dietro il sorriso con il quale tenta di convincere la gente che va tutto bene quando invece non è felice nel nostro quartiere e la preoccupazione di essere supervisor non lo lascia dormire la notte. Lo guardavo oggi mentre lavorava, in uno dei rari momenti in cui non mi sorride, e il suo volto tradiva tutto quello che succedeva dietro.

Non voglio essere qui.

 

Tornerà nel suo quartiere, Mr. Gatto, probabilmente in un paio di settimane. Ha deciso di tornare a infilarsi la felpa amata e datata, con buona pace del suo amore per la metafora. Pensavo di essere delusa ma sono solo triste perché sarà molto più distante e non potremo monopolizzarci a vicenda come stiamo facendo ora.

E ho paura che sarà una cosa buona.

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