Forse che sì…

Vorrei che quello che ho fatto oggi si potesse mettere in parole.

Vorrei che immaginaste quel panico da esami, da cose che ti mettono alla prova e sulle quali poi ti giudicheranno, da cose mai fatte e per le quali non ti senti eccessivamente all’altezza.

Vorrei che immaginaste also la sala grande di Harry Potter, quella in cui gli studenti mangiano, quella con la pedana rialzata su cui mangiano i professori.

Io stasera ero assegnata alla pedana dei professori.

 

Immaginatemi con scarpe scomodissime ma da adulta, pantaloni con la piega, camicia bianca stirata per l’occasione e un gilet nero da uomo che siccome io un uomo non sono mi stava malissimo. Mi ero anche truccata e tirata su i capelli con attenzione, quindi un bel rossetto rosso e occhi scuri. Sì, non male, a parte il gilet.

E tesa come una corda di violino, in piedi in un angolo, ad aspettare che Mika facesse cenno agli studenti che si alzassero in piedi per l’arrivo dei fellows –non chiedetemi il significato di questa cosa perché non lo so– a seguire con lo sguardo i suddetti che prendevano posto alla tavola alta e sobbalzare miseramente quando il leader della tavola ha battuto il tradizionale colpo con il martello.

 

Mika è stato meraviglioso. Mika dev’essere stato un cane pastore nella sua vita passata perché non solo è bravissimo a prendersi cura di me ma anche a insegnarmi le cose e a guidarmi senza opprimermi o esagerare.

Segui me.

 

C’è una fondamentale differenza tra quello che faccio di solito alla finestra della mensa e quello che ho fatto oggi: la gente ti guarda negli occhi. La gente è grata di avere qualcuno che gli porta il piatto, che gli riempie il bicchiere di vino o che porge una bottiglia d’acqua nuova quando sta finendo. La gente sorride, ringrazia, a volte ride complice.

La gente ti da’ una cazzo di soddisfazione.

ebbene sì, sono sboccata

Ho camminato avanti e indietro con fierezza e orgoglio per essere riuscita finalmente a strappare sguardi grati alle persone di cui mi prendo cura, una delle cose di cui più avevo bisogno in questo periodo. Lavorare sulla tavola alta è stata un’esperienza molto appagante che ha acceso una piiiiccola luce alla fine del tunnel, tra commensali che Questo vino è eccezionale, so che non potete ma alla fine della cena prendetene un sorso, non dirò niente a nessuno e, inaspettatamente, uno dei miei regulars di Starbucks che ha sorriso astutamente e mi ha chiesto se mi trovavo bene. Se non ti trattano bene vieni da me che ci penso io.

 

Sono stremata.

Ho lavorato undici ore filate, sedendomi verso le quattro per una mezz’oretta e stringendo i denti fino alle dieci prima di poter mangiare qualcosa. C’è da dire che alla fine il qualcosa si è rivelato essere una manciata di gnocchi verdi con pomodorini al forno, ravioli allo speck, un pesce favoloso e una torretta di verdurine e avocado.

Non sento più i miei talloni e sono seduta in mutande sul letto a scrivere perché la prima cosa che ho voluto fare è stata uscire da quei vestiti scomodissimi ma almeno non sono più disperata come ieri.

 

Per chi si fosse perso le puntate precedenti: Reyn è sempre negli States e dopo un timidissimo tentativo non mi ha più scritto, Mr. Gatto è –colpevolmente– latitante, giovedì prossimo incontrerò la mia scrittrice preferita e lunedì 8 maggio se tutto va bene trasloco.

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