10 Years Challenge

Ho cercato invano una foto di dieci anni fa.

Invano nel senso che questo pc certo non le contiene e nel senso che le mie sciocche sorelle, che invece le foto le hanno, alla mia richiesta hanno sospirato, commentato questa 10 years challenge sta un po’ sfuggendo di mano e fatto finta che le avrebbero cercate.

Invano, come dicevo.

Io a queste cose non riesco a resistere e mi sarebbe piaciuto moltissimo poter confrontare le due foto, specie perché negli ultimi anni di viso non sono invecchiata per niente. Quello che ho trovato, invece, è un mio racconto scritto addirittura nel 2007 che dieci anni fa pubblicavo nella primissima versione del blog che state leggendo.

Mi sono un po’ vergognata di quello che ho scritto, eh. Ci sono degli errori molto grossi di concordanza, delle parti non chiare –al punto che neanche io, che pur l’ho scritto, sono riuscita a capire tutto tutto– e un’ingenuità generale che mi hanno fatto arrossire… ma non sono riuscita a trattenere un moto d’orgoglio per il piccolo colpo di scena che ho inserito, anche a distanza di 12 anni.

In mancanza di una foto da sbandierare ho scritto poche righe su Facebook: dieci anni avevo appena perso mia madre, io e lei stavamo ancora insieme e io ero convintissima che lo saremo state per sempre, avevo preso la patente e iniziato a fare la cameriera, vivevo ancora in Italia con entrambe le mie sorelle e avevo una gatta adorabile che ancora mi manca.

spazio in cui mi chiedo perché ho sentito il bisogno di specificare che la gatta mi manca quando ogni altra persona nominata mi manca come e più della gatta

La cosa che più mi fa sorridere è che dieci anni fa credevo di aver capito tutto, di essere invincibile, di sapere esattamente dove la strada mi avrebbe portata. Facevo molti più gioielli di adesso, scrivevo storie –usavo i tarocchi per quelle, un’idea non molto originale ma che mi forniva una scusa perfetta per storie brevi– combattevo la mia crociata per stare con la persona che amavo.

Mai, mai mi sarei immaginata, in capo a dieci anni, residente in un altro Paese, lontanissima da lei e con un bagaglio così bizzarro alle spalle.

Questo naturalmente è di ottimo auspicio: ci sono le basi per supporre che, tra altri dieci anni, io possa risiedere su un altro pianeta con una creatura che al giorno d’oggi nemmeno è ancora mai stata incontrata.

Ci sta. Ci vediamo tra dieci anni.

 

PS: un po’ di voglia di riscrivere quel racconto però mi è rimasta. Restate sintonizzati.

PPS: noto con soddisfazione che l’ultimo post ha ricevuto ben 5 like… e da nomi che ricordo con piacere. Grazie davvero!

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Il Tuo Cervello

Ma che poi, di cosa stiamo parlando?

Mi intriga come il mio cervello, dopo un certo livello di complessità delle cose –e lo sapete che con me le cose non sono mai lineari– inizia a mettere in questione il sistema stesso. Ho una cotta per una persona? Quando le cose si fanno complesse e la cosa perde ogni controllo il mio cervello prende e inizia a chiedersi cos’è una cotta, perché provo questi sentimenti, qual è il senso della cosa in sé e perché devo dannarmi tanto.

E’ successo anche un minuto fa, quando incapace di scrivere il primissimo capitolo del mio libro –ho scritto due versioni ma…– mi sono fermata e mi sono detta perché ho voglia di scrivere, perché la gente dovrebbe aver voglia di leggermi, cosa sono i libri e perché penso che la mia storia dovrebbe diventarlo.

Poi mi sono tornate in mente le parole delle persone che hanno ascoltato la storia, non ultimo l’Uomo delle Carte –perché ci piace nominarlo, anche se lui non lo sa… sarebbe bello scrivere il peggiore dei post smielati su di lui e vedere cosa succede, se eventually finisce a leggerlo e che reazione avrà… potrebbero cariarglisi i denti, potrebbe avere un’autocombustione… tanto lo so che succede

pausa in cui il mio cervello si chiede il motivo, la ragione di fare una cosa simile, lo scopo di produrre quella che è l’ennesima lettera d’a***e che non spedirò mai, ma i conti tornano tutti!

…inclusa Cinci che è ancora nella mia vita, curiosamente, e che ha detto ma quando lo scrivi mandamene una copia che voglio leggerlo. E’ una storia romantica, naturalmente, una storia d’amore tormentata tra due ragazze che, a descriverle, siamo sempre invariabilmente io e lei. Perché io non smetterò mai di amare lei, come se in mezzo a tutte le altre cose che faccio, camminare sorridere scrivere digerire sognare e ricambiare le mie cellule, questa sia una che, automatica come respirare o produrre sangue, non posso in alcun modo controllare.

E anche se ho comprato un anello di rainbow moonstone che tiene a bada la mia follia e tiene sotto controllo i sogni, ciò non cambia il fatto che io voglia ancora mettermi in contatto con lei. E questo –si rese conto con sgomento– neanche il mio cervello lo mette in discussione.

Scrivere, l’ho detto spesso, è come una stanza nella quale è difficilissimo entrare ma una volta entrata posso restarci tutta la notte. Sono qui a pensare con ogni fibra del mio essere che se non scrivo questo 2018 sarà stato inutile, avendolo io trascorso per metà sotto antidepressivi e per metà ad innamorarmi di nuovo di Oxford.

E niente, mi sono appena resa conto da dove dovrei veramente iniziare a scrivere questo libro.

Sogni di Drago

Avevo un uovo, fino a ieri notte.

Avere un uovo è una cosa speciale, te ne prendi cura e non sai veramente cosa possa uscirci finché non si schiude. Potrebbe essere un’anatra, un’oca, un pappagallino, un ornitorinco –ebbene sì– uno squalo –ebbene sì– oppure, nel mio caso, un drago.

Io ero certa che fosse un drago.

Forse era la dimensione dell’uovo, forse era il calore che sprigionava, la forma un po’ particolare, non lo so. Ero certissima che fosse un drago! Del resto anche la persona che me lo aveva dato non era una persona qualunque e aveva accompagnato il dono con indizi rivelatori…

Io, che sogno draghi in ogni caso, avevo iniziato a non sognare altro. Saprà volare e portarmi con sé? Avrà scaglie verdi e occhi dorati? Combatterà fieramente i cavalieri che tenteranno di attaccarci? Avrà un soffio infuocato o piuttosto un bacio in grado di ammaliare anche il più crudele dei re?

giuro, questa ho tentato di riscriverla ma esce da così a peggio quindi tenetevela

Mi conoscete e sapete che mi sono divertita immensamente a pensare al mio drago, a coccolarmelo un sogno dopo l’altro, a portarmi l’uovo ovunque, chiacchierarci e dipingerci sopra cose carine con gli acquerelli.

Finché quella persona non ha preso in mano l’uovo, ci ha bussato sopra e mi ha chiesto se stavo veramente pensando che ne sarebbe uscito un drago.

E’ stato orribile.

Avrei dovuto scuotere la testa, mentire, ridere e chiedere come ti è venuto in mente che io potessi volere un drago? Io con questo uovo ci sto solo giocando.

Avrei potuto farlo e avrei ucciso il drago. Non ricordo niente della mia risposta ma sono certa che si trattasse di parole piccolissime, ridicole e flebili. Avrei potuto fare di meglio in così tante cose… invece ho teso le mani verso quella persona, per riavere il mio uovo, e lo sguardo con cui mi è stato restituito era così colmo di imbarazzo da ridurmi in cenere.

Sono venuta qui a piangere perché non c’era nessun altro luogo dove farlo. Qualunque cosa ci fosse in quell’uovo è morta nel momento in cui quella persona ci ha bussato sopra.

Favole

C’era una volta una ragazza che credeva nelle favole nonostante le avessero più volte suggerito di non farlo.

Qualche mese fa questa ragazza, inseguendo una favola che non aveva proprio tanto le idee chiare, finì per sbattere contro ad un tizio con un mazzo di carte. Si trattava di un mazzo di carte molto famoso, in mano ad una persona la cui voce parlava di legno e vento. La ragazza si sedette, in preda al panico, e ascoltò, mentre le carte le dipingevano attorno il profilo di una città dalle mura dorate.

più tardi la ragazza si sarebbe resa conto che quelle carte altro non erano che piccoli specchi e che la città dalle mura dorate era in realtà già tatuata sulla sua pelle, su ogni centimetro disponibile

-Forse- si lasciò sfuggire la ragazza con l’uomo delle carte -se tu mi regalassi una delle tue carte potrei usarla per catturare la mia favola…

– Quando arriverai a casa la carta sarà già lì ad aspettarti- rispose enigmaticamente lui. La ragazza pensò di aver parlato troppo e tornò alla sua favola, ritrovandosi a danzare sulle punte in un luogo buio nel quale le sembrava di intravedere di continuo quel profilo che amava. Purtroppo però ogni volta che allungava le mani nella sua direzione la favola scivolava via, lasciandola sempre sola a chiedersi dove sbagliasse.

Quando finalmente la ragazza si arrese e tornò a casa trovò veramente ad aspettarla la carta che l’uomo le aveva promesso: era una delle carte che più aveva parlato al suo cuore e pensando alla favola sfuggente che la perseguitava la ragazza si ritrovò a stringersela al petto, senza alcun desiderio di cederla a nessuno.

Ogni sera, quando la ragazza tornava a casa, bisbigliava i suoi pensieri alla carta che teneva sul comodino. Erano pensieri sulla città dalle mura dorate, pensieri sulla magia che la circondava, pensieri su quello che le si agitava dentro e su tutte le piccole favole che, nel frattempo, le si erano dipanate intorno.

E la voce di legno e vento dell’uomo le rispondeva, parlando a sua volta di magia, della saggezza che aveva conosciuto viaggiando, della follia che sentiva inseguire i suoi passi.

Piano piano la carta aveva iniziato a brillare di una luce sempre più calda, che ogni sera sembrava avvolgersi attorno alla ragazza e fondersi con la sua pelle finché lei stessa non si mise a brillare della stessa luce, calda e splendente.

 

Oggi l’uomo delle carte mi ha spedito altre due carte.

La dice lunga il fatto che la mia prima reazione sia stata una serie di insulti nei suoi confronti. Non ne meritava neanche uno, questo è chiaro, ma l’idea che qualcuno le avesse scelte –e sono belle, proprio– e avesse deciso di mandarle proprio a me mi è sembrata così assurda che l’unica soluzione possibile era che l’uomo delle carte avesse proprio poco buonsenso.

Devo ancora guardarle bene e non so ancora cosa mi diranno ma la cosa che brillava di più in quel pacchetto era un biglietto su cui era scritto il mio nome. Non il nome con cui mi chiamano tutti ma il nome che le carte hanno sussurrato all’uomo delle carte quando hanno visto sul mio corpo la città dalle mura dorate.

E niente, mentre prendevo in mano le carte che mi sono arrivate oggi pensavo, con enorme stupore, a cosa sarebbe successo se io, in quel momento, non avessi avuto la sfacciataggine di chiedere una delle sue carte la prima volta.

Ci sarebbe molta, molta meno luce nella città dalle mura dorate.

Di Cotte e di Crude

Mi chiedo se sapere come corteggiare una persona sia un’abilità necessaria ad una donna.

una vocina nella mia mente ha risposto con prontezza forse è un’abilità necessaria alla donna che vuoi essere-

Oggi il nostro postino è entrato con un fenomenale berretto rosso e bianco e un maglione coordinato rosso e bianco, ed era bellissimo. Io sono molto affezionata alle persone che vedo tutti i giorni alla stessa ora –la lista è lunga, postino, corriere di Amazon, corriere di Hermes, corriere di DHL… quest’ultimo, per una volta ne sono sicura, ha un debole per me– e quindi gli ho fatto un sacco di apprezzamenti e lui era tutto contento. Si tratta di una persona affabile con tutti, quindi niente di strano… quello che non ho calcolato era il nostro IT guy che, come un avvoltoio in camicia a strisce, era dietro di me mentre ricevevo la posta.

I think he likes you.

Mi sono voltata per ritrovarmelo davanti, alto, magro, i soliti pantaloni scuri e questo naso adunco –io amo i nasi decisi, che non è mai una bella cosa– e ho fermato il cervello ad un millisecondo dall’intenzione della mia bocca di dire ma a me piaci tu.

Non ci posso fare niente, ho questo debole per il nostro IT guy. E’ alto, musone, enigmatico e sarcastico e una sera l’ho visto abbracciare sua figlia e baciarla sulla fronte e niente, me ne sono innamorata follemente.

Anche per questo ho nascosto un Ferrero Rocher nel suo pigehole, con un bigliettino con scritto ti auguro un buon anno e tre bacini.

disse, fingendo che la sua scrittura non fosse riconoscibilissima

Ho fatto la stessa cosa per Mr. Goldenboy, sebbene mi abbia quasi completamente ignorata l’ultima volta che è passato.

E niente, sono qui con una sensazione stranissima addosso, come se per la prima volta l’IT guy mi avesse visto davvero, con tutto che sono quella che si preoccupa sempre di aprirgli il cancello quando esce e che gli chiede sempre come sta.

Oggi anche An, uno dei due gemelli, ha fatto del suo meglio per girarmi intorno… o almeno così mi è parso, nella mia flebile sensazione di invincibilità: sono stata in cucina per chiedergli latte tè e zucchero per la portineria e lui non ha perso occasione per lamentarsi del fatto che alla festa del college porta una nostra collega perché altrimenti non porterebbe nessuno, perché non so parlare con le ragazze.

Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse se questo è uno di quei chiari segni che non sono capace di interpretare… lunedì abbiamo il pranzo natalizio del college e ho tutta l’intenzione di tirarmi più che posso, metterlo spalle al muro e dirgli che se deve lamentarsi ogni volta che non ha una ragazza quando torno dall’Italia lo porto io fuori.

Mi sono sentita particolarmente contenta, oggi, sia perché era l’ultimo giorno di lavoro prima del mio ritorno in Italia sia perché sembrava una giornata speciale: non solo abbiamo ricevuto la paga di Dicembre in anticipo ma anche un buono di 30 sterline e uno speciale biglietto di ringraziamento da uno dei nostri professori, con altre 30 sterline come regalo!

momento lagna on: credo che sia il massimo che qualcuno spenderà quest’anno per un regalo per me: modalità lagna off

Inoltre oggi è successa una cosa bellissima: l’assistente della preside si è tutta sdilinquita in una serie di cose supercarine su di me. Questa ragazza ha più o meno la mia età ed è questa creaturina bionda e sorridente che mi fa un sacco tenerezza e che è diventata in fretta la mia persona preferita del college… Oggi mi sono lasciata sfuggire che è il mio ultimo giorno e lei è sbiancata.

Are you joking?

Ho dovuto rincuorarla e dirle che no, torno a Gennaio, non me ne vado per sempre… e lei è partita a dire quanto è contenta che io lavori nel college, che ventata di allegria ho portato nella portineria e niente, avevo gli occhi lucidi e ho smesso di ascoltare ma ho pensato che era una cosa troppo carina per non metterla qui per rileggerla quando sarò vecchia e sola.

ride

E niente, domani dovrò mettermi in carreggiata e decidere cosa mettere in valigia e cosa indossare lunedì ma intanto oggi ho addosso un po’ di luce e sono molto, molto felice.

Sotto Natale

Fa freddo.

Certo, io potrei anche mettermi addosso il pile del college invece di restare in maniche di camicia vicino alla finestra, ma fa freddo lo stesso. Stamattina sono in servizio prestino prestino, una domenica pigra e puovosa nella quale tutti i miei studenti preferiti sono andati a casa per le vacanze e aspettiamo una cinquantina di faccine nuove che vengono a fare i colloqui per le iscrizioni dell’anno prossimo.

Quello che non sapete é che mentre scrivo c’é una maratona di Babbi Natale fuori dal college, quindi da ormai un paio d’ore abbiamo una serie di canzoni natalizie sparate a palla proprio qui davanti.

questa é la ragione per cui mi sono concessa di mettermi addosso anche io un cappello da Babbo Natale: morivo dalla voglia di farlo, aspettavo solo una scusa semivalida

E’ un momento un po’ cretino: ho aumentato il dosaggio di vitamina D perché il mio umore stava iniziando a risentirne ma tra il maltempo e il periodo non esattamente fantastico non sono proprio al top. Da qualche giorno faccio molta fatica ad addormentarmi la sera –maledetta luna nuova– e ieri ho avuto una giornata piuttosto impegnativa con pochissime ore di sonno all’attivo.

Ma non possiamo veramente lamentarci: il motivo per cui oggi sono cosí stanca é perché ieri sono stata a pestare la neve -espressione in codice della mia famiglia che significa andare a comprare regali di Natale– e sono quasi a metá –naturalmente sono rimasti da fare i piú difficili– ma soprattutto perché ieri finalmente, dopo mesi in cui non ci riunivamo, siamo riusciti a fare una pizzata tra Italiani a Oxford.

giusto ieri un amico mi chiedeva circa la comunitá italiana a Oxford: siamo tantissimi, quasi troppi

E’ stato uno spasso, a partire dalla pizza –buonissima, Pizza Pilgrim é un ottimo posto– molto originale che abbiamo mangiato –mortadella, crema di pistacchio, mozzarella di bufala e foglie di basilico, niente pomodoro– passando per i modi molto italiani di parecchi di noi e per le peculiarissime conversazioni avute con il ragazzo inglese di uno dei miei migliori amici, che sta imparando l’italiano e ha delle idee tutte sue sulla nostra grammatica.

Il culmine della serata é stato quando uno dei nostri ha proposto di fare la foto sulla scala mobile.

no, neanche io avevo idea che queste cose esistessero

Immaginate dodici persone, di un’etá che non giustifica tanta stupiditá, montare a coppie su una scala mobile, ridendo come pappagalli ubriachi e cercando di allinearsi in modo che l’ultimo riesca a fare una foto decente. Ovviamente la scala mobile non é lunghissima e dopo un paio di foto é finita, quindi… quindi niente, siamo scoppiati a ridere e siamo saliti su quella che andava nel senso opposto, per fare la stessa identica cosa ancora e ancora.

E niente, ho riso cosí tanto da farmi venire il mal di pancia, e non mi succedeva da anni… 🙂

La mia vita ora

Oggi ho ascoltato la sorella di Charmé dipanare la sua vita, tra viaggi attraverso l’Atlantico, decenni vissuti a cavallo tra Grecia e Oxford e una storia d’amore incredibile. Mercoledì torna in Grecia ma giovedì riparte, perché da Barcellona deve poi andare in Florida in barca per raggiungere una clinica dove il marito windsurfer deve andare a farsi curare la schiena.

Sedevo incredula, nel suo appartamento meraviglioso, mangiucchiando un dolce greco al miele e chiedendomi cosa sto facendo della mia vita, io che non ho mai passato più di una mezz’ora su una barca, che ho meno della metà dei suoi anni e non ho mai pensato di andare in Florida.

…una parte di me era contenta, perché la sorella di Charmé –non esistono soprannomi per una persona così. Cioè, non potete capire– ha incontrato il marito quando aveva quasi quarant’anni, quindi forse tutto sommato non dovrei troppo preoccuparmi…

Recentemente ho avuto una conversazione con un amico, a proposito di colpi di testa e cose estreme… ma più lui parlava delle sue esperienze –mesi trascorsi in conventi, o India, o posti sperduti– più mi rendevo conto di come la mia vita fosse piccola-piccola. Certo, posso dire di essermi trasferita in un Paese che non è quello in cui sono nata e di aver fatto qualche lavoro interessante ma non sono stata poi molto in giro e di certo non ho attraversato un oceano in barca.

il fatto che questa sia la cosa che mi disturba di più mi spaventa, significa che inconsciamente l’ho già messo nella lista di cose da fare

Charmé è tornata, sorprendendo la mia coinquilina al suo picco di disordine e sprofondando lei stessa in un abisso di influenza e tosse che, al momento, ha già definito come malaria, polmonite e chissà che altro. Si prospetta un’interessante parentesi tra la fine del trimestre oxfordiano –tutti i miei studenti sono andati a casa e mi viene un po’ da piangere– e il 24 Dicembre, quando tornerò in Italia per le feste.

L’ultimo periodo è stato un po’ bizzarro, per me. Appurato che amo il mio lavoro e non ho intenzione di perderlo, che amo i miei colleghi e che ho trovato un posto dove vivere che amo e dove amano me… non dovrei veramente lamentarmi di niente. Eccetto che, forse proprio per questo, mi sento sola: provo un feroce senso di protezione per parecchi dei miei studenti, alcuni dei quali hanno già dimostrato del commovente affetto nei miei confronti, e questi sentimenti inaspettati mi portano a farmi molte domande e a notare, inesorabilmente, la mancanza di una persona speciale nella mia vita.

Granito

Oggi non ero al massimo delle mie potenzialità cerebrali.

eufemismo per dire che ero più tonta del solito, che già in genere è una buona quota

Naturalmente Mr Goldenboy ha scelto proprio oggi per entrare nella portineria con la sua migliore faccia di granito.

va detta una cosa, di Mr Goldenboy: ha un sorriso bellissimo ed è sempre di buon umore. Va detto anche che è molto alto, ha il volto aperto e sincero di quegli attori del cinema che non diventano star mostruose ma ti ispirano comunque– –non che me ne venga in mente nessuno al momento– –e ha una gentilezza piacevole e calorosa che dovrei semplicemente invitarlo a uscire una sera, ecco

Aveva questa faccia serissima come se gli fosse successo qualcosa di terribile, tipo il bacio di un Dissennatore, come se d’un tratto l’avessero trasformato nell’opposto di quello che è di solito, un esserino solare e piacevole. E niente, mi guardava fisso, con questa faccia di granito che per un attimo non ho detto niente e l’ho guardato, con la coscienza sporca che solo chi ha lasciato nel suo pige hole una barretta di cioccolato al latte poteva avere.

non che una barretta di cioccolato al latte sia una dichiarazione d’amore, specie se non firmata

Ho cercato di combattere con la mia arma più potente, il mio sorriso da cucciolo.

Niente da fare.

Ora, immaginate la mia già non impressionante statura ridursi drasticamente mentre questa persona continua a fissarmi con questa faccia di granito –sto abusando di questa figura perché per la prima volta nella mia vita l’ho vista prendere vita davanti ai miei occhi e non mi sono ancora ripresa– e nel frattempo cose continuano a succedermi attorno, ma io ho occhi solo per questo lecturer che mi è stato detto avere più meno l’età di Wannabe delle Spice Girls e che insiste a non cedere di fronte al mio timido sorriso.

A quel punto il mio sorriso inizia a colare da una parte perché l’imbarazzo ha preso il sopravvento, la mia faccia diventa tutta rossa e dentro di me mi chiedo se la mia barretta era offensiva fino a questo punto…

Poi Finalmente Abbandona la Faccia di Granito.

pausa in cui mi chiedo cosa l’abbia spinto a questa pantomima

Mi chiede la chiave di una teaching room e io gli chiedo se ha una prenotazione mentre cerco il suo nome nel sistema, fallisco miseramente, scrivo il suo nome sulla lista delle chiavi in prestito, lui mi chiede se sono sicura che non ha una prenotazione –pausa in cui cerco di ricordare se ha fatto il giro del bancone per venire a sbirciare nel computer o se è solo stata una mia allucinazione– trovo la prenotazione, cancello il suo nome dalla lista, sospiro e mormoro è colpa del mercoledì -scusa che ho usato per anni e continuerò a usare– e torno a essere inservibile per il resto del pomeriggio.

Ora.

Universo.

Strofinarmi così una persona sotto il naso non è carino e anche se sappiamo che non tutte le cose che fai sono fatte per essere carine stasera ho una richiesta… invece di somministrarmi Mr Goldenboy 5 minuti alla settimana in questa maniera non potresti spingerlo a passare un pochettino più di tempo nella portineria, magari in un momento in cui sono un po’ più lucida?

So che gli hai fatto prenotare quella teaching room per tutta la settimana ma io non sarò a lavoro per il resto della settimana quindi per favore mettiamoci d’accordo o questa ship non va da nessuna parte.

Notti al College

Ci sono quei giorni che durano settimane.

Ce ne sono stati cinque, questo significa che è passato ormai più di un mese dal mio ultimo post.

ride

Ieri ho finito l’ultima notte di servizio.

C’era una festa, nella scala 12, musica alta, persone che bevevano, due o tre studenti che hanno flirtato con me fingendo di saper parlare italiano. Ho preso la mia torcia, insieme al junior dean -il prefetto? Lo studente responsabile? Non so come si traduce e non lo saprò mai– e li abbiamo dispersi, è mezzanotte, sapete che non si tiene la musica alta dopo mezzanotte.

Una studentessa è rientrata alle due, è rimasta a chiacchierare con me, ha sentito che non avevo voglia di andare a spegnere le luci della torre e ha detto vengo con te.

Un altro gruppo di studenti è rientrato tardi, un po’ allegro, tutto sorrisi giovani ed entusiasmo e qualcuno ha detto ehi, ma stai facendo il turno di notte, che bella sorpresa! Guys, è il mio portiere preferito e di solito non fa mai il turno di notte!

Un ragazzo era ubriachissimo, in lacrime, ha dato un calcio ad uno dei nostri cartelli, è venuto dentro mormorando mi hanno dato del fascista.

Alle quattro del mattino un ragazzo brillo è entrato, mi ha chiesto cosa leggevo, ha iniziato un monologo super appassionato su Patrick Rothfuss –io morivo dal ridere, dato che non ho bisogno che mi si venda Patrick Rothfuss in nessuna lingua perché già lo adoro– alla fine del quale gli ho consigliato Scott Lynch, si è mangiato una scodella di torta al cioccolato, poi si è accoccolato nella finestra e abbiamo guardato insieme Blackadder. Alla fine l’ho guardato e gli ho detto che erano le cinque del mattino, lui si è scusato, ha detto non credo che ci siamo presentati poi si è presentato e ha detto è stato un piacere.

Ci sono stati momenti di tensione –più o meno ogni volta che la porta ci metteva un’ora a chiudersi– e momenti in cui avrei preferito essere a casa. Una ragazza si è sentita male e abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza, la terza notte, e nella stessa notte ad un ragazzo hanno buttato in faccia sostanze non ben identificate e l’abbiamo messo su un taxi per l’ospedale.

Ho passato ore leggendo, a volte cose che dovevo leggere a volte… beh, romanticherie più o meno platoniche tra personaggi di cui mi sono recentemente innamorata, ascoltando a ripetizione le canzoni de Lo Hobbit e piagnucolando come una la bambina piccola che sono.

Ho intessuto conversazioni al limite del credibile con studenti a caso, come uno dei miei preferiti, MR, che la prima sera che ci siamo conosciuti si è portato a casa su una bici una stampante 3D che aveva ordinato online. Stavolta sulla bici aveva un sacchetto pieno di pane. Gli ho chiesto se stava contrabbandando pane fuori dalla dining hall e lui ha detto che no, gli piace il pane e se ne era comprato una valanga.

sua è l’idea innovativa di portarmi del Lego per far passare più in fretta le lunghe notti al college

inutile dire che l’ho amato alla follia

Ho visto studenti consegnare i loro compiti alle tre del mattino. Ho visto gente con i peggio vestiti, i peggio tacchi, i peggio capelli. Gente mezza nuda nonostante il freddo, gente con in mano la più varia collezione di cibo.

…e niente, vorrei ricordarmi nomi e volti di tutti quelli che mi hanno detto coraggio, manca poco, stai andando benissimo e mandare a tutti loro un biscotto come fa la fatina dei biscotti –non chiedete– ma in sintesi quello che volevo dire è che mi ha fatto tenerezza quello che ho scritto solo una settimana fa: mi sembra che siano passati davvero dei mesi e che quelle paure e quei sentimenti che mi divoravano domenica scorsa appartengano ad un’altra persona.

Prego l’Universo di aiutarmi a ricordare quanta strada ho fatto in questi cinque giorni la prossima volta che mi sento altrettanto divorata.

Ma si sveglierà…

Mi hanno detto che non è un bel mese.

Lo sto sentendo tutto.

Problema numero uno: sono sveglia da 14 ore, ho all’attivo 8 ore di lavoro e almeno 5 di cosa vogliamo fare della nostra vita?

E’ quella sensazione quasi onirica di quando ti si frigge il cervello per la febbre e tu vorresti dormire e invece ti vengono in mente solo cose.

Che è un brillante eufemismo per dire che mi viene in mente solo lei.

Nel mio lettino fresco, abbracciata al cuscino, i miei peluche sotto il collo, mi veniva in mente lei. Mi veniva in mente di scriverle una lettera –oh, la mia scrittura– e mandarla dove abitava una volta –in quel terribile terribile posto– sperando che sua madre non capisca che dietro quell’indirizzo scritto con mani tremanti ci sono io.

Quell’arpia.

Un giorno, quando ancora ero in Italia e lavoravo come cassiera,mi è passata davanti sua nonna, persona adorabile che conoscevo bene, e sorridendo ha detto forse non ti ricordi di me.

Le lacrime che non ho pianto quella sera, dall’istante in cui l’ho scorta in coda con la spesa fino al momento in cui le mie amiche sono venute a salvarmi.

E quell’arpia che sapeva e non ha pensato nemmeno un attimo di dirtelo.

Una lettera, per dire guarda dove sono arrivata, quando ogni singola parola grida non vuoi venire con me?

Chi voglio imbrogliare?

C’è una febbre rovente dentro di me, stasera, mi brucia gli occhi e le guance in quel modo assurdo che insiste da una settimana a questa parte, e io sono qui con mezzo cervello a chiedermi dove sei, se ad una settimana dal tuo compleanno ci pensi, ogni tanto, a dieci anni fa, quando ti ho riempito le braccia di regali perché eri maggiorenne e io ti amavo da impazzire e non mi sembrava vero di farti un regalo per ogni anno che compivi.

Io dovevo dormire, oggi pomeriggio, dormire qualche ora e poi stare sveglia tutta la notte, guardando The Hobbit per sette ore di fila e trascorrere dormendo tutto lunedì, perché domani faccio la notte.

Sono terrorizzata all’idea di fare la notte.

E’ quel terrore cretino che si ha delle cose che non si conoscono, il terrore in cima allo scivolo alto, un minuto prima di buttarsi senza pensare e scoprire la cosa più divertente del mondo. Il terrore della prima volta, quello che so per certo che mi passerà in un attimo appena scoccheranno le otto di martedì mattina e io sarò libera di tornare a casa a dormire.

O no.

pausa in cui scendo quattro rampe di scale per andarmi a prendere la bottiglietta di cherry cola che ho comprato per stare sveglia

Non sono brava a dormire fino a tardi.

Non ricordo quante volte sono rimasta sveglia tutta la notte a Capodanno –forse perché non è mai successo. Non sono sicura– ma non ricordo una sola notte sveglia. E non stiamo parlando del resta sveglia il minimo sufficiente per guardare un film, parliamo del resta sveglia che se ti arriva uno studente con un attacco cardiaco in corso devi salvarlo tu.

sospira

La mia coinquilina ha di nuovo il suo ragazzo per casa.

Significa che la sera cucinano un sacco, lasciano la cucina un casino, passano tutto il loro tempo uno addosso all’altra e, nonostante abitino due stanze –perché il materasso della sua stanza, che andava benissimo il primo mese, adesso che ci dorme con lui non va più bene, quindi si è trasferita nella stanza della mia padrona di casa mentre è all’estero– lasciano la loro roba ovunque.

E non parlo di un cappotto, un cellulare, un libro dimenticato sul divano.

Parlo di tazze da tè mezze bevute lasciate sui tavolini di tutto il piano terra.

Parlo di spazzole, asciugacapelli e beauty del trucco, abbandonati in soggiorno da venerdì.

Parlo di un allegro set di indumenti sporchi abbandonati sul divano per quasi tutta una settimana.

pausa nella quale tento di capire perché ho iniziato questo post

Se non si stessero sempre addosso.

Se non li beccassi sempre mezzi nudi sul divano.

Se non mi strofinassero sul naso costantemente il loro essere tutt’uno.

Passerà anche questa, si sveglierà il tuo cuore in un giorno d’estate rovente in cui sole sarà.

dio quante lacrime piante dietro a questa canzone l’anno in cui non sei mai tornata

Tornerà l’abbraccio dell’Universo, arriverà la luce della prossima ephiphany, era tutto per arrivare a questo.

Mi sveglierò martedì sera e ancora una volta camminerò attraverso il centro di Oxford, a testa alta, sorridendo perché sono il nuovo portiere notturno del Trinity.

Ne sono certa.

 

…ma intanto il mio terrore mi sta mangiando viva perché tu non sei qui ad ascoltarmi.

 

Alla volta in cui mi hai detto no
Non ti lascerò mai