Uno

Sto uscendo con Uno.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti Uno è un mio ex collega dai tempi di Starbucks, un barista che lavorava nella filiale dall’altra parte della città e con il quale mi sono ritrovata spesso a lavorare nella mia o nella sua sede. Stiamo parlando di un ragazzo spagnolo molto alto e ben piazzato, che aveva una volta dei bellissimi capelli alla Maui e che al momento ha solo un po’ di barba e capelli corti che –si strofina le dita cercando di ricordarsi quanto sono corti– niente non mi ricordo.

Tre settimane fa mi sono seduta di fronte al caffè dove lavora adesso Uno. L’ho guardato da lontano, digrignando i denti perché Uno è sempre quello dei messaggi senza risposta, degli appuntamenti fantasmati, del vorrei ma non posso. Con rabbia e veleno l’ho guardato brillare nel suo grembiule nero –perché io e lui abbiamo lo stesso senso di customer service e dedizione al lavoro– e mi sono morsa le dita, ricordano quando con la mia amica ho urlato per gioco se l’Universo mi desse Uno io non avrei più nessuna richiesta al mondo!

Poi mi sono resa conto che in realtà volevo solo sapere come stava, quindi mi sono tolta la rabbia dalla mente, mi sono messa la faccia da sono una persona realizzata e sono entrata nel caffè.

E Uno si è illuminato. E ha fatto cenno di offrirmi tutto quello che volevo. E vabbé.

pausa in cui cerco briciole di Uno nei post passati, non le trovo ma trovo invece le tracce della mia vita folle e dolorosa e ammaccata e mai noiosa… e mi faccio tante domande

Uno è quello che l’altra sera, quando alla fine di una giornata lunghissima ho sentito la voglia di fermarmi e fargli ciao con la mano dalla vetrina, ha fatto qualcosa con gli occhi che poi ero tutta caldina tipo coccole. Un abbraccio con gli occhi. E poi mi ha scritto mi sentivo miserabile ma quando ti ho vista hai illuminato la mia giornata.

Uno è quello che io non sapevo come gestire quando avevo voglia di prenderlo per la giacca così ho solo messo la testa sulla sua spalla. E lui mi ha baciato i capelli. La cosa più tenera e spontanea mai successa da quella volta che mai.

spazio in cui ho cercato di scrivere qualcosa di carino e un po’ ammiccante fallendo miseramente e finendo a fissare sgomenta su google una serie di immagini che decisamente non erano quello che volevo vedere né mettere sul blog…

Uno è quello con cui l’altro giorno, dopo aver mangiato scones di fronte al parco, siamo finiti a sfiorarci le mani, imbarazzatissimi, senza sapere cosa stavamo facendo. E le sue mani mi piacciono così tanto –oh le sue mani– e lui se ne vergogna da morire. Come se avere le mani un po’ vissute fosse un’offesa al cliente. Come se fosse un buco nel suo customer service il fatto che ha due dita bruciate da una scottatura.

Uno è quello che dice cose provocanti ma in modo estremamente dolce, così dolce che realizzi all’improvviso che anche il tuo cuore ha un punto G e ti chiedi quante mani sta usando.

e se questo vi sembra volgare non avete idea di quante cose ho scritto e cancellato negli ultimi 15 minuti

Io ho in mente un momento di paura, tra le braccia di Uno, qualche sera prima del mio ultimo post, quando temevo di essere sull’orlo dell’ennesimo scivolo diretto su una piscina d’acqua gelida. Devo fare uno sforzo non indifferente per ricordarmi quella sensazione, dopo tutte le confidenze e le coccole, verbali e non, che sono state fatte.

Mi stai negando un bacio?

C’è una parte di me che non capisce. Non sta capendo e forse non ha speranze di farcela in ogni caso, una parte che, diagrammi alla mano, si chiede come mai questa cosa non ci sta annegando. Come facciamo a svegliarci la mattina e avere pensieri che non sono lui. Perché non ci sono precedenti, non è mai stato fatto: stiamo a galla, mantieniamo quota, non stiamo sprofondando nelle sabbie mobili o su quello scivolo che tanto temevo quella sera. No, c’è solo una vaga sensazione di stelline, di pancia piena, di avere un cappottino rosso addosso, uno di quelli carini.

E faccio tanta, tanta fatica a non essere felice.

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Lettere d’amore

Perché sempre di lettere d’amore si tratta.

Ne ho appena scritta una in un mormorio bassissimo, un sospiro, un sussurro. Mi chiedo se chi le legge lo percepisce, quell’amore. Una volta Verde Acqua mi ha definita la faccia più trasparente del West, alludendo a come, nei primi giorni che uscivamo insieme, si leggesse chiaramente in tutto quello che facevo il sentimento che stava nascendo per lui.

Allora come mai Uno non ha mai capito, in tutti questi anni, che mi piaceva?

A me dispiace molto, per Uno. Ha detto una cosa, l’altra sera, che mi ha fatto perdere l’equilibrio in modo così disastroso che non credo di averlo ancora recuperato. Ho dovuto fermarlo e dirgli ma io tengo a te. Tu potresti sparire di nuovo. E poi sono stata assalita dalla sensazione, orribile, di essere stata invisibile fino a cinque minuti prima.

L’ho scritto anche su Facebook, in mezzo alle cretinate che Cì mi ha detto al telefono: fino a cinque minuti fa io ero di cartongesso.

Dov’ero, quando non riuscivi a vedermi? Dov’eri quando la mia voce diceva mandatemelo perché mi piace lavorare con lui? Dove guardavi quando lasciavo della cioccolata in modo che ce ne fosse per quando venivi e io non c’ero?

sospira

Da dove ti arrivano certe idee?

L’Uomo delle Carte –che mi ha mandato un libro di nuovo– me lo ha chiesto, l’altro giorno, in una nota vocale che mi ha fatto scoppiare a piangere. Sarebbe bello che l’Uomo delle Carte non leggesse il mio blog ma nel caso lo legga lo dirò lo stesso, perché amo vivere pericolosamente: la sua voce ha mani che volano oltre la Manica, labbra che tingono di luce le sue parole, la voce dell’Uomo delle Carte è così piena di colore da far girare la testa.

L’Uomo delle Carte non li ha visti passare. Non ha ascoltato le parole affilate del Re degli Imbecilli, non ha visto gli occhi dello Spaventapasseri cercare altrove, non conosce le bugie di Reyn. Non ha in mano la lista delle mie lettere d’amore, non ha l’elenco degli infiniti gesti invisibili che le mie mani hanno compiuto, non ha mai ascoltato l’eco dei miei sentimenti che si infrangevano sul pavimento del cuore altrui.

L’Uomo delle Carte mi ha mandato un libro con una frase di sostegno.

Sono corsa a piangere da lui, l’altra sera, con una distesa infinita di cose che mi sgorgavano dalla bocca. Ho esitato, sulla sua soglia, e ne ho raccolta solo una, ignorando tutte le altre che mi inseguivano.

La verità è che mi ha aperto la porta nel cuore della notte così tante volte da viziarmi schifosamente e io ho un terrore così profondo di perdere anche lui che è come un cappio, che mi trascina indietro se mi ci avvicino troppo.

Per questo ho scritto una lettera d’amore, stasera, su un foglio bianco con il quale ho fatto un aeroplanino e l’ho fatta volare via.

Tutta un gomitolo

E’ risaputo: quando non capisco qualcosa finisco qui, seduta sul pavimento della mia stanza immaginaria, un po’ di sole che filtra dalle finestre che hanno la forma strana che possono avere solo nella mente di qualcuno e le code di troppi spaghi che mi escono dal cuore.

C’è un filo rosso, sottiiiiiile sottile sottile, filo da imbastire, quel genere di filo che si annoda in no time, che non puoi tirare perché si spezzerebbe, che puoi solo seguire con dita esitanti e occhi febbrili, estrema delicatezza su quel nodo perché se il filo si spezza tu quel nodo non lo districherai mai più. Faccio fatica a tirarlo fuori, si è troppo ingarbugliato con delle cose che c’erano nel mio cuore prima.

C’è un nastro di raso ocra, sottile e lucente, che si infila in ogni spazio possibile rifrangendo la luce in ogni direzione. Sarebbe il più facile da far scivolare fuori dal mio cuore ma le mie dita esitano: non è sempre stato mio desiderio abitare la luce? Cosa mi aspetterebbe se io decidessi di arrotolarmelo tra le dita e lasciarlo cadere?

C’è un cordino di cuoio, testardo, dall’odore pungente, che ho cercato di annodare alla gabbia del mio cuore ma che si ostina a sciogliersi, intrecciato per conto suo in forme che non ho ancora imparato e in qualche modo incastrato tra le altre cose. Quello è il primo che, nel momento in cui scuotessi la gabbia del mio cuore, si perderebbe per sempre.

E poi c’è qualcosa di simile alle decorazioni di Natale, un lungo filamento dorato che si intravede a malapena in tutto il groviglio, qualcosa che andrebbe semplicemente scoperto pezzo a pezzo man mano che si va avanti perché il solo tentativo di tirarlo fuori a forza lo rovinerebbe inevitabilmente.

Mi sono sempre considerata brava con i grovigli, nella vita reale… eppure sono qui con questa cosa in mano… e non so davvero cosa farne.

Sogni di Drago

Avevo un uovo, fino a ieri notte.

Avere un uovo è una cosa speciale, te ne prendi cura e non sai veramente cosa possa uscirci finché non si schiude. Potrebbe essere un’anatra, un’oca, un pappagallino, un ornitorinco –ebbene sì– uno squalo –ebbene sì– oppure, nel mio caso, un drago.

Io ero certa che fosse un drago.

Forse era la dimensione dell’uovo, forse era il calore che sprigionava, la forma un po’ particolare, non lo so. Ero certissima che fosse un drago! Del resto anche la persona che me lo aveva dato non era una persona qualunque e aveva accompagnato il dono con indizi rivelatori…

Io, che sogno draghi in ogni caso, avevo iniziato a non sognare altro. Saprà volare e portarmi con sé? Avrà scaglie verdi e occhi dorati? Combatterà fieramente i cavalieri che tenteranno di attaccarci? Avrà un soffio infuocato o piuttosto un bacio in grado di ammaliare anche il più crudele dei re?

giuro, questa ho tentato di riscriverla ma esce da così a peggio quindi tenetevela

Mi conoscete e sapete che mi sono divertita immensamente a pensare al mio drago, a coccolarmelo un sogno dopo l’altro, a portarmi l’uovo ovunque, chiacchierarci e dipingerci sopra cose carine con gli acquerelli.

Finché quella persona non ha preso in mano l’uovo, ci ha bussato sopra e mi ha chiesto se stavo veramente pensando che ne sarebbe uscito un drago.

E’ stato orribile.

Avrei dovuto scuotere la testa, mentire, ridere e chiedere come ti è venuto in mente che io potessi volere un drago? Io con questo uovo ci sto solo giocando.

Avrei potuto farlo e avrei ucciso il drago. Non ricordo niente della mia risposta ma sono certa che si trattasse di parole piccolissime, ridicole e flebili. Avrei potuto fare di meglio in così tante cose… invece ho teso le mani verso quella persona, per riavere il mio uovo, e lo sguardo con cui mi è stato restituito era così colmo di imbarazzo da ridurmi in cenere.

Sono venuta qui a piangere perché non c’era nessun altro luogo dove farlo. Qualunque cosa ci fosse in quell’uovo è morta nel momento in cui quella persona ci ha bussato sopra.

Ma si sveglierà…

Mi hanno detto che non è un bel mese.

Lo sto sentendo tutto.

Problema numero uno: sono sveglia da 14 ore, ho all’attivo 8 ore di lavoro e almeno 5 di cosa vogliamo fare della nostra vita?

E’ quella sensazione quasi onirica di quando ti si frigge il cervello per la febbre e tu vorresti dormire e invece ti vengono in mente solo cose.

Che è un brillante eufemismo per dire che mi viene in mente solo lei.

Nel mio lettino fresco, abbracciata al cuscino, i miei peluche sotto il collo, mi veniva in mente lei. Mi veniva in mente di scriverle una lettera –oh, la mia scrittura– e mandarla dove abitava una volta –in quel terribile terribile posto– sperando che sua madre non capisca che dietro quell’indirizzo scritto con mani tremanti ci sono io.

Quell’arpia.

Un giorno, quando ancora ero in Italia e lavoravo come cassiera,mi è passata davanti sua nonna, persona adorabile che conoscevo bene, e sorridendo ha detto forse non ti ricordi di me.

Le lacrime che non ho pianto quella sera, dall’istante in cui l’ho scorta in coda con la spesa fino al momento in cui le mie amiche sono venute a salvarmi.

E quell’arpia che sapeva e non ha pensato nemmeno un attimo di dirtelo.

Una lettera, per dire guarda dove sono arrivata, quando ogni singola parola grida non vuoi venire con me?

Chi voglio imbrogliare?

C’è una febbre rovente dentro di me, stasera, mi brucia gli occhi e le guance in quel modo assurdo che insiste da una settimana a questa parte, e io sono qui con mezzo cervello a chiedermi dove sei, se ad una settimana dal tuo compleanno ci pensi, ogni tanto, a dieci anni fa, quando ti ho riempito le braccia di regali perché eri maggiorenne e io ti amavo da impazzire e non mi sembrava vero di farti un regalo per ogni anno che compivi.

Io dovevo dormire, oggi pomeriggio, dormire qualche ora e poi stare sveglia tutta la notte, guardando The Hobbit per sette ore di fila e trascorrere dormendo tutto lunedì, perché domani faccio la notte.

Sono terrorizzata all’idea di fare la notte.

E’ quel terrore cretino che si ha delle cose che non si conoscono, il terrore in cima allo scivolo alto, un minuto prima di buttarsi senza pensare e scoprire la cosa più divertente del mondo. Il terrore della prima volta, quello che so per certo che mi passerà in un attimo appena scoccheranno le otto di martedì mattina e io sarò libera di tornare a casa a dormire.

O no.

pausa in cui scendo quattro rampe di scale per andarmi a prendere la bottiglietta di cherry cola che ho comprato per stare sveglia

Non sono brava a dormire fino a tardi.

Non ricordo quante volte sono rimasta sveglia tutta la notte a Capodanno –forse perché non è mai successo. Non sono sicura– ma non ricordo una sola notte sveglia. E non stiamo parlando del resta sveglia il minimo sufficiente per guardare un film, parliamo del resta sveglia che se ti arriva uno studente con un attacco cardiaco in corso devi salvarlo tu.

sospira

La mia coinquilina ha di nuovo il suo ragazzo per casa.

Significa che la sera cucinano un sacco, lasciano la cucina un casino, passano tutto il loro tempo uno addosso all’altra e, nonostante abitino due stanze –perché il materasso della sua stanza, che andava benissimo il primo mese, adesso che ci dorme con lui non va più bene, quindi si è trasferita nella stanza della mia padrona di casa mentre è all’estero– lasciano la loro roba ovunque.

E non parlo di un cappotto, un cellulare, un libro dimenticato sul divano.

Parlo di tazze da tè mezze bevute lasciate sui tavolini di tutto il piano terra.

Parlo di spazzole, asciugacapelli e beauty del trucco, abbandonati in soggiorno da venerdì.

Parlo di un allegro set di indumenti sporchi abbandonati sul divano per quasi tutta una settimana.

pausa nella quale tento di capire perché ho iniziato questo post

Se non si stessero sempre addosso.

Se non li beccassi sempre mezzi nudi sul divano.

Se non mi strofinassero sul naso costantemente il loro essere tutt’uno.

Passerà anche questa, si sveglierà il tuo cuore in un giorno d’estate rovente in cui sole sarà.

dio quante lacrime piante dietro a questa canzone l’anno in cui non sei mai tornata

Tornerà l’abbraccio dell’Universo, arriverà la luce della prossima ephiphany, era tutto per arrivare a questo.

Mi sveglierò martedì sera e ancora una volta camminerò attraverso il centro di Oxford, a testa alta, sorridendo perché sono il nuovo portiere notturno del Trinity.

Ne sono certa.

 

…ma intanto il mio terrore mi sta mangiando viva perché tu non sei qui ad ascoltarmi.

 

Alla volta in cui mi hai detto no
Non ti lascerò mai 

Tutta un fanculo

Che di per sé non è proprio un bellissimo titolo per un post.

la verità è che vi ho abituato bene

In questa parte dell’emisfero sono le cinque –l’ora in cui gli inglesi si fanno un the– –e non avrebbero nemmeno troppo torto– e io sto bestemmiando perché, passando metà del mio tempo scrivendo sulla tastiera del college, quando poi torno alla mia faccio solo confusione con la punteggiatura.

Tuttavia.

Oggi andavano dette delle cose, prima tra tutte che stamattina il tempo era una miseria.

Ne veniva giù tanta ma tanta che ho rimpianto l’acquisto di un ombrello da 27 cm quando potevo comprarne uno con tutti i blue tits. Guardate che bello. Quanta finezza. Che raffineria. Ecc.

Stamattina era così freddo, piovoso e grigio che la gatta è venuto da me piangendo –mi piace come i gatti inglesi sanno essere filosofici e sono capaci di camminare sotto la pioggia– e chiedendo un po’ d’attenzione.

comprensibilmente quando piove ci sono meno turisti in giro e lei la cagano meno…

In realtà oggi avevamo perfino qualcuno che si occupava di turisti, cosa che per l’ultima settimana abbiamo dovuto fare noi, che non siamo pagati per fare. La prima esperienza della giornata è stata urlare dietro a uno “posso aiutarla sir?” dopo che era sgattaiolato dentro al cancello senza chiedere niente a nessuno.

“Volevo visitare il college!” “Ci sono non uno non due ma tre cartelli con su scritto chiuso, non faccia il furbo e se ne vada.”

non l’ho detto perché non saprei neanche come dirlo, in inglese, ma ho sorriso in maniera molto espressiva

e poi ho mormorato malevolmente valà mona, che va sempre bene

La mattinata si è mantenuta fresca e umida –leggi anche ieri ero in maglietta oggi si vede il fiato, occhio cosa fate con quelle manopole– e io mi sono rassegnata a correggere le traduzioni di alcuni miei collaboratori –alcuni dei quali macellano l’inglese in una maniera che anche no– mentre sorridevo rassicurante ai turisti. Certo, venite pure avanti, fate pure una foto ma provate a camminarmi sul prato o cercare di entrare dal cancello che vi mastico via una mano.

E poi niente, e poi vorrei che vedeste la cosa incredibile che ha tirato fuori.

anzi, vedetela, è qui

Era iniziata come la tipica giornata che ti fa dire cosa diamine ci faccio in questo Paese, che ti fa pensare all’altra scarpa che cade –quando una cosa è troppo bella per essere vera qui dicono aspetta che cada l’altra scarpa– e che la felicità che sentivo era solo la fase luna di miele del mio trasferimento a Oxford.

E poi è venuta fuori questa giornata limpidissima, con gli edifici di Oxford che si riempiono di sole, con il cielo blu e queste nuvole e il fiume e tutto quanto…

Non sono tranquilla.

Non so perché, dato che ho una casa bellissima, una padrona di casa amorevole, un ottimo lavoro e dei colleghi molto a posto, ma ho questo nervosismo sottocutaneo, quest’agitazione inspiegabile, questo senso di… di non lo so.

E sono tutta un fanculo.

Potrei

Potremmo dire tante cose.

Potremmo dire che ho messo giù male un piede nella casa nuova e che ora non sono più sicura che tutte le dita del mio piede destro siano ancora attaccate bene.

Potremmo dire che finalmente quasi tutte le mie cose sono nella mia stanza nuova, quella bella, quella che ha una vista spettacolare, quella che ha un letto decente, un armadio decente, una cassettiera decente e una scrivania molto deludente.

Potremmo dire che è stata una giornata traumatica come può esserlo solo un trasloco per la gente del mio segno zodiacale, che una volta arrivata mi sono detta come ti è venuta in mente quest’idea e che quando mi sono resa conto che per andare a farmi una doccia devo fare due rampe di scale mi è venuta un po’ la nausea.

Potremmo dire che avere finalmente un letto mi sta rendendo una persona felice, che ho appeso un bellissimo quadro che dice splendi raggiante oggi, qualcosa di buono sta per succedere, che scendere a orario cena per ficcanasare e ricevere inaspettatamente dell’agnello e delle verdurine saporite mi ha salvato la serata.

Ma.

Sceglierò di parlare di ieri, di fissare su questa pagina un momento di felicità, di colpevolissima delizia, di gioia molto esitante.

Ieri mattina dovevamo dare a H il suo regalo di addio. E’ stata una settimana impegnativa anche per questo, decidere cosa regalarle, raccogliere i soldi, girare furtivamente per il college facendo firmare a tutti il biglietto… mi sono sbattuta tantissimo perché voglio molto bene ad H e volevo che fosse tutto perfetto ma non è stato facile.

Il mio turno iniziava alle 13.30 ma per evitare di perdermi l’azione ho deciso di entrare un po’ prima, prendermi un panino e sedermi in un angolo da sola, in attesa che lei si facesse viva. Ero pronta a solitudine e discrezione ma inaspettatamente A, il bigliettaio, mi ha vista tutta sola ed è venuto a sedersi accanto a me.

Doverosa precisazione: A è uno studente del college che ha probabilmente attorno ai 20 anni, ha un sorriso che illumina qualunque brughiera e parla fluentemente inglese, tedesco e spagnolo. Legge tantissimo e sa tantissime cose, fa il bigliettaio ma è capace di far nascere una coda lunga tutto l’isolato solo per spiegare ad un turista un dettaglio del college e per finire…

…è gay, ma questo lo sapevamo già perché ne abbiamo già parlato.

Ora.

Scoraggiata dal discorso maturo e responsabile della mia amica H ho deciso di far finta che non mi si sciolga il cuore ogni volta che lui sorride, anzi, ho deciso di far finta che lui non esista neanche, perché è uno studente, noi siamo i loro guardiani e bla bla bla, piuttosto provaci con AN e AL.

Ieri questo non è stato possibile perché lui era lì a chiacchierare e sorridere e chiedermi dove abito e cosa faccio e se mi piace il panino e a lamentarsi dei turisti e a ridere per minchiate nostre. E va via martedì, per almeno un anno e mezzo, e ieri mentre tutti ridevano e festeggiavano H lui ha detto è merito di M se la cosa è andata a buon fine, si è data tanto da fare per il regalo e il biglietto, e io volevo tuffare il naso nella mia fetta di torta e sparire. E poi è venuto dentro in portineria tutto spettinato ed era bellissimo e poi ha detto ma almeno lunedì tu ci sei vero?

E niente.

Le persone normali a questo punto lasciano perdere ma io non sono una persona normale e vorrei disperatamente dirgli qualcosa per combattere la cretinata che ha detto ieri, che deve smettere di mangiare torta adesso che gli americani sono andati via. Volevo dirgli che anche solo per la sua personalità lui sarebbe una persona che vorrei intorno per sempre, per tacere del suo sorriso.

Mi servirebbero solo le parole per farlo delicatamente, così delicatamente da non donargli altro che tenerezza.

Costellazioni

Ogni volta che mi metto alla scrivania lo faccio per disegnare una costellazione, uno schizzo di stelle nel cielo, ognuna un sentimento, un frammento di un’emozione, un momento della mia giornata.

La giornata di oggi collide qui, in questa stanza, per la terzultima notte che passerò a F-Place.

Una stella è Joy di Friends che legge Piccole Donne. Bestiola adorata.

Una stella è sentire una specie di colibrì nel petto quando M il Mago mi ha finalmente presentata dal vivo ad una delle persone che mi ha fatto il colloquio su Skype dicendo Hai scelto proprio bene.

Una stella è il bizzarro momento di oggi, quando per sfuggire ad un personaggio un po’ molesto delle strade di Oxford ho finto di non capire. Non capisco, non capisco! ho continuato a ripetergli in italiano per farlo andare via. Poi ho visto passare il mio autobus.

I’m sorry, that’s my bus.

Senza pensare sono tornata all’inglese.

Una stella è il panico provato oggi in banca quando sono andata ad aprire il mio conto-risparmio: adesso che ho un lavoro serio è il momento per fare la persona responsabile e mettere da parte un po’ di soldi regolarmente.

Un’altra stella è il profumo accogliente della mia nuova casa quando ci sono entrata oggi portando via quasi tutte le mie valigie dalla mia stanza attuale.

Questa è la costellazione che mi ha portato qui oggi, questa è la combinazione di cose che mi porterò nel cuore, questi sono i pensieri con i quali vado a dormire stasera.

Di libri memoria e sogni

Qualche ora fa una ragazza è venuta a vedere la stanza, è salita sulla scala fin sotto il tetto, ha deciso che le piace e si è accordata per trasferircisi tra una decina di giorni.

Un’altra questione risolta ma non posso nascondere che, nonostante la casa dove mi trasferirò sia infinitamente meglio di quella in cui vivo adesso, mi mancherà questa camera. Forse non mi mancheranno gli orribili mobili, o l’orribile temperatura, o questa sedia scomodissima e la finestra che divento sempre scema a chiudere, ma il mio letto nella tana in cima alla scala sì.

Un po’.

Stanotte ho sognato lei.

Nell’Universo ideale in cui non abito le è successo qualcosa, un’ephiphany, una rivelazione celestiale, e stasera in un impeto di nostalgia tornerà a leggere il mio blog –una volta lo faceva, diceva che quasi faceva male per quanto di mio c’era dentro– e leggere che stanotte l’ho sognata la farà intenerire di brutto.

Io non avevo nessuna ragione di sognarla: ho passato la serata di ieri pensando a come la mia vita sia low key felice, con un lavoro che mi piace, persone con cui vado d’accordo, una bella casa e tutto sommato delle ottime prospettive. Eppure è successo e sospetto fortemente che sia per qualcosa che lei ha provato o fatto. Anche perché si trattava di un sogno felice, in cui io avevo una casettina in cima ad una scogliera e lei piantava una scena per dire che non era convinta eccetera… facevamo entrambe parte di un gruppo di personaggi con poteri speciali e ognuno di loro traeva potere da un elemento diverso. Lei continuava ad essere scettica finché qualcuno non le faceva notare che l’elemento dal quale io traevo potere era lei. A quel punto vivevamo per sempre felici e contente.

Tuttavia non è questo il motivo per cui mi sono seduta al pc a questo orario un po’ random.

Qualche tempo fa ho parlato di un evento che coinvolgeva Becky Albertazzi, un incontro a Londra per la presentazione di un libro scritto a quattro mani da lei e da un certo Adam Silvera, autore del quale non avevo mai sentito parlare.

Dopo aver letto tutti i libri di lei ho pensato che per correttezza avrei dovuto leggere anche i libri di lui, che per adesso sono solo tre. Ebbene, ho appena finito il primo, More happy than not, e sono ancora incastrata in quei postumi che ti restano addosso dopo aver letto un grande libri.

Non so come tradurre il titolo, forse qualcosa come Più felice che no. La vita del protagonista, Aaron, è molto difficile: viene da una famiglia poverissima e suo padre si è appena suicidato, evento che ha portato lui stesso a tentare il suicidio. Al fianco di Aaron c’è Genevieve, la sua ragazza, ma quando la ragazza si allontana per un campeggio artistico Aaron fa amicizia con Thomas, con il quale instaura un rapporto profondo e complesso e che lo porterà a farsi dolorose domande sul proprio passato.

Un modo per superare questo dolore potrebbe essere ricorrere a Leteo, una procedura molto costosa che cancella la memoria in maniera selettiva, ma si tratta di una scelta altrettanto complessa che potrebbe avere serie ripercussioni su Aaron e le persone che gli stanno intorno.

Non posso veramente dire di più a proposito di questo libro se non che mi ha molto colpita, più di quanto mi aspettassi. Ha una scrittura cruda, buia, molto lontana dal bellissimo libro dell’Albertalli che ho letto la settimana scorsa… ma mi è stato altrettanto caro, vuoi perché affronta lo stesso tema del mio Seareen vuoi perché anche io ho avuto gli stessi problemi del protagonista.

Alla fine non ho potuto fare a meno di pensare che mi piacerebbe comprare anche questo oltre a The upside of unrequited, che mi era piaciuto infinitamente, e farmeli autografare entrambi… ma la strada fino a Ottobre è ancora lunga e non oso pensare a cosa mi riserveranno gli altri due libri di Silvera, dato che a quanto pare l’intero internet giura che la fine di uno dei due sia una cosa da piangersi via gli occhi.

Comunque oggi ero a casa da lavoro e com’era da aspettarselo non ho fatto niente di niente. A momenti mi infilerò in doccia per prepararmi per la cena speciale di stasera –a quanto pare una cena dedicata esclusivamente a noi portieri– alla quale non so ancora come vestirmi.

Stay Tuned.

 

In Frantumi

Ho provato a scrivere questo post tre volte, in tre momenti diversi.

Il primo si chiamava Razzismo e parlava della tremenda e divertentissima serata che ho passato chiacchierando con il mio padrone di casa e il suo amico italiano. Ci si aspetterebbe che la complicità fosse tra me e l’amico italiano, ai danni magari del mio padrone di casa, invece siamo stati io e quest’ultimo a discutere in un inglese così fitto che lui non ci seguiva nemmeno. Il razzismo stava nel fatto che l’amico italiano ha detto cose irripetibili che mi hanno quasi fatto venir voglia di schiaffeggiarlo, e volevo sfogarmi qui.

Il secondo si chiamava Frammenti, ed era una collezione di cose che mi frullano in testa, sorrisi di persone, dolori, preoccupazioni, cose che invece si incastrano con somma delizia.

E poi è uscito In frantumi.

Ho visto Mamma Mia 2. Sarò spietata con gli spoiler quindi dovete fermarvi qui se non ne volete.

Il seguito di uno dei film preferiti della mamma. Un film in cui il vuoto lasciato da Donna non può essere riempito dagli innumerevoli e meravigliosi flashback della sua storia. Ho seguito le sue avventure con estrema delizia, gustandoli quasi più delle scene che parlavano della storia dei personaggi rimasti in vita.

Like an image passing by, my love, my life, in the mirror of your eyes, my love my life, I can see it all so clearly, all I love so dearly

Amanda Seyfried è meravigliosa. Le scene in cui canta con Meryl Streep sono dolorosamente toccanti e durante tutto il film i suoi movimenti e i modi di fare richiamavano quelli di Donna. Ho pianto tantissimo nella scena finale, ascoltandole cantare insieme, desiderando che il mio viso somigliasse di più a quello della mamma, chiedendomi se anche nel mio futuro c’è una camminata, lungo la navata di una chiesa, con un enorme buco nel cuore.