Tutta un fanculo

Che di per sé non è proprio un bellissimo titolo per un post.

la verità è che vi ho abituato bene

In questa parte dell’emisfero sono le cinque –l’ora in cui gli inglesi si fanno un the– –e non avrebbero nemmeno troppo torto– e io sto bestemmiando perché, passando metà del mio tempo scrivendo sulla tastiera del college, quando poi torno alla mia faccio solo confusione con la punteggiatura.

Tuttavia.

Oggi andavano dette delle cose, prima tra tutte che stamattina il tempo era una miseria.

Ne veniva giù tanta ma tanta che ho rimpianto l’acquisto di un ombrello da 27 cm quando potevo comprarne uno con tutti i blue tits. Guardate che bello. Quanta finezza. Che raffineria. Ecc.

Stamattina era così freddo, piovoso e grigio che la gatta è venuto da me piangendo –mi piace come i gatti inglesi sanno essere filosofici e sono capaci di camminare sotto la pioggia– e chiedendo un po’ d’attenzione.

comprensibilmente quando piove ci sono meno turisti in giro e lei la cagano meno…

In realtà oggi avevamo perfino qualcuno che si occupava di turisti, cosa che per l’ultima settimana abbiamo dovuto fare noi, che non siamo pagati per fare. La prima esperienza della giornata è stata urlare dietro a uno “posso aiutarla sir?” dopo che era sgattaiolato dentro al cancello senza chiedere niente a nessuno.

“Volevo visitare il college!” “Ci sono non uno non due ma tre cartelli con su scritto chiuso, non faccia il furbo e se ne vada.”

non l’ho detto perché non saprei neanche come dirlo, in inglese, ma ho sorriso in maniera molto espressiva

e poi ho mormorato malevolmente valà mona, che va sempre bene

La mattinata si è mantenuta fresca e umida –leggi anche ieri ero in maglietta oggi si vede il fiato, occhio cosa fate con quelle manopole– e io mi sono rassegnata a correggere le traduzioni di alcuni miei collaboratori –alcuni dei quali macellano l’inglese in una maniera che anche no– mentre sorridevo rassicurante ai turisti. Certo, venite pure avanti, fate pure una foto ma provate a camminarmi sul prato o cercare di entrare dal cancello che vi mastico via una mano.

E poi niente, e poi vorrei che vedeste la cosa incredibile che ha tirato fuori.

anzi, vedetela, è qui

Era iniziata come la tipica giornata che ti fa dire cosa diamine ci faccio in questo Paese, che ti fa pensare all’altra scarpa che cade –quando una cosa è troppo bella per essere vera qui dicono aspetta che cada l’altra scarpa– e che la felicità che sentivo era solo la fase luna di miele del mio trasferimento a Oxford.

E poi è venuta fuori questa giornata limpidissima, con gli edifici di Oxford che si riempiono di sole, con il cielo blu e queste nuvole e il fiume e tutto quanto…

Non sono tranquilla.

Non so perché, dato che ho una casa bellissima, una padrona di casa amorevole, un ottimo lavoro e dei colleghi molto a posto, ma ho questo nervosismo sottocutaneo, quest’agitazione inspiegabile, questo senso di… di non lo so.

E sono tutta un fanculo.

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Potrei

Potremmo dire tante cose.

Potremmo dire che ho messo giù male un piede nella casa nuova e che ora non sono più sicura che tutte le dita del mio piede destro siano ancora attaccate bene.

Potremmo dire che finalmente quasi tutte le mie cose sono nella mia stanza nuova, quella bella, quella che ha una vista spettacolare, quella che ha un letto decente, un armadio decente, una cassettiera decente e una scrivania molto deludente.

Potremmo dire che è stata una giornata traumatica come può esserlo solo un trasloco per la gente del mio segno zodiacale, che una volta arrivata mi sono detta come ti è venuta in mente quest’idea e che quando mi sono resa conto che per andare a farmi una doccia devo fare due rampe di scale mi è venuta un po’ la nausea.

Potremmo dire che avere finalmente un letto mi sta rendendo una persona felice, che ho appeso un bellissimo quadro che dice splendi raggiante oggi, qualcosa di buono sta per succedere, che scendere a orario cena per ficcanasare e ricevere inaspettatamente dell’agnello e delle verdurine saporite mi ha salvato la serata.

Ma.

Sceglierò di parlare di ieri, di fissare su questa pagina un momento di felicità, di colpevolissima delizia, di gioia molto esitante.

Ieri mattina dovevamo dare a H il suo regalo di addio. E’ stata una settimana impegnativa anche per questo, decidere cosa regalarle, raccogliere i soldi, girare furtivamente per il college facendo firmare a tutti il biglietto… mi sono sbattuta tantissimo perché voglio molto bene ad H e volevo che fosse tutto perfetto ma non è stato facile.

Il mio turno iniziava alle 13.30 ma per evitare di perdermi l’azione ho deciso di entrare un po’ prima, prendermi un panino e sedermi in un angolo da sola, in attesa che lei si facesse viva. Ero pronta a solitudine e discrezione ma inaspettatamente A, il bigliettaio, mi ha vista tutta sola ed è venuto a sedersi accanto a me.

Doverosa precisazione: A è uno studente del college che ha probabilmente attorno ai 20 anni, ha un sorriso che illumina qualunque brughiera e parla fluentemente inglese, tedesco e spagnolo. Legge tantissimo e sa tantissime cose, fa il bigliettaio ma è capace di far nascere una coda lunga tutto l’isolato solo per spiegare ad un turista un dettaglio del college e per finire…

…è gay, ma questo lo sapevamo già perché ne abbiamo già parlato.

Ora.

Scoraggiata dal discorso maturo e responsabile della mia amica H ho deciso di far finta che non mi si sciolga il cuore ogni volta che lui sorride, anzi, ho deciso di far finta che lui non esista neanche, perché è uno studente, noi siamo i loro guardiani e bla bla bla, piuttosto provaci con AN e AL.

Ieri questo non è stato possibile perché lui era lì a chiacchierare e sorridere e chiedermi dove abito e cosa faccio e se mi piace il panino e a lamentarsi dei turisti e a ridere per minchiate nostre. E va via martedì, per almeno un anno e mezzo, e ieri mentre tutti ridevano e festeggiavano H lui ha detto è merito di M se la cosa è andata a buon fine, si è data tanto da fare per il regalo e il biglietto, e io volevo tuffare il naso nella mia fetta di torta e sparire. E poi è venuto dentro in portineria tutto spettinato ed era bellissimo e poi ha detto ma almeno lunedì tu ci sei vero?

E niente.

Le persone normali a questo punto lasciano perdere ma io non sono una persona normale e vorrei disperatamente dirgli qualcosa per combattere la cretinata che ha detto ieri, che deve smettere di mangiare torta adesso che gli americani sono andati via. Volevo dirgli che anche solo per la sua personalità lui sarebbe una persona che vorrei intorno per sempre, per tacere del suo sorriso.

Mi servirebbero solo le parole per farlo delicatamente, così delicatamente da non donargli altro che tenerezza.

Costellazioni

Ogni volta che mi metto alla scrivania lo faccio per disegnare una costellazione, uno schizzo di stelle nel cielo, ognuna un sentimento, un frammento di un’emozione, un momento della mia giornata.

La giornata di oggi collide qui, in questa stanza, per la terzultima notte che passerò a F-Place.

Una stella è Joy di Friends che legge Piccole Donne. Bestiola adorata.

Una stella è sentire una specie di colibrì nel petto quando M il Mago mi ha finalmente presentata dal vivo ad una delle persone che mi ha fatto il colloquio su Skype dicendo Hai scelto proprio bene.

Una stella è il bizzarro momento di oggi, quando per sfuggire ad un personaggio un po’ molesto delle strade di Oxford ho finto di non capire. Non capisco, non capisco! ho continuato a ripetergli in italiano per farlo andare via. Poi ho visto passare il mio autobus.

I’m sorry, that’s my bus.

Senza pensare sono tornata all’inglese.

Una stella è il panico provato oggi in banca quando sono andata ad aprire il mio conto-risparmio: adesso che ho un lavoro serio è il momento per fare la persona responsabile e mettere da parte un po’ di soldi regolarmente.

Un’altra stella è il profumo accogliente della mia nuova casa quando ci sono entrata oggi portando via quasi tutte le mie valigie dalla mia stanza attuale.

Questa è la costellazione che mi ha portato qui oggi, questa è la combinazione di cose che mi porterò nel cuore, questi sono i pensieri con i quali vado a dormire stasera.

Di libri memoria e sogni

Qualche ora fa una ragazza è venuta a vedere la stanza, è salita sulla scala fin sotto il tetto, ha deciso che le piace e si è accordata per trasferircisi tra una decina di giorni.

Un’altra questione risolta ma non posso nascondere che, nonostante la casa dove mi trasferirò sia infinitamente meglio di quella in cui vivo adesso, mi mancherà questa camera. Forse non mi mancheranno gli orribili mobili, o l’orribile temperatura, o questa sedia scomodissima e la finestra che divento sempre scema a chiudere, ma il mio letto nella tana in cima alla scala sì.

Un po’.

Stanotte ho sognato lei.

Nell’Universo ideale in cui non abito le è successo qualcosa, un’ephiphany, una rivelazione celestiale, e stasera in un impeto di nostalgia tornerà a leggere il mio blog –una volta lo faceva, diceva che quasi faceva male per quanto di mio c’era dentro– e leggere che stanotte l’ho sognata la farà intenerire di brutto.

Io non avevo nessuna ragione di sognarla: ho passato la serata di ieri pensando a come la mia vita sia low key felice, con un lavoro che mi piace, persone con cui vado d’accordo, una bella casa e tutto sommato delle ottime prospettive. Eppure è successo e sospetto fortemente che sia per qualcosa che lei ha provato o fatto. Anche perché si trattava di un sogno felice, in cui io avevo una casettina in cima ad una scogliera e lei piantava una scena per dire che non era convinta eccetera… facevamo entrambe parte di un gruppo di personaggi con poteri speciali e ognuno di loro traeva potere da un elemento diverso. Lei continuava ad essere scettica finché qualcuno non le faceva notare che l’elemento dal quale io traevo potere era lei. A quel punto vivevamo per sempre felici e contente.

Tuttavia non è questo il motivo per cui mi sono seduta al pc a questo orario un po’ random.

Qualche tempo fa ho parlato di un evento che coinvolgeva Becky Albertazzi, un incontro a Londra per la presentazione di un libro scritto a quattro mani da lei e da un certo Adam Silvera, autore del quale non avevo mai sentito parlare.

Dopo aver letto tutti i libri di lei ho pensato che per correttezza avrei dovuto leggere anche i libri di lui, che per adesso sono solo tre. Ebbene, ho appena finito il primo, More happy than not, e sono ancora incastrata in quei postumi che ti restano addosso dopo aver letto un grande libri.

Non so come tradurre il titolo, forse qualcosa come Più felice che no. La vita del protagonista, Aaron, è molto difficile: viene da una famiglia poverissima e suo padre si è appena suicidato, evento che ha portato lui stesso a tentare il suicidio. Al fianco di Aaron c’è Genevieve, la sua ragazza, ma quando la ragazza si allontana per un campeggio artistico Aaron fa amicizia con Thomas, con il quale instaura un rapporto profondo e complesso e che lo porterà a farsi dolorose domande sul proprio passato.

Un modo per superare questo dolore potrebbe essere ricorrere a Leteo, una procedura molto costosa che cancella la memoria in maniera selettiva, ma si tratta di una scelta altrettanto complessa che potrebbe avere serie ripercussioni su Aaron e le persone che gli stanno intorno.

Non posso veramente dire di più a proposito di questo libro se non che mi ha molto colpita, più di quanto mi aspettassi. Ha una scrittura cruda, buia, molto lontana dal bellissimo libro dell’Albertalli che ho letto la settimana scorsa… ma mi è stato altrettanto caro, vuoi perché affronta lo stesso tema del mio Seareen vuoi perché anche io ho avuto gli stessi problemi del protagonista.

Alla fine non ho potuto fare a meno di pensare che mi piacerebbe comprare anche questo oltre a The upside of unrequited, che mi era piaciuto infinitamente, e farmeli autografare entrambi… ma la strada fino a Ottobre è ancora lunga e non oso pensare a cosa mi riserveranno gli altri due libri di Silvera, dato che a quanto pare l’intero internet giura che la fine di uno dei due sia una cosa da piangersi via gli occhi.

Comunque oggi ero a casa da lavoro e com’era da aspettarselo non ho fatto niente di niente. A momenti mi infilerò in doccia per prepararmi per la cena speciale di stasera –a quanto pare una cena dedicata esclusivamente a noi portieri– alla quale non so ancora come vestirmi.

Stay Tuned.

 

In Frantumi

Ho provato a scrivere questo post tre volte, in tre momenti diversi.

Il primo si chiamava Razzismo e parlava della tremenda e divertentissima serata che ho passato chiacchierando con il mio padrone di casa e il suo amico italiano. Ci si aspetterebbe che la complicità fosse tra me e l’amico italiano, ai danni magari del mio padrone di casa, invece siamo stati io e quest’ultimo a discutere in un inglese così fitto che lui non ci seguiva nemmeno. Il razzismo stava nel fatto che l’amico italiano ha detto cose irripetibili che mi hanno quasi fatto venir voglia di schiaffeggiarlo, e volevo sfogarmi qui.

Il secondo si chiamava Frammenti, ed era una collezione di cose che mi frullano in testa, sorrisi di persone, dolori, preoccupazioni, cose che invece si incastrano con somma delizia.

E poi è uscito In frantumi.

Ho visto Mamma Mia 2. Sarò spietata con gli spoiler quindi dovete fermarvi qui se non ne volete.

Il seguito di uno dei film preferiti della mamma. Un film in cui il vuoto lasciato da Donna non può essere riempito dagli innumerevoli e meravigliosi flashback della sua storia. Ho seguito le sue avventure con estrema delizia, gustandoli quasi più delle scene che parlavano della storia dei personaggi rimasti in vita.

Like an image passing by, my love, my life, in the mirror of your eyes, my love my life, I can see it all so clearly, all I love so dearly

Amanda Seyfried è meravigliosa. Le scene in cui canta con Meryl Streep sono dolorosamente toccanti e durante tutto il film i suoi movimenti e i modi di fare richiamavano quelli di Donna. Ho pianto tantissimo nella scena finale, ascoltandole cantare insieme, desiderando che il mio viso somigliasse di più a quello della mamma, chiedendomi se anche nel mio futuro c’è una camminata, lungo la navata di una chiesa, con un enorme buco nel cuore.

Molly è me.

Allora.

Allorallorallorallorallorallorallorallora.

ho appena mandato 20 messaggi a Kiki. C’è un’alta probabilità che legga questo post prima dei messaggi ma le voglio bene lo stesso

Non so da dove cominciare.

Come probabilmente saprete, recentemente il mondo è esploso a causa di un libro che è stato trasformato in un film e che per la prima volta sul grandissimo schermo –cioè, no ma capitemi– parla di un adolescente maschio gay. Il film si chiama Love, Simon e il libro si chiama Simon against the homosapien agenda e l’autrice è Becky Albertalli.

letto il libro, adorato, visto il film, adorato, niente da fare

Recentemente –tipo recentissimamente– ho letto un libro bellissimo. Tipo ieri e oggi. Tipo in ogni singolo minuscolo minuto di tempo che avevo in cui non succedeva niente in portineria. Tipo ogni volta che i M si giravano, ogni volta che K si inventava qualcosa da fare –quell’uomo non sa star fermo– io ero lì col naso nel libro.

Sono innamorata follemente di questo libro.

Il genere di amore che mi ha spinta a correre subito da Waterstone e pensare di comprarmelo, il genere di passione sfrenata che quasi quasi volevo mangiarmelo, quel libro, farlo diventare parte di me, gustarlo fino a quel punto.

eh, lo so, la follia, ma davvero, non potete capire. Quindi ora vi spiego

Molly è la protagonista del libro. Molly ha 16 anni ed è timida, ha una sorella gemella lesbica spigliata e disinvolta, due madri adorabili e un gruppettino di amiche niente male. La primissima pagina inizia con lei che fa amicizia per puro caso in un bagno con questa bellissima ragazza di nome Mina e io già mi aspettavo il mondo, la protagonista che si scopre a sua volta lesbica o che si innamora di una ragazza che aveva inizialmente pensato perfetta per sua sorella, bla bla bla… niente di tutto questo.

Molly è grassa.

Molly si nasconde dietro gli strati dei vestiti, dietro le sue 25 cotte, dietro l’ansia e l’esitazione. Perché Molly non si è mai dichiarata e non ha mai baciato un ragazzo, non sa cosa significhi essere rifiutata e –cosa che me l’ha fatta amare tantissimo– è creativa e ha un senso artistico sviluppatissimo.

Molly è me.

Molly è me quando parla di come sembri impossibile trovarsi un ragazzo, di come la relazione con la sua gemella stia cambiando, di come si senta inadeguata nel suo corpo troppo grande. C’è una parte del libro meravigliosa in cui parla delle commedie romantiche, commedie delle quali lei non potrà mai essere protagonista, perché nessun ragazzo vorrà mai desiderarla. Descrive un’immagine bellissima, Molly, dice nel momento in cui la ragazza della commedia si toglie la maglietta lei smette di essere me. E lo rileggerò, questo libro, ne trascriverò le parti migliori perché le leggiate.

E niente, questo libro mi ha dato tantissimo e sono ancora tutta infrullata per questo.

MA.

Ricordate quando nominavo Simon, all’inizio? Ebbene.

Ebbene Becky Albertalli, scrittrice americana, ha scritto il libro di Simon e il libro di Molly ma anche il libro di Leah –su cui ho appena messo le mani ed è il prossimo in lista– e il libro di Ben e Arthur, che non è ancora uscito ma che arriverà in Ottobre.

Mese nel quale l’autrice farà un tour per promuoverlo.

Tour di cui due date sono in Inghilterra.

Paese nel quale-ok, avete capito dove voglio andarla a parare.

In Ottobre Becky Albertalli sarà a Londra. E niente, io ho già comprato il biglietto.

E credo che non ci sia nient’altro che valga la pena dire a proposito di oggi, né che uno straniero a caso, dopo due chiacchiere con me, mi abbia rivolto la fatidica frase a che ora stacchi? né che oggi, nella folla, ho scorto il profilo di Reyn e ho avuto un giramento di testa.

Non era Reyn, naturalmente, ma il problema è che non sarà mai, mai Reyn.

 

Ombre d’Amore

Giovedì giovedì.
Seconda settimana di lavoro.

esita, mettendosi in bocca un cubetto di cioccolata ripiena alla menta

Potrei parlare dei complimenti ricevuto oggi da JC, che oggi aveva sei colloqui per un sorvegliante, uno dietro l’altro.

Potrei parlare dell’incredibile, interminabile telefonata che ho avuto con una donna cinese a proposito di una prenotazione che non si trovava e alla fine non era mai stata fatta.

Potrei parlare del pranzo, del dessert al limone che era semplicemente una delizia, dei pezzi di salmone che mi sono pentita di non aver mangiato.

Potrei parlare del caldo incredibile al quale l’Inghilterra non è minimamente preparata e che ci ha tenuti chiusi in portineria tutto il tempo… di come si sia trasformato in un momento di intimità e cameratismo nel momento in cui abbiamo acceso il condizionatore e ci si sono rintanati tutti.

Potrei parlare di come JC, questa donna bionda e bellissima, sia entrata nella portineria stamattina, in cerca del suo primo candidato, e alla notizia che un secondo prima era qui, stava parlando con Majed sia sbottata ne abbiamo già parlato, Majed deve smetterla di portarmi via la gente!

Majed è il capo della manutenzione, un rifugiato siriano adorabile che parla un po’ d’italiano, mi apostrofa sempre con un Ciao bella e oggi si è seduto dietro di me e mi ha dato tutte le dritte giuste per le mie prime telefonate

Potrei parlare del momento tenerissimo che ho avuto con la mia collega H –quella che se ne sta andando, sigh– quando abbiamo deciso che domani, dopo il lavoro, andiamo a casa sua e ci guardiamo The Greatest Showman, cuciniamo insieme e giochiamo a Sushi Go.

piano poi rovinato dal fatto che M il Giunco, l’altro M, sia a casa in malattia con l’intera famiglia in preda all’influenza intestinale

A parte H, la mia amica che devo sostituire, e K, l’altro portiere nuovo che ha solo due giorni di vantaggio su di me, gli altri due portieri senior si chiamano tutti e due M, così ho deciso di chiamarli M il Mago e M il Giunco.

non chiedete

Invece oggi volevo parlare del Museo di Storia Naturale di Oxford.

Non perché sia l’edificio più bello di Oxford, o perché sia un bellissimo museo gratuito, o perché ci siano dei fossili bellissimi

non vorrei dire una bestemmia ma credo che abbia appena iniziato a piovere

no, perché è il luogo dove Verde Acqua mi ha fatta innamorare di Oxford, e io ho scambiato quel sentimento per amore nei suoi confronti. Oggi, quando ho avuto il coraggio di tornarci dopo più di un anno, ho pensato a lungo sia a lui che a Reyn, accarezzando l’idea di vederlo come si farebbe con un gatto irrequieto, con un misto di timore e desiderio. L’edificio mi toglie sempre il fiato e riempie di domande ma camminarci dentro, sapendo che in quel minuscolo chiosco di minerali fosforescenti me lo sono trascinata dietro per baciarlo –fallendo miseramente, giacché faceva troppo caldo anche per quello– e di fronte a quelle armature non sono riuscita a resistere e l’ho fatto davvero… c’è così tanto di lui in quel posto e c’è ancora così tanto di lui dentro di me.

A volte mi chiedo quanto di me sia rimasto nelle persone che ho amato negli anni.

Vivo nel Limbo

Vivo nel limbo, in questo giorni.

Vivo nel limbo del spendo meno soldi possibile per mangiare: ieri sera prima di uscire a bere con i miei amici non ho mangiato niente, ogni giorno dopo lavoro mi fermo al supermercato a comprare le cose sull’orlo della scadenza perché costano davvero poco o niente e quando posso portarmi a casa qualcosa del college lo faccio senza remore.

Vivo nel limbo del interagisco con i miei coinquilini meno che posso: faccio colazione in fretta la mattina, passo fuori dalla mia stanza meno tempo possibile e cerco di evitare di incrociare gli altri occupanti della casa.

Vivo nel limbo del limitiamo tutte le spese: sto riducendo a brandelli le mia scarpe da ginnastica, ho raccolto dalla strada uno di quei set di ganci che si appendono sulla porta –in perfette condizioni e pulitissimo, va detto– e sto rimandando al mese prossimo tutte le cose che posso aspettare a comprare.

Ma soprattutto vivo nel limbo del cosa succederà tra un mese quando me ne dovrò andare da questa casa?: nonostante la padrona di casa della mia amica F abbia detto, una settimana fa, che non ci sono problemi se prendo la sua stanza quando lei se ne andrà, ha recentemente ritrattato dicendo che deve essere d’accordo anche il suo coinquilino. Io sarei di per sé d’accordissimo, se quel coinquilino nel frattempo non si fosse reso irreperibile gettando tutti nello sconforto, me perché vorrei essere sicura di avere un posto dove andare tra un mese e l’altra padrona di casa perché a quanto pare ha parecchia fretta di mettere quella stanza sul mercato.

Limbo a parte io volevo scrivere questo post in preda ad una specie di delizioso stupore dopo il barbecue di oggi.

Ho amici meravigliosi, quegli amici a cui vuoi bene come a fratelli e che sei felice perché li sai felici. Oggi erano tutte coppie e sulle prime la cosa mi ha un po’ rattristata… poi non ho potuto fare altro che perdermi in quello che mi trasmettevano, la delizia di vedere la prima bambina del nostro gruppo, la tenerezza di uno degli amici più preziosi che ho e del suo ragazzo, la premura del mio migliore amico e della sua ragazza nel chiedermi cosa sto combinando e come mi trovo nel nuovo college.

Normalmente tutte queste cose mi avrebbero depresso, messo in dubbio, messo in crisi: non ho un partner, vivo in un buco e al momento sono a corto di soldi… ma per qualche ragione è stato estremamente difficile cedere a quei pensieri, oggi. Sentivo solo un generico desiderio, come un distratto prendere appunti… sì, è qui che voglio arrivare, oppure sì, questo poniamocelo come obiettivo.

In qualche modo sto arrivando alla consapevolezza che il fatto che io abbia già trent’anni non significa che io sia in ritardo sulla tabella di marcia per qualcosa… significa solo che adesso ho i mezzi per raggiungere quel qualcosa.

 

PS: e come l’anno scorso a Pasqua, sono di nuovo riuscita a scottarmi completamente un braccio pur restando tutto il tempo all’ombra.

Back in the Game

Ieri sera non ho postato.

Tornata a casa a mezzanotte mi sono ritrovata a coccolare un gatto che dormiva in cima alla canoa che il mio padrone di casa tiene nel suo giardino –non fate domande– resa invincibile ed euforica dai drink che il mio amico Mika mi ha offerto –qualcosa di amaro all’arancia e dolce all’ananas.

Ieri siamo usciti per il suo compleanno, una cosa informale alla quale dovevano venire i nostri amici del gruppo degli Italiani a Oxford e alla fine di italiani ce n’erano giusto tre. Avete presente quelle volte in cui vi mettete addosso qualcosa e a metà strada vi rendete conto che non è stata la scelta migliore? Ieri era una di quelle volte: una volta sull’autobus mi sono resa conto che la mia adorabile camicetta nera con rose rosse e gialle –una cosa finetta, ve lo assicuro– non solo aveva degli spacchi laterali abbastanza profondi ma anche la malandrina tendenza a sganciare i bottoni sul davanti…

Ah, ha detto ad un certo punto Mika vengono anche Chef N e Chef B.

-ricordiamo che Chef B appartiene alla categoria persone che trovo tremendamente attraenti a prescindere dal loro carattere di merda, che io non lo vedo da almeno un anno e che, di fronte alla mia palese dimostrazione di interesse nei suoi confronti, aveva effettivamente fatto un invito… in termini così volgari che preferisco non ripeterli su questo blog

Mika ha anche precipitosamente aggiunto che avrei dovuto fare come ho sempre fatto, ignorarlo, che non ne vale la pena, che è uno stronzo e che anche lui, ai suoi tempi, aveva avuto una disastrosa cotta per lui che aveva rimpianto per lungo tempo.

Viceversa al loro arrivo Chef N –che nel tempo aveva sviluppato un certo atteggiamento protettivo nei miei confronti– si è premurato di chiedermi se avessi ancora gli hots per Chef B, cercando poi di aiutarmi lungo tutta la serata con sguardi allusivi e gesti più o meno eloquenti.

Perché io, quando si tratta di rivedere persone che mi piacciono, vado fuori controllo.

Ho trascorso una piacevole serata chiacchierando con Chef N e il resto dei nostri colleghi, vantandomi più o meno palesemente dell’unico risultato tangibile degli ultimi anni, il fatto che io sia stata assunta al Trinity College… ignorando completamente Chef B.

Almeno finché, nel passarmi vicino per andare ad ordinare un drink, non mi ha accarezzato la vita in un gesto inaspettato e tremendamente sensuale.

Ci ho parlato, con Chef B. Mi ha chiesto come sto, cosa faccio, abbiamo riso un po’ , ha commentato che adesso abito ancora più vicina a casa sua e nel partire insieme a Chef N –a quanto pare c’è l’usanza di vagabondare di bar in bar, in questo paese– mi ha sussurrato Dimmi quando vuoi tornare a casa, possiamo dividere un taxi…

La vera ragione per cui ieri non ho postato, nemmeno retroattivamente, è perché ero troppo impegnata a fantasticare su di lui.

Per una volta sapevo che non avrebbe avuto senso overanalizzare le sue parole o i suoi gesti, o girarmi in bocca il desiderio a lungo covato di fottermene di tutto e almeno baciarlo. Sono tornata a casa in taxi da sola, sinceramente sbalordita dall’entità della mia reazione al suo tocco, e ho trascorso il resto del tempo a sognare ad occhi aperti.

Postumi

Ero innamorata di un uomo, l’estate scorsa.

Aveva… dei polpacci formidabili, un volto largo con un bellissimo sorriso, una passione incomprensibile per il cibo piccante e una risata che amavo sentire dall’altra parte del pianerottolo.

La porta della sua stanza aveva un cigolio rivelatore che mi faceva scattare come una molla quando lo sentivo, prontissima a inventare qualunque scusa pur di apparire casualmente in cucina e parlare con lui.

Abbiamo imbastito le peggio conversazioni alle peggio ore del giorno, lui con in mano cibo a vari gradi di cottura, io con un bicchiere dal quale bevevo continuamente acqua nel tentativo di nascondere a tratti il mio imbarazzo a tratti l’estrema felicità che mi provocava vederlo e parlarci.

Ricordo che andare a cena insieme, quella sera, fu molto difficile, primo perché dovetti insistere per settimane e poi perché dopo, una volta scofanato dell’ottimo Phad Thai, camminare al suo fianco e convivere con quella parte della mia mente che voleva solo girarsi e baciarlo era così difficile che a volte mi fermavo, nel bel mezzo della conversazione, così emozionata da non riuscire nemmeno a respirare e certo non a ricordarmi cosa stavo dicendo.

Era brillante, divertente, autoironico ed estremamente gentile.

Se ne andò qualche mese dopo, vittima di un trasferimento a Newcastle, e io gli scrissi un paio di email alle quale promise di rispondere senza poi farlo mai. Per qualche tempo fu molto difficile abitare in quella casa, specie perché la porta che si apriva non era più la sua, poi il tempo portò altri problemi e io relegai quest’incresciosa faccenda in un angolo della mia mente.

C’è quel momento in cui smetti di essere innamorata, quella specie di digiuno in cui il tuo corpo si anestetizza a quel range di sensazioni: dimentichi cosa significa essere pazzo di qualcuno, dimentichi fortunatamente il dolore dell’essere rifiutato, il desiderio di avere qualcuno accanto e tutto quel che ne consegue. Ti lasci alle spalle il desiderio di farti trovare in camera sua, quelle piccole terribili idee che nascono quando sai che si sta facendo la doccia e via dicendo.

E poi succedono cose orribili come quelle di stanotte, in cui dopo almeno dieci mesi dall’ultima volta che avevo pensato a lui il suo viso ti appare in sogno –quel viso che non è bello di per sé ma è così bello ai tuoi occhi– e ci parli e sei felice che lui sia tornato, e poi vi sedete insieme in giardino e lui si avvicina sempre di più e dice cose come mi mancavi e finisce per baciarti e tu all’improvviso ricordi ogni cosa, dalla sensazione bellissima dell’essere amati all’indescrivibile effetto di due braccia che ti stringono per tenerti vicina, recuperi tutto quel calore che avevi dimenticato e inizi a brillare della luce di chi ha qualcuno che è tornato indietro per lei.

E poi ti svegli in preda a cose che tentare di descrivere sarebbe comunque inutile.

 

Nessuno è mai tornato indietro per me.

 

Ho passato i primi venti minuti della giornata a cercare di capire cosa, in nome del cielo, aveva scatenato il ricordo di quell’uomo. Ho chiesto all’Universo quale perversa ironia lo spingeva a risvegliare in me quel genere di sentimenti, specie adesso che ho già abbastanza cose per la testa e in un momento in cui per una volta certe cose ero riuscita a lasciarmele alle spalle.

Grazie.