Last Day

Vorrei che ti ricordassi di oggi.

Vorrei che ti ricordassi del modo in cui ti si arricciavano i capelli facendoti sembrare un leoncino, quei capelli che ti sei accuratamente arricciata solo perché a Ben piacciono i tuoi capelli.

Vorrei che ti ricordassi della pioggia che hai preso pedalando fino al college e a quella che hai preso tornando a casa, che ti bagnava la felpa ma non arrivava al cuore.

Vorrei che ti ricordassi della fatica immane del lavoro di stamattina, di quei 10 minuti passati a non fare altro se non aprire bottiglie di Prosecco, versarle nei bicchieri e porgerle alla gente delle lauree di oggi, senza nemmeno il tempo di guardarsi attorno. Ricorda le fitte alla caviglia, la fame, lo stress del rumore tutto attorno e della consapevolezza che se Rogers l’avesse lasciato fare alla Mezzana tutto sarebbe andato bene.

Vorrei che ti ricordassi l’orrore del viso rasato di Ben, l’irritazione completamente irrazionale del ritrovarselo davanti senza quella barba bellissima che aveva ieri, la rassegnazione perché sapevi che l’avrebbe fatto, anche se non sai come facevi a saperlo.

Vorrei che ricordassi il viso giovanissimo di Zakki, quei riccioli che lo fanno sembrare il Re degli Idioti, il suo sorriso, il modo inspiegabile in cui ci si può cliccare anche con gente 10 anni più giovane, il modo in cui si è ricordato al volo dell’Era Glaciale 3.

Vorrei che ricordassi Anjeza e Darlene, due creature completamente fuori di testa e bellissime, in maniera opposta e quasi incredibile. Anjesa, alta, pallida e bionda e Darlene, piccola, con capelli castani lunghissimi e liscissimi e una pelle altrettanto castana e liscissima. E niente, è difficile che te le dimentichi visto quanto sanno essere sciocche e incredibili quando ridono insieme.

Vorrei che ricordassi l’immane lavoro di preparazione della Wordsworth Tea Room, i viaggi avanti e indietro con la macchinina e una Rogers che era più triste di te al pensiero che te ne andassi.

Vorrei che ricordassi la faccia della preside e il modo in cui ha detto That’s a very sad news! We will miss you con quel suo accento meraviglioso.

Vorrei che ricordassi gli interminabili minuti passati nella servery a cercare una scusa, un modo, una battuta d’entrata e il modo in cui hai preso in mano tutto, sei andata da Ben e gli hai detto non posso veramente partire senza un abbraccio.

Sopra ogni cosa vorrei che portassi sempre nel tuo cuore il gruppo di sciocchi seduto al tavolo della Wordsworth Room, il momento in cui hai detto io non mangerò l’ultimo pasto della mia carriera dando le spalle ai miei colleghi e hai trascinato il tavolo in mezzo alla stanza e il modo in cui al grido di it’s Mary’s last day! tutti si sono stretti gli uni agli altri per circondarti attorno a quel tavolo, in quel modo incredibilmente caldo di chi condivide fatiche e cibo e superiori nervosi.

Ricorda come li hai amati, uno ad uno, per le sciocchezze che dicevano, per i video girati di nascosto, per le risate e le battute e il modo speciale che, presi singolarmente e tutti insieme, hanno avuto di rendere migliore la tua permanenza al college.

E ricorda Katie, che abbracciandoti ha mormorato Sei la mia preferita.

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Buon Compleanno

Per i più distratti, oggi compio 29 anni.

Sono passati sei anni da quando lei è sparita dalla mia vita, nove da quando la mamma è morta, due da quando ho detto ti amo l’ultima volta, dieci da quando ho smesso di andare a scuola, tre da quando ho passato più di un mese in Italia, cinque dall’ultima volta che ho dormito con un gatto, sette dall’ultima volta che sono andata in vacanza seriamente.

Questo non descrive nemmeno lontanamente lo stato in cui mi trovo.

ora che rileggo la lista mi viene solo da chiedermi perché mi sono fatta così tanto male negli anni

Ieri ho passato 3 ore a fare tre torte alla pera e cioccolato, da mangiare a pranzo con i colleghi del college, che tra vegani, catering e chef sono almeno una trentina. A parte che si fa così, quando si compiono gli anni…non so se conoscete la sensazione –pensandoci spero che no- che se non fate qualcosa voi non la farà nessuno. Ecco, io ho fatto una torta ieri perché sapevo che nessuno l’avrebbe fatta per me.

Infatti non mi hanno nemmeno cantato tanti auguri, cosa che invece hanno fatto per T che ha compiuto gli anni ieri.

E per l’ennesima volta ho scritto una lettera d’amore non ricambiato. A N, che ha sempre la battuta pronta. A T, con cui chiacchiero sempre. A B, per il quale ho un’orribile cotta. A C, che è sempre carinissima. A J, che mi insegna le cose, e così via.

Più di metà della gente si è dimenticata della mia torta.

Ho sognato la mia ex tutto il weekend, tra incubi nei quali era arrabbiata con me, momenti in cui mi diceva se fosse possibile ti darei una seconda possibilità o scenari nei quali era già al secondo figlio. Come da copione, appena sbatto il naso contro un idiota che mi spezza il cuore il mio subconscio torna sempre lì, alla ragazza che ha fatto di me niente più che un mezzo muffin, un eterno calzino spaiato.

E ieri ho passato la serata a piangere finché non mi sono addormentata, chiedendomi dove ho sbagliato per meritarmi che un mio amico, un mio amico, mi abbia invitata al cinema per distrarmi dalle mie rogne –che conosce benissimo– e sia passato dall’imboccarmi di popcorn –tutto sommato carino– al mettermi le mani addosso. Senza permesso, senza baci, senza niente.

Continuano tutti a dirmi che mi merito di meglio, ma se poi inizio a crederci come fronteggio queste cose senza cedere allo spettro? Le canzoni di Lauren Aquilina sono quasi finite.

 

Also –e non me ne frega niente se con questo ho fatto la piena di lagne– mi manca la mia famiglia.

E non posso tornare a casa perché là mi mancherebbe anche di più.

Vai Via

Avevo bisogno di piangere tutte le mie lacrime.

Avevo bisogno di sbatterci addosso ancora una volta.

Avevo bisogno della manica di un’amica da afferrare, avevo bisogno di Mika, avevo bisogno dei miei amici italiani tutti attorno che mi ricordassero che la felicità non è necessariamente lo sforzo congiunto di due sole persone.

Avevo bisogno di una giornata di panico, in cui crescere un’alta spanna, in cui rendermi conto che anche se mi hanno rubato il cuore questo non fa di me un demone di terra e di fuoco.

Ho deciso di concedermi una vacanza in Grecia, all’inizio dell’autunno.

Fino ad allora no more wishing.

Il peso della valigia

Stavo leggendo fanfictions.

Sono brevi, facili da leggere e in genere hanno un finale dolce e carino.

Questa lo aveva.

Leggevo fanfiction quando ad un tratto mi è sembrato di sentire qualcuno in strada che urlava.

Help Me.

Io ho questa cosa piantata nel cervello, questa estensione completamente opposta a quella del mo amico Mika –la sua si chiama Fatticazzituoi- che si attiva in caso di pericolo: E Se Dipendesse Da Te?

Oggi una delle mie supervisor, dopo le mie otto ore di lavoro, ha cercato neanche troppo subdolamente di convincermi a restare per aiutarla la sera. Sono sotto di due staffer. La mia estensione si è subito attivata ma quella che Mika sta cercando di installare da settimane ha avuto il sopravvento: Fatticazzituoi. Vai a casa.

Normalmente l’avrei combattuta con un E se io fossi l’unica che la può aiutare? ma ero troppo stanca dentro e fuori per fare qualunque cosa che non fosse mormorare Vedrai che sarà una serata tranquilla come ieri, noi ce l’abbiamo fatta in tre e andare a casa.

Help Me.

Non era help me, alla fine, ma dentro di me sono esplosi mille scenari tremendi, un incidente, un malore, un’aggressione.

L’universo di qualcuno potrebbe essersi appena spezzato, mi sono detta, e io sono qui che leggo fanfictions erotiche sugli eroi della Marvel.

E poi mi è venuto in mente quando il mio universo si è spezzato, e le parole che mia sorella mi ha rivolto non più di una settimana fa mentre ero ancora in Italia: io ricordo solo che stavo giocando alla Playstation, in soggiorno, e ti sentivo, in camera, piangere e urlare.

Lei aveva dodici anni, all’epoca, e io mi ricordo come fosse ieri il dolore che mi sommergeva al punto di non riuscire a sopportarlo, tutto quel dolore che in qualche modo, attraverso la mia voce, cercavo di far uscire prima che mi dilaniasse.

Non più tardi di mezz’ora fa uno dei miei amici mi ha mandato una foto di lei. E’ sempre bellissima e io mi aspetto che sia felice fuori e arrabbiata dentro, come sempre, com’era due anni fa quando ho cercato di appianare le cose per l’ultima volta.

 

Oggi la valigia pesa.

Pesa perché ti aspetteresti che una persona che ti ha mollato sia felice, ignara, noncurante al punto di permetterti un’amicizia, un saluto, uno sguardo o almeno la risposta ad un eventuale messaggio che chiede come stai.

La mamma mi ha fatto troppo buona, è questa la verità.

 

Intanto ho in loop, piantato nel cervello, il ritornello di Show Me What I’M Looking For.

E stavolta non riesco neanche a gridare perché so che, a differenza di allora, nessuno verrà a salvarmi.

Back

Ho passato un anno in preda ad un innamoramento folle.

Ve lo ricordate? Eravate qui con me, a leggere delle farfalle che mi regalava, di tutte le cose verdi di cui mi aveva circondato, dei coniglietti la mattina presto e dei tramonti mozzafiato con i quali mi coccolava prima che io andassi a letto.

Sono successe delle cose e delle persone, da allora, Verde Acqua, Reyn, Starbucks, Mr Gatto, e io mi sono dimenticata di lui. Ho fatto del mio meglio lungo la strada, sbattendo contro gli stipiti perché non c’era il sole, sguazzando nell’acqua bassa credendo di annegare e facendomi tanto, tanto male.

Oggi la Mezzana si è arrabbiata con me e ha detto di smettere di rispondere No problem quando mi chiede di fare qualcosa. Perché è chiaro che non è un problema perché è il suo lavoro darmi ordini e il mio obbedire.

Poi, siccome stasera c’erano degli eventi un po’ in tutti gli angoli del college mi ha lasciato a gestire la mensa, al comando di quattro lavoratori part time che escluso uno lavorano lì da molto più tempo di me e, come se non fosse abbastanza, a gestire la cena anche per la high table –che, ricordiamo, è la tavola alla quale siedono il preside, i professori e ogni altro ospite altolocato che dovesse capitare nei dintorni– –incluso, a quanto mi dicono, l’ambasciatore della Svezia– senza che io abbia passato più di un paio di giorni a farci pratica.

Me, che lavoro lì solo da tre mesi e che sono stata confermata full-time solo una settimana fa.

L’Universo era ovunque.

Era nel sorriso titubante della prima ospite della high table, nel cenno con il quale il part time più esperto ha risposto al mio So che posso fidarmi, negli occhi di John, il cuoco più gentile, che diceva Stai andando alla grande, respira.

Era nelle risate di Neil che diceva Ma sempre tu?, nei Come stai? sempre più numerosi degli studenti che mi salutano in cassa, nel volto largo e speciale di Anou che mi chiede Com’è il nuovo appartamento?

Era nella leggera brezza che soffiava attraverso le finestre della mensa, nel profumo di cipolla che impregnava l’aria, nel suono trascinante di Mika che, ancora una volta in turno con me, attaccava la canzone delle muse trasformando la cucina in un palco.

Era in tutti i passi di KPM, per il quale ogni scusa era buona per guardarmi o sorridermi.

Era negli occhi azzurri di Ben, più attaccabrighe che mai.

Era nella meravigliosa voce di Cat.

Ho preso la bicicletta, verso le otto, e ho lasciato che la brezza di Oxford nord mi riempisse la maglietta. C’è qualcosa di meraviglioso nel tramonto inglese, il modo in cui tutto si copre d’oro, la nitidezza quasi dolorosa di ogni dettaglio.

Ho fermato la bici, in cima alla salita, guardandomi intorno e nutrendomi del colore del cielo in fondo, tra gli alberi, quel delizioso pesca che è il colore più bello del mondo.

E lassù c’era l’Universo, con il naso sulla mia nuca, le braccia che mi stringevano, il suo profumo come una nuvola attorno a me.

– Finalmente sei tornata.

Vuotezza

Tanto quanto ieri, non so bene cosa vi aspettiate che io scriva.

Sono stata a casa da lavoro, perdendo metà delle mie ore settimanali, perché ieri mattina, quando mi sono alzata per prepararmi per lavorare, mi girava la testa così tanto che non sono riuscita a camminare.

Da ieri mattina poco è cambiato e ho trascorso quasi tutto il tempo a letto, tra recensioni, uva, film Marvel e un nuovo progetto che se tutto va bene vedrete presto approdare su queste pagine.

Fuori si scatenava l’inferno.

Non sto scherzando, la pioggia e il vento erano così forti che temevo per gli alberi del giardino. La cosa più divertente è che dopo un’oretta di questa tremenda tempesta è arrivato il sole del tramonto, così nitido e splendente che sembrava di essere in un film di Shinkai.

Per un po’ la mia stanza è stata l’unico luogo dell’universo, con Capitan America come unico compagno –ho un debole per quel ragazzo, non me l’aspettavo– e i cuscini che ho imparato ad amare.

Poi, vittima del vuoto del frigo e del mio stomaco, mi sono fatta forza e ho percorso il mezzo isolato necessario a raggiungere il minuscolo supermercato vicino alla fermata e ottenere, per sette sterline, pizza, latte, yogurt, cioccolata, una bibita alla frutta e un pacchetto di patatine.

Non temete, di solito mangio roba seria. Il sabato sera, però, chiamava un po’ di porcherie e io volevo dimostrare a me stessa che chiamare una catena di pizzerie e spendere 9 sterline per una singola pizza era ridicolo.

So che percepite la vuotezza della mia anima, e se non la percepite è una vergogna e siete scusati solo perché probabilmente non leggete questo blog così spesso.

Siete sempre in tempo per rimediare.

Io me ne starò qui, intanto, con i soliti dubbi nella mente, meno persone del solito che si preoccupano per me e meno persone ancora alle quali permetterò di sfiorare il mio cuore.

Quest’ultima cosa è responsabile della maggior parte della vuotezza della mia anima, e adesso vado a infilarmi in un film di Shinkai.

Storto e Sbagliata

Nella mia stanza è tutto storto.

Il cassetto della scrivania si apre con difficoltà proprio perché pende da una parte, l’armadio è sbilenco e i cassetti della struttura Ikea di fianco al letto non sono allineati tra loro.

tacciamo del fatto che la struttura stessa non è veramente ancorata al soffitto e non cade perché dopo 3 cm vi si incastra

Tuttavia, tuttavia, ha una valanga di ripiani che sto cercando di riempire ordinatamente –provate a indovinare se ci sto riuscendo, provate– una doccia che effettivamente funziona e non riempie la stanza di vapore e un letto enorme e adorabile.

Ieri ho passato una giornata veramente brutta.

Penso lo aveste intuito dal mio post di ieri e qualcuno è anche venuto a chiedermi come stavo –molti altri no. La mancanza di interazione tra me e voi mi rattrista sempre.

Ho trascorso la serata in chat con la mia amica A –esatto, sempre quella molto più razionale di me, quella delle babbucce pelose, quella che ieri ha detto “tu sei una guerriera, non ci credo nemmeno un attimo che ora ti arrenderai” e aveva ragione– e ho preso delle decisioni.

Ora che abito sulle colline volente o nolente pedalerò di più e in modo diverso e se tutto va bene nei dintorni c’è anche un parco, o almeno così mi ha detto l’amica che mi ha aiutata a traslocare, che poi abita anche solo due strade più in là. Sarebbe la volta buona che io mi mettessi d’impegno e imparassi a muovermi di più.

Vedete, io resto sempre incastrata in questo loop.

Io mi trovo una persona interessante, faccio sempre del mio meglio e cerco di prendermi cura delle persone che mi stanno intorno. Mi ritengo ragionevolmente egoista, nel senso che se qualcosa non mi sta bene lo dico chiaro e tondo, e in generale ho dei buoni feedback, sei una persona solare, mi piace averti intorno ecc.

si ferma e riflette

Io vorrei sapere dove sbaglio. O se sono semplicemente troppo grassa per essere presa in considerazione da gente sana di mente. L’idea è di impegnarsi un po’ per rimettersi sulla buona strada, come stavo facendo prima che mi trasferissi a lavorare in questo college nel quale porcamiseria smettete di fare cose da mangiare così succulente.

momento in cui iku ricorda che dopo il post in cui prometteva di perdere peso l’Altro Naufrago è intervenuto con un tempismo inquietante dicendo buona fortuna, ciò presuppone che l’Altro Naufrago leggerà anche questo post, e mannaggia a me e alla volta in cui ho reso pubblico il mio blog

Mi piace la gente che dice il problema non è che sei grassa, il problema è che non ti accetti.

Io mi dimentico di essere grassa. A me torna in mente quando sono nei charity shops, quando passo dietro alle sedie della gente o quando alle mie spalle Ben fa apprezzamenti sulla superatletica biondina in coda alla cassa.

io devo smettere di nominare Ben

Non mi accetto?

Io non accetto il fatto che per entrare nel campo visivo di qualcuno ci siano limiti di peso. Io non accetto che mi si dica Mi vergognerei a presentarti ai miei amici. Io non accetto che mi si dica che se perdessi peso sarei una bella ragazza.

Ma siccome così è la vita e così è la società devo mandar giù tutto e imparare a far sacrifici, a rinunciare alle cose che mi piacciono e diventare una persona che non sono perché altrimenti non vado bene.

Non mi voglio abbastanza bene.

Di nuovo.