Un Altro Giorno Ancora

Amo vivere pericolosamente.

Per questo stasera, invece che andare subito a lavarmi i denti e andare a nanna che domani la sveglia è prestissimo, mi siederò e scriverò una recensione –ahahahahahaha– alla prima metà del libro di Bianca Marconero, Un altro giorno ancora, per tre ragioni:

  1. stasera ho scritto un capitolo bellissimo e ci ho messo un’ora esatta, senza sforzi, solo con la musica attorno e la forza di volontà
  2. oggi è successa una cosa bellissima che non posso dire e che mi ha resa felicissima e niente, davvero, faccio luce nel buio
  3. l’ho promesso a Bianca e quindi lo devo fare. Poi tra l’altro se lo merita proprio.

Stamattina mi hanno messa in punizione nel gabbiotto del bigliettaio perché non c’erano studenti che potevano occuparsene. Significa restare tutto il giorno da sola, ad accogliere i visitatori, dare loro la mappina, mormorare ininterrottamente please DO NOT walk on the grass, follow the black arrows to visit the chapel, the dining hall and the gardens, there’s a toilet here and the way in is the way out.

La so a memoria in inglese e non saprei dirla in Italiano neanche se ne andasse della mia vita.

Ma!

Ma ieri ero capitata sulla bacheca di Bianca Marconero e avevo visto che due dei suoi libri erano in offertissima, così ero stata sul Kobostore e li avevo comprati ed erano nel mio ereader!

Bianca Marconero, per chi si fosse messo all’ascolto solo adesso

Ci sono tante cose da dire.

C’è da dire che i personaggi di Bianca sono tutti molto veementi nella loro rabbia, nella loro lotta. Non lo so, l’energia di Elisa –protagonista del libro, quinta dopo quattro fratelli e vissuta da sempre tra gli zoccoli dei cavalli– mi ha ricordato tanto Helena, quasi fino al punto di riprendere in mano Albion.

C’è da dire che devo aver fatto di quelle facce mentre leggevo.

C’è da dire che quando inizi non puoi fermarti e Bianca ha quella capacità di farti entrare nella storia, di farti innamorare dei personaggi… leggevo di Dante e mi commuovevo tutta, e nel veder comparire Vittorio ho avuto un coccolone, persone mai viste eppure sono lì, e quando Andrea dice qualcosa io non capisco più niente.

C’è da dire che eccoli di nuovo lì, cretino 1 e cretina 2, i Marco e Marianna della situazione, i principi del mioddioquantosietestupidituttiedue. I campioni del fiato sospeso, del momento sbagliato e del fraintendimento.

ho messo da parte il libro all’ennesimo uan tichet? proprio nel momento tremendo in cui uno dei due arriva proprio in tempo per beccare l’altro che si fa baciare da una terza persona. Non si fa così

C’è da dire che ohmmioddio non pensavo di poter amare un personaggio fittizio che non è nemmeno una persona. Omnia Sparkle. E mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro, quanto di questo c’era prima e quanto è acquisito. Tanto di cappello per tutta questa documentazione. E che bello sentirti parlare, come sempre.

C’è da dire che stamattina faceva un freddo boia nel gabbiotto del bigliettaio, e si vedeva il fiato… e invece io ero sul bordo della piscina con due personaggi, in una situazione che si faceva sempre più bollente, e io non avevo freddo.

Troppi ringraziamenti, Bianca: grazie per aver nominato Oxford nel tuo libro mentre leggevo il tuo libro a Oxford –sfizi che ti devi togliere– grazie per avermi dato un libro che mi ha riportato alla lettura dopo settimane di silenzioso malessere, grazie per scrivere sempre cose che ti fanno venire un nervoso tremendo ma che ti regalano anche un miele così purissimo che quando vedo il tuo nome compro il libro senza leggere la trama, grazie perché sei stata sempre così gentile con me, grazie perché Un altro giorno ancora era proprio un bel posto dove stare, oggi.

PS: prometto, alla fine del libro, una recensione più umana.

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Molly è me.

Allora.

Allorallorallorallorallorallorallorallora.

ho appena mandato 20 messaggi a Kiki. C’è un’alta probabilità che legga questo post prima dei messaggi ma le voglio bene lo stesso

Non so da dove cominciare.

Come probabilmente saprete, recentemente il mondo è esploso a causa di un libro che è stato trasformato in un film e che per la prima volta sul grandissimo schermo –cioè, no ma capitemi– parla di un adolescente maschio gay. Il film si chiama Love, Simon e il libro si chiama Simon against the homosapien agenda e l’autrice è Becky Albertalli.

letto il libro, adorato, visto il film, adorato, niente da fare

Recentemente –tipo recentissimamente– ho letto un libro bellissimo. Tipo ieri e oggi. Tipo in ogni singolo minuscolo minuto di tempo che avevo in cui non succedeva niente in portineria. Tipo ogni volta che i M si giravano, ogni volta che K si inventava qualcosa da fare –quell’uomo non sa star fermo– io ero lì col naso nel libro.

Sono innamorata follemente di questo libro.

Il genere di amore che mi ha spinta a correre subito da Waterstone e pensare di comprarmelo, il genere di passione sfrenata che quasi quasi volevo mangiarmelo, quel libro, farlo diventare parte di me, gustarlo fino a quel punto.

eh, lo so, la follia, ma davvero, non potete capire. Quindi ora vi spiego

Molly è la protagonista del libro. Molly ha 16 anni ed è timida, ha una sorella gemella lesbica spigliata e disinvolta, due madri adorabili e un gruppettino di amiche niente male. La primissima pagina inizia con lei che fa amicizia per puro caso in un bagno con questa bellissima ragazza di nome Mina e io già mi aspettavo il mondo, la protagonista che si scopre a sua volta lesbica o che si innamora di una ragazza che aveva inizialmente pensato perfetta per sua sorella, bla bla bla… niente di tutto questo.

Molly è grassa.

Molly si nasconde dietro gli strati dei vestiti, dietro le sue 25 cotte, dietro l’ansia e l’esitazione. Perché Molly non si è mai dichiarata e non ha mai baciato un ragazzo, non sa cosa significhi essere rifiutata e –cosa che me l’ha fatta amare tantissimo– è creativa e ha un senso artistico sviluppatissimo.

Molly è me.

Molly è me quando parla di come sembri impossibile trovarsi un ragazzo, di come la relazione con la sua gemella stia cambiando, di come si senta inadeguata nel suo corpo troppo grande. C’è una parte del libro meravigliosa in cui parla delle commedie romantiche, commedie delle quali lei non potrà mai essere protagonista, perché nessun ragazzo vorrà mai desiderarla. Descrive un’immagine bellissima, Molly, dice nel momento in cui la ragazza della commedia si toglie la maglietta lei smette di essere me. E lo rileggerò, questo libro, ne trascriverò le parti migliori perché le leggiate.

E niente, questo libro mi ha dato tantissimo e sono ancora tutta infrullata per questo.

MA.

Ricordate quando nominavo Simon, all’inizio? Ebbene.

Ebbene Becky Albertalli, scrittrice americana, ha scritto il libro di Simon e il libro di Molly ma anche il libro di Leah –su cui ho appena messo le mani ed è il prossimo in lista– e il libro di Ben e Arthur, che non è ancora uscito ma che arriverà in Ottobre.

Mese nel quale l’autrice farà un tour per promuoverlo.

Tour di cui due date sono in Inghilterra.

Paese nel quale-ok, avete capito dove voglio andarla a parare.

In Ottobre Becky Albertalli sarà a Londra. E niente, io ho già comprato il biglietto.

E credo che non ci sia nient’altro che valga la pena dire a proposito di oggi, né che uno straniero a caso, dopo due chiacchiere con me, mi abbia rivolto la fatidica frase a che ora stacchi? né che oggi, nella folla, ho scorto il profilo di Reyn e ho avuto un giramento di testa.

Non era Reyn, naturalmente, ma il problema è che non sarà mai, mai Reyn.

 

Back in the Game

Ieri sera non ho postato.

Tornata a casa a mezzanotte mi sono ritrovata a coccolare un gatto che dormiva in cima alla canoa che il mio padrone di casa tiene nel suo giardino –non fate domande– resa invincibile ed euforica dai drink che il mio amico Mika mi ha offerto –qualcosa di amaro all’arancia e dolce all’ananas.

Ieri siamo usciti per il suo compleanno, una cosa informale alla quale dovevano venire i nostri amici del gruppo degli Italiani a Oxford e alla fine di italiani ce n’erano giusto tre. Avete presente quelle volte in cui vi mettete addosso qualcosa e a metà strada vi rendete conto che non è stata la scelta migliore? Ieri era una di quelle volte: una volta sull’autobus mi sono resa conto che la mia adorabile camicetta nera con rose rosse e gialle –una cosa finetta, ve lo assicuro– non solo aveva degli spacchi laterali abbastanza profondi ma anche la malandrina tendenza a sganciare i bottoni sul davanti…

Ah, ha detto ad un certo punto Mika vengono anche Chef N e Chef B.

-ricordiamo che Chef B appartiene alla categoria persone che trovo tremendamente attraenti a prescindere dal loro carattere di merda, che io non lo vedo da almeno un anno e che, di fronte alla mia palese dimostrazione di interesse nei suoi confronti, aveva effettivamente fatto un invito… in termini così volgari che preferisco non ripeterli su questo blog

Mika ha anche precipitosamente aggiunto che avrei dovuto fare come ho sempre fatto, ignorarlo, che non ne vale la pena, che è uno stronzo e che anche lui, ai suoi tempi, aveva avuto una disastrosa cotta per lui che aveva rimpianto per lungo tempo.

Viceversa al loro arrivo Chef N –che nel tempo aveva sviluppato un certo atteggiamento protettivo nei miei confronti– si è premurato di chiedermi se avessi ancora gli hots per Chef B, cercando poi di aiutarmi lungo tutta la serata con sguardi allusivi e gesti più o meno eloquenti.

Perché io, quando si tratta di rivedere persone che mi piacciono, vado fuori controllo.

Ho trascorso una piacevole serata chiacchierando con Chef N e il resto dei nostri colleghi, vantandomi più o meno palesemente dell’unico risultato tangibile degli ultimi anni, il fatto che io sia stata assunta al Trinity College… ignorando completamente Chef B.

Almeno finché, nel passarmi vicino per andare ad ordinare un drink, non mi ha accarezzato la vita in un gesto inaspettato e tremendamente sensuale.

Ci ho parlato, con Chef B. Mi ha chiesto come sto, cosa faccio, abbiamo riso un po’ , ha commentato che adesso abito ancora più vicina a casa sua e nel partire insieme a Chef N –a quanto pare c’è l’usanza di vagabondare di bar in bar, in questo paese– mi ha sussurrato Dimmi quando vuoi tornare a casa, possiamo dividere un taxi…

La vera ragione per cui ieri non ho postato, nemmeno retroattivamente, è perché ero troppo impegnata a fantasticare su di lui.

Per una volta sapevo che non avrebbe avuto senso overanalizzare le sue parole o i suoi gesti, o girarmi in bocca il desiderio a lungo covato di fottermene di tutto e almeno baciarlo. Sono tornata a casa in taxi da sola, sinceramente sbalordita dall’entità della mia reazione al suo tocco, e ho trascorso il resto del tempo a sognare ad occhi aperti.

Problemi di filo

Mentre non c’eravate mi sono appassionata al lavoro a maglia.

Come per tantissimi altri hobby il bello non è creare qualcosa ma accumulare materiale. È tremendo.

Si va dalle lane incredibili –ne ho una collezione a fettuccia, graziosissime, che lavorate in un certo modo danno un effetto creatura marina, in più hanno i brillantini quindi sono anche più accattivanti– ad una serie di sfumature di verde, che è sempre il mio colore preferito, in materiali e dimensioni diverse –compreso un orrido acrilico cinese che mi chiedo ancora cosa l’ho comprato a fare… ero giovane e sciocca– per finire con una bobina industriale di verde vagamente peloso che ho ereditato dal laboratorio di un’associazione della mia città.

E poi c’è l’acquisto del secolo.

Cinquanta grammi di acrilico lucido dai colori pastello, un delicato verdino che sfuma in un delicato azzurro e poi un delicato arancione ecc ecc ecc fino ad un simpatico lilla… un filato morbidissimo di cui sono riuscita a comprare solo due gomitoli e per i quali vorrei grandi cose…

…ma cosa cavolo sferruzzi all’inizio della primavera con un filato del genere?

In mezzo ai CV da mandare, tra gli appunti delle cose da fare per il viaggio di aprile –tralasciando l’improvvisa realizzazione che arriverò a Oxford proprio il giorno del compleanno di Reyn ma lasciamo stare- e i progetti per il futuro… questa lanicchia chiama, fissandomi con i suoi occhietti lucidi, chiedendo di essere lavorata.

Qualcuno ha qualche idea?

Last Day

Vorrei che ti ricordassi di oggi.

Vorrei che ti ricordassi del modo in cui ti si arricciavano i capelli facendoti sembrare un leoncino, quei capelli che ti sei accuratamente arricciata solo perché a Ben piacciono i tuoi capelli.

Vorrei che ti ricordassi della pioggia che hai preso pedalando fino al college e a quella che hai preso tornando a casa, che ti bagnava la felpa ma non arrivava al cuore.

Vorrei che ti ricordassi della fatica immane del lavoro di stamattina, di quei 10 minuti passati a non fare altro se non aprire bottiglie di Prosecco, versarle nei bicchieri e porgerle alla gente delle lauree di oggi, senza nemmeno il tempo di guardarsi attorno. Ricorda le fitte alla caviglia, la fame, lo stress del rumore tutto attorno e della consapevolezza che se Rogers l’avesse lasciato fare alla Mezzana tutto sarebbe andato bene.

Vorrei che ti ricordassi l’orrore del viso rasato di Ben, l’irritazione completamente irrazionale del ritrovarselo davanti senza quella barba bellissima che aveva ieri, la rassegnazione perché sapevi che l’avrebbe fatto, anche se non sai come facevi a saperlo.

Vorrei che ricordassi il viso giovanissimo di Zakki, quei riccioli che lo fanno sembrare il Re degli Idioti, il suo sorriso, il modo inspiegabile in cui ci si può cliccare anche con gente 10 anni più giovane, il modo in cui si è ricordato al volo dell’Era Glaciale 3.

Vorrei che ricordassi Anjeza e Darlene, due creature completamente fuori di testa e bellissime, in maniera opposta e quasi incredibile. Anjesa, alta, pallida e bionda e Darlene, piccola, con capelli castani lunghissimi e liscissimi e una pelle altrettanto castana e liscissima. E niente, è difficile che te le dimentichi visto quanto sanno essere sciocche e incredibili quando ridono insieme.

Vorrei che ricordassi l’immane lavoro di preparazione della Wordsworth Tea Room, i viaggi avanti e indietro con la macchinina e una Rogers che era più triste di te al pensiero che te ne andassi.

Vorrei che ricordassi la faccia della preside e il modo in cui ha detto That’s a very sad news! We will miss you con quel suo accento meraviglioso.

Vorrei che ricordassi gli interminabili minuti passati nella servery a cercare una scusa, un modo, una battuta d’entrata e il modo in cui hai preso in mano tutto, sei andata da Ben e gli hai detto non posso veramente partire senza un abbraccio.

Sopra ogni cosa vorrei che portassi sempre nel tuo cuore il gruppo di sciocchi seduto al tavolo della Wordsworth Room, il momento in cui hai detto io non mangerò l’ultimo pasto della mia carriera dando le spalle ai miei colleghi e hai trascinato il tavolo in mezzo alla stanza e il modo in cui al grido di it’s Mary’s last day! tutti si sono stretti gli uni agli altri per circondarti attorno a quel tavolo, in quel modo incredibilmente caldo di chi condivide fatiche e cibo e superiori nervosi.

Ricorda come li hai amati, uno ad uno, per le sciocchezze che dicevano, per i video girati di nascosto, per le risate e le battute e il modo speciale che, presi singolarmente e tutti insieme, hanno avuto di rendere migliore la tua permanenza al college.

E ricorda Katie, che abbracciandoti ha mormorato Sei la mia preferita.

Le Ragazze della Rosa

Avere tredici anni non è facile per nessuno. Sono anni complicati, pieni di difficoltà e di sfide, di decisioni e di spazi da conquistare. Le cinque protagoniste de “Le Ragazze della Rosa” lo sanno benissimo e ognuna di loro li affronta a suo modo: Selene è la ragazza artistica e frizzante non esattamente appassionata di studio, la timida Alice ha un rapporto problematico con la madre, Milena è capitano della squadra di pallavolo, matura e responsabile, Roberta è la prima della classe ma ha paura di spiegare le sue ali e la famiglia di Daria ha seri problemi economici.

Un giorno la mitica nonna di Alice fa loro un regalo: cinque anelli identici a forma di rosa e con il potere di far avverare i loro desideri. Tredici anni sono troppi per credere alle favole ma le amiche sono ben felici di avere un loro segreto e un amuleto in comune, così affidano agli anelli i loro desideri. Sembra facile indovinare ciò che le ragazze vogliono ma la storia mostrerà che non è proprio così.

“Le Ragazze della Rosa” porta in scena le dinamiche di un gruppo di adolescenti in maniera molto convincente, per non parlare poi delle loro difficoltà all’interno della scuola o dell’ambiente familiare: chi non si è mai trovato nei panni di Alice, alle prese con una madre che non le lascia l’indipendenza che vorrebbe, o di Roberta, schiacciata dalle aspettative scolastiche dei genitori e troppo preoccupata per rivelare loro qual è il suo vero sogno? Per ognuna di loro le difficoltà non mancheranno ma a tutto c’è una soluzione e devo ammettere di essermi commossa più di una volta.

E’ una bella lettura nella quale si finisce per affezionarsi ai personaggi se non addirittura a rispecchiarcisi: personalmente mi sono ritrovata molto in Selene, sbarazzina, creativa e poco diligente. Al di là di questo si tratta di un libro ben scritto, scorrevole, coerente e verosimile, che se nel mio caso mi ha fatto sorridere, ripensando a quando ce li avevo io, tredici anni, sono certa non mancherà di far sentire capite e meno sole chi tredici anni ce li ha davvero.

 

Dati Tecnici

Titolo: Le Ragazze della Rosa
Autrice: Arianna Leoni
Editore: Mondadori
Collana: Stargirl
Anno edizione: 2015
Pagine: 203

Fight Song

Una volta era la mia sveglia.

Le note del piano hanno il sapore della semioscurità della mia stanza di Drayton, il profumo delle pareti di legno, la sensazione dello spazio aperto tutto attorno alla casa.

Oggi l’ascoltavo dopo la giornata di ieri, una delle più…-challenging? Non sono mai stata capace di tradurre questa parola– dure che io abbia affrontato negli ultimi mesi.

Sono stata a casa, questi ultimi giorni, per quasi due settimane. Mi sono fatta coccolare dalla mia vicemadre in una maniera che rasenta il disgustoso ma, che volete farci, si chiamano vacanze e se non posso averne una senza problemi familiari o preoccupazioni esistenziali almeno lasciatemene una in cui un po’ mi coccolano.

Tornare è stato un po’ un problema.

A parte il volo che partiva alle dieci, atterrava a mezzanotte e mi lasciava essere a casa alle quattro del mattino, mi manca la mia vicemadre, mi manca mia sorella e mi manca un posto in cui sono a distanza bicicletta dai luoghi che amo.

ne ho anche qui, ovviamente, ma è un po’ diverso

Ieri, comunque, avevo un late shift.

Un late shift vuol dire tenere il forte da sola, preparare l’acqua per la sala, l’insalata, il dolce e la macedonia.

Vuol dire occuparsi della cena dell’high table, quella in cui mangiano i professori.

Vuol dire –soprattutto– assumere il comando della banda della sera, quei ragazzacci che si diceva qualche post fa, una banda di insubordinati alla testa della quale io, per ora, ancora non so stare.

E poi ieri, a ora di pranzo, mentre ero in cassa, ho visto il retro della testa di Reyn e le sue spalle uscire dalla hall.

Era lui. Da quella distanza Reyn è inconfondibile, specie per chi quella testa e quelle spalle le ha baciate innumerevoli volte.

La mia prima reazione è stata Mioddio com’è bello e la mia seconda reazione è stata un groppo alla gola.

Quanto mi manca e quanto ancora lo voglio.

Ma comunque.

Ben era il cuoco della sera.

Ben è la persona più incontentabile che conosco, perfino peggio di mio padre.

Immaginate la vostra iku tutta sola con la masnada degli hourly da una parte e L’Incontentabile dall’altra. Dopo 10 giorni di vacanza. Dopo aver visto le orecchie di Reyn senza poterle baciare.

sospira

E’ per giornate come quelle di ieri che vivo.

E’ per quei momenti in cui canti I Wanna See You Be Brave e I’ve Still Got a Lot of Fight Left in Me, in cui alzi la testa più in alto degli altri e dici se non lo farò io nessun altro lo farà. E anche Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò.

 

Alla fine della serata mi sono accoccolata in un angolo con una ciotola di stufato di manzo e funghi con una cucchiaiata di purè in cima.

Un attimo prima di svoltare nella mia via, in cima alla salita, c’è un angolo dal quale gli alberi e le case si allineano magicamente e si vede dritto nel tramonto. Ogni volta mi fermo lì, il respiro affannoso, le gambe doloranti, e mi guardo indietro.

Ieri sera, in cima alla mia ciotola di stufato, ho sorriso all’Universo che tramontava sul mio rifiuto di arrendermi.

Tutta Colpa Di Un Fulmine

A volte succede che leggo libri un po’ a caso, perché me li suggeriscono le mie amiche o perché in qualche modo la trama mi incuriosisce. Succede che siano libri lontani dal mio genere preferito, interessanti fusioni o semplicemente libri un po’ speciali che acchiappano la mia attenzione.

E’ questo il caso di Tutta colpa di un fulmine che, come Sette giorni per liberarsi di Jack all’epoca, mi è sembrato una lettura interessante e un po’ diversa.

I protagonisti della vicenda sono Virginia e Leon, gemelli di tredici anni che proprio non si possono soffrire. Troppo perfettina e supponente lei e troppo menefreghista e casinaro lui, la convivenza non è facile e i battibecchi non si contano.
Durante una gita in montagna, però, la faccenda si complica ulteriormente e i due si ritrovano…l’una nel corpo dell’altro. Saranno i nostri eroi in grado di gestire un corpo e una vita che non gli appartengono?

Ho iniziato questo libro con molta titubanza e trovando subito Virginia piuttosto antipatica. La narrazione è a voci alternate ma suoi capitoli, specie all’inizio, sono molto più lunghi di quelli del fratello e non ho potuto fare a meno di “parteggiare” per lui fin dall’inizio. Quella che però inizialmente sembrava una gara tra i due si evolve in qualcosa di molto più interessante e meno definito.

Virginia parte con l’idea di “migliorare” il fratello, renderlo meno rozzo e più popolare con le ragazze, ma lungo la strada subisce un cambiamento che intacca il suo essere perfettina e super controllata.
Leon, al contrario, non cerca nemmeno per un momento di fingersi la sorella, tra scelte d’abbigliamento discutibili e atteggiamenti poco femminili, e deve anche fare i conti con Adelaide, migliore amica di Virginia che da sempre ha una cotta per lui.

Ho letto questo libro in un paio di notti, posandolo solo perché si faceva troppo tardi per continuare a leggere. La scrittura è scorrevolissima, frizzante, con un linguaggio contemporaneo e richiami ad una cultura nerd che mi hanno fatto sorridere.

Ho apprezzato parecchie cose di questo libro, prima fra tutti i punti di vista non così immediati che i due ragazzi hanno nel momento in cui si scambiano i corpi. Virginia nel corpo del fratello sperimenta l’impossibilità di esprimere debolezza mentre al contrario Leon sfrutta il favoritismo della madre nei confronti della sorella per farsi perdonare un brutto voto. Parecchi episodi disseminati qua e là ricordano al lettore quanto il sesso di una persona influenzi il modo in cui viene percepito o giudicato un suo comportamento.

Ma c’è anche una bellissima contaminazione tra i due, nel modo in cui Virginia apprezza i momenti in cui può giocare a basket e sfogarsi o nei momenti in cui le reazioni di Leon si fanno in qualche modo meno razionali. In circostanze diverse questa contaminazione avrebbe potuto portare a riflessioni diverse –gli spunti nel libro non mancano di certo– ma la storia funziona benissimo anche così com’è.

Anzi, non posso negare che nel piccolo del dram(m)a scolastico la vicenda mi abbia lasciato un po’ col fiato sospeso, specie quando era coinvolto un certo personaggio –Eva, e come altro poteva chiamarsi?– che si diverte un po’ troppo con i nostri eroi.

Di pagina in pagina ho finito per affezionarmi ai giovani protagonisti, fino al delizioso –e non così scontato– finale che li vede alleati e molto distanti dai gemelli che si facevano i dispetti all’inizio della storia. Anzi, devo ammettere che dopo aver posato il libro ho proprio sentito la loro mancanza!

 

Dati Tecnici

Titolo: Tutta colpa di un fulmine
Autrice: Arianna Leoni
Editore: Mondadori
Collana: I Grandi
Anno edizione: 2017
Pagine: 206

 

King

Sei solo, sei lasciato a te stesso, e quindi?
Sei diventato cieco?
Hai dimenticato quello che hai e quello che è tuo?
Bicchiere mezzo vuoto, bicchiere mezzo pieno
In ogni caso non avrai sete
Conta le tue benedizioni non i tuoi difetti
 
Hai tutto quello che ti serve
Hai perso la testa nella confusione
C’è così tanto altro
Puoi reclamare la tua corona
Hai il controllo
Liberati dei mostri nella tua testa
Metti a letto tutte le tue colpe
Tu puoi essere di nuovo re
Non capisci cosa sia tutto questo
Sei troppo avvolto nei tuoi dubbi
Hai quel sangue giovane, lascialo libero
  
C’è del metodo nella mia pazzia
Non c’è logica nella tua tristezza
Non guadagni niente dal tuo essere miserabile
Credimi
  
Hai tutto quello che ti serve
Hai perso la testa nella confusione
C’è così tanto altro
Puoi reclamare la tua corona
Hai il controllo
Liberati dei mostri nella tua testa
Metti a letto tutte le tue colpe
Tu puoi essere di nuovo re

Qualcosa si Muove

Anche stasera finiamo con lo yogurt greco al miele, perché siamo persone viziate che oggi hanno lavorato tanto.

Stamattina la mia stanza era una baraonda di cose ovunque, negli armadi, sul letto, sul pavimento, sulla scrivania…al momento ce n’è principalmente nelle mie due enormi valigie e in una mezza dozzina di scatole di varia dimensione impilate in bell’ordine sulla scrivania e pronte per essere spostate.

ricordo a coloro che si fossero messi all’ascolto solo ora che mi sto per trasferire in una stanza nuova, trasloco previsto per lunedì

Poi sono arrivate le cose ordinate su Argos e ho iniziato a impanicarmi…avrò fatto bene a scegliere il piumone sintetico? E se il cuscino è troppo basso? E il colore del coprimaterasso è sbagliato e non si intona con le lenzuola, come faccio a cambiarlo…ma un po’ alla volta sono stata rincuorata e al momento sono abbastanza tranquilla.

E stanca morta.

Sono felice di aver quasi finito il trasloco ma sono anche preoccupata che all’ultimo momento salti fuori qualcosa, un imprevisto o una rogna, e le cose finiscano per incepparsi. Immagino di poter solo fare una cosa alla volta e aspettare.

Stamattina mi ha scritto Reyn. Allora non ci parliamo.

Gli ho risposto che volevo vederlo di persona, parlargli faccia a faccia, e poi ho iniziato a stare male. Non è colpa sua e non è nemmeno colpa mia ma tutti i futuri con lui ai quali avevo pensato sono spariti e io sono di nuovo da sola, bollata con il timbro dell’abbandono, del non abbastanza.

Una voce dentro di me stasera piangeva chiedendosi Non ti ho amato abbastanza forte? Che altro volevi da me?

E’ quasi mezzanotte e io voglio portare con me un solo ricordo.

Oggi, mentre servivamo i drink agli invitati man mano che arrivavano, mi sono ritrovata a fare due parole a caso con un affascinante uomo francese. I miei colleghi mi guardavano allibiti mentre io mi rendevo conto di aver inserito il pilota automatico e di essermi comportata come da Starbucks, una parola spiritosa, una risata dei clienti e un greeting quando se ne andavano.

Non dovresti essere tu a iniziare la conversazione.

Ho provato a trattenermi mentre giravo tra i capannelli di gente che affollava il giardino del college, più silenziosamente possibile, indicando i bicchieri e mormorando More wine? quando necessario.

Inutile.

Ad un certo punto un uomo si è chinato verso di me e mi ha chiesto se ci sarebbero state patatine fritte.

Chips, sir?

Sì, ha detto lui, for dinner. Or wedges.

Perché la gente parla con me? Perché ho la faccia tonda?

Mi sono chinata verso di lui e ho mormorato Sir, se la prossima volta ci manda una mail in anticipo vedremo cosa possiamo fare.

Abbiamo riso tutti e due come dei bambini e per tutta la serata me ne sono presa speciale cura, accorrendo con il vino quando stava per finirgli e rispondendo con i miei migliori sorrisi ai suoi sguardi complici.

Me ne stavo in cucina, verso la fine della cena, a lucidare bicchieri con i miei colleghi, quando all’improvviso entra il signore di cui sopra.

Abbiamo tutti ricevuto uno shock improvviso perché i civili non dovrebbero entrare in cucina ma la cosa è degenerata quando il suddetto signore mi ha cercata con lo sguardo e poi mi ha dato la buonanotte con due baci sulle guance, chiamandomi la sua cameriera preferita e augurandomi una buona notte.

I miei colleghi sono rimasti a bocca aperta.

What did just happen?

That, ho risposto loro, was my customer service.