Pon Pon

Quelli che mi conoscono sanno che mi diverto fin troppo a rileggere i miei post.

Ci sono dei pomeriggi in cui per un motivo qualunque recupero qualche pagina di diario da un assurdo passato e finisco a passare ore intere a rileggere echi della mia memoria, a re-immergermi in situazioni lontanissime di cui, grazie a queste pagine, riesco ancora a sentire il sapore.

Mi sono quindi permessa di rileggere l’ultimo post che ho scritto prima di iniziare quello che state leggendo.

E ho tanto riso.

Sto uscendo con Uno. Questo è un eufemismo, io sto vivendo con Uno. Non tanto nel senso geografico del termine quanto per il fatto che Uno è quello che cammina con me, quello per il quale devio la strada ogni giorno per capitare per caso dove lavora, quello che ma c’è un bel sole oggi, ci facciamo due passi nel parco?, quello che per un motivo o per l’altro ci vediamo praticamente ogni giorno. Quello che devo tornare a casa presto oggi ma volevo vederti.

Non ho più bisogno di strofinarmi le dita per ricordare la lunghezza dei capelli di Uno, so esattamente quanto sono soffici quando sono bagnati, quanto sono corti sulla nuca e quanto sono più lunghi e arricciati in cima alla testa. E non c’è più nessun momento di panico tra le braccia di Uno, ci sono solo un’infinita tenerezza, alcune risate molto inopportune e un estremo senso di sicurezza che mi terrorizza.

…e niente, ci sono così tante cose che vorrei raccontare di lui, tante cose dolci e soffici e colorate che mi riempiono la testa come tantissimi pon-pon multicolore… e mentre li guardavo, esattamente come faccio con i miei post passati, mi ci sono persa.

E non ho intenzione di tornare tanto presto.

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Uno

Sto uscendo con Uno.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti Uno è un mio ex collega dai tempi di Starbucks, un barista che lavorava nella filiale dall’altra parte della città e con il quale mi sono ritrovata spesso a lavorare nella mia o nella sua sede. Stiamo parlando di un ragazzo spagnolo molto alto e ben piazzato, che aveva una volta dei bellissimi capelli alla Maui e che al momento ha solo un po’ di barba e capelli corti che –si strofina le dita cercando di ricordarsi quanto sono corti– niente non mi ricordo.

Tre settimane fa mi sono seduta di fronte al caffè dove lavora adesso Uno. L’ho guardato da lontano, digrignando i denti perché Uno è sempre quello dei messaggi senza risposta, degli appuntamenti fantasmati, del vorrei ma non posso. Con rabbia e veleno l’ho guardato brillare nel suo grembiule nero –perché io e lui abbiamo lo stesso senso di customer service e dedizione al lavoro– e mi sono morsa le dita, ricordano quando con la mia amica ho urlato per gioco se l’Universo mi desse Uno io non avrei più nessuna richiesta al mondo!

Poi mi sono resa conto che in realtà volevo solo sapere come stava, quindi mi sono tolta la rabbia dalla mente, mi sono messa la faccia da sono una persona realizzata e sono entrata nel caffè.

E Uno si è illuminato. E ha fatto cenno di offrirmi tutto quello che volevo. E vabbé.

pausa in cui cerco briciole di Uno nei post passati, non le trovo ma trovo invece le tracce della mia vita folle e dolorosa e ammaccata e mai noiosa… e mi faccio tante domande

Uno è quello che l’altra sera, quando alla fine di una giornata lunghissima ho sentito la voglia di fermarmi e fargli ciao con la mano dalla vetrina, ha fatto qualcosa con gli occhi che poi ero tutta caldina tipo coccole. Un abbraccio con gli occhi. E poi mi ha scritto mi sentivo miserabile ma quando ti ho vista hai illuminato la mia giornata.

Uno è quello che io non sapevo come gestire quando avevo voglia di prenderlo per la giacca così ho solo messo la testa sulla sua spalla. E lui mi ha baciato i capelli. La cosa più tenera e spontanea mai successa da quella volta che mai.

spazio in cui ho cercato di scrivere qualcosa di carino e un po’ ammiccante fallendo miseramente e finendo a fissare sgomenta su google una serie di immagini che decisamente non erano quello che volevo vedere né mettere sul blog…

Uno è quello con cui l’altro giorno, dopo aver mangiato scones di fronte al parco, siamo finiti a sfiorarci le mani, imbarazzatissimi, senza sapere cosa stavamo facendo. E le sue mani mi piacciono così tanto –oh le sue mani– e lui se ne vergogna da morire. Come se avere le mani un po’ vissute fosse un’offesa al cliente. Come se fosse un buco nel suo customer service il fatto che ha due dita bruciate da una scottatura.

Uno è quello che dice cose provocanti ma in modo estremamente dolce, così dolce che realizzi all’improvviso che anche il tuo cuore ha un punto G e ti chiedi quante mani sta usando.

e se questo vi sembra volgare non avete idea di quante cose ho scritto e cancellato negli ultimi 15 minuti

Io ho in mente un momento di paura, tra le braccia di Uno, qualche sera prima del mio ultimo post, quando temevo di essere sull’orlo dell’ennesimo scivolo diretto su una piscina d’acqua gelida. Devo fare uno sforzo non indifferente per ricordarmi quella sensazione, dopo tutte le confidenze e le coccole, verbali e non, che sono state fatte.

Mi stai negando un bacio?

C’è una parte di me che non capisce. Non sta capendo e forse non ha speranze di farcela in ogni caso, una parte che, diagrammi alla mano, si chiede come mai questa cosa non ci sta annegando. Come facciamo a svegliarci la mattina e avere pensieri che non sono lui. Perché non ci sono precedenti, non è mai stato fatto: stiamo a galla, mantieniamo quota, non stiamo sprofondando nelle sabbie mobili o su quello scivolo che tanto temevo quella sera. No, c’è solo una vaga sensazione di stelline, di pancia piena, di avere un cappottino rosso addosso, uno di quelli carini.

E faccio tanta, tanta fatica a non essere felice.

Lettere d’amore

Perché sempre di lettere d’amore si tratta.

Ne ho appena scritta una in un mormorio bassissimo, un sospiro, un sussurro. Mi chiedo se chi le legge lo percepisce, quell’amore. Una volta Verde Acqua mi ha definita la faccia più trasparente del West, alludendo a come, nei primi giorni che uscivamo insieme, si leggesse chiaramente in tutto quello che facevo il sentimento che stava nascendo per lui.

Allora come mai Uno non ha mai capito, in tutti questi anni, che mi piaceva?

A me dispiace molto, per Uno. Ha detto una cosa, l’altra sera, che mi ha fatto perdere l’equilibrio in modo così disastroso che non credo di averlo ancora recuperato. Ho dovuto fermarlo e dirgli ma io tengo a te. Tu potresti sparire di nuovo. E poi sono stata assalita dalla sensazione, orribile, di essere stata invisibile fino a cinque minuti prima.

L’ho scritto anche su Facebook, in mezzo alle cretinate che Cì mi ha detto al telefono: fino a cinque minuti fa io ero di cartongesso.

Dov’ero, quando non riuscivi a vedermi? Dov’eri quando la mia voce diceva mandatemelo perché mi piace lavorare con lui? Dove guardavi quando lasciavo della cioccolata in modo che ce ne fosse per quando venivi e io non c’ero?

sospira

Da dove ti arrivano certe idee?

L’Uomo delle Carte –che mi ha mandato un libro di nuovo– me lo ha chiesto, l’altro giorno, in una nota vocale che mi ha fatto scoppiare a piangere. Sarebbe bello che l’Uomo delle Carte non leggesse il mio blog ma nel caso lo legga lo dirò lo stesso, perché amo vivere pericolosamente: la sua voce ha mani che volano oltre la Manica, labbra che tingono di luce le sue parole, la voce dell’Uomo delle Carte è così piena di colore da far girare la testa.

L’Uomo delle Carte non li ha visti passare. Non ha ascoltato le parole affilate del Re degli Imbecilli, non ha visto gli occhi dello Spaventapasseri cercare altrove, non conosce le bugie di Reyn. Non ha in mano la lista delle mie lettere d’amore, non ha l’elenco degli infiniti gesti invisibili che le mie mani hanno compiuto, non ha mai ascoltato l’eco dei miei sentimenti che si infrangevano sul pavimento del cuore altrui.

L’Uomo delle Carte mi ha mandato un libro con una frase di sostegno.

Sono corsa a piangere da lui, l’altra sera, con una distesa infinita di cose che mi sgorgavano dalla bocca. Ho esitato, sulla sua soglia, e ne ho raccolta solo una, ignorando tutte le altre che mi inseguivano.

La verità è che mi ha aperto la porta nel cuore della notte così tante volte da viziarmi schifosamente e io ho un terrore così profondo di perdere anche lui che è come un cappio, che mi trascina indietro se mi ci avvicino troppo.

Per questo ho scritto una lettera d’amore, stasera, su un foglio bianco con il quale ho fatto un aeroplanino e l’ho fatta volare via.

Tutta un gomitolo

E’ risaputo: quando non capisco qualcosa finisco qui, seduta sul pavimento della mia stanza immaginaria, un po’ di sole che filtra dalle finestre che hanno la forma strana che possono avere solo nella mente di qualcuno e le code di troppi spaghi che mi escono dal cuore.

C’è un filo rosso, sottiiiiiile sottile sottile, filo da imbastire, quel genere di filo che si annoda in no time, che non puoi tirare perché si spezzerebbe, che puoi solo seguire con dita esitanti e occhi febbrili, estrema delicatezza su quel nodo perché se il filo si spezza tu quel nodo non lo districherai mai più. Faccio fatica a tirarlo fuori, si è troppo ingarbugliato con delle cose che c’erano nel mio cuore prima.

C’è un nastro di raso ocra, sottile e lucente, che si infila in ogni spazio possibile rifrangendo la luce in ogni direzione. Sarebbe il più facile da far scivolare fuori dal mio cuore ma le mie dita esitano: non è sempre stato mio desiderio abitare la luce? Cosa mi aspetterebbe se io decidessi di arrotolarmelo tra le dita e lasciarlo cadere?

C’è un cordino di cuoio, testardo, dall’odore pungente, che ho cercato di annodare alla gabbia del mio cuore ma che si ostina a sciogliersi, intrecciato per conto suo in forme che non ho ancora imparato e in qualche modo incastrato tra le altre cose. Quello è il primo che, nel momento in cui scuotessi la gabbia del mio cuore, si perderebbe per sempre.

E poi c’è qualcosa di simile alle decorazioni di Natale, un lungo filamento dorato che si intravede a malapena in tutto il groviglio, qualcosa che andrebbe semplicemente scoperto pezzo a pezzo man mano che si va avanti perché il solo tentativo di tirarlo fuori a forza lo rovinerebbe inevitabilmente.

Mi sono sempre considerata brava con i grovigli, nella vita reale… eppure sono qui con questa cosa in mano… e non so davvero cosa farne.

10 Years Challenge

Ho cercato invano una foto di dieci anni fa.

Invano nel senso che questo pc certo non le contiene e nel senso che le mie sciocche sorelle, che invece le foto le hanno, alla mia richiesta hanno sospirato, commentato questa 10 years challenge sta un po’ sfuggendo di mano e fatto finta che le avrebbero cercate.

Invano, come dicevo.

Io a queste cose non riesco a resistere e mi sarebbe piaciuto moltissimo poter confrontare le due foto, specie perché negli ultimi anni di viso non sono invecchiata per niente. Quello che ho trovato, invece, è un mio racconto scritto addirittura nel 2007 che dieci anni fa pubblicavo nella primissima versione del blog che state leggendo.

Mi sono un po’ vergognata di quello che ho scritto, eh. Ci sono degli errori molto grossi di concordanza, delle parti non chiare –al punto che neanche io, che pur l’ho scritto, sono riuscita a capire tutto tutto– e un’ingenuità generale che mi hanno fatto arrossire… ma non sono riuscita a trattenere un moto d’orgoglio per il piccolo colpo di scena che ho inserito, anche a distanza di 12 anni.

In mancanza di una foto da sbandierare ho scritto poche righe su Facebook: dieci anni avevo appena perso mia madre, io e lei stavamo ancora insieme e io ero convintissima che lo saremo state per sempre, avevo preso la patente e iniziato a fare la cameriera, vivevo ancora in Italia con entrambe le mie sorelle e avevo una gatta adorabile che ancora mi manca.

spazio in cui mi chiedo perché ho sentito il bisogno di specificare che la gatta mi manca quando ogni altra persona nominata mi manca come e più della gatta

La cosa che più mi fa sorridere è che dieci anni fa credevo di aver capito tutto, di essere invincibile, di sapere esattamente dove la strada mi avrebbe portata. Facevo molti più gioielli di adesso, scrivevo storie –usavo i tarocchi per quelle, un’idea non molto originale ma che mi forniva una scusa perfetta per storie brevi– combattevo la mia crociata per stare con la persona che amavo.

Mai, mai mi sarei immaginata, in capo a dieci anni, residente in un altro Paese, lontanissima da lei e con un bagaglio così bizzarro alle spalle.

Questo naturalmente è di ottimo auspicio: ci sono le basi per supporre che, tra altri dieci anni, io possa risiedere su un altro pianeta con una creatura che al giorno d’oggi nemmeno è ancora mai stata incontrata.

Ci sta. Ci vediamo tra dieci anni.

 

PS: un po’ di voglia di riscrivere quel racconto però mi è rimasta. Restate sintonizzati.

PPS: noto con soddisfazione che l’ultimo post ha ricevuto ben 5 like… e da nomi che ricordo con piacere. Grazie davvero!

Il Tuo Cervello

Ma che poi, di cosa stiamo parlando?

Mi intriga come il mio cervello, dopo un certo livello di complessità delle cose –e lo sapete che con me le cose non sono mai lineari– inizia a mettere in questione il sistema stesso. Ho una cotta per una persona? Quando le cose si fanno complesse e la cosa perde ogni controllo il mio cervello prende e inizia a chiedersi cos’è una cotta, perché provo questi sentimenti, qual è il senso della cosa in sé e perché devo dannarmi tanto.

E’ successo anche un minuto fa, quando incapace di scrivere il primissimo capitolo del mio libro –ho scritto due versioni ma…– mi sono fermata e mi sono detta perché ho voglia di scrivere, perché la gente dovrebbe aver voglia di leggermi, cosa sono i libri e perché penso che la mia storia dovrebbe diventarlo.

Poi mi sono tornate in mente le parole delle persone che hanno ascoltato la storia, non ultimo l’Uomo delle Carte –perché ci piace nominarlo, anche se lui non lo sa… sarebbe bello scrivere il peggiore dei post smielati su di lui e vedere cosa succede, se eventually finisce a leggerlo e che reazione avrà… potrebbero cariarglisi i denti, potrebbe avere un’autocombustione… tanto lo so che succede

pausa in cui il mio cervello si chiede il motivo, la ragione di fare una cosa simile, lo scopo di produrre quella che è l’ennesima lettera d’a***e che non spedirò mai, ma i conti tornano tutti!

…inclusa Cinci che è ancora nella mia vita, curiosamente, e che ha detto ma quando lo scrivi mandamene una copia che voglio leggerlo. E’ una storia romantica, naturalmente, una storia d’amore tormentata tra due ragazze che, a descriverle, siamo sempre invariabilmente io e lei. Perché io non smetterò mai di amare lei, come se in mezzo a tutte le altre cose che faccio, camminare sorridere scrivere digerire sognare e ricambiare le mie cellule, questa sia una che, automatica come respirare o produrre sangue, non posso in alcun modo controllare.

E anche se ho comprato un anello di rainbow moonstone che tiene a bada la mia follia e tiene sotto controllo i sogni, ciò non cambia il fatto che io voglia ancora mettermi in contatto con lei. E questo –si rese conto con sgomento– neanche il mio cervello lo mette in discussione.

Scrivere, l’ho detto spesso, è come una stanza nella quale è difficilissimo entrare ma una volta entrata posso restarci tutta la notte. Sono qui a pensare con ogni fibra del mio essere che se non scrivo questo 2018 sarà stato inutile, avendolo io trascorso per metà sotto antidepressivi e per metà ad innamorarmi di nuovo di Oxford.

E niente, mi sono appena resa conto da dove dovrei veramente iniziare a scrivere questo libro.

Favole

C’era una volta una ragazza che credeva nelle favole nonostante le avessero più volte suggerito di non farlo.

Qualche mese fa questa ragazza, inseguendo una favola che non aveva proprio tanto le idee chiare, finì per sbattere contro ad un tizio con un mazzo di carte. Si trattava di un mazzo di carte molto famoso, in mano ad una persona la cui voce parlava di legno e vento. La ragazza si sedette, in preda al panico, e ascoltò, mentre le carte le dipingevano attorno il profilo di una città dalle mura dorate.

più tardi la ragazza si sarebbe resa conto che quelle carte altro non erano che piccoli specchi e che la città dalle mura dorate era in realtà già tatuata sulla sua pelle, su ogni centimetro disponibile

-Forse- si lasciò sfuggire la ragazza con l’uomo delle carte -se tu mi regalassi una delle tue carte potrei usarla per catturare la mia favola…

– Quando arriverai a casa la carta sarà già lì ad aspettarti- rispose enigmaticamente lui. La ragazza pensò di aver parlato troppo e tornò alla sua favola, ritrovandosi a danzare sulle punte in un luogo buio nel quale le sembrava di intravedere di continuo quel profilo che amava. Purtroppo però ogni volta che allungava le mani nella sua direzione la favola scivolava via, lasciandola sempre sola a chiedersi dove sbagliasse.

Quando finalmente la ragazza si arrese e tornò a casa trovò veramente ad aspettarla la carta che l’uomo le aveva promesso: era una delle carte che più aveva parlato al suo cuore e pensando alla favola sfuggente che la perseguitava la ragazza si ritrovò a stringersela al petto, senza alcun desiderio di cederla a nessuno.

Ogni sera, quando la ragazza tornava a casa, bisbigliava i suoi pensieri alla carta che teneva sul comodino. Erano pensieri sulla città dalle mura dorate, pensieri sulla magia che la circondava, pensieri su quello che le si agitava dentro e su tutte le piccole favole che, nel frattempo, le si erano dipanate intorno.

E la voce di legno e vento dell’uomo le rispondeva, parlando a sua volta di magia, della saggezza che aveva conosciuto viaggiando, della follia che sentiva inseguire i suoi passi.

Piano piano la carta aveva iniziato a brillare di una luce sempre più calda, che ogni sera sembrava avvolgersi attorno alla ragazza e fondersi con la sua pelle finché lei stessa non si mise a brillare della stessa luce, calda e splendente.

 

Oggi l’Uomo delle Carte mi ha spedito altre due carte.

La dice lunga il fatto che la mia prima reazione sia stata una serie di insulti nei suoi confronti. Non ne meritava neanche uno, questo è chiaro, ma l’idea che qualcuno le avesse scelte –e sono belle, proprio– e avesse deciso di mandarle proprio a me mi è sembrata così assurda che l’unica soluzione possibile era che l’uomo delle carte avesse proprio poco buonsenso.

Devo ancora guardarle bene e non so ancora cosa mi diranno ma la cosa che brillava di più in quel pacchetto era un biglietto su cui era scritto il mio nome. Non il nome con cui mi chiamano tutti ma il nome che le carte hanno sussurrato all’Uomo delle Carte quando hanno visto sul mio corpo la città dalle mura dorate.

E niente, mentre prendevo in mano le carte che mi sono arrivate oggi pensavo, con enorme stupore, a cosa sarebbe successo se io, in quel momento, non avessi avuto la sfacciataggine di chiedere una delle sue carte la prima volta.

Ci sarebbe molta, molta meno luce nella città dalle mura dorate.

La mia vita ora

Oggi ho ascoltato la sorella di Charmé dipanare la sua vita, tra viaggi attraverso l’Atlantico, decenni vissuti a cavallo tra Grecia e Oxford e una storia d’amore incredibile. Mercoledì torna in Grecia ma giovedì riparte, perché da Barcellona deve poi andare in Florida in barca per raggiungere una clinica dove il marito windsurfer deve andare a farsi curare la schiena.

Sedevo incredula, nel suo appartamento meraviglioso, mangiucchiando un dolce greco al miele e chiedendomi cosa sto facendo della mia vita, io che non ho mai passato più di una mezz’ora su una barca, che ho meno della metà dei suoi anni e non ho mai pensato di andare in Florida.

…una parte di me era contenta, perché la sorella di Charmé –non esistono soprannomi per una persona così. Cioè, non potete capire– ha incontrato il marito quando aveva quasi quarant’anni, quindi forse tutto sommato non dovrei troppo preoccuparmi…

Recentemente ho avuto una conversazione con un amico, a proposito di colpi di testa e cose estreme… ma più lui parlava delle sue esperienze –mesi trascorsi in conventi, o India, o posti sperduti– più mi rendevo conto di come la mia vita fosse piccola-piccola. Certo, posso dire di essermi trasferita in un Paese che non è quello in cui sono nata e di aver fatto qualche lavoro interessante ma non sono stata poi molto in giro e di certo non ho attraversato un oceano in barca.

il fatto che questa sia la cosa che mi disturba di più mi spaventa, significa che inconsciamente l’ho già messo nella lista di cose da fare

Charmé è tornata, sorprendendo la mia coinquilina al suo picco di disordine e sprofondando lei stessa in un abisso di influenza e tosse che, al momento, ha già definito come malaria, polmonite e chissà che altro. Si prospetta un’interessante parentesi tra la fine del trimestre oxfordiano –tutti i miei studenti sono andati a casa e mi viene un po’ da piangere– e il 24 Dicembre, quando tornerò in Italia per le feste.

L’ultimo periodo è stato un po’ bizzarro, per me. Appurato che amo il mio lavoro e non ho intenzione di perderlo, che amo i miei colleghi e che ho trovato un posto dove vivere che amo e dove amano me… non dovrei veramente lamentarmi di niente. Eccetto che, forse proprio per questo, mi sento sola: provo un feroce senso di protezione per parecchi dei miei studenti, alcuni dei quali hanno già dimostrato del commovente affetto nei miei confronti, e questi sentimenti inaspettati mi portano a farmi molte domande e a notare, inesorabilmente, la mancanza di una persona speciale nella mia vita.

Granito

Oggi non ero al massimo delle mie potenzialità cerebrali.

eufemismo per dire che ero più tonta del solito, che già in genere è una buona quota

Naturalmente Mr Goldenboy ha scelto proprio oggi per entrare nella portineria con la sua migliore faccia di granito.

va detta una cosa, di Mr Goldenboy: ha un sorriso bellissimo ed è sempre di buon umore. Va detto anche che è molto alto, ha il volto aperto e sincero di quegli attori del cinema che non diventano star mostruose ma ti ispirano comunque– –non che me ne venga in mente nessuno al momento– –e ha una gentilezza piacevole e calorosa che dovrei semplicemente invitarlo a uscire una sera, ecco

Aveva questa faccia serissima come se gli fosse successo qualcosa di terribile, tipo il bacio di un Dissennatore, come se d’un tratto l’avessero trasformato nell’opposto di quello che è di solito, un esserino solare e piacevole. E niente, mi guardava fisso, con questa faccia di granito che per un attimo non ho detto niente e l’ho guardato, con la coscienza sporca che solo chi ha lasciato nel suo pige hole una barretta di cioccolato al latte poteva avere.

non che una barretta di cioccolato al latte sia una dichiarazione d’amore, specie se non firmata

Ho cercato di combattere con la mia arma più potente, il mio sorriso da cucciolo.

Niente da fare.

Ora, immaginate la mia già non impressionante statura ridursi drasticamente mentre questa persona continua a fissarmi con questa faccia di granito –sto abusando di questa figura perché per la prima volta nella mia vita l’ho vista prendere vita davanti ai miei occhi e non mi sono ancora ripresa– e nel frattempo cose continuano a succedermi attorno, ma io ho occhi solo per questo lecturer che mi è stato detto avere più meno l’età di Wannabe delle Spice Girls e che insiste a non cedere di fronte al mio timido sorriso.

A quel punto il mio sorriso inizia a colare da una parte perché l’imbarazzo ha preso il sopravvento, la mia faccia diventa tutta rossa e dentro di me mi chiedo se la mia barretta era offensiva fino a questo punto…

Poi Finalmente Abbandona la Faccia di Granito.

pausa in cui mi chiedo cosa l’abbia spinto a questa pantomima

Mi chiede la chiave di una teaching room e io gli chiedo se ha una prenotazione mentre cerco il suo nome nel sistema, fallisco miseramente, scrivo il suo nome sulla lista delle chiavi in prestito, lui mi chiede se sono sicura che non ha una prenotazione –pausa in cui cerco di ricordare se ha fatto il giro del bancone per venire a sbirciare nel computer o se è solo stata una mia allucinazione– trovo la prenotazione, cancello il suo nome dalla lista, sospiro e mormoro è colpa del mercoledì -scusa che ho usato per anni e continuerò a usare– e torno a essere inservibile per il resto del pomeriggio.

Ora.

Universo.

Strofinarmi così una persona sotto il naso non è carino e anche se sappiamo che non tutte le cose che fai sono fatte per essere carine stasera ho una richiesta… invece di somministrarmi Mr Goldenboy 5 minuti alla settimana in questa maniera non potresti spingerlo a passare un pochettino più di tempo nella portineria, magari in un momento in cui sono un po’ più lucida?

So che gli hai fatto prenotare quella teaching room per tutta la settimana ma io non sarò a lavoro per il resto della settimana quindi per favore mettiamoci d’accordo o questa ship non va da nessuna parte.

Notti al College

Ci sono quei giorni che durano settimane.

Ce ne sono stati cinque, questo significa che è passato ormai più di un mese dal mio ultimo post.

ride

Ieri ho finito l’ultima notte di servizio.

C’era una festa, nella scala 12, musica alta, persone che bevevano, due o tre studenti che hanno flirtato con me fingendo di saper parlare italiano. Ho preso la mia torcia, insieme al junior dean -il prefetto? Lo studente responsabile? Non so come si traduce e non lo saprò mai– e li abbiamo dispersi, è mezzanotte, sapete che non si tiene la musica alta dopo mezzanotte.

Una studentessa è rientrata alle due, è rimasta a chiacchierare con me, ha sentito che non avevo voglia di andare a spegnere le luci della torre e ha detto vengo con te.

Un altro gruppo di studenti è rientrato tardi, un po’ allegro, tutto sorrisi giovani ed entusiasmo e qualcuno ha detto ehi, ma stai facendo il turno di notte, che bella sorpresa! Guys, è il mio portiere preferito e di solito non fa mai il turno di notte!

Un ragazzo era ubriachissimo, in lacrime, ha dato un calcio ad uno dei nostri cartelli, è venuto dentro mormorando mi hanno dato del fascista.

Alle quattro del mattino un ragazzo brillo è entrato, mi ha chiesto cosa leggevo, ha iniziato un monologo super appassionato su Patrick Rothfuss –io morivo dal ridere, dato che non ho bisogno che mi si venda Patrick Rothfuss in nessuna lingua perché già lo adoro– alla fine del quale gli ho consigliato Scott Lynch, si è mangiato una scodella di torta al cioccolato, poi si è accoccolato nella finestra e abbiamo guardato insieme Blackadder. Alla fine l’ho guardato e gli ho detto che erano le cinque del mattino, lui si è scusato, ha detto non credo che ci siamo presentati poi si è presentato e ha detto è stato un piacere.

Ci sono stati momenti di tensione –più o meno ogni volta che la porta ci metteva un’ora a chiudersi– e momenti in cui avrei preferito essere a casa. Una ragazza si è sentita male e abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza, la terza notte, e nella stessa notte ad un ragazzo hanno buttato in faccia sostanze non ben identificate e l’abbiamo messo su un taxi per l’ospedale.

Ho passato ore leggendo, a volte cose che dovevo leggere a volte… beh, romanticherie più o meno platoniche tra personaggi di cui mi sono recentemente innamorata, ascoltando a ripetizione le canzoni de Lo Hobbit e piagnucolando come una la bambina piccola che sono.

Ho intessuto conversazioni al limite del credibile con studenti a caso, come uno dei miei preferiti, MR, che la prima sera che ci siamo conosciuti si è portato a casa su una bici una stampante 3D che aveva ordinato online. Stavolta sulla bici aveva un sacchetto pieno di pane. Gli ho chiesto se stava contrabbandando pane fuori dalla dining hall e lui ha detto che no, gli piace il pane e se ne era comprato una valanga.

sua è l’idea innovativa di portarmi del Lego per far passare più in fretta le lunghe notti al college

inutile dire che l’ho amato alla follia

Ho visto studenti consegnare i loro compiti alle tre del mattino. Ho visto gente con i peggio vestiti, i peggio tacchi, i peggio capelli. Gente mezza nuda nonostante il freddo, gente con in mano la più varia collezione di cibo.

…e niente, vorrei ricordarmi nomi e volti di tutti quelli che mi hanno detto coraggio, manca poco, stai andando benissimo e mandare a tutti loro un biscotto come fa la fatina dei biscotti –non chiedete– ma in sintesi quello che volevo dire è che mi ha fatto tenerezza quello che ho scritto solo una settimana fa: mi sembra che siano passati davvero dei mesi e che quelle paure e quei sentimenti che mi divoravano domenica scorsa appartengano ad un’altra persona.

Prego l’Universo di aiutarmi a ricordare quanta strada ho fatto in questi cinque giorni la prossima volta che mi sento altrettanto divorata.