GocceDiLuna · MyStrangeLife

Postumi

Ero innamorata di un uomo, l’estate scorsa.

Aveva… dei polpacci formidabili, un volto largo con un bellissimo sorriso, una passione incomprensibile per il cibo piccante e una risata che amavo sentire dall’altra parte del pianerottolo.

La porta della sua stanza aveva un cigolio rivelatore che mi faceva scattare come una molla quando lo sentivo, prontissima a inventare qualunque scusa pur di apparire casualmente in cucina e parlare con lui.

Abbiamo imbastito le peggio conversazioni alle peggio ore del giorno, lui con in mano cibo a vari gradi di cottura, io con un bicchiere dal quale bevevo continuamente acqua nel tentativo di nascondere a tratti il mio imbarazzo a tratti l’estrema felicità che mi provocava vederlo e parlarci.

Ricordo che andare a cena insieme, quella sera, fu molto difficile, primo perché dovetti insistere per settimane e poi perché dopo, una volta scofanato dell’ottimo Phad Thai, camminare al suo fianco e convivere con quella parte della mia mente che voleva solo girarsi e baciarlo era così difficile che a volte mi fermavo, nel bel mezzo della conversazione, così emozionata da non riuscire nemmeno a respirare e certo non a ricordarmi cosa stavo dicendo.

Era brillante, divertente, autoironico ed estremamente gentile.

Se ne andò qualche mese dopo, vittima di un trasferimento a Newcastle, e io gli scrissi un paio di email alle quale promise di rispondere senza poi farlo mai. Per qualche tempo fu molto difficile abitare in quella casa, specie perché la porta che si apriva non era più la sua, poi il tempo portò altri problemi e io relegai quest’incresciosa faccenda in un angolo della mia mente.

C’è quel momento in cui smetti di essere innamorata, quella specie di digiuno in cui il tuo corpo si anestetizza a quel range di sensazioni: dimentichi cosa significa essere pazzo di qualcuno, dimentichi fortunatamente il dolore dell’essere rifiutato, il desiderio di avere qualcuno accanto e tutto quel che ne consegue. Ti lasci alle spalle il desiderio di farti trovare in camera sua, quelle piccole terribili idee che nascono quando sai che si sta facendo la doccia e via dicendo.

E poi succedono cose orribili come quelle di stanotte, in cui dopo almeno dieci mesi dall’ultima volta che avevo pensato a lui il suo viso ti appare in sogno –quel viso che non è bello di per sé ma è così bello ai tuoi occhi– e ci parli e sei felice che lui sia tornato, e poi vi sedete insieme in giardino e lui si avvicina sempre di più e dice cose come mi mancavi e finisce per baciarti e tu all’improvviso ricordi ogni cosa, dalla sensazione bellissima dell’essere amati all’indescrivibile effetto di due braccia che ti stringono per tenerti vicina, recuperi tutto quel calore che avevi dimenticato e inizi a brillare della luce di chi ha qualcuno che è tornato indietro per lei.

E poi ti svegli in preda a cose che tentare di descrivere sarebbe comunque inutile.

 

Nessuno è mai tornato indietro per me.

 

Ho passato i primi venti minuti della giornata a cercare di capire cosa, in nome del cielo, aveva scatenato il ricordo di quell’uomo. Ho chiesto all’Universo quale perversa ironia lo spingeva a risvegliare in me quel genere di sentimenti, specie adesso che ho già abbastanza cose per la testa e in un momento in cui per una volta certe cose ero riuscita a lasciarmele alle spalle.

Grazie.

Annunci
LovedThings · MyStrangeLife

Problemi di filo

Mentre non c’eravate mi sono appassionata al lavoro a maglia.

Come per tantissimi altri hobby il bello non è creare qualcosa ma accumulare materiale. È tremendo.

Si va dalle lane incredibili –ne ho una collezione a fettuccia, graziosissime, che lavorate in un certo modo danno un effetto creatura marina, in più hanno i brillantini quindi sono anche più accattivanti– ad una serie di sfumature di verde, che è sempre il mio colore preferito, in materiali e dimensioni diverse –compreso un orrido acrilico cinese che mi chiedo ancora cosa l’ho comprato a fare… ero giovane e sciocca– per finire con una bobina industriale di verde vagamente peloso che ho ereditato dal laboratorio di un’associazione della mia città.

E poi c’è l’acquisto del secolo.

Cinquanta grammi di acrilico lucido dai colori pastello, un delicato verdino che sfuma in un delicato azzurro e poi un delicato arancione ecc ecc ecc fino ad un simpatico lilla… un filato morbidissimo di cui sono riuscita a comprare solo due gomitoli e per i quali vorrei grandi cose…

…ma cosa cavolo sferruzzi all’inizio della primavera con un filato del genere?

In mezzo ai CV da mandare, tra gli appunti delle cose da fare per il viaggio di aprile –tralasciando l’improvvisa realizzazione che arriverò a Oxford proprio il giorno del compleanno di Reyn ma lasciamo stare- e i progetti per il futuro… questa lanicchia chiama, fissandomi con i suoi occhietti lucidi, chiedendo di essere lavorata.

Qualcuno ha qualche idea?

MyStrangeLife · Thinking

Gender

Qualche tempo fa, senza motivo apparente, ho seguito una mia carissima amica ad un Centro d’Ascolto della Parola.

Si ascoltano belle cose, non c’è che dire, anche se il mio approccio non è tanto religioso quanto narrativo. Io, quando ero alle medie, leggevo l’Antico Testamento per le storie incredibili che narrava. Vado al Centro d’Ascolto della Parola e principalmente mi compiaccio di quello che le parole del Vangelo non dicono, di quella saggezza perduta nella traduzione, delle cose incredibili che questa mia amica, padroneggiando greco e aramaico, legge sull’inchiostro.

Non mi piace andarci per la compagnia che c’è.

“E adesso, con la teoria del gender, vogliono insegnare ai bambini che si può cambiare sesso quando si vuole!”.

Sono morta dentro. Non credevo potesse succedere ma è stato come se qualcuno mi avesse dato un pugno. L’ho letto nei libri, l’ho sentito raccontare ma non mi era mai successo. Ho sentito un tremendo male fisico e mi sono messa a tremare.

Ho passato il resto della serata tremando, in preda al desiderio di alzarmi e dire “Tu non sai nemmeno cosa vuol dire cambiare sesso”. In preda al desiderio opposto, prendere e andarmene. Tutte le altre parole mi sono scivolate addosso: io sentivo solo i miei dubbi che si affrontavano.

 

Ieri, a casa dell’altra nonna dei miei cugini, ho ascoltato.

La sua badante parlava del genero. “Ha detto che se lo lascia, lui la uccide.”

La sua amica parlava della nipote. “…e io glielo dico, a lei, fatti valere, digli qualcosa. Ma no, bisogna solo ascoltare e stare zitte.”

 

Volevo alzarmi in piedi e chiedere se non pensavano che fosse ora che qualcuno insegnasse che gli uomini e le donne valgono uguale. Non siamo uguali ma valiamo uguale. Se credevano che fosse nel loro interesse continuare a fingere che il femminicidio non esista. Volevo chiedere a tutte quelle persone troppo accecate dalla luce della religione in nome di cosa perdonano queste cose.

In nome di cosa si permettono di guardare dall’altra parte.

Come fanno a non capire.

 

 

Quella sera, alla fine dell’incontro, mi sono alzata in piedi, ho fatto cenno a quella signora e, con la voce tremante, le ho detto che no, non era quello il gender. Che non stiamo promuovendo i cambi di sesso, stiamo combattendo il femminicidio. La violenza. Gli stupri. L’idea che un uomo non possa piangere e una donna non sappia combattere.

Stiamo solo cercando di promuovere l’empatia.

MyStrangeLife

Iku esce dal bosco.

Volevo scrivere un nuovo profilo, dato che il vecchio è troppo ingenuo.

Sto cercando di guardarmi con occhi che non siano i miei, cosa che non riesco a fare perché ne ho solo un paio, e non sono stati clementi ultimamente.

Chi conosce il blog sa che l’ho sempre vestito di colori pastello e fiori, mentre il 2018 ha portato solo l’oscurità dei boschi. A chi arriva oggi per la prima volta non posso offrire che qualche parola, qualche tratto di matita per cercare di dare una forma a qualcuno che mi sembra di aver perso per strada.

Ho quasi trent’anni.

Ho abbandonato la mia bellissima vita a Oxford perché sono stata assalita dalle fauci della depressione e prima di fare cose di cui non avrei mai avuto il tempo di pentirmi sono tornata a casa, in Veneto, non lontano da Venezia.

Cerco un senso, al momento. Cerco un lavoro per cui svegliarmi la mattina, cerco il sapore di amicizie perdute, mastico invano le ossa di una relazione finita troppi anni fa.

E rifletto, sulle cose che mi accadono, sulle sensazioni che vivo, sulle idee che il mio cervello partorisce. Perché non è bello sentire di aver perso il controllo su tutto e non avere nemmeno una direzione.

Rileggo le parole scritte negli anni, ne invidio la luce. Sapevo chi ero e dove volevo andare, avevo addosso l’armatura di LightBringer, che si è lentamente sfaldata in quest’ultimo anno, ero ancora in grado di combattere.

Ora mi trovo nel centro di un bosco, senza sapere come uscirne o quale sia la direzione da prendere.

Sono rimasta seduta sull’erba per molto tempo, senza muovermi, ascoltando una natura che non mi ha restituito nulla di utile per trovare la via di casa.

Ho deciso di alzarmi e camminare, in qualunque direzione pur di fare un tentativo. I post di quest’anno saranno le briciole lasciate lungo il cammino, per ricordare dove sono stata.

Buona strada.

MyStrangeLife · Thinking

Le cose per cui non paghi

Buonasera.

breve pausa in cui cerco invano di stabilire delle coordinate

Mia sorella E ha compiuto 17 anni all’inizio di Maggio e come regalo le avevo promesso un viaggio qui a Oxford. Mi ha raggiunto giovedì mattina a Londra dove avevamo in programma di passare 2 giorni all’insegna di…beh, di tutte quelle cose che due sorelle possono fare in una città interessante come Londra, quindi principalmente farsi distrarre da mercatini e negozi, decidere che musei ce ne sono anche a Oxford e c’è meno gente e che l’importante è correre a Euston Square e vedere la strada in cui girano gli esterni di Sherloc BBC.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che per una sola notte a Londra avevo scelto su Airbnb una stanzetta accogliente e gradevole in una zona che volevo rivedere –Canary Wharf– e verso le otto di sera, con una giornata impegnativa alle spalle e una sorellina sveglia da 15 ore accanto, non vedevo l’ora di rintanarmici.

Plot twist: la stanza si trova in un edificio orribile in un appartamento orribile.

La cucina è vuota e spoglia, nel senso che ci sono le borse per terra di chi ci si sta trasferendo e le tre dita di polvere di chi non ci ha abitato per mesi. Al secondo piano un materasso sigillato ingombra il soggiorno e quando apriamo la porta della nostra stanza scopriamo con sgomento che non solo non è quella della foto ma ospita un letto, un comodino e un guardaroba.

E null’altro. Nemmeno le tende. E il pavimento è di quello sporco tipico di quando ti ci fanno i lavori, con trucioli, schizzi di colore e peluchi vari.

spazio nel quale potete inserire sgomento, disagio, sensazione di essere state truffate et cetera

Ma continua a non essere questo il punto.

Nei film e nei libri ci sono queste cose, queste persone che entrano nella vita del protagonista, fanno qualche magia, dicono le parole che ne cambiano il cammino e poi spariscono. A questo punto della storia una signora con un forte accento che non capisco ci chiede, dall’altra parte del corridoio, se abbiamo fame e se ci va di venire con lei in un pub dall’altra parte della strada.

pausa nella quale cerco di mettere per iscritto le cose

Ci sono segnali ai quali puoi decidere di non reagire ma che non puoi far finta di non aver sentito.

Nel presentarsi mi dice che è a Londra per esibire i suoi lavori in una mostra d’arte.
Più tardi a cena si lascia sfuggire che ha trovato nell’arte uno sfogo per bilanciare la sua lotta contro il cancro.
Parliamo di studi e scopro che per lavoro si occupa di Programmazione Neuro Linguistica.

Difficile definire chi delle due abbia più voglia o bisogno di parlare ma ogni cosa finisce per specchiarne un’altra: le racconto di come abbiamo perso la mamma e lei mi racconta di sua figlia e di come l’incubo più grande per lei sia lasciarla sola in questo mondo, le dico che faccio gioielli e lei mi mostra le creazioni che indossa, le parlo della mia mezza voglia di fare un corso sulla PNL e lei sorride e dice che non mi lascerà andare senza una seria chiacchierata la mattina seguente.

La mattina dopo mi fa sedere ai piedi del suo letto –la sua camera non è meglio della nostra– e mi fa chiudere gli occhi in una breve meditazione guidata. Dove vedo il mio futuro? Cosa del mio passato mi sto portando dietro? A cosa sto permettendo di inchiodarmi a terra?

Non usa altro che le parole ma quando apro gli occhi una parte del mio cervello è allarmata perché c’è come un cratere, nella mia testa, un grande buco in cui un momento prima c’era qualcosa e ora non c’è più niente. E mi sento più leggera e sempre confusa perché qualcosa che occupava così tante delle mie risorse ora non c’è più.

E io non so veramente cosa sia successo né cosa succederà d’ora in poi.

My Life in UK · MyStrangeLife

Maionese Cattiva

In qualche modo quando mi siedo a scrivere è spesso perché mi ritrovo intrappolata in un groviglio di sensazioni tipo come sono finita in questo posto? e oh guarda, chi se lo aspettava che la vita mi avrebbe portato qui?

Il caso odierno è che sono seduta sul triste divanetto di vimini del triste soggiorno della mia casa di Oxford, mangiando tristi tramezzini la cui maionese deve aver probabilmente cambiato intenzioni ad un certo punto. Davanti a me giace un taccuino con sottili iscrizioni misteriose come Victoria Coach Station e oddio non posso credere che uno dei tramezzini è al tonno! scusatemi, come Victoria Coach Station e poco sopra Paddington.

La verità è che dopodomani alle 8 del mattino mia sorella atterra a Gatwick e io non posso credere che quel dannato aeroporto sia così distante da Londra itself. Inoltre, nonostante il mio amore per gli schemini e le pianificazioni, non ho idea di dove andremo e cosa faremo né soprattutto QUANDO lo faremo.

Se mi conosceste sapreste che una cosa del genere testimonia che non sto bene. Infatti ho un mal di testa tremendo da tutto il giorno.

intanto il mio computer ha appena mormorato che la batteria sta finendo inesorabilmente

Mi rallegra sapere che con l’arrivo di mia sorella avrò la possibilità di 4 giorni off e un po’ di divertimento ma nel frattempo non ho fatto che lavorare da quasi due settimane e inizio ad esserne un po’ provata. Sul lavoro ci sarebbero così tante cose da dire che non so nemmeno da dove iniziare, mentre per quanto riguarda la vita privata ho cercato invano di invitare R3 a bere qualcosa insieme: non solo mi ha dato buca all’ultimo momento ma ha anche lasciato cadere dei suggerimenti non troppo chiari che, secondo R2 –la mia coinquilina francese– portano inesorabilmente in una direzione: èggay.

il che ovviamente non mi fa nessun effetto ma costituirebbe uno spreco estremo di polpacci e uomini con il cacciavite

ok, vi permetto di fraintendere polpacci- -ha dei polpacci molto attraenti- -ma la cosa del cacciavite no: a farla breve una sera ho portato a casa un mobiletto per l’angolo doccia della mia stanza e dondolava un po’…per fare la sciocca ho commentato col mio coinquilino R4 con una scusa busso alla stanza di R3 e gli chiedo un cacciavite! Ebbene, non solo l’uomo mi aveva sentito ma aveva anche il cacciavite pronto per quando ho bussato. Io amo un uomo ben attrezzato

no, anche stavolta il doppio senso non è voluto

Anche la maionese del tramezzino col tonno aveva cambiato intenzioni nel frattempo. Molto Male.

In sintesi, in attesa di decidere se l’interesse dell’uomo con polpacci e cacciavite è pari a zero o cosa, ci distrarremo con un viaggio a Londra e ci recheremo anche in quel di Camden Town, posto che amo tantissimo e dal quale torno sempre con troppi acquisti.

 

Gli inglesi hanno la bruttissima abitudine di chiederti come stai? senza nemmeno ascoltare la risposta. Cioè, te lo chiedono pro forma, come una versione alternativa di ciao senza alcun significato. E quando la gente mi chiede come sto io rispondo, e nascono tanti equivoci.

Ma io ci voglio vivere in un Paese dove alla gente che ti chiede come stai non gliene frega una cippa di te?

MyStrangeLife · Thinking

Lego Lego Lego

Di solito la cosa funziona così, io mi siedo, scrivo, premo invio, tu ti siedi, leggi, chiudi la pagina e arrivederci.
No, bellezza, oggi se hai iniziato il post ti prenderai anche la briga di dirmi quello che ne pensi, perché per una volta, invece delle mie solite lagne più o meno sensate, sto per fare un discorso serio.

Ieri il tradizionale caffè degli italiani è stato ospitato da una delle nostre acquisizioni più recenti, dotata della rara capacità di inserirsi con disinvoltura in un contesto già collaudato. Quando siamo entrati nel suo soggiorno sono stata quasi subito distratta dalla sagomina gialla e rosa di una casetta Lego sul davanzale della finestra e non ne ho fatto mistero durante la conversazione.

Ora.

Io mi trovavo in una situazione psicoemotiva non esattamente brillante, in più sono anni che mi chiedo continuamente in regalo una scatola di Lego, che erano il mio gioco preferito quando ero piccola –balle, erano i Playmobil, ma solo perché c’erano più animali– e che mi danno ancora un’enorme soddisfazione da adulta.

Non vi nascondo che sono stata felicissima quando non solo il padrone di casa ha ammesso candidamente che sì, erano suoi e non di un nipote figlio cuginetto, ma mi ha anche dato in mano l’intera scatola con tanto di istruzioni. E i pezzi erano divisi in quattro scatole ermetiche da take-away, segno che per quella scatola di Lego l’uomo ha anche una certa cura.

Personalmente ho apprezzato moltissimo il fatto che una persona adulta –un ragazzo gentilissimo, pianista, giocatore di basket, conversazione brillante e pure simpatico– non si facesse scrupolo alcuno nel mostrare in questo modo una passione che, a mio parere, non ha niente di male ma che viene vista da molte persone come infantile.

Io, lo devo ammettere, non ho potuto evitare di giocherellare distrattamente con i pezzi, montando e smontando le diverse costruzioni con o senza l’aiuto delle istruzioni, ma comunque seguendo e partecipando alla conversazione in corso, che come sempre verteva dai problemi che noi italiano abbiamo in un paese straniero ai disastri amorosi dei presenti al maltempo inglese e così via.

Più tardi siamo stati raggiunti da un sesto amico, grande affabulatore, commerciante di professione e con una certa fama con il gentil sesso, se così vogliamo dire. Il suddetto, sedendosi alla tavola, ha iniziato chiedendoci cosa ci facevamo con i Lego e proseguendo sempre più infervorato sulla falsariga di non ti troverai mai una donna, sono di quanto antifiga ci possa essere al mondo, ma non ti vergogni e almeno fingi di avere un nipotino per casa e risolvi così.

Ora, qualche dato di fatto.

  1. il padrone di casa non ha bisogno di trovarsi una donna perché una donna già ce l’ha. Nessuno ha chiesto cosa ne pensasse lei dei Lego ma partiamo dal presupposto che a casa propria uno ci possa tenere quello che vuole
  2. io non vorrei essere volgare ma io la figa ce l’ho e, come sopra, apprezzo Lego e uomo
  3. un buon terzo del catalogo Lego attuale si rivolge ai collezionisti, coloro che amano montare interi edifici e magari lasciarli montati e basta, e parliamo di cose complicatissime e molto, molto belle

Io ci sono rimasta veramente male di fronte a questo concetto che un hobby –se tale si può definire, perché avere in casa una scatola di Lego non credo si possa considerare hobby– così innocuo sia considerato infantile e addirittura repellente per le relazioni, come se amare le costruzioni ti rendesse uno sfigato repellente.

pausa in cui ricordo che le persone più appassionate di Lego che conosco, i miei cugini, sono entrambi maestri di Ju-Jitsu e uomini realizzati

Non è nemmeno solo quello: non vedo perché una passione, di qualunque genere, debba essere considerata inferiore rispetto ad altre. Per qualche ragione essere dei fanatici sportivi è socialmente più accettabile di essere appassionati di Tolkien ma non ho visto nessun appassionato di Tolkien aggredire un appassionato di Martin perché non la pensava come lui.

Inoltre mi ha ripugnato tremendamente il modo in cui, secondo il mio amico, una passione del genere andava, semmai, nascosta o dissimulata con una scusa.

Io personalmente apprezzerei moltissimo, in un possibile partner, il coraggio –ma pensa, siamo arrivati al punto di doverlo considerare coraggio– di condividere le proprie passioni, che in questo caso erano anche le mie. Non credo ci sia niente di male nell’ammettere che ogni tanto anche a noi piace dimenticare di essere adulti, o semplicemente mettere la testa in qualcosa di rilassante e che ci distragga un po’ dal peso della vita quotidiana, riportandoci magari un po’ indietro a quando eravamo più spensierati.

 

Io la penso così, e tu?