Vai Via

Avevo bisogno di piangere tutte le mie lacrime.

Avevo bisogno di sbatterci addosso ancora una volta.

Avevo bisogno della manica di un’amica da afferrare, avevo bisogno di Mika, avevo bisogno dei miei amici italiani tutti attorno che mi ricordassero che la felicità non è necessariamente lo sforzo congiunto di due sole persone.

Avevo bisogno di una giornata di panico, in cui crescere un’alta spanna, in cui rendermi conto che anche se mi hanno rubato il cuore questo non fa di me un demone di terra e di fuoco.

Ho deciso di concedermi una vacanza in Grecia, all’inizio dell’autunno.

Fino ad allora no more wishing.

Il peso della valigia

Stavo leggendo fanfictions.

Sono brevi, facili da leggere e in genere hanno un finale dolce e carino.

Questa lo aveva.

Leggevo fanfiction quando ad un tratto mi è sembrato di sentire qualcuno in strada che urlava.

Help Me.

Io ho questa cosa piantata nel cervello, questa estensione completamente opposta a quella del mo amico Mika –la sua si chiama Fatticazzituoi- che si attiva in caso di pericolo: E Se Dipendesse Da Te?

Oggi una delle mie supervisor, dopo le mie otto ore di lavoro, ha cercato neanche troppo subdolamente di convincermi a restare per aiutarla la sera. Sono sotto di due staffer. La mia estensione si è subito attivata ma quella che Mika sta cercando di installare da settimane ha avuto il sopravvento: Fatticazzituoi. Vai a casa.

Normalmente l’avrei combattuta con un E se io fossi l’unica che la può aiutare? ma ero troppo stanca dentro e fuori per fare qualunque cosa che non fosse mormorare Vedrai che sarà una serata tranquilla come ieri, noi ce l’abbiamo fatta in tre e andare a casa.

Help Me.

Non era help me, alla fine, ma dentro di me sono esplosi mille scenari tremendi, un incidente, un malore, un’aggressione.

L’universo di qualcuno potrebbe essersi appena spezzato, mi sono detta, e io sono qui che leggo fanfictions erotiche sugli eroi della Marvel.

E poi mi è venuto in mente quando il mio universo si è spezzato, e le parole che mia sorella mi ha rivolto non più di una settimana fa mentre ero ancora in Italia: io ricordo solo che stavo giocando alla Playstation, in soggiorno, e ti sentivo, in camera, piangere e urlare.

Lei aveva dodici anni, all’epoca, e io mi ricordo come fosse ieri il dolore che mi sommergeva al punto di non riuscire a sopportarlo, tutto quel dolore che in qualche modo, attraverso la mia voce, cercavo di far uscire prima che mi dilaniasse.

Non più tardi di mezz’ora fa uno dei miei amici mi ha mandato una foto di lei. E’ sempre bellissima e io mi aspetto che sia felice fuori e arrabbiata dentro, come sempre, com’era due anni fa quando ho cercato di appianare le cose per l’ultima volta.

 

Oggi la valigia pesa.

Pesa perché ti aspetteresti che una persona che ti ha mollato sia felice, ignara, noncurante al punto di permetterti un’amicizia, un saluto, uno sguardo o almeno la risposta ad un eventuale messaggio che chiede come stai.

La mamma mi ha fatto troppo buona, è questa la verità.

 

Intanto ho in loop, piantato nel cervello, il ritornello di Show Me What I’M Looking For.

E stavolta non riesco neanche a gridare perché so che, a differenza di allora, nessuno verrà a salvarmi.

Joy and Sorrow

Sono già le undici e noi, strafatti di yogurt greco al miele come pochi, sediamo invano alla tastiera cercando di mettere ordine nella nostra vita.

Ieri a quest’ora mi stavo addormentando nel letto della mia amica Y, a Londra, nella febbrile attesa della colazione del giorno dopo.

Ci sono tante cose che vorrei raccontare e ricordare quando, tra qualche anno, mi ritroverò invariabilmente a rileggere queste righe.

Innanzitutto Londra, che ti avvolge in una sensazione unica che amo dalla prima volta che l’ho visitata. Ero di cattivo umore e preoccupata e stanca e tutto…e nello scendere dal bus mi sono ritrovata avvolta in quella sensazione, che mi ha fatto sorridere e stare subito meglio.

Poi la complicità con i miei compagni di squadra, Y e M, le sciocchezze che abbiamo detto, il fascino di M in quanto persona sfaccettata con la quale per messaggio io litigo sempre e per la quale perdo la testa di persona, le schermaglie tra i due che si conoscono da una vita ma tra i quali c’è sempre un non so che di attrito.

Il fatto che, in un modo o nell’altro, io ho sempre la faccia di quella che sa scavare grosse buche*.

Siamo entrati in un superalbergo a 5 stelle plus, sentendoci fuori luogo in una maniera ridicola e sperando che Robin sarebbe comparsa, cosa che contro ogni aspettativa è effettivamente successa. In quel caso te la ritrovi davanti, con la sua incredibile grazia, una sagomina che sembra ritagliata da una bella rivista e messa lì per caso. E’ meravigliosa.

Ci siamo seduti al tavolo di un piccolo caffé, in quattro, la gente attorno ignara di quello che succedeva, noi che a malapena spiccicavamo parola e vergognosissimi speravamo non si accorgesse di quanto stessimo in realtà squittendo. Abbiamo parlato di ogni cosa possibile, dalla scrittura alla politica ai suoi libri ai suoi progetti futuri, deliziandoci di quanto fosse amichevole.

non che non lo sapessimo dato che l’abbiamo incontrata parecchie volte ma ogni volta è una delizia anche maggiore

Il viaggio in sé è stato meno tremendo di quanto mi aspettassi, ho dormicchiato allegramente al ritorno e non sono arrivata morta alla seconda parte della giornata, ovvero l’incontro a Oxford. In quel caso ero imbarazzatissima, molto più che faccia a faccia con lei, ma mi sono gustata per bene il suo intervento e le belle domande a cui ha risposto.

*questa frase risale al Viaggio al Sud, una vacanza che facemmo con il forum di Robin Hobb in Sicilia durante la quale per le mie amiche ogni scusa era buona per mandarmi a fare cose che loro non avevano il coraggio di fare, come chiedere indicazioni, ordinare e andare in avanscoperta.

Ci sarebbero tante cose da dire ma il sonno sta quasi avendo la meglio, dopo una giornata di dieci ore nella quale ho a malapena avuto il tempo di mangiare un’enchiladas, tra l’altro fatta da Ben.

Oggi c’erano quattro camerieri mandati dall’agenzia.

Uno più inutile dell’altro.

La più inutile era una ragazza che ha passato la giornata a lucidare posate perché non sapeva fare altro. Non so da dove venisse e so benissimo che le mie parole sono acide e di parte ma le ho dato un incarico, uno, e ha passato più tempo a guardarsi le sopracciglia allo specchio che a svolgerlo davvero.

E le ho chiesto di preparare un thermos di tè, non rocket science.

In più, perdonatemi, era vestita in maniera assurda: leggins –quando una delle prime cose che ti dicono è pantaloni formali- e scarpe aperte, una camicia stropicciatissima, smalto rosso e un sacco di orecchini.

MA sono una persona onesta, quindi posso sedermi, sorseggiare un tè e chiedermi ti da’ fastidio per queste ragioni

…o perché appena Ben se n’è andato Eamon le ha detto Lo chef che è appena andato via ha detto che sei bellissima e non ti toglieva gli occhi di dosso un minuto?

Perché io faccio il mio lavoro con convinzione, sorrido ai clienti –come fai ad avere ancora energia per sorridere?– e sono cortese con tutti…ma non sarò mai la ragazza alla quale qualcuno non riesce a togliere gli occhi di dosso.

Baileys Risotto e Mario Kart

Credo che a mezzanotte la domanda giusta sia Ma io reggo bene l’alcool?

Sono appena tornata a casa dopo qualcosa che era partito come un pomeriggio di videogiochi e per un fraintendimento è diventato Vediamo se riusciamo a far fuori due bottiglie di Baileys in tre.

Credo che ce l’abbiamo fatta benissimo e senza grossi sforzi.

 

Oggi era la prima delle mie superimpegnatissime tre giornate off.

Il piano era di passare a salutare la mia collega H nel college dove lavora, restare lì un po’, tornare a casa e mettere ordine e poi recarmi al suddetto pomeriggio di videogiochi…poi cose sono successe e io non sono andata molto lontano.

Cose come una fiera dell’artigianato, di fronte alla quale mi sono sentita una merdina perché l’anno scorso, nello stesso periodo, io avevo detto L’anno prossimo farò anche io questa cosa e poi me ne sono completamente dimenticata. Le cose che ho visto. Le cose di cui mi sono innamorata.

Cose come le danze folkloristiche di Oxford, che non posso credere che sia già passato un anno dall’ultima volta.

Cose come un festival del cibo greco, al quale mi sono recata per innamorarmi di una torta salata di zucchine, per farmici dare la ricetta seducendo una delle cuoche e per prendermi una piccola cotta per la Baklava grondante miele che mi hanno offerto.

 

Sono troppo stanca e ubriaca per fare grosse riflessioni, mi piacerebbe solo ripetere quello che H mi ha detto stamattina: hai un sacco di amici.

Mi sono fermata, stamattina, un secondo prima di ribattere Ma noooo.

Ci sono J e A che ho visto oggi pomeriggio, colleghi da Starbucks, e H che ho visto sempre stamattina, anche lei conosciuta da Starbucks.

Ci sono W e N e A e V e C e F, amici italiani a Oxford che conosco da uno o due anni e che non vedrò domani al caffé domenicale perché sarò con altri amici.

Ci sono I e C e S, amici conosciuti nei dintorni per via delle mie passioni.

Ci sono E ed E e J e L, sempre conosciuti da Starbucks, e M che mi ha invitata a cena domani e J con il quale andrò domani alla Oxford Comicon.

E sono stata zitta perché poi ho S e R e A e S e M e S dall’Italia, che anche se non mi possono abbracciare sono sempre pronte ad ascoltarmi quando mi lagno e cerco un consiglio.

Sono stata zitta e ho solo sorriso internamente.

Di stanze Mika e gatti

Mi sono resa conto che il mio amico A non ha un nome.

Ci lavoro insieme quasi tutti i giorni e ormai lo conosco da due anni, da quando eravamo entrambi New People In Oxford…quante cose sono cambiate da allora! Noi siamo sempre i casinisti, i patiti dei film Disney, quelli che nel bel mezzo delle operazioni di pulizia si mettono a duettare allegramente e fanno fatica a farsi zittire.

Oggi eravamo insieme al Dickson Poon –uno degli edifici del nostro college che ospita una caffetteria per gli studenti con una mensa indipendente– e dopo aver commentato quanto spreco fosse buttare un’intera teglia di pollo in agrodolce con verdurine ne ha sgraffignato per me un’enorme container –no, non come quelli delle navi da cargo ma quasi– e me l’ha allegramente contrabbandato.

la cena di stasera, e col riso che buono che era

Sì, direi che gli ci vuole un nome.

 

Tu e Mika dovreste andare a convivere.

Sono mesi che lui sta cercando casa. Ha risparmiato una valanga di soldi in questi due anni che ha lavorato al college e non credo sia tanto distante dal prendersene veramente una, specie adesso che con la Brexit i prezzi sono scesi un po’. E io…beh, io sono giorni che bestemmio dietro a quell’agenzia, per quanto mi piaccia la stanza.

Sì, voglio dire, andate così d’accordo…

Non ricordo come abbiamo iniziato, qualcosa tipo Prendiamoci un cane! e poi cose tipo Guarderemo un film Disney ogni sera! e Così non va, mi sa che voglio un divorzio. So che è stata una bella sensazione, non solo lui che dava forma a questa cosa ma anche i nostri colleghi –che conoscono benissimo lui e un po’ meno bene me– che le sorridevano intorno come a darle la loro benedizione. Per un attimo la felicità ha perso un po’ quella dimensione tradizionale per diventare qualcosa di interessante, atipico, come se nessuno si rendesse conto che una delle forme della felicità potrebbe essere vivere con una persona con la quale non ti ami nel senso fisico ma con la quale condividi gran parte della tua follia.

E un gatto.

Ma questa è un’altra storia e intanto io e Mika andiamo a Bicester lunedì.

 

Ma Io Dov’Ero Quando La Mia Vita Succedeva?

Ieri ero determinata a scrivere un bel post su come i miei amici mi abbiano risollevato il morale domenica.

Immaginate un viaggio in treno di una quindicina di minuti, sotto un tempo che dice girati un attimo e mi metto a piovere, in loop nelle cuffiette la canzone di Beyoncé If I were a boy e come destinazione Didcot, la città senz’anima per definizione.

Il prologo lo conoscete, quei forse otto minuti passati da Starbucks ieri mattina che hanno dato alla Pasqua la svolta triste che le mancava. Dopo una botta del genere mi conoscevo e già mi immaginavo trascorrere l’intera giornata a fare la mummietta malinconica in un angolo del soggiorno mentre i miei amici si divertivano, specie perché loro si incontravano a mezzogiorno e io potevo raggiungerli solo alle tre.

Invece.

Alla stazione della città senz’anima sono stata raccolta dalla persona meno senz’anima di questo pianeta, il mio amico N –quello che se non fosse praticamente sposato non ne lascerei neanche le briciole, ma da anni– che ha avuto pietà del mio cuore spezzato e non mi ha dato nessuna soddisfazione nel parlare di Reyn, limitandosi a guidare fino a casa.

Lì sono stata accolta dai miei amici che non solo sono stati calorosissimi ma mi avevano anche aspettato per mangiare il primo. Io, colpevole di aver lavorato dalle settemmezza del mattino, non avevo portato assolutamente niente –a parte il mio mazzo di Sushi Go– ma mi sono goduta un pranzo pasquale degno delle migliori nonne, abbondantemente condito di risate –con la compagnia che abbiamo composto non c’erano dubbi– e punteggiato di…well, diciamo che è stato fatto buon uso di questo pulsantece lo siamo passati tutto il giorno– nei momenti migliori.

Poi è stato tirato fuori Cranium, e lì abbiamo perso ogni dignità.

Io non ci avevo mai giocato e non sono certa di aver compreso tutte le regole nemmeno ora, ma ho trascorso il paio d’ore più spaventosamente assurdo della mia vita e mi sono divertita un mondo.

Poi sono successe cose.

Persone mi hanno parlato di persone, sono stati visti bambini e gatti e alberi, si sono trascorse lunghe giornate piene di lavoro e vuote d’amore, sono stati ricevuti messaggi ai quali non si poteva dare nessuna possibile risposta e che pure parlavano al cuore.

……

…e siccome lo scopo del blog è la comunicazione ora facciamo della vera comunicazione.

La mia ex collega M ha fatto un resoconto dettagliato delle incresciose faccende di domenica, gettando su Mr. Gatto una luce terribile che gli ha fatto perdere tutti i pochi punti che ancora gli erano rimasti e facendolo passare da Mr. Sono Bravo Solo a Parole a Mr. Non Mi Vedrai Più Nemmeno In Foto.

Reyn mi ha scritto di essere atterrato sano e salvo, messaggio che ha dissipato le mie paure ma al quale non me la sono sentita di rispondere. Tenermelo lontano è più che altro una punizione a me stessa, immagino, ma se ha deciso che non vuole fare nessuno sforzo per tenermi al suo fianco non vedo perché dovrei concedergli la mia devozione.

Perfino mentre scrivo così mi sento una persona orribile.

Bambini e gatti e alberi sono le cose che oggi, al MapleThorpe Building, ho visto di più mentre aspettavo i comodi dei conferenzieri. Ora, a parte la bellezza degli alberi del nostro giardino –a proposito, mica che volete vedere?– e il mio desiderio di avere un gatto…

…c’era questa bambina di sei mesi, che guardava in giro con questi occhioni, che mi fissava dovunque andassi e mi sorrideva, e ad un certo punto ha allungato le sue manine verso di me…

 

Se non avete ventotto anni e il cuore vuoto Non Potete Capire.

Dimmi Tu Dove

Voi non lo sapete ma scrivo questo post alle 5 dal tavolo della sala grande del college, mentre ci siamo io, J e J in attesa che passi un’ora e venga il momento di passare al costume da cameriere posh.

Credo siano ormai passati tre giorni dal mio ultimo post, per lo più perché per scriverne uno devo sapere dove sono ed è una cosa che negli ultimi giorni non ho saputo.

Cosa ne sapete del BPD? Mi viene detto che si tratta di una cosa seria, che se ce l’avessi lo saprei da sempre e che NO, non è che ho un disturbo mentale solo perché l’ho letto sabato su internet.

Forse, come dicevo alla mia amica R, voglio solo che qualcuno guardi nella mia anima e dica Ma no, tutte quelle cose amplificate che provi non sei tu, è la BPD e la puoi curare.

Quando la mia amica E mi dice sì, decisamente non sei morta per indicare l’entità devastante dei miei sentimenti, cosa crede, che sia facile avere dentro il petto una supernova?

E quando quella persona speciale –c’è per fino un codice apposta, FP come favourite person- guarda qualcun altro, quando ci mette più di tre minuti a rispondere ai messaggi, io preferirei non morire un po’ ogni volta.

Stamattina mi sono svegliata nel letto di Reyn e la prima cosa che ho pensato è stata è l’ultima volta che vedo questa stanza. Un po’ perché no, non abbiamo ancora deciso cosa fare delle nostre vite un po’ perché l’orario di questa settimana è infido e inizio quasi tutti i giorni alle 7.30.

lavoro il giorno di Pasqua-

-esatto-

-una porcheria

Non mi va di metterlo con le spalle al muro, la mia bestiola adorata, ma il semplice fatto che non si presti alla conversazione matura gli fa perdere talmente tanti di quei punti che non so più nemmeno se sia ancora in gara.

non fraintendetemi, non c’è nessuna gara. L’unica altra persona che avrebbe mai potuto essere un concorrente si è giocata ogni cosa con la carta le mie azioni parlano molto più forte delle belle parole che dico-

Stamattina volevo urlare.

C’era una piccolissima me nella mia testa, una me che urlava chiedendo a Reyn perché ieri sera non mi ha nemmeno sfiorata, perché non mi chiede di restare con le azioni e non solo con le domande, perché dice cose come certo che vorrei che restassi, non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

Quanto aveva capito Mr. Gatto il giorno che mi ha guardata e ha detto Io non me ne vado? Quanto di questo sono solo parole e quanto saranno fatti? Perché domenica è l’ultimo giorno di Mr. Gatto nel mio quartiere prima che torni a Headington per sempre, e mi deve una cena, e io non ho mai creduto alle prossime volte.