Succede che

C’è da dire che è quasi un anno che ho smesso di postare regolarmente.

Sono andata a riguardarmelo, qualche post di metà 2018, e sono tutti spettacolari e pieni di luce. Pensavo di essere felice ora ma anche allora non scherzavo mica. Il posto dove lavoro è sempre lo stesso, la casa dove abito è sempre la stessa, l’unica differenza è che la felicità ha avuto modo di sedimentarsi bene nella mia anima e creare uno straterello denso nel mio fondale personale.

E poi c’è Uno.

Uno è quello che si è rotto il mignolino del piede sinistro due giorni fa, puramente a caso, proprio ad una settimana di distanza dalla nostra vacanza.

Uno è quello che mi ha comprato tre bath bombs quando ha scoperto che non me le compro perché le considero un bene di lusso per cui non vale la pena spender soldi.

Uno è quello che ieri, in videochiamata, mi ha detto mia madre è in ansia per cosa cucinarti, mi ha chiesto cosa ti piace e prima ho pianto io, perché sono passate delle vite da quando qualcuno ha cucinato per me, e poi lui ha detto puoi prendere in prestito la mia, di mamma e si è messo a piangere lui.

Voi non potete capire quanto io ami quest’uomo.

 

Succedono cose strane a volte.

Succede che mi sogno lei, e anche se non fa più male non posso evitare di pensare che è da qualche parte, là fuori, e io non so come sta.

Succede che l’amore per il mio lavoro e i miei studenti mi nutre più di quanto pensavo fosse umanamente possibile.

Succede che tra quattro giorni ho il volo per Madrid e per la prima volta da non so quanti anni qualcuno sarà all’aeroporto ad aspettarmi.

Succede che questa luce, questa città, questa vita mi riempiono di calore. Succede che poco più di un anno fa ero ad un soffio dal baratro, ad una spanna dal lasciarmi andare per sempre, e adesso ho in mano qualcosa che amo e che voglio tenermi stretto per tutta la vita.

Succede che avevo sulla lingua così tanti ringraziamenti per l’Universo, per ogni singola ridicola piccola cosa che si incastra perfettamente con le altre, che ho dovuto per forza scrivere questo post.

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Pon Pon

Quelli che mi conoscono sanno che mi diverto fin troppo a rileggere i miei post.

Ci sono dei pomeriggi in cui per un motivo qualunque recupero qualche pagina di diario da un assurdo passato e finisco a passare ore intere a rileggere echi della mia memoria, a re-immergermi in situazioni lontanissime di cui, grazie a queste pagine, riesco ancora a sentire il sapore.

Mi sono quindi permessa di rileggere l’ultimo post che ho scritto prima di iniziare quello che state leggendo.

E ho tanto riso.

Sto uscendo con Uno. Questo è un eufemismo, io sto vivendo con Uno. Non tanto nel senso geografico del termine quanto per il fatto che Uno è quello che cammina con me, quello per il quale devio la strada ogni giorno per capitare per caso dove lavora, quello che ma c’è un bel sole oggi, ci facciamo due passi nel parco?, quello che per un motivo o per l’altro ci vediamo praticamente ogni giorno. Quello che devo tornare a casa presto oggi ma volevo vederti.

Non ho più bisogno di strofinarmi le dita per ricordare la lunghezza dei capelli di Uno, so esattamente quanto sono soffici quando sono bagnati, quanto sono corti sulla nuca e quanto sono più lunghi e arricciati in cima alla testa. E non c’è più nessun momento di panico tra le braccia di Uno, ci sono solo un’infinita tenerezza, alcune risate molto inopportune e un estremo senso di sicurezza che mi terrorizza.

…e niente, ci sono così tante cose che vorrei raccontare di lui, tante cose dolci e soffici e colorate che mi riempiono la testa come tantissimi pon-pon multicolore… e mentre li guardavo, esattamente come faccio con i miei post passati, mi ci sono persa.

E non ho intenzione di tornare tanto presto.

Uno

Sto uscendo con Uno.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti Uno è un mio ex collega dai tempi di Starbucks, un barista che lavorava nella filiale dall’altra parte della città e con il quale mi sono ritrovata spesso a lavorare nella mia o nella sua sede. Stiamo parlando di un ragazzo spagnolo molto alto e ben piazzato, che aveva una volta dei bellissimi capelli alla Maui e che al momento ha solo un po’ di barba e capelli corti che –si strofina le dita cercando di ricordarsi quanto sono corti– niente non mi ricordo.

Tre settimane fa mi sono seduta di fronte al caffè dove lavora adesso Uno. L’ho guardato da lontano, digrignando i denti perché Uno è sempre quello dei messaggi senza risposta, degli appuntamenti fantasmati, del vorrei ma non posso. Con rabbia e veleno l’ho guardato brillare nel suo grembiule nero –perché io e lui abbiamo lo stesso senso di customer service e dedizione al lavoro– e mi sono morsa le dita, ricordano quando con la mia amica ho urlato per gioco se l’Universo mi desse Uno io non avrei più nessuna richiesta al mondo!

Poi mi sono resa conto che in realtà volevo solo sapere come stava, quindi mi sono tolta la rabbia dalla mente, mi sono messa la faccia da sono una persona realizzata e sono entrata nel caffè.

E Uno si è illuminato. E ha fatto cenno di offrirmi tutto quello che volevo. E vabbé.

pausa in cui cerco briciole di Uno nei post passati, non le trovo ma trovo invece le tracce della mia vita folle e dolorosa e ammaccata e mai noiosa… e mi faccio tante domande

Uno è quello che l’altra sera, quando alla fine di una giornata lunghissima ho sentito la voglia di fermarmi e fargli ciao con la mano dalla vetrina, ha fatto qualcosa con gli occhi che poi ero tutta caldina tipo coccole. Un abbraccio con gli occhi. E poi mi ha scritto mi sentivo miserabile ma quando ti ho vista hai illuminato la mia giornata.

Uno è quello che io non sapevo come gestire quando avevo voglia di prenderlo per la giacca così ho solo messo la testa sulla sua spalla. E lui mi ha baciato i capelli. La cosa più tenera e spontanea mai successa da quella volta che mai.

spazio in cui ho cercato di scrivere qualcosa di carino e un po’ ammiccante fallendo miseramente e finendo a fissare sgomenta su google una serie di immagini che decisamente non erano quello che volevo vedere né mettere sul blog…

Uno è quello con cui l’altro giorno, dopo aver mangiato scones di fronte al parco, siamo finiti a sfiorarci le mani, imbarazzatissimi, senza sapere cosa stavamo facendo. E le sue mani mi piacciono così tanto –oh le sue mani– e lui se ne vergogna da morire. Come se avere le mani un po’ vissute fosse un’offesa al cliente. Come se fosse un buco nel suo customer service il fatto che ha due dita bruciate da una scottatura.

Uno è quello che dice cose provocanti ma in modo estremamente dolce, così dolce che realizzi all’improvviso che anche il tuo cuore ha un punto G e ti chiedi quante mani sta usando.

e se questo vi sembra volgare non avete idea di quante cose ho scritto e cancellato negli ultimi 15 minuti

Io ho in mente un momento di paura, tra le braccia di Uno, qualche sera prima del mio ultimo post, quando temevo di essere sull’orlo dell’ennesimo scivolo diretto su una piscina d’acqua gelida. Devo fare uno sforzo non indifferente per ricordarmi quella sensazione, dopo tutte le confidenze e le coccole, verbali e non, che sono state fatte.

Mi stai negando un bacio?

C’è una parte di me che non capisce. Non sta capendo e forse non ha speranze di farcela in ogni caso, una parte che, diagrammi alla mano, si chiede come mai questa cosa non ci sta annegando. Come facciamo a svegliarci la mattina e avere pensieri che non sono lui. Perché non ci sono precedenti, non è mai stato fatto: stiamo a galla, mantieniamo quota, non stiamo sprofondando nelle sabbie mobili o su quello scivolo che tanto temevo quella sera. No, c’è solo una vaga sensazione di stelline, di pancia piena, di avere un cappottino rosso addosso, uno di quelli carini.

E faccio tanta, tanta fatica a non essere felice.

Lettere d’amore

Perché sempre di lettere d’amore si tratta.

Ne ho appena scritta una in un mormorio bassissimo, un sospiro, un sussurro. Mi chiedo se chi le legge lo percepisce, quell’amore. Una volta Verde Acqua mi ha definita la faccia più trasparente del West, alludendo a come, nei primi giorni che uscivamo insieme, si leggesse chiaramente in tutto quello che facevo il sentimento che stava nascendo per lui.

Allora come mai Uno non ha mai capito, in tutti questi anni, che mi piaceva?

A me dispiace molto, per Uno. Ha detto una cosa, l’altra sera, che mi ha fatto perdere l’equilibrio in modo così disastroso che non credo di averlo ancora recuperato. Ho dovuto fermarlo e dirgli ma io tengo a te. Tu potresti sparire di nuovo. E poi sono stata assalita dalla sensazione, orribile, di essere stata invisibile fino a cinque minuti prima.

L’ho scritto anche su Facebook, in mezzo alle cretinate che Cì mi ha detto al telefono: fino a cinque minuti fa io ero di cartongesso.

Dov’ero, quando non riuscivi a vedermi? Dov’eri quando la mia voce diceva mandatemelo perché mi piace lavorare con lui? Dove guardavi quando lasciavo della cioccolata in modo che ce ne fosse per quando venivi e io non c’ero?

sospira

Da dove ti arrivano certe idee?

L’Uomo delle Carte –che mi ha mandato un libro di nuovo– me lo ha chiesto, l’altro giorno, in una nota vocale che mi ha fatto scoppiare a piangere. Sarebbe bello che l’Uomo delle Carte non leggesse il mio blog ma nel caso lo legga lo dirò lo stesso, perché amo vivere pericolosamente: la sua voce ha mani che volano oltre la Manica, labbra che tingono di luce le sue parole, la voce dell’Uomo delle Carte è così piena di colore da far girare la testa.

L’Uomo delle Carte non li ha visti passare. Non ha ascoltato le parole affilate del Re degli Imbecilli, non ha visto gli occhi dello Spaventapasseri cercare altrove, non conosce le bugie di Reyn. Non ha in mano la lista delle mie lettere d’amore, non ha l’elenco degli infiniti gesti invisibili che le mie mani hanno compiuto, non ha mai ascoltato l’eco dei miei sentimenti che si infrangevano sul pavimento del cuore altrui.

L’Uomo delle Carte mi ha mandato un libro con una frase di sostegno.

Sono corsa a piangere da lui, l’altra sera, con una distesa infinita di cose che mi sgorgavano dalla bocca. Ho esitato, sulla sua soglia, e ne ho raccolta solo una, ignorando tutte le altre che mi inseguivano.

La verità è che mi ha aperto la porta nel cuore della notte così tante volte da viziarmi schifosamente e io ho un terrore così profondo di perdere anche lui che è come un cappio, che mi trascina indietro se mi ci avvicino troppo.

Per questo ho scritto una lettera d’amore, stasera, su un foglio bianco con il quale ho fatto un aeroplanino e l’ho fatta volare via.

Tutta un gomitolo

E’ risaputo: quando non capisco qualcosa finisco qui, seduta sul pavimento della mia stanza immaginaria, un po’ di sole che filtra dalle finestre che hanno la forma strana che possono avere solo nella mente di qualcuno e le code di troppi spaghi che mi escono dal cuore.

C’è un filo rosso, sottiiiiiile sottile sottile, filo da imbastire, quel genere di filo che si annoda in no time, che non puoi tirare perché si spezzerebbe, che puoi solo seguire con dita esitanti e occhi febbrili, estrema delicatezza su quel nodo perché se il filo si spezza tu quel nodo non lo districherai mai più. Faccio fatica a tirarlo fuori, si è troppo ingarbugliato con delle cose che c’erano nel mio cuore prima.

C’è un nastro di raso ocra, sottile e lucente, che si infila in ogni spazio possibile rifrangendo la luce in ogni direzione. Sarebbe il più facile da far scivolare fuori dal mio cuore ma le mie dita esitano: non è sempre stato mio desiderio abitare la luce? Cosa mi aspetterebbe se io decidessi di arrotolarmelo tra le dita e lasciarlo cadere?

C’è un cordino di cuoio, testardo, dall’odore pungente, che ho cercato di annodare alla gabbia del mio cuore ma che si ostina a sciogliersi, intrecciato per conto suo in forme che non ho ancora imparato e in qualche modo incastrato tra le altre cose. Quello è il primo che, nel momento in cui scuotessi la gabbia del mio cuore, si perderebbe per sempre.

E poi c’è qualcosa di simile alle decorazioni di Natale, un lungo filamento dorato che si intravede a malapena in tutto il groviglio, qualcosa che andrebbe semplicemente scoperto pezzo a pezzo man mano che si va avanti perché il solo tentativo di tirarlo fuori a forza lo rovinerebbe inevitabilmente.

Mi sono sempre considerata brava con i grovigli, nella vita reale… eppure sono qui con questa cosa in mano… e non so davvero cosa farne.

La mia vita ora

Oggi ho ascoltato la sorella di Charmé dipanare la sua vita, tra viaggi attraverso l’Atlantico, decenni vissuti a cavallo tra Grecia e Oxford e una storia d’amore incredibile. Mercoledì torna in Grecia ma giovedì riparte, perché da Barcellona deve poi andare in Florida in barca per raggiungere una clinica dove il marito windsurfer deve andare a farsi curare la schiena.

Sedevo incredula, nel suo appartamento meraviglioso, mangiucchiando un dolce greco al miele e chiedendomi cosa sto facendo della mia vita, io che non ho mai passato più di una mezz’ora su una barca, che ho meno della metà dei suoi anni e non ho mai pensato di andare in Florida.

…una parte di me era contenta, perché la sorella di Charmé –non esistono soprannomi per una persona così. Cioè, non potete capire– ha incontrato il marito quando aveva quasi quarant’anni, quindi forse tutto sommato non dovrei troppo preoccuparmi…

Recentemente ho avuto una conversazione con un amico, a proposito di colpi di testa e cose estreme… ma più lui parlava delle sue esperienze –mesi trascorsi in conventi, o India, o posti sperduti– più mi rendevo conto di come la mia vita fosse piccola-piccola. Certo, posso dire di essermi trasferita in un Paese che non è quello in cui sono nata e di aver fatto qualche lavoro interessante ma non sono stata poi molto in giro e di certo non ho attraversato un oceano in barca.

il fatto che questa sia la cosa che mi disturba di più mi spaventa, significa che inconsciamente l’ho già messo nella lista di cose da fare

Charmé è tornata, sorprendendo la mia coinquilina al suo picco di disordine e sprofondando lei stessa in un abisso di influenza e tosse che, al momento, ha già definito come malaria, polmonite e chissà che altro. Si prospetta un’interessante parentesi tra la fine del trimestre oxfordiano –tutti i miei studenti sono andati a casa e mi viene un po’ da piangere– e il 24 Dicembre, quando tornerò in Italia per le feste.

L’ultimo periodo è stato un po’ bizzarro, per me. Appurato che amo il mio lavoro e non ho intenzione di perderlo, che amo i miei colleghi e che ho trovato un posto dove vivere che amo e dove amano me… non dovrei veramente lamentarmi di niente. Eccetto che, forse proprio per questo, mi sento sola: provo un feroce senso di protezione per parecchi dei miei studenti, alcuni dei quali hanno già dimostrato del commovente affetto nei miei confronti, e questi sentimenti inaspettati mi portano a farmi molte domande e a notare, inesorabilmente, la mancanza di una persona speciale nella mia vita.

Notti al College

Ci sono quei giorni che durano settimane.

Ce ne sono stati cinque, questo significa che è passato ormai più di un mese dal mio ultimo post.

ride

Ieri ho finito l’ultima notte di servizio.

C’era una festa, nella scala 12, musica alta, persone che bevevano, due o tre studenti che hanno flirtato con me fingendo di saper parlare italiano. Ho preso la mia torcia, insieme al junior dean -il prefetto? Lo studente responsabile? Non so come si traduce e non lo saprò mai– e li abbiamo dispersi, è mezzanotte, sapete che non si tiene la musica alta dopo mezzanotte.

Una studentessa è rientrata alle due, è rimasta a chiacchierare con me, ha sentito che non avevo voglia di andare a spegnere le luci della torre e ha detto vengo con te.

Un altro gruppo di studenti è rientrato tardi, un po’ allegro, tutto sorrisi giovani ed entusiasmo e qualcuno ha detto ehi, ma stai facendo il turno di notte, che bella sorpresa! Guys, è il mio portiere preferito e di solito non fa mai il turno di notte!

Un ragazzo era ubriachissimo, in lacrime, ha dato un calcio ad uno dei nostri cartelli, è venuto dentro mormorando mi hanno dato del fascista.

Alle quattro del mattino un ragazzo brillo è entrato, mi ha chiesto cosa leggevo, ha iniziato un monologo super appassionato su Patrick Rothfuss –io morivo dal ridere, dato che non ho bisogno che mi si venda Patrick Rothfuss in nessuna lingua perché già lo adoro– alla fine del quale gli ho consigliato Scott Lynch, si è mangiato una scodella di torta al cioccolato, poi si è accoccolato nella finestra e abbiamo guardato insieme Blackadder. Alla fine l’ho guardato e gli ho detto che erano le cinque del mattino, lui si è scusato, ha detto non credo che ci siamo presentati poi si è presentato e ha detto è stato un piacere.

Ci sono stati momenti di tensione –più o meno ogni volta che la porta ci metteva un’ora a chiudersi– e momenti in cui avrei preferito essere a casa. Una ragazza si è sentita male e abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza, la terza notte, e nella stessa notte ad un ragazzo hanno buttato in faccia sostanze non ben identificate e l’abbiamo messo su un taxi per l’ospedale.

Ho passato ore leggendo, a volte cose che dovevo leggere a volte… beh, romanticherie più o meno platoniche tra personaggi di cui mi sono recentemente innamorata, ascoltando a ripetizione le canzoni de Lo Hobbit e piagnucolando come una la bambina piccola che sono.

Ho intessuto conversazioni al limite del credibile con studenti a caso, come uno dei miei preferiti, MR, che la prima sera che ci siamo conosciuti si è portato a casa su una bici una stampante 3D che aveva ordinato online. Stavolta sulla bici aveva un sacchetto pieno di pane. Gli ho chiesto se stava contrabbandando pane fuori dalla dining hall e lui ha detto che no, gli piace il pane e se ne era comprato una valanga.

sua è l’idea innovativa di portarmi del Lego per far passare più in fretta le lunghe notti al college

inutile dire che l’ho amato alla follia

Ho visto studenti consegnare i loro compiti alle tre del mattino. Ho visto gente con i peggio vestiti, i peggio tacchi, i peggio capelli. Gente mezza nuda nonostante il freddo, gente con in mano la più varia collezione di cibo.

…e niente, vorrei ricordarmi nomi e volti di tutti quelli che mi hanno detto coraggio, manca poco, stai andando benissimo e mandare a tutti loro un biscotto come fa la fatina dei biscotti –non chiedete– ma in sintesi quello che volevo dire è che mi ha fatto tenerezza quello che ho scritto solo una settimana fa: mi sembra che siano passati davvero dei mesi e che quelle paure e quei sentimenti che mi divoravano domenica scorsa appartengano ad un’altra persona.

Prego l’Universo di aiutarmi a ricordare quanta strada ho fatto in questi cinque giorni la prossima volta che mi sento altrettanto divorata.

“E allora?!”

C’è una scena, in Pirati dei Caraibi: Ai Confini del Mondo, in cui Barbossa, Jack, Will ed Elizabeth si puntano addosso le pistole, poi ridono e le abbassano, come se fosse tutto un gioco, e poi Barbossa le alza di nuovo esclamando “E ALLORA?!”.

Ecco, tante volte questo è proprio lo spirito con cui inizio i miei post.

Sono nella mia stanza a Oxford, con un sole bellissimo che riempie la camera di luce, completamente incoerente con la pioggia che ha massacrato il Paese per tutta la mattina fino a tipo mezz’ora fa. Del resto non è che possiamo lamentarci, questa è la Full English Experience –per la Full English Breakfast ci stiamo attrezzando

Sono appena stata 5 giorni in Italia a fare Rievocazione Storica.

Immaginate la suddetta cretina vestita in una specie di pigiamone intero di ciniglia variopinto tipo giullare, con un bellissimo cappello cascante da una parte, un microfono ad archetto addosso e la licenza di fare annunci all’altoparlante.

Guarda Narratore, ci sono già un sacco di bambini seduti che aspettano lo spettacolo! Forse tra cinque minuti potremo cominciare!

il tutto con la voce in falsetto tipica dei topini di Cerentola

Una giornata intera passata a ripetere la stessa piece da dieci minuti ogni mezz’ora, perseguitata dai genitori che “ma noi siamo arrivati a metà spettacolo, quand’è che lo rifai?” e dai bambini che posso toccare il topo?

Dio quanto mi sono divertita.

I bambini che ti guardano e ti chiedono Ma sei tu che li muovi? come se fosse una magia. Quelli che ti cercano solo per dirti qual è stato il loro momento preferito. Quelli che vogliono accarezzare la marionetta e ridono quando il topino si soffia il naso sulla loro maglietta.

Quelli che inorridiscono e piangono quando il topino si soffia il naso sulla loro maglietta.

Il mio tecnico che era tutto orgoglioso di me e mi ha abbracciato a fine giornata. Le parole dei genitori felicissimi e della gente che mi chiede se lo faccio per lavoro. Se ho studiato.

No, sono spontaneamente pagliaccia, è quello il bello.

Quest’anno la Rievocazione sembrava un po’ sottotono, vuoi per l’età degli organizzatori che avanza vuoi per il maltempo vuoi per l’estrema tensione con la quale l’ho affrontata, a causa del pochissimo tempo che avevo per fare le cose e del panico da palcoscenico: è vero che ho ripetuto questa storia ogni mattina andando a lavoro per quasi un mese ma farla con le marionette… è un po’ diverso.

Però è stato bello tornare a casa, anche se brevissimamente, con una consapevolezza diversa, come se fossi nel frattempo cresciuta di altri 20 cm anche solo nei tre mesi che ho passato lavorando al college.

Lunedì avevo il volo alle sette di sera.

Mi sono svegliata con un po’ di intontimento addosso, ho guardato l’orologio, ho pensato no, non esco così presto, posso dormire ancora. Poi l’ho fatto lo stesso perché avevo troppe cose da fare.

Sono salita sulla macchina della mia amica con la quale dovevo fare colazione e ho pensato non andiamo di nuovo da Carollo, ci siamo state venerdì, cambiamo. Poi ci sono andata lo stesso perché mi piace tanto e non avevo voglia di questionare.

Una volta da Carollo mi sono seduta, ancora intontita, e mi sono guardata intorno.

Ah, ma quella ragazza ha gli stessi capelli di lei, ho pensato distrattamente.
Ah, ma quella ragazza ha la stessa corporatura che ha lei, ho pensato distrattamente.
Ah, ma quella ragazza guida la stessa macchina che ha lei, ho pensato, un po’ meno distrattamente.

Naturalmente era lei.

Mi fa venire un po’ di nausea scrivere queste righe perché stavolta l’Universo mi ha fatto uno scherzo davvero grosso. Non dico che era la prima volta che venendo in Italia non la pensavo affatto –considerando che la Rievocazione, quell’anno, l’abbiamo fatta anche insieme– ma l’ho pensata in modo così distratto e indolore che non c’era veramente bisogno di farmela apparire davanti, ad una manciata di ore dal volo per tornare a Oxford e di una fretta inutile e dolorosa.

Ho sorriso come una scema.

E’ ridicolo che dopo tutti questi anni il solo guardarla mi rendesse felice e mi riempisse di dolcezza, specie perché sono sicura che dalla sua parte c’erano ben altri sentimenti. Una parte di me vorrebbe credere che avesse gli occhi lucidi mentre tutto il resto si chiede come ho potuto a.pensare di seguirla e bussare al suo finestrino b.cedere all’impulso di volerla abbracciare c.uscire di casa quel giorno con una maglia di gattini e sushi e senza neanche truccarmi.

Scrivimi però, le ho detto.

Il vento sta facendo un casino infernale fuori dalla finestra ma potrebbero benissimo essere i miei pensieri. Mi chiedo per quale perverso meccanismo il suo viso mi riempia ancora di dolcezza quando l’ultima volta che ci siamo sentite è stata deliberatamente crudele con me. So bene che non riuscirò mai ad uccidere il desiderio di restare in contatto con lei –specie adesso che con questa vita a Oxford sono praticamente una persona nuova– ma viste le circostanze assolutamente incredibili che ci hanno fatte incontrare mi chiedo… cos’ha in mente l’Universo questa volta?

Un Altro Giorno Ancora

Amo vivere pericolosamente.

Per questo stasera, invece che andare subito a lavarmi i denti e andare a nanna che domani la sveglia è prestissimo, mi siederò e scriverò una recensione –ahahahahahaha– alla prima metà del libro di Bianca Marconero, Un altro giorno ancora, per tre ragioni:

  1. stasera ho scritto un capitolo bellissimo e ci ho messo un’ora esatta, senza sforzi, solo con la musica attorno e la forza di volontà
  2. oggi è successa una cosa bellissima che non posso dire e che mi ha resa felicissima e niente, davvero, faccio luce nel buio
  3. l’ho promesso a Bianca e quindi lo devo fare. Poi tra l’altro se lo merita proprio.

Stamattina mi hanno messa in punizione nel gabbiotto del bigliettaio perché non c’erano studenti che potevano occuparsene. Significa restare tutto il giorno da sola, ad accogliere i visitatori, dare loro la mappina, mormorare ininterrottamente please DO NOT walk on the grass, follow the black arrows to visit the chapel, the dining hall and the gardens, there’s a toilet here and the way in is the way out.

La so a memoria in inglese e non saprei dirla in Italiano neanche se ne andasse della mia vita.

Ma!

Ma ieri ero capitata sulla bacheca di Bianca Marconero e avevo visto che due dei suoi libri erano in offertissima, così ero stata sul Kobostore e li avevo comprati ed erano nel mio ereader!

Bianca Marconero, per chi si fosse messo all’ascolto solo adesso

Ci sono tante cose da dire.

C’è da dire che i personaggi di Bianca sono tutti molto veementi nella loro rabbia, nella loro lotta. Non lo so, l’energia di Elisa –protagonista del libro, quinta dopo quattro fratelli e vissuta da sempre tra gli zoccoli dei cavalli– mi ha ricordato tanto Helena, quasi fino al punto di riprendere in mano Albion.

C’è da dire che devo aver fatto di quelle facce mentre leggevo.

C’è da dire che quando inizi non puoi fermarti e Bianca ha quella capacità di farti entrare nella storia, di farti innamorare dei personaggi… leggevo di Dante e mi commuovevo tutta, e nel veder comparire Vittorio ho avuto un coccolone, persone mai viste eppure sono lì, e quando Andrea dice qualcosa io non capisco più niente.

C’è da dire che eccoli di nuovo lì, cretino 1 e cretina 2, i Marco e Marianna della situazione, i principi del mioddioquantosietestupidituttiedue. I campioni del fiato sospeso, del momento sbagliato e del fraintendimento.

ho messo da parte il libro all’ennesimo uan tichet? proprio nel momento tremendo in cui uno dei due arriva proprio in tempo per beccare l’altro che si fa baciare da una terza persona. Non si fa così

C’è da dire che ohmmioddio non pensavo di poter amare un personaggio fittizio che non è nemmeno una persona. Omnia Sparkle. E mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro, quanto di questo c’era prima e quanto è acquisito. Tanto di cappello per tutta questa documentazione. E che bello sentirti parlare, come sempre.

C’è da dire che stamattina faceva un freddo boia nel gabbiotto del bigliettaio, e si vedeva il fiato… e invece io ero sul bordo della piscina con due personaggi, in una situazione che si faceva sempre più bollente, e io non avevo freddo.

Troppi ringraziamenti, Bianca: grazie per aver nominato Oxford nel tuo libro mentre leggevo il tuo libro a Oxford –sfizi che ti devi togliere– grazie per avermi dato un libro che mi ha riportato alla lettura dopo settimane di silenzioso malessere, grazie per scrivere sempre cose che ti fanno venire un nervoso tremendo ma che ti regalano anche un miele così purissimo che quando vedo il tuo nome compro il libro senza leggere la trama, grazie perché sei stata sempre così gentile con me, grazie perché Un altro giorno ancora era proprio un bel posto dove stare, oggi.

PS: prometto, alla fine del libro, una recensione più umana.

Risoluzione

-perché vanno di moda i titoli di una sola parola

Oggi è stata una giornata molto lunga e decisiva sotto molti punti di vista. Innanzitutto è stata, lavorativamente parlando, una giornata così morta che ad un certo punto mi sono seduta con un taccuino in mano e ho iniziato a fare liste.

Liste di cose che potevo fare per aumentare la mia produttività, liste di cose che dovrei fare per prendermi più cura di me stessa, liste di azioni che devo, dal punto di vista pratico, portare a termine se voglio abitare in questo Paese e continuare a lavorare e liste di cose che mi piacerebbe tanto comprarmi quando avrò più soldi.

Adesso che so quali orari avrò per l’intero mese sto cercando di organizzare una giornata un po’ più produttiva. Per esempio… e se i svegliassi tutte le mattine alle sei e mi organizzassi una routine quotidiana per migliorarmi la giornata? Dopotutto per un terzo delle mie mattine dovrò comunque svegliarmi a quell’ora e per mantenere un pattern di sonno stabile potrebbe essere la soluzione migliore.

dopotutto tante volte la sera perdo un sacco di tempo al pc quando potrei fare cose più utili

Poi sono uscita con Raul.

che chiaramente non si chiama Raul ma mi piaceva come nome ed è abbastanza vicino

Ieri non ne ho parlato chiaramente ma c’è stato un momento in cui non ero sicura di quello che volevo. Intendiamoci, parte della ritrosia di una ragazza davanti ad un invito così schietto è condizionamento della società, incluso quello religioso: io sapevo bene cosa volevo. Il punto è che tante volte non so decidere se concedermi quello che voglio sia o meno una buona idea.

Tuttavia quello che ho appena analizzato è un mio problema personale, che dovrei essere libera di risolvere con i miei tempi. Avere qualcuno che ogni due ore mi ricorda che non sto facendo quello che voglio e che la scelta meno complicata è dire di sì è un altro tipo di problema.

Quindi oggi, dopo averci mangiato insieme un panino estremamente buono, averci passeggiato un po’ per il castello di Oxford e avere ascoltato le peggiori scuse per non tenerci per mano e non baciarci in pubblico, gli ho dato un allegro benservito.

Una volta a casa ho avuto la tradizionale mezz’oretta di chiacchiere con la padrona di casa, la quale molto tranquillamente ha detto comprarti degli elementi per la stanza? Certo che puoi farlo. Anzi, mandami i link che lo faccio io. Riarrangiare i mobili nella stanza? Certo che puoi farlo, la stanza è tua. Anzi, se i mobili non ti piacciono dimmelo che ci penso io a sostituirli.

io che sono una persona umile e semplice volevo solo aumentare lo spazio della mia scrivania, forse forse prendermi un comodino ma soprattutto spostare la scrivania dove prende luce… il resto non solo è fantascienza ma mi sembra anche un po’ ingiusto

Quindi si prospetta un finesettimana interessante, tra i calcoli per la stanza, il riorganizzare la mia giornata e il tentare di andare a letto sempre più presto. Come dicevi, Anna? Raddrizzare la mia vita? Che ne dici, così è sufficiente?

ride e se ne va