“E allora?!”

C’è una scena, in Pirati dei Caraibi: Ai Confini del Mondo, in cui Barbossa, Jack, Will ed Elizabeth si puntano addosso le pistole, poi ridono e le abbassano, come se fosse tutto un gioco, e poi Barbossa le alza di nuovo esclamando “E ALLORA?!”.

Ecco, tante volte questo è proprio lo spirito con cui inizio i miei post.

Sono nella mia stanza a Oxford, con un sole bellissimo che riempie la camera di luce, completamente incoerente con la pioggia che ha massacrato il Paese per tutta la mattina fino a tipo mezz’ora fa. Del resto non è che possiamo lamentarci, questa è la Full English Experience –per la Full English Breakfast ci stiamo attrezzando

Sono appena stata 5 giorni in Italia a fare Rievocazione Storica.

Immaginate la suddetta cretina vestita in una specie di pigiamone intero di ciniglia variopinto tipo giullare, con un bellissimo cappello cascante da una parte, un microfono ad archetto addosso e la licenza di fare annunci all’altoparlante.

Guarda Narratore, ci sono già un sacco di bambini seduti che aspettano lo spettacolo! Forse tra cinque minuti potremo cominciare!

il tutto con la voce in falsetto tipica dei topini di Cerentola

Una giornata intera passata a ripetere la stessa piece da dieci minuti ogni mezz’ora, perseguitata dai genitori che “ma noi siamo arrivati a metà spettacolo, quand’è che lo rifai?” e dai bambini che posso toccare il topo?

Dio quanto mi sono divertita.

I bambini che ti guardano e ti chiedono Ma sei tu che li muovi? come se fosse una magia. Quelli che ti cercano solo per dirti qual è stato il loro momento preferito. Quelli che vogliono accarezzare la marionetta e ridono quando il topino si soffia il naso sulla loro maglietta.

Quelli che inorridiscono e piangono quando il topino si soffia il naso sulla loro maglietta.

Il mio tecnico che era tutto orgoglioso di me e mi ha abbracciato a fine giornata. Le parole dei genitori felicissimi e della gente che mi chiede se lo faccio per lavoro. Se ho studiato.

No, sono spontaneamente pagliaccia, è quello il bello.

Quest’anno la Rievocazione sembrava un po’ sottotono, vuoi per l’età degli organizzatori che avanza vuoi per il maltempo vuoi per l’estrema tensione con la quale l’ho affrontata, a causa del pochissimo tempo che avevo per fare le cose e del panico da palcoscenico: è vero che ho ripetuto questa storia ogni mattina andando a lavoro per quasi un mese ma farla con le marionette… è un po’ diverso.

Però è stato bello tornare a casa, anche se brevissimamente, con una consapevolezza diversa, come se fossi nel frattempo cresciuta di altri 20 cm anche solo nei tre mesi che ho passato lavorando al college.

Lunedì avevo il volo alle sette di sera.

Mi sono svegliata con un po’ di intontimento addosso, ho guardato l’orologio, ho pensato no, non esco così presto, posso dormire ancora. Poi l’ho fatto lo stesso perché avevo troppe cose da fare.

Sono salita sulla macchina della mia amica con la quale dovevo fare colazione e ho pensato non andiamo di nuovo da Carollo, ci siamo state venerdì, cambiamo. Poi ci sono andata lo stesso perché mi piace tanto e non avevo voglia di questionare.

Una volta da Carollo mi sono seduta, ancora intontita, e mi sono guardata intorno.

Ah, ma quella ragazza ha gli stessi capelli di lei, ho pensato distrattamente.
Ah, ma quella ragazza ha la stessa corporatura che ha lei, ho pensato distrattamente.
Ah, ma quella ragazza guida la stessa macchina che ha lei, ho pensato, un po’ meno distrattamente.

Naturalmente era lei.

Mi fa venire un po’ di nausea scrivere queste righe perché stavolta l’Universo mi ha fatto uno scherzo davvero grosso. Non dico che era la prima volta che venendo in Italia non la pensavo affatto –considerando che la Rievocazione, quell’anno, l’abbiamo fatta anche insieme– ma l’ho pensata in modo così distratto e indolore che non c’era veramente bisogno di farmela apparire davanti, ad una manciata di ore dal volo per tornare a Oxford e di una fretta inutile e dolorosa.

Ho sorriso come una scema.

E’ ridicolo che dopo tutti questi anni il solo guardarla mi rendesse felice e mi riempisse di dolcezza, specie perché sono sicura che dalla sua parte c’erano ben altri sentimenti. Una parte di me vorrebbe credere che avesse gli occhi lucidi mentre tutto il resto si chiede come ho potuto a.pensare di seguirla e bussare al suo finestrino b.cedere all’impulso di volerla abbracciare c.uscire di casa quel giorno con una maglia di gattini e sushi e senza neanche truccarmi.

Scrivimi però, le ho detto.

Il vento sta facendo un casino infernale fuori dalla finestra ma potrebbero benissimo essere i miei pensieri. Mi chiedo per quale perverso meccanismo il suo viso mi riempia ancora di dolcezza quando l’ultima volta che ci siamo sentite è stata deliberatamente crudele con me. So bene che non riuscirò mai ad uccidere il desiderio di restare in contatto con lei –specie adesso che con questa vita a Oxford sono praticamente una persona nuova– ma viste le circostanze assolutamente incredibili che ci hanno fatte incontrare mi chiedo… cos’ha in mente l’Universo questa volta?

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Un Altro Giorno Ancora

Amo vivere pericolosamente.

Per questo stasera, invece che andare subito a lavarmi i denti e andare a nanna che domani la sveglia è prestissimo, mi siederò e scriverò una recensione –ahahahahahaha– alla prima metà del libro di Bianca Marconero, Un altro giorno ancora, per tre ragioni:

  1. stasera ho scritto un capitolo bellissimo e ci ho messo un’ora esatta, senza sforzi, solo con la musica attorno e la forza di volontà
  2. oggi è successa una cosa bellissima che non posso dire e che mi ha resa felicissima e niente, davvero, faccio luce nel buio
  3. l’ho promesso a Bianca e quindi lo devo fare. Poi tra l’altro se lo merita proprio.

Stamattina mi hanno messa in punizione nel gabbiotto del bigliettaio perché non c’erano studenti che potevano occuparsene. Significa restare tutto il giorno da sola, ad accogliere i visitatori, dare loro la mappina, mormorare ininterrottamente please DO NOT walk on the grass, follow the black arrows to visit the chapel, the dining hall and the gardens, there’s a toilet here and the way in is the way out.

La so a memoria in inglese e non saprei dirla in Italiano neanche se ne andasse della mia vita.

Ma!

Ma ieri ero capitata sulla bacheca di Bianca Marconero e avevo visto che due dei suoi libri erano in offertissima, così ero stata sul Kobostore e li avevo comprati ed erano nel mio ereader!

Bianca Marconero, per chi si fosse messo all’ascolto solo adesso

Ci sono tante cose da dire.

C’è da dire che i personaggi di Bianca sono tutti molto veementi nella loro rabbia, nella loro lotta. Non lo so, l’energia di Elisa –protagonista del libro, quinta dopo quattro fratelli e vissuta da sempre tra gli zoccoli dei cavalli– mi ha ricordato tanto Helena, quasi fino al punto di riprendere in mano Albion.

C’è da dire che devo aver fatto di quelle facce mentre leggevo.

C’è da dire che quando inizi non puoi fermarti e Bianca ha quella capacità di farti entrare nella storia, di farti innamorare dei personaggi… leggevo di Dante e mi commuovevo tutta, e nel veder comparire Vittorio ho avuto un coccolone, persone mai viste eppure sono lì, e quando Andrea dice qualcosa io non capisco più niente.

C’è da dire che eccoli di nuovo lì, cretino 1 e cretina 2, i Marco e Marianna della situazione, i principi del mioddioquantosietestupidituttiedue. I campioni del fiato sospeso, del momento sbagliato e del fraintendimento.

ho messo da parte il libro all’ennesimo uan tichet? proprio nel momento tremendo in cui uno dei due arriva proprio in tempo per beccare l’altro che si fa baciare da una terza persona. Non si fa così

C’è da dire che ohmmioddio non pensavo di poter amare un personaggio fittizio che non è nemmeno una persona. Omnia Sparkle. E mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro, quanto di questo c’era prima e quanto è acquisito. Tanto di cappello per tutta questa documentazione. E che bello sentirti parlare, come sempre.

C’è da dire che stamattina faceva un freddo boia nel gabbiotto del bigliettaio, e si vedeva il fiato… e invece io ero sul bordo della piscina con due personaggi, in una situazione che si faceva sempre più bollente, e io non avevo freddo.

Troppi ringraziamenti, Bianca: grazie per aver nominato Oxford nel tuo libro mentre leggevo il tuo libro a Oxford –sfizi che ti devi togliere– grazie per avermi dato un libro che mi ha riportato alla lettura dopo settimane di silenzioso malessere, grazie per scrivere sempre cose che ti fanno venire un nervoso tremendo ma che ti regalano anche un miele così purissimo che quando vedo il tuo nome compro il libro senza leggere la trama, grazie perché sei stata sempre così gentile con me, grazie perché Un altro giorno ancora era proprio un bel posto dove stare, oggi.

PS: prometto, alla fine del libro, una recensione più umana.

Risoluzione

-perché vanno di moda i titoli di una sola parola

Oggi è stata una giornata molto lunga e decisiva sotto molti punti di vista. Innanzitutto è stata, lavorativamente parlando, una giornata così morta che ad un certo punto mi sono seduta con un taccuino in mano e ho iniziato a fare liste.

Liste di cose che potevo fare per aumentare la mia produttività, liste di cose che dovrei fare per prendermi più cura di me stessa, liste di azioni che devo, dal punto di vista pratico, portare a termine se voglio abitare in questo Paese e continuare a lavorare e liste di cose che mi piacerebbe tanto comprarmi quando avrò più soldi.

Adesso che so quali orari avrò per l’intero mese sto cercando di organizzare una giornata un po’ più produttiva. Per esempio… e se i svegliassi tutte le mattine alle sei e mi organizzassi una routine quotidiana per migliorarmi la giornata? Dopotutto per un terzo delle mie mattine dovrò comunque svegliarmi a quell’ora e per mantenere un pattern di sonno stabile potrebbe essere la soluzione migliore.

dopotutto tante volte la sera perdo un sacco di tempo al pc quando potrei fare cose più utili

Poi sono uscita con Raul.

che chiaramente non si chiama Raul ma mi piaceva come nome ed è abbastanza vicino

Ieri non ne ho parlato chiaramente ma c’è stato un momento in cui non ero sicura di quello che volevo. Intendiamoci, parte della ritrosia di una ragazza davanti ad un invito così schietto è condizionamento della società, incluso quello religioso: io sapevo bene cosa volevo. Il punto è che tante volte non so decidere se concedermi quello che voglio sia o meno una buona idea.

Tuttavia quello che ho appena analizzato è un mio problema personale, che dovrei essere libera di risolvere con i miei tempi. Avere qualcuno che ogni due ore mi ricorda che non sto facendo quello che voglio e che la scelta meno complicata è dire di sì è un altro tipo di problema.

Quindi oggi, dopo averci mangiato insieme un panino estremamente buono, averci passeggiato un po’ per il castello di Oxford e avere ascoltato le peggiori scuse per non tenerci per mano e non baciarci in pubblico, gli ho dato un allegro benservito.

Una volta a casa ho avuto la tradizionale mezz’oretta di chiacchiere con la padrona di casa, la quale molto tranquillamente ha detto comprarti degli elementi per la stanza? Certo che puoi farlo. Anzi, mandami i link che lo faccio io. Riarrangiare i mobili nella stanza? Certo che puoi farlo, la stanza è tua. Anzi, se i mobili non ti piacciono dimmelo che ci penso io a sostituirli.

io che sono una persona umile e semplice volevo solo aumentare lo spazio della mia scrivania, forse forse prendermi un comodino ma soprattutto spostare la scrivania dove prende luce… il resto non solo è fantascienza ma mi sembra anche un po’ ingiusto

Quindi si prospetta un finesettimana interessante, tra i calcoli per la stanza, il riorganizzare la mia giornata e il tentare di andare a letto sempre più presto. Come dicevi, Anna? Raddrizzare la mia vita? Che ne dici, così è sufficiente?

ride e se ne va

Potrei

Potremmo dire tante cose.

Potremmo dire che ho messo giù male un piede nella casa nuova e che ora non sono più sicura che tutte le dita del mio piede destro siano ancora attaccate bene.

Potremmo dire che finalmente quasi tutte le mie cose sono nella mia stanza nuova, quella bella, quella che ha una vista spettacolare, quella che ha un letto decente, un armadio decente, una cassettiera decente e una scrivania molto deludente.

Potremmo dire che è stata una giornata traumatica come può esserlo solo un trasloco per la gente del mio segno zodiacale, che una volta arrivata mi sono detta come ti è venuta in mente quest’idea e che quando mi sono resa conto che per andare a farmi una doccia devo fare due rampe di scale mi è venuta un po’ la nausea.

Potremmo dire che avere finalmente un letto mi sta rendendo una persona felice, che ho appeso un bellissimo quadro che dice splendi raggiante oggi, qualcosa di buono sta per succedere, che scendere a orario cena per ficcanasare e ricevere inaspettatamente dell’agnello e delle verdurine saporite mi ha salvato la serata.

Ma.

Sceglierò di parlare di ieri, di fissare su questa pagina un momento di felicità, di colpevolissima delizia, di gioia molto esitante.

Ieri mattina dovevamo dare a H il suo regalo di addio. E’ stata una settimana impegnativa anche per questo, decidere cosa regalarle, raccogliere i soldi, girare furtivamente per il college facendo firmare a tutti il biglietto… mi sono sbattuta tantissimo perché voglio molto bene ad H e volevo che fosse tutto perfetto ma non è stato facile.

Il mio turno iniziava alle 13.30 ma per evitare di perdermi l’azione ho deciso di entrare un po’ prima, prendermi un panino e sedermi in un angolo da sola, in attesa che lei si facesse viva. Ero pronta a solitudine e discrezione ma inaspettatamente A, il bigliettaio, mi ha vista tutta sola ed è venuto a sedersi accanto a me.

Doverosa precisazione: A è uno studente del college che ha probabilmente attorno ai 20 anni, ha un sorriso che illumina qualunque brughiera e parla fluentemente inglese, tedesco e spagnolo. Legge tantissimo e sa tantissime cose, fa il bigliettaio ma è capace di far nascere una coda lunga tutto l’isolato solo per spiegare ad un turista un dettaglio del college e per finire…

…è gay, ma questo lo sapevamo già perché ne abbiamo già parlato.

Ora.

Scoraggiata dal discorso maturo e responsabile della mia amica H ho deciso di far finta che non mi si sciolga il cuore ogni volta che lui sorride, anzi, ho deciso di far finta che lui non esista neanche, perché è uno studente, noi siamo i loro guardiani e bla bla bla, piuttosto provaci con AN e AL.

Ieri questo non è stato possibile perché lui era lì a chiacchierare e sorridere e chiedermi dove abito e cosa faccio e se mi piace il panino e a lamentarsi dei turisti e a ridere per minchiate nostre. E va via martedì, per almeno un anno e mezzo, e ieri mentre tutti ridevano e festeggiavano H lui ha detto è merito di M se la cosa è andata a buon fine, si è data tanto da fare per il regalo e il biglietto, e io volevo tuffare il naso nella mia fetta di torta e sparire. E poi è venuto dentro in portineria tutto spettinato ed era bellissimo e poi ha detto ma almeno lunedì tu ci sei vero?

E niente.

Le persone normali a questo punto lasciano perdere ma io non sono una persona normale e vorrei disperatamente dirgli qualcosa per combattere la cretinata che ha detto ieri, che deve smettere di mangiare torta adesso che gli americani sono andati via. Volevo dirgli che anche solo per la sua personalità lui sarebbe una persona che vorrei intorno per sempre, per tacere del suo sorriso.

Mi servirebbero solo le parole per farlo delicatamente, così delicatamente da non donargli altro che tenerezza.

Molly è me.

Allora.

Allorallorallorallorallorallorallorallora.

ho appena mandato 20 messaggi a Kiki. C’è un’alta probabilità che legga questo post prima dei messaggi ma le voglio bene lo stesso

Non so da dove cominciare.

Come probabilmente saprete, recentemente il mondo è esploso a causa di un libro che è stato trasformato in un film e che per la prima volta sul grandissimo schermo –cioè, no ma capitemi– parla di un adolescente maschio gay. Il film si chiama Love, Simon e il libro si chiama Simon against the homosapien agenda e l’autrice è Becky Albertalli.

letto il libro, adorato, visto il film, adorato, niente da fare

Recentemente –tipo recentissimamente– ho letto un libro bellissimo. Tipo ieri e oggi. Tipo in ogni singolo minuscolo minuto di tempo che avevo in cui non succedeva niente in portineria. Tipo ogni volta che i M si giravano, ogni volta che K si inventava qualcosa da fare –quell’uomo non sa star fermo– io ero lì col naso nel libro.

Sono innamorata follemente di questo libro.

Il genere di amore che mi ha spinta a correre subito da Waterstone e pensare di comprarmelo, il genere di passione sfrenata che quasi quasi volevo mangiarmelo, quel libro, farlo diventare parte di me, gustarlo fino a quel punto.

eh, lo so, la follia, ma davvero, non potete capire. Quindi ora vi spiego

Molly è la protagonista del libro. Molly ha 16 anni ed è timida, ha una sorella gemella lesbica spigliata e disinvolta, due madri adorabili e un gruppettino di amiche niente male. La primissima pagina inizia con lei che fa amicizia per puro caso in un bagno con questa bellissima ragazza di nome Mina e io già mi aspettavo il mondo, la protagonista che si scopre a sua volta lesbica o che si innamora di una ragazza che aveva inizialmente pensato perfetta per sua sorella, bla bla bla… niente di tutto questo.

Molly è grassa.

Molly si nasconde dietro gli strati dei vestiti, dietro le sue 25 cotte, dietro l’ansia e l’esitazione. Perché Molly non si è mai dichiarata e non ha mai baciato un ragazzo, non sa cosa significhi essere rifiutata e –cosa che me l’ha fatta amare tantissimo– è creativa e ha un senso artistico sviluppatissimo.

Molly è me.

Molly è me quando parla di come sembri impossibile trovarsi un ragazzo, di come la relazione con la sua gemella stia cambiando, di come si senta inadeguata nel suo corpo troppo grande. C’è una parte del libro meravigliosa in cui parla delle commedie romantiche, commedie delle quali lei non potrà mai essere protagonista, perché nessun ragazzo vorrà mai desiderarla. Descrive un’immagine bellissima, Molly, dice nel momento in cui la ragazza della commedia si toglie la maglietta lei smette di essere me. E lo rileggerò, questo libro, ne trascriverò le parti migliori perché le leggiate.

E niente, questo libro mi ha dato tantissimo e sono ancora tutta infrullata per questo.

MA.

Ricordate quando nominavo Simon, all’inizio? Ebbene.

Ebbene Becky Albertalli, scrittrice americana, ha scritto il libro di Simon e il libro di Molly ma anche il libro di Leah –su cui ho appena messo le mani ed è il prossimo in lista– e il libro di Ben e Arthur, che non è ancora uscito ma che arriverà in Ottobre.

Mese nel quale l’autrice farà un tour per promuoverlo.

Tour di cui due date sono in Inghilterra.

Paese nel quale-ok, avete capito dove voglio andarla a parare.

In Ottobre Becky Albertalli sarà a Londra. E niente, io ho già comprato il biglietto.

E credo che non ci sia nient’altro che valga la pena dire a proposito di oggi, né che uno straniero a caso, dopo due chiacchiere con me, mi abbia rivolto la fatidica frase a che ora stacchi? né che oggi, nella folla, ho scorto il profilo di Reyn e ho avuto un giramento di testa.

Non era Reyn, naturalmente, ma il problema è che non sarà mai, mai Reyn.

 

Ombre d’Amore

Giovedì giovedì.
Seconda settimana di lavoro.

esita, mettendosi in bocca un cubetto di cioccolata ripiena alla menta

Potrei parlare dei complimenti ricevuto oggi da JC, che oggi aveva sei colloqui per un sorvegliante, uno dietro l’altro.

Potrei parlare dell’incredibile, interminabile telefonata che ho avuto con una donna cinese a proposito di una prenotazione che non si trovava e alla fine non era mai stata fatta.

Potrei parlare del pranzo, del dessert al limone che era semplicemente una delizia, dei pezzi di salmone che mi sono pentita di non aver mangiato.

Potrei parlare del caldo incredibile al quale l’Inghilterra non è minimamente preparata e che ci ha tenuti chiusi in portineria tutto il tempo… di come si sia trasformato in un momento di intimità e cameratismo nel momento in cui abbiamo acceso il condizionatore e ci si sono rintanati tutti.

Potrei parlare di come JC, questa donna bionda e bellissima, sia entrata nella portineria stamattina, in cerca del suo primo candidato, e alla notizia che un secondo prima era qui, stava parlando con Majed sia sbottata ne abbiamo già parlato, Majed deve smetterla di portarmi via la gente!

Majed è il capo della manutenzione, un rifugiato siriano adorabile che parla un po’ d’italiano, mi apostrofa sempre con un Ciao bella e oggi si è seduto dietro di me e mi ha dato tutte le dritte giuste per le mie prime telefonate

Potrei parlare del momento tenerissimo che ho avuto con la mia collega H –quella che se ne sta andando, sigh– quando abbiamo deciso che domani, dopo il lavoro, andiamo a casa sua e ci guardiamo The Greatest Showman, cuciniamo insieme e giochiamo a Sushi Go.

piano poi rovinato dal fatto che M il Giunco, l’altro M, sia a casa in malattia con l’intera famiglia in preda all’influenza intestinale

A parte H, la mia amica che devo sostituire, e K, l’altro portiere nuovo che ha solo due giorni di vantaggio su di me, gli altri due portieri senior si chiamano tutti e due M, così ho deciso di chiamarli M il Mago e M il Giunco.

non chiedete

Invece oggi volevo parlare del Museo di Storia Naturale di Oxford.

Non perché sia l’edificio più bello di Oxford, o perché sia un bellissimo museo gratuito, o perché ci siano dei fossili bellissimi

non vorrei dire una bestemmia ma credo che abbia appena iniziato a piovere

no, perché è il luogo dove Verde Acqua mi ha fatta innamorare di Oxford, e io ho scambiato quel sentimento per amore nei suoi confronti. Oggi, quando ho avuto il coraggio di tornarci dopo più di un anno, ho pensato a lungo sia a lui che a Reyn, accarezzando l’idea di vederlo come si farebbe con un gatto irrequieto, con un misto di timore e desiderio. L’edificio mi toglie sempre il fiato e riempie di domande ma camminarci dentro, sapendo che in quel minuscolo chiosco di minerali fosforescenti me lo sono trascinata dietro per baciarlo –fallendo miseramente, giacché faceva troppo caldo anche per quello– e di fronte a quelle armature non sono riuscita a resistere e l’ho fatto davvero… c’è così tanto di lui in quel posto e c’è ancora così tanto di lui dentro di me.

A volte mi chiedo quanto di me sia rimasto nelle persone che ho amato negli anni.

Vivo nel Limbo

Vivo nel limbo, in questo giorni.

Vivo nel limbo del spendo meno soldi possibile per mangiare: ieri sera prima di uscire a bere con i miei amici non ho mangiato niente, ogni giorno dopo lavoro mi fermo al supermercato a comprare le cose sull’orlo della scadenza perché costano davvero poco o niente e quando posso portarmi a casa qualcosa del college lo faccio senza remore.

Vivo nel limbo del interagisco con i miei coinquilini meno che posso: faccio colazione in fretta la mattina, passo fuori dalla mia stanza meno tempo possibile e cerco di evitare di incrociare gli altri occupanti della casa.

Vivo nel limbo del limitiamo tutte le spese: sto riducendo a brandelli le mia scarpe da ginnastica, ho raccolto dalla strada uno di quei set di ganci che si appendono sulla porta –in perfette condizioni e pulitissimo, va detto– e sto rimandando al mese prossimo tutte le cose che posso aspettare a comprare.

Ma soprattutto vivo nel limbo del cosa succederà tra un mese quando me ne dovrò andare da questa casa?: nonostante la padrona di casa della mia amica F abbia detto, una settimana fa, che non ci sono problemi se prendo la sua stanza quando lei se ne andrà, ha recentemente ritrattato dicendo che deve essere d’accordo anche il suo coinquilino. Io sarei di per sé d’accordissimo, se quel coinquilino nel frattempo non si fosse reso irreperibile gettando tutti nello sconforto, me perché vorrei essere sicura di avere un posto dove andare tra un mese e l’altra padrona di casa perché a quanto pare ha parecchia fretta di mettere quella stanza sul mercato.

Limbo a parte io volevo scrivere questo post in preda ad una specie di delizioso stupore dopo il barbecue di oggi.

Ho amici meravigliosi, quegli amici a cui vuoi bene come a fratelli e che sei felice perché li sai felici. Oggi erano tutte coppie e sulle prime la cosa mi ha un po’ rattristata… poi non ho potuto fare altro che perdermi in quello che mi trasmettevano, la delizia di vedere la prima bambina del nostro gruppo, la tenerezza di uno degli amici più preziosi che ho e del suo ragazzo, la premura del mio migliore amico e della sua ragazza nel chiedermi cosa sto combinando e come mi trovo nel nuovo college.

Normalmente tutte queste cose mi avrebbero depresso, messo in dubbio, messo in crisi: non ho un partner, vivo in un buco e al momento sono a corto di soldi… ma per qualche ragione è stato estremamente difficile cedere a quei pensieri, oggi. Sentivo solo un generico desiderio, come un distratto prendere appunti… sì, è qui che voglio arrivare, oppure sì, questo poniamocelo come obiettivo.

In qualche modo sto arrivando alla consapevolezza che il fatto che io abbia già trent’anni non significa che io sia in ritardo sulla tabella di marcia per qualcosa… significa solo che adesso ho i mezzi per raggiungere quel qualcosa.

 

PS: e come l’anno scorso a Pasqua, sono di nuovo riuscita a scottarmi completamente un braccio pur restando tutto il tempo all’ombra.

Postumi

Ero innamorata di un uomo, l’estate scorsa.

Aveva… dei polpacci formidabili, un volto largo con un bellissimo sorriso, una passione incomprensibile per il cibo piccante e una risata che amavo sentire dall’altra parte del pianerottolo.

La porta della sua stanza aveva un cigolio rivelatore che mi faceva scattare come una molla quando lo sentivo, prontissima a inventare qualunque scusa pur di apparire casualmente in cucina e parlare con lui.

Abbiamo imbastito le peggio conversazioni alle peggio ore del giorno, lui con in mano cibo a vari gradi di cottura, io con un bicchiere dal quale bevevo continuamente acqua nel tentativo di nascondere a tratti il mio imbarazzo a tratti l’estrema felicità che mi provocava vederlo e parlarci.

Ricordo che andare a cena insieme, quella sera, fu molto difficile, primo perché dovetti insistere per settimane e poi perché dopo, una volta scofanato dell’ottimo Phad Thai, camminare al suo fianco e convivere con quella parte della mia mente che voleva solo girarsi e baciarlo era così difficile che a volte mi fermavo, nel bel mezzo della conversazione, così emozionata da non riuscire nemmeno a respirare e certo non a ricordarmi cosa stavo dicendo.

Era brillante, divertente, autoironico ed estremamente gentile.

Se ne andò qualche mese dopo, vittima di un trasferimento a Newcastle, e io gli scrissi un paio di email alle quale promise di rispondere senza poi farlo mai. Per qualche tempo fu molto difficile abitare in quella casa, specie perché la porta che si apriva non era più la sua, poi il tempo portò altri problemi e io relegai quest’incresciosa faccenda in un angolo della mia mente.

C’è quel momento in cui smetti di essere innamorata, quella specie di digiuno in cui il tuo corpo si anestetizza a quel range di sensazioni: dimentichi cosa significa essere pazzo di qualcuno, dimentichi fortunatamente il dolore dell’essere rifiutato, il desiderio di avere qualcuno accanto e tutto quel che ne consegue. Ti lasci alle spalle il desiderio di farti trovare in camera sua, quelle piccole terribili idee che nascono quando sai che si sta facendo la doccia e via dicendo.

E poi succedono cose orribili come quelle di stanotte, in cui dopo almeno dieci mesi dall’ultima volta che avevo pensato a lui il suo viso ti appare in sogno –quel viso che non è bello di per sé ma è così bello ai tuoi occhi– e ci parli e sei felice che lui sia tornato, e poi vi sedete insieme in giardino e lui si avvicina sempre di più e dice cose come mi mancavi e finisce per baciarti e tu all’improvviso ricordi ogni cosa, dalla sensazione bellissima dell’essere amati all’indescrivibile effetto di due braccia che ti stringono per tenerti vicina, recuperi tutto quel calore che avevi dimenticato e inizi a brillare della luce di chi ha qualcuno che è tornato indietro per lei.

E poi ti svegli in preda a cose che tentare di descrivere sarebbe comunque inutile.

 

Nessuno è mai tornato indietro per me.

 

Ho passato i primi venti minuti della giornata a cercare di capire cosa, in nome del cielo, aveva scatenato il ricordo di quell’uomo. Ho chiesto all’Universo quale perversa ironia lo spingeva a risvegliare in me quel genere di sentimenti, specie adesso che ho già abbastanza cose per la testa e in un momento in cui per una volta certe cose ero riuscita a lasciarmele alle spalle.

Grazie.

Tachicardia

Manca poco.

Uno dei miei migliori amici di Oxford mi ha appena scritto, ricordandomi –come se ce ne fosse bisogno!– che tra due settimane sarò di nuovo lì. Stavo guardando la mappa di un centro commerciale e… i nomi delle vie mi colpiscono come pugnali.

C’è una voce nella mia mente che dice come mai non sei lì? Dovresti essere lì! Come un elastico, come una corda che tira da quella parte.

Oxford mi ha stregata.

Nella situazione in cui sono metto ogni cosa in dubbio, perfino le cose più ridicole. Comprare due litri di latte? Andrà consumato in tempo? Comprarne solo uno e uscire anche domani? Questo genere di idiozia.

Quindi all’euforia di cinque giorni fa, quando ho comprato i biglietti, si è unito oggi anche lo sgomento.

Sto per tornare. Sto per tornare dove mi sono innamorata contemporaneamente di Verde Acqua e dell’architettura di Oxford, dove ho scoperto la primavera insieme a Reyn, dove ho iniziato a vivere da sola prendendomi una cotta tremenda per chef B. Ho vissuto la città in preda a sentimenti profondissimi, brillanti, così vividi da ferire gli occhi.

C’è una strada, in quella dannata città, il cui solo ricordo possiede il calore del braccio di Reyn attorno alle mie spalle.

Un museo nel quale ogni anfratto mi ricorda i baci che non ho dato a Verde Acqua.

Un intero parco che parla di fallimento e di fiori e di acqua e di luce.

Ho coperto ogni centimetro di quella città di emozioni.

 

E puoi farlo di nuovo.

White

Pensi di aver toccato il fondo quando il dolore brucia forte, quanto la fitta è al suo picco, quando succede qualcosa e tu senti che l’ondata ti travolgerà e ti annegherà e non ne uscirai più.

Ne esci sempre, invece, perché l’onda si ritira, il picco passa, il dolore sfuma.

E’ quando non senti niente che hai veramente toccato il fondo. Quando sei a letto e guardi fuori e non hai una ragione una per uscire dal letto. Quando l’impulso non è prendere qualcosa di affilato e farti del male, è chiudere gli occhi e smettere di pensare, mangiare, respirare.

Forse se resto a letto sufficientemente a lungo il mio corpo svanirà.

Pensavo mi facesse male martedì, quando al funerale della mia nonna sono state lette parole così dolci e strazianti che ho dovuto nascondere la faccia nelle mani e mordermi i polsi per non urlare.

Pensavo mi facesse male nel vedere la mia sorellina piangere.

Pensavo mi facesse male pensare che lascio Oxford e probabilmente non tornerò mai.

Non avevo idea che l’elettroencefalogramma piatto fosse molto, molto peggio.