Sulla Porta

Ve lo dico, mi pentirò di questo post in 7 minuti ma lo devo scrivere.

Sono sulla porta, come la protagonista del mio libro, con in mano una pietra colma dei ricordi della persona che ama.

Sono sulla porta, in attesa di entrare e spingere via per sempre il ragazzo di cui sono innamorata.

Sono sulla porta, in bilico tra lo scappare via e aspettare e subire ancora l’indifferenza –la scelta più codarda– o entrare, affrontare la mia paura, ridere e scherzare e fare quelle cose sciocche e felici che fai quanto stai con la persona che ti piace, e poi sfoderare il coltello e dire mai più, il gioco finisce qui, mi hai fatto abbastanza male.

Perché non è tanto il riuscire a non perdere il treno, ma scendere da uno che non ci porta da nessuna parte.

non è assolutamente saggezza mia eh

Quindi me ne sto qui, aggrappandomi al pensiero che sono coraggiosa, che non mi volterò indietro, che affronterò quella persona e me ne libererò una volta per tutte per fare spazio a qualcosa di più, di più attento, di più presente, di più mio.

Cercando di non pensare che, per la prima volta nella mia vita, sto esiliando qualcuno dalla mia esistenza.

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Ci Devono Quattro Ore Della Nostra Vita

un sapone per le pelli delicate non dovrebbe lasciarti le mani secchissime e con così tanto potere grippante da poter scalare i muri uso geco. Eh no

Come diceva stamattina J, ma è solo martedì, cosa sei, un mostro?

Molto random, ma J ha 10 anni e gli piace essere teatrale. Stavamo guidando verso la clinica, perché ieri, bless him, mentre correva è caduto, ha battuto la testa, un fianco ed entrambe le ginocchia. E non piegava più la gamba destra.

Stavamo guidando verso la clinica perché nessuno dei suoi genitori lo poteva accompagnare. Del resto a che servono altrimenti le au pair?

E abbiamo aspettato. E aspettato. Abbiamo aspettato la prima ora e mezza, con lui che si sentiva miserevole, con la gamba tesa appoggiata sulla sedia, lo sguardo basso, la testa incassata tra le spalle, una rassegnazione amarissima.

Non ce l’ho fatta, ho allungato una mano e gli ho accarezzato i capelli, quasi distrattamente, senza ricordarmi che le femmine fanno schifo, che non sei la mia mamma, che ti odio.

Quando me ne sono resa conto ho tolto la mano subito sperando di non averlo mortalmente offeso.

Can you go on, please?

Non la devo veramente tradurre, vero? Ho pensato che si sarebbe messo a piangere, che si sarebbe addormentato, ho pensato a tutto e di più, ma ho continuato. I capelli biondissimi, le spalle, la schiena…in cerchi continui, come si fa con gli animali, cercando di trasmettergli sicurezza, cercando di sfumare quella tensione che lo attanagliava.

Abbiamo giocato a carta forbice sasso, abbiamo provato tutti i giochi del suo cellulare, ci siamo lamentati insieme del tempo che stavamo aspettando –wow, sono quattro ore che siamo fuori di casa!– abbiamo parlato di cose a caso e finalmente, dopo quattro ore e mezza che eravamo lì, siamo finalmente potuti uscire con la certezza che no, non si era rotto niente e che sì, andava bene se si sforzava un po’ di camminare normalmente.

E quindi abbiamo pranzato, in ritardo di un paio d’ore, al McDonald.

La madre e il padre preoccupatissimi mi tempestavano di messaggi e chiamate –bless them– ma contrariamente ad ogni previsione ce la siamo cavata alla grande ed abbiamo addirittura legato di più.

E’ una soddisfazione, davvero, arrivare a fine giornata con tutto fatto, la stanchezza addosso, la voglia di andare a letto a leggere e una vocina che, dal piano inferiore, ti chiama e dice Giochi con me a battaglia navale?

ho messo la crema sulle mani perché erano veramente troppo secche ma devo aver sbagliato qualcosa perché ora ho le mani che sembrano coperte di olio, quindi dovrò andare e lavarmele di nuovo con il mio sap-no, non posso vincere

You Lift Me Up

Aspettando il sorgere del sole
aspettando il giorno
aspettando un segno
che sono dove tu vuoi che sia

Tu sai che il mio cuore è pesante
e il dolore è profondo
ma quando ho voglia di arrendermi
tu mi ricordi
che tutti quanti cadiamo qualche volta
ma quando sbatto per terra…

Tu mi sollevi quando sono debole
le tue braccia si stringono attorno a me
il tuo amore mi afferra così mi lascio andare

Tu mi sollevi quando non posso vedere
il tuo cuore è tutto ciò di qui ho bisogno
il tuo amore mi trasporta così mi lascio andare

So di non essere perfetta
so di fare errori
so di averti deluso ma mi ami ugualmente

E quando sono circondata
quando perdo la strada
quando sto piangendo e cadendo
tu sei qui per

Sollevarmi quando sono debole
le tue braccia si stringono attorno a me
il tuo amore mi afferra così mi lascio andare

Tu mi sollevi quando non posso vedere
il tuo cuore è tutto ciò di qui ho bisogno
il tuo amore mi trasporta così mi lascio andare

Vedo che l’alba sta spuntando
il tuo amore mi sorprende
non so cosa posso offrire
in questo momento mi arrendo al tuo amore.

 

Era una vita che la volevo tradurre. E’ una bellissima e semisconosciuta canzone dei The After, una preghiera meravigliosa che dedico all’Universo, che in questo momento…mmmh, in questo momento sta ridendo come un matto sotto il mio piumone verde con le farfalle.

Per qualche motivo.

No, davvero. Questo post doveva essere scritto dal punto di vista dell’Universo, una specie di lettera d’amore che cominciava con Ti ho vista piangere e tremare in quella via e ho pensato di mettere qualcosa di carino proprio qui ad Oxford, se tu solo avessi avuto il coraggio di uscire dal tuo piccolo guscio e cercare a testa alta la via giusta.

E’ tutto un simpatico gioco di parole per dire che ieri, mentre cercavo il Magdalene College –che si dice Medlin, e grazie tante– mi sono persa. Sapete cosa faccio, no? Prendo e chiedo indicazioni. Non mi perdo d’animo. Bene, ieri ho chiesto indicazioni ad una ragazza dai tratti orientali che sedeva tranquilla a mangiare il suo sandwich su una panchina.

Una volta appurato che io non sapevo dov’ero e lei non conosceva bene l’inglese l’ho salutata e ringraziata ugualmente e me ne sono andata.

Non mi ha inseguita per porgermi un cellulare e offrirmi il suo aiuto?

Non mi ha seguita finché non mi sono resa conto che ero dall’altra parte del mondo?

Non mi ha chiesto da dove venivo chi ero e cosa facevo?

Non le ho lasciato il mio numero di cellulare dicendo che se voleva fare due chiacchiere io ero disponibilissima?

l’Universo ride e mi manda baci. Ho capito come mai l’hanno assegnato a me, perché ha i momenti di cretino anche lui

Oggi sono felice.

 

PS: ho detto a G, il mio host father, che il post con la foto della sua ricetta è stato prontamente ribloggato e si è messo a ridere.

PPS: ieri sera ho fatto aperitivo con l’Italian Society a Oxford e ho mangiato la pizza con il gruppo di Italiani a Oxford. Punti Socialità +200!

Il Coraggio

Nah.

Ho promesso di essere sempre sincera e non fingerò che questa sera sia ok, che mi sono goduta la giornata di relax, puntate di 2 Broke Girls e la prima parte de Il Principe Caspian con le mie sorelle. Butterò fuori tutto, come faccio sempre, nella speranza che domani quel dolore sia rimasto chiuso in una camera che non è più dorata ma piena di cenere.

Ho fatto un patto con me stessa, di trascinarmi a forza fuori dalle sabbie mobili della mia storia più importante –già, quella con cui vi ammorbo sempre, quella che durò otto anni, finì tragicamente e uscì dalle nebbie del passato sei mesi fa, dopo tre anni– e dimenticarmele per sempre. E’ stata una decisione non facile, visto quanto quella storia abbia contato per me, ma arriva un momento, nella vita di una ragazza Cancro, in cui bisogna affrontare la realtà, accettare di aver fatto tutto il possibile e andare avanti, smettendo di camminare di lato con lo sguardo puntato all’indietro.

Ho passato una giornata infernale perché oggi è l’ultimo giorno che le ho concesso per scrivermi ancora, se mai decidesse che c’è qualcosa che devo sapere o che vuole comunicarmi. E’ una fottuta arma a doppio taglio, perché sono certa che sentire da lei cose come un addio sarebbe straziante, ma il fatto che non si sia fatta viva per niente fa altrettanto male.

Così me ne sto qui, a contare le ore che passano, inquieta e nervosa, cercando di decidere di che male preferirei morire.

Non ci saranno parole dolci all’Universo, stasera, né esercizi di positività per ricordare le cose piacevoli di oggi. L’unica cosa piacevole è stata il piatto di gnocchi ai formaggi che ho mangiato a cena e l’incredibile quantità di fumetti che ho venduto oggi su ebay.

cos’è più stupido? Aver desiderato per un attimo che lo sbattere del portello della macchina davanti al mio cancello fosse lei o l’essermi scavata da sola questa tomba così fredda?

D’altronde sono certa che l’Universo sa quale delle due eventualità sia più dolorosa, e sono altrettanto certa che questa sera mi sta insegnando molte più cose di quante ne potrei imparare nella felicità.

Io, dopotutto, ho fatto del mio meglio.

Coraggio

Fantastico. C’è del cioccolato su un tasto del pc. E ora come lo pulisco?

Oggi, mentre andavo a prendere i bambini all’asilo, mi sono imbattuta in uno dei Soliti Gatti Bianchi e Neri –ricordate? Qui a Reigate per legge sono tutti bianchi e neri– e mi sono fermata a coccolarlo. Credo fosse una gatta.

Me ne stavo a fare le fusa allegramente quand’ecco spuntare una vecchia signora che inizia a parlare con il gatto, rallegrandosi che non le fosse successo niente. Devo dire che ho capito giusto un terzo di quello che ha detto ma 1. ha quattro gatti birmani a casa –donna fortunata– 2. è la nonna dei bambini di cui la mia amica H. si prendeva cura prima di tornare in Francia.

Abbiamo parlato di gatti, di au pair, di leggende birmane e così via, poi mi ha detto che è amica di H. su Facebook -lì sono sbiancata- quindi mi ha fatto una foto e l’ha mandata a H.

E’ così che iniziano le cose, per strada e con gatti di mezzo.

E non lo dico perché oggi ho visto il ragazzo più bello di Reigate proprio nella via in cui abito.

-facciamo una cosa veloce: immaginate una nuvola di capelli neri quasi blu, un naso dritto e lungo e la carnagione un po’ scura. E incrociate le dita per me perché abiti in questa strada e non sia solo di passaggio- 

Comunque il post di oggi non è su di me.

Ho assistito recentemente alla disperazione della mia amica L, che avrebbe lasciato la città senza mai dichiarare il suo amore all’uomo più bello di Reigate –piano, domani lo vado a vedere e decido– perché non ne aveva il coraggio.

Potete immaginare quanto io, che sono abituata a prendere il toro per le corna, specie se si tratta di queste cose, abbia fatto di tutto per spingerla a fare qualcosa, fosse anche solo per evitare di piangere una volta partita e continuare a chiedersi e se, e se? tutta la vita. Lamentarci di una cosa che possiamo cambiare con le nostre forze è stupido e inutile.

Oggi mi manda un messaggio registrato su What’s App –noi facciamo così, invece di stare le ore a digitare– e mi dice che è andata, che l’ha preso in disparte e gli ha chiesto il numero.

Ohmioddiosantocielo.

Che poi lui fosse impegnato e che le abbia risposto, tutto rosso e molto imbarazzato I’m ingaged -quindi più o meno ad un passo dal matrimonio– non ci interessa: quello che mi ha veramente colpito –e ho riso di felicità per un bel po’, tanto che la bambina è venuta a chiedermi esattamente come mai fossi così pazza– è stato il colpo di coraggio, la forza d’animo, la volontà di cambiare le cose.

Perché io sono convinta che più ci annidiamo nel vittimismo, nella lamentela, nella convinzione che niente si possa cambiare, più subiremo l’Universo. A volte mi pare di sentirlo arrabbiarsi, sbraitare Ma no, ma no, non hai capito niente! e lanciare per vendetta cose anche peggiori.

Perché è come galleggiare: se sei convinta che starai a galla e hai fiducia nell’acqua e non ti agiti, starai a galla.

Quindi, carissima L, complimenti infiniti per l’incredibile salto che hai fatto oggi! Sono –insensatamente– orgogliosa di te!

Partenza!

Ecco, a mezzanotte passata non si dovrebbe scrivere un post.

Specie con tre Baileys in corpo.

Mi è piaciuta questa giornata, e anche molto: la prima parte è stata una giornata lavorativa perfettamente gestibile –anche se un po’ diluita dal fatto che siamo state a Redhill in cerca di caffè al ginseng e altre cosine– e il resto una piacevole giornata con le mie amiche L –buon compleanno, patata!!– e M.

Perché si sa cosa succede quando quattro ragazze –uno speciale ringraziamento anche a O– si siedono ad un tavolo e parlano. Si comincia con il lavoro, poi si passa a parlare di famiglia, e di lavoro, e di animali, e di amore, e di passato, e di futuro…e certe cose, volente o nolente, tornano indietro.

Come quando qualcuno palleggia l’idea sappiamo l’inglese, facciamo le guide turistiche, e la tua mente torna come un elastico a quel luogo meraviglioso che non vorresti fosse legato ad una persona molto meno meravigliosa.

O quando si parla di quello giusto, e tu pensi che la persona giusta ce l’avevi tra le mani, e chissà adesso come sta, se ha deciso che lavoro vuole fare, se ha ancora problemi con il suo partner, se veramente sta pensando di sposarsi.

E poi cogli la pala al balzo. Becchi l’aggancio. Scopri il punto dove l’Universo vuole che ti infili, prendi un bel respiro, raccogli il coraggio e ti ci butti. Perché niente può veramente iniziare senza un piccolo cambiamento, niente si ottiene senza dare in cambio qualcosa.

Ringrazio le mie amiche aupair, per essere così diverse e così allegre e così folli.

Ringrazio il mio passato, per avermi resa quello che sono e avermi insegnato cosa non voglio e non voglio essere.

Ringrazio l’Universo, che tra stamattina e stasera mi ha offerto proprio l’inizio del sentiero che avevo chiesto ieri.

Baci

Certi baci ti restano sulle labbra, esitanti, poi qualcuno li nota, sorride e li fa fiorire al posto tuo. Era il primo, tanti e tanti anni fa, e io mi vergogno ancora di non aver avuto il coraggio di dare quel bacio.

Alcuni parlano: le labbra tremano e tu senti esattamente tutta la loro paura, la speranza, la gratitudine. Ricordo molto chiaramente quel bacio e mi chiedo com’è possibile che i sentimenti di allora siano arrivati e svaniti così in fretta.

Ci sono baci che bruciano, che prendono tutto il corpo, che lo sciolgono e lo tendono in un solo attimo, baci che non sono altro che chimica, fuoco e fiamma.

Altri baci sono l’opposto: colmi di dolcezza, calore, bai che ti prendono l’anima e l’avvolgono in qualcosa di morbido e confortante, baci maturati in anni di complicità, perle luminose che ancora brillano nella memoria.

I baci non dati sono i peggiori, perché bruciano sulla bocca di chi li desidera senza potersi librare in aria, tormentando a lungo chi non ha avuto il coraggio o il sangue freddo di buttarsi.

E poi ci sono baci che qualcuno ti mostra sul palmo della mano per poi sussurrarteli all’orecchio, baci che ti lasciano i brividi lungo la schiena e l’orrore di non avere parole sufficienti per rispondere, Baci che l’Universo manda alla fine di giornate tranquille che dimostrano che la via è giusta.

Sei semplicemente adorabile quando sei con i bambini…

Siate fieri di me

Tutti voi che leggete queste righe.

Quelli che mi stanno followando tanto per fare (specie se poi sono anche stranieri, dato che non capiranno nulla del mio blog).

Quelli che seguono febbrilmente le mie (dis)avventure (sempre che ce ne siano).

Quelli che lanciano occhiate distratte a queste belle paginette e che ogni tanto vengono catturati da qualche frase.

Quelli che mettono mi piace a tutti i miei post, pochi istanti dopo che li ho pubblicati (ma esattamente cosa ne pensi, di questi miei post?).

Quelli che commentano amorevolmente anche se non mi hanno mai vista (scaldandomi il cuore in maniera non indifferente. Grazie!).

Tutti, tutti, tutti: siate fieri di me.

Perché oggi, dopo una marea di stupidi tentennamenti, mi sono buttata e ho pronunciato le fatidiche parole “Ci vieni con me?” davanti a quella persona.

Certo! Quando? Domani va bene?