Potrei

Potremmo dire tante cose.

Potremmo dire che ho messo giù male un piede nella casa nuova e che ora non sono più sicura che tutte le dita del mio piede destro siano ancora attaccate bene.

Potremmo dire che finalmente quasi tutte le mie cose sono nella mia stanza nuova, quella bella, quella che ha una vista spettacolare, quella che ha un letto decente, un armadio decente, una cassettiera decente e una scrivania molto deludente.

Potremmo dire che è stata una giornata traumatica come può esserlo solo un trasloco per la gente del mio segno zodiacale, che una volta arrivata mi sono detta come ti è venuta in mente quest’idea e che quando mi sono resa conto che per andare a farmi una doccia devo fare due rampe di scale mi è venuta un po’ la nausea.

Potremmo dire che avere finalmente un letto mi sta rendendo una persona felice, che ho appeso un bellissimo quadro che dice splendi raggiante oggi, qualcosa di buono sta per succedere, che scendere a orario cena per ficcanasare e ricevere inaspettatamente dell’agnello e delle verdurine saporite mi ha salvato la serata.

Ma.

Sceglierò di parlare di ieri, di fissare su questa pagina un momento di felicità, di colpevolissima delizia, di gioia molto esitante.

Ieri mattina dovevamo dare a H il suo regalo di addio. E’ stata una settimana impegnativa anche per questo, decidere cosa regalarle, raccogliere i soldi, girare furtivamente per il college facendo firmare a tutti il biglietto… mi sono sbattuta tantissimo perché voglio molto bene ad H e volevo che fosse tutto perfetto ma non è stato facile.

Il mio turno iniziava alle 13.30 ma per evitare di perdermi l’azione ho deciso di entrare un po’ prima, prendermi un panino e sedermi in un angolo da sola, in attesa che lei si facesse viva. Ero pronta a solitudine e discrezione ma inaspettatamente A, il bigliettaio, mi ha vista tutta sola ed è venuto a sedersi accanto a me.

Doverosa precisazione: A è uno studente del college che ha probabilmente attorno ai 20 anni, ha un sorriso che illumina qualunque brughiera e parla fluentemente inglese, tedesco e spagnolo. Legge tantissimo e sa tantissime cose, fa il bigliettaio ma è capace di far nascere una coda lunga tutto l’isolato solo per spiegare ad un turista un dettaglio del college e per finire…

…è gay, ma questo lo sapevamo già perché ne abbiamo già parlato.

Ora.

Scoraggiata dal discorso maturo e responsabile della mia amica H ho deciso di far finta che non mi si sciolga il cuore ogni volta che lui sorride, anzi, ho deciso di far finta che lui non esista neanche, perché è uno studente, noi siamo i loro guardiani e bla bla bla, piuttosto provaci con AN e AL.

Ieri questo non è stato possibile perché lui era lì a chiacchierare e sorridere e chiedermi dove abito e cosa faccio e se mi piace il panino e a lamentarsi dei turisti e a ridere per minchiate nostre. E va via martedì, per almeno un anno e mezzo, e ieri mentre tutti ridevano e festeggiavano H lui ha detto è merito di M se la cosa è andata a buon fine, si è data tanto da fare per il regalo e il biglietto, e io volevo tuffare il naso nella mia fetta di torta e sparire. E poi è venuto dentro in portineria tutto spettinato ed era bellissimo e poi ha detto ma almeno lunedì tu ci sei vero?

E niente.

Le persone normali a questo punto lasciano perdere ma io non sono una persona normale e vorrei disperatamente dirgli qualcosa per combattere la cretinata che ha detto ieri, che deve smettere di mangiare torta adesso che gli americani sono andati via. Volevo dirgli che anche solo per la sua personalità lui sarebbe una persona che vorrei intorno per sempre, per tacere del suo sorriso.

Mi servirebbero solo le parole per farlo delicatamente, così delicatamente da non donargli altro che tenerezza.

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Joy and Sorrow

Sono già le undici e noi, strafatti di yogurt greco al miele come pochi, sediamo invano alla tastiera cercando di mettere ordine nella nostra vita.

Ieri a quest’ora mi stavo addormentando nel letto della mia amica Y, a Londra, nella febbrile attesa della colazione del giorno dopo.

Ci sono tante cose che vorrei raccontare e ricordare quando, tra qualche anno, mi ritroverò invariabilmente a rileggere queste righe.

Innanzitutto Londra, che ti avvolge in una sensazione unica che amo dalla prima volta che l’ho visitata. Ero di cattivo umore e preoccupata e stanca e tutto…e nello scendere dal bus mi sono ritrovata avvolta in quella sensazione, che mi ha fatto sorridere e stare subito meglio.

Poi la complicità con i miei compagni di squadra, Y e M, le sciocchezze che abbiamo detto, il fascino di M in quanto persona sfaccettata con la quale per messaggio io litigo sempre e per la quale perdo la testa di persona, le schermaglie tra i due che si conoscono da una vita ma tra i quali c’è sempre un non so che di attrito.

Il fatto che, in un modo o nell’altro, io ho sempre la faccia di quella che sa scavare grosse buche*.

Siamo entrati in un superalbergo a 5 stelle plus, sentendoci fuori luogo in una maniera ridicola e sperando che Robin sarebbe comparsa, cosa che contro ogni aspettativa è effettivamente successa. In quel caso te la ritrovi davanti, con la sua incredibile grazia, una sagomina che sembra ritagliata da una bella rivista e messa lì per caso. E’ meravigliosa.

Ci siamo seduti al tavolo di un piccolo caffé, in quattro, la gente attorno ignara di quello che succedeva, noi che a malapena spiccicavamo parola e vergognosissimi speravamo non si accorgesse di quanto stessimo in realtà squittendo. Abbiamo parlato di ogni cosa possibile, dalla scrittura alla politica ai suoi libri ai suoi progetti futuri, deliziandoci di quanto fosse amichevole.

non che non lo sapessimo dato che l’abbiamo incontrata parecchie volte ma ogni volta è una delizia anche maggiore

Il viaggio in sé è stato meno tremendo di quanto mi aspettassi, ho dormicchiato allegramente al ritorno e non sono arrivata morta alla seconda parte della giornata, ovvero l’incontro a Oxford. In quel caso ero imbarazzatissima, molto più che faccia a faccia con lei, ma mi sono gustata per bene il suo intervento e le belle domande a cui ha risposto.

*questa frase risale al Viaggio al Sud, una vacanza che facemmo con il forum di Robin Hobb in Sicilia durante la quale per le mie amiche ogni scusa era buona per mandarmi a fare cose che loro non avevano il coraggio di fare, come chiedere indicazioni, ordinare e andare in avanscoperta.

Ci sarebbero tante cose da dire ma il sonno sta quasi avendo la meglio, dopo una giornata di dieci ore nella quale ho a malapena avuto il tempo di mangiare un’enchiladas, tra l’altro fatta da Ben.

Oggi c’erano quattro camerieri mandati dall’agenzia.

Uno più inutile dell’altro.

La più inutile era una ragazza che ha passato la giornata a lucidare posate perché non sapeva fare altro. Non so da dove venisse e so benissimo che le mie parole sono acide e di parte ma le ho dato un incarico, uno, e ha passato più tempo a guardarsi le sopracciglia allo specchio che a svolgerlo davvero.

E le ho chiesto di preparare un thermos di tè, non rocket science.

In più, perdonatemi, era vestita in maniera assurda: leggins –quando una delle prime cose che ti dicono è pantaloni formali- e scarpe aperte, una camicia stropicciatissima, smalto rosso e un sacco di orecchini.

MA sono una persona onesta, quindi posso sedermi, sorseggiare un tè e chiedermi ti da’ fastidio per queste ragioni

…o perché appena Ben se n’è andato Eamon le ha detto Lo chef che è appena andato via ha detto che sei bellissima e non ti toglieva gli occhi di dosso un minuto?

Perché io faccio il mio lavoro con convinzione, sorrido ai clienti –come fai ad avere ancora energia per sorridere?– e sono cortese con tutti…ma non sarò mai la ragazza alla quale qualcuno non riesce a togliere gli occhi di dosso.

Una Sola

Alla fine della giornata, quando ci sono troppe cose per cui ringraziare e la stanchezza è tanta, cerchi una cosa che riassuma tutto.

Tutte le lotte, le coccole, gli agguati e le ninnenanne con un gattino arancione di quattro mesi.

Tutti i deliziosi bocconi di un panino supermorbidissimo.

Tutte le risate della nonna mentre le leggevo Don Camillo –perché quello sciagurato di mio padre non le ha mai restituito il dvd con i film

Tutta la nostalgia e l’amore per casa che sto sperimentando in questo momento.

Tutto lo stupore per posti meravigliosi nei quali rifuggire il caldo che sembrano usciti da una fiaba.

Ma poi

dopo cena

finisci in una gelateria che fa cose

tipo gelato al pino mugo

o nocciola integrale

o noce con latte d’avena anziché latte normale

o altre cose così

e decidi che se acconsentono a fare palline plurigusto è bene approfittarne

e finisci con una pallina a quattro spicchi

pistacchio

cioccolato bianco con fave di vaniglia

nocciola integrale

noce con latte d’avena

e sai che ti mancherà

tanto

ma sei felice lo stesso.

Pistacchio. Ancora please.

Solo Amore

Non bisognerebbe
essere innamorati
di qualcosa d’intangibile.

Non bisognerebbe
sentire le farfalle
quando il vento soffia violento
né amare
il fiato del sole
sulla pelle.

Non bisognerebbe
cantare al cielo blu
correre con gli occhi
assieme alle nuvole
sentire di volare
quando una rondine
attraversa tutto il mio campo visivo.

Non bisognerebbe
sentirsi amati
quando una traccia bianca
attraversa il cielo
e una voce
canta
Ti ho amato per mille anni
tesoro non aver paura
ti amerò
per
altri
mille.

Shopping

Non perderò mai quei slftrpvswenta chili che devo perdere se G insiste nel preparare ogni sera qualcosa di succulento e invitante.

Stasera era un piatto di butternut risotto su cui era stato adagiato un quarto di pesce probabilmente grigliato, con una pelle così croccante e yummi che non ho pensato nemmeno per un attimo di avanzarlo.

E il risotto in sé…era perfetto. Quel genere di cibo che ti offre una sensazione di piacere estremamente fisica, tanto intensa che ti ci puoi quasi accoccolare dentro. Io l’ho fatto: ho fatto le fusa per tutto il pasto.

L’unica cosa che mi consola è che oggi ho fatto Drayton-Abington a piedi, per un totale di quasi nove chilometri. La cretinata è stata farlo sotto il sole: la giornata era meravigliosa e il cielo è stato completamente sgombro per quasi tutto il tempo ma questo significa che mi sono anche presa una specie di insolazione.

Per qualche motivo a me passare troppo tempo sotto il sole fa malissimo.

Comunque sono tornata a casa con parecchie cosine…

  • collana con pietra rosa a goccia occhio di gatto
  • collana con pietra marrone ad anello occhio di gatto
  • collana con pietra viola a disco occhio di gatto
  • collana con cristallo viola a goccia occhio di gatto
  • braccialetto di perle di fiume bianche
  • orecchino con cristallo trasparente
  • orecchini con pietra nera
  • bruttissima collana –me ne rendo conto solo ora– ma con bei cristallini sfaccettati neri
  • camicia nera da uomo
  • camicia bianca da donna –un po’ troppo trasparente, mannaggia
  • camicetta verde con vezzosissimi bottoncini –anche questa un po’ troppo trasparente
  • canottiera nera molto sexy
  • “E’ Complicato” –con Maryl Streep e Alec Baldwin
  • “Mamma Mia!” Edizione Speciale –con Maryl Streep e un’altra manciata di gente strafiga compresa Amanda Seyfried

Il tutto –fatemi fare un paio di conti– per l’esorbitante cifra di…

Ventidue sterline.

Ventotto euro e qualcosa.

Con trenta euro mi sono portata a casa quattro magliette, due dvd in ottime condizioni e una manciata di gioielli piuttosto bellini.

Proprio da sputarci sopra.

ho deciso che libri non ne compro finché i miei non sono al sicuro da qualche parte che non sia un magazzino a Reigate

E ora vi do’ la buonanotte, con la consapevolezza che tra poco meno di 48 ore si scatenerà la follia perché quel cast è a Roma per la JiBCon, che tra poco meno di 6 ore uno dei protagonisti di quel telefilm morirà e che tra poco più di 12 ore io saprò anche chi.

Inoltre sabato vado a Londra.

Ingredienti di oggi

A volte, invece di chiedermi cosa ho fatto durante il giorno, cerco di guardarmi dentro e pensare con che sensazioni o sentimenti sono arrivata alla fine della giornata. In fin dei conti oggi non ho fatto molto, di certo poche cose eclatanti, ma quelle che ho fatto mi hanno regalato cose che sono stata contenta di portarmi fino a sera.

Intanto sono sopravvissuta. Senza svenimenti, senza isterismi, senza troppe complicazioni. Ho fatto il mio lavoro al massimo, come andrebbe fatto, impegnandomi e a volte anche divertendomi. C’è tanta soddisfazione in questo, perché quello che ho dentro –tra la pigrizia, la paura dell’ignoto e la poca costanza– aveva trasformato il martedì in un momento tragico.

Poi ho stretto anche di più il mio rapporto con L, il mio bambino, il mocciosetto biondo di cui mi devo occupare. Gli ho dato un pacchettino di patatine, oggi, lo ha preso e mi ha detto acchiappami se ci riesci. Mi conosce da tre giorni. Io questo lo chiamo soddisfazione, e gioia, perché avere tra le braccia un bambino a cui puoi fare il solletico…è tanto.

Ho iniziato a scrivere. L’idea di lavorare senza traccia sembra ancora una cretinata, dopo un’estate passata a lanciare ponti tra un capitolo di Seareen e l’altro, ma oggi ho iniziato a parlare di Amrine e sto aspettando che venga a galla. Questa è incertezza, perché passare ore e ore su una cosa lunga 300 parole non è bello, ma è anche desiderio, di dare forma a qualcosa di nuovo, di fare qualcosa di buono con quello che scrivo, di far uscire quello che ho dentro.

E poi c’è amore. Avevo chiesto di innamorarmi, vero? L’avevo fatto. Così non posso lamentarmi se sono qui tutta sospirante, deliziata da ogni dolce sciocchezza che mi è stata scritta oggi, fremente sull’orlo di una porta alla quale non ho il coraggio di bussare. Questa è ebbrezza, follia, desiderio.

Mi sento come una pozione magica formata dai più disparati ingredienti…

 

APE: L’Appello

Ah. Stavo per andare a letto senza postare. Male, male…

Oggi, finalmente, è arrivato l’ultimo pezzo grosso della spedizione: Il Mio Nuovo Pc. Sono tentata di farvi tutti inorridire rivelandovi quanto l’ho pagato ma mi sto già sentendo in colpa, quindi non dirò che grazie all’Universo (grazie, Universo) sono l’orgogliosa padrona di un MacBook del 2010 che ho pagato un prezzo ridicolo. No, non avete capito, più ridicolo.

Ebbene, mancano sette giorni, in pratica. Tra una settimana mi sveglierò per l’ultima volta nel mio letto, disferò diligentemente le lenzuola e chiuderò la porta sulla mia camera vuota (che verrà prontamente colonizzata da mia sorella) per partire alla volta di grandi avventure.

Ora che anche il pc è arrivato (e ci ha messo una vita, credetemi) mi sento un po’ più tranquilla, almeno per quanto riguarda i bagagli.  Ciò che invece mi chiedo è se questa tranquillità e questo “non vedo l’ora di partire” non siano in realtà semplice ingenuità. A volte mi fermo e mi chiedo se so cosa sto facendo, se non sono preda del pressapochismo.

In ogni caso francamente me ne infischio: non sono la prima né sarò l’ultima a fare questo viaggio e a lasciarmi tutto alle spalle.

Oggi è stato qui lui. Credo che sia l’ultima volta che usciamo insieme: ci vedremo mercoledì sera e poi puff. Sono stata felice di averlo qui, e ancora più felice di aver visto le sue dita sulla tastiera. Sto iniziando a pensare che le mani mi facciano più effetto di quanto pensassi: è stato difficile, molto difficile non acchiappare quelle mani e portarsele alle labbra.

E poi ecco, mi chiedo…anche se si tratta di una domanda puramente astratta…è mai possibile che io lo trovi così bello? Voglio dire, se una persona ci resta, nel guardare qualcuno mentre canta, è perché la seconda persona è bella in maniera sconvolgente o è tutto negli occhi di chi guarda? Diciamocelo, ha dei lineamenti discutibili.

Certo, e se mi mettessi a descriverli so già cosa succederebbe. Ahahahaha.

Colori nel Cuore

Amo le giornate piene di sfumature. Mi sdraiano ma le adoro.

Così ho passato un’oretta con un minuscolo bassotto in braccio, meravigliandomi di quanto fosse perfetto in ogni parte e di quanto la sua piccola bocca odorasse di funghi. Misteri della natura.

Così ho attraversato la valle del Brenta (esatto, Alto Vicentino) in macchina, tuffandomi nel meraviglioso bagno di sole e jungla che erano le colline attorno a Bassano.

Così ho condiviso un panino vegetariano con una delle mie amiche più preziose in un luogo pieno di fascino e calore.

Così ho sperimentato un viaggio nel tempo, tornando al primo dei luoghi che mi ha vista diventare una lavoratrice, un luogo pieno di odori e sensazioni inconfondibili nel quale sono stata accolta con incredibile calore.

Così ho perfino trovato il tempo di gettarmi in un libro della serie che ha segnato la mia infanzia, lasciandomi avvolgere dalle sue parole come fossero una comoda, amatissima felpina.

Così ho ritrovato, in giro per la stanza, cose che mi parlavano di un passato che per me ormai è solo tale.

Insomma, direi che oggi ci sono parecchi motivi per ringraziare l’Universo, non ultimi i piccoli, minuscoli dettagli che suggeriscono che finalmente sono proprio sulla strada giusta.

Say Something

Grande, freddo, impersonale.

File e file di scaffali colmi di merce che salivano fino al soffitto. Un labirinto di metallo, la luce che andava sempre di più perdendosi. Stava per tornare indietro, sconfitta, quando qualcosa la agganciò, fermandola.

Note che sembravano familiari, che richiamavano le sue orecchie. Note sbagliate, aliene, ipnotiche.

Tornò indietro, mentre una voce maschile (la voce sbagliata) iniziava a cantare.

Le sue parole le si annodarono attorno al cuore, chiamandola, stringendolo crudelmente. Attraversò quasi di corsa il corridoio, in cerca dell’origine della canzone.

E poi voltò l’angolo, trovandosi faccia a faccia con una parete di schermi.

Coprivano la parete, la opprimevano con la stessa immagine, ripetuta all’infinito: una goccia d’acqua che cadeva, davanti ad uno sfondo nero.

Ti avrei seguito dovunque. Dì qualcosa, ti sto abbandonando.

Immobile, atterrita di fronte alla loro potenza. accerchiata, chiusa da entrambe le parti. Non poté far altro che alzare la testa, al suono di quella canzone, miele sul suo cuore, lama di ghiaccio alle sue orecchie. Come un richiamo.

Come un messaggio.

Dì qualcosa, ti sto abbandonando. Mi dispiace di non essere riuscita a raggiungerti.

Suoni che strappano il cuore, che sciolgono gli occhi. Note di pianoforte come gocce di pioggia sull’anima.

E ingoierò il mio orgoglio. Sei la persona che amo, e ti sto dicendo addio.

Sorride, perché sa dove finisce quella canzone. Sa dove vorrebbe cantarla, tra le braccia di lui. Sa a quale dolce persona dedicarla, a quali orecchie sussurrarla.

Era al di sopra delle mie possibilità, non sapevo proprio niente.

Rimane immobile, seduta, cullata da quelle note. E’ un segno, un regalo, un bacio dell’Universo.

Sono parole che vanno regalate, parole che non possono restare nel silenzio.

Ti avrei seguito ovunque.

Chiude gli occhi. Esiste solo quella voce, esiste solo quel volto.

Mi sento così piccola. Sto ancora imparando ad amare.

 

Prima o poi, sarai qui. E lo saprai.

 

Sopraffatta

Una delle cose più belle dell’essere (o dell’avere la mente di) una scrittrice è il senso di meraviglia e il piacere derivato dall’osservare le situazioni in cui mi ficco, o la complessità dei miei sentimenti.

Sto affogando i pensieri nell’album di una pagina Facebook su Tolkien, perdendomi nei feels che mi provoca vedere Aragorn, Bilbo e soprattutto Sam, leggere le loro frasi mentre nella mia mente suona in automatico Into the West, che poi è anche la canzone che vorrei suonata al mio funerale.

C’è una persona, che ho tagliato via dalla mia vita da un po’, che sguazza in queste cose tanto quanto me. L’unica persona che so per certo abbia provato la stessa eccitazione nel vedere Lo Hobbit, una persona che ho tanto amato ma che mi ha tanto delusa.

Ecco, ognuna di queste immagini chiamava lui, una volta. Ora quelle voci sono sparite, c’è solo il timido invito a condividere tutto questo con lui, che non legge e che non ama il fantasy.

E lentamente Into the West diventa un’altra canzone, una canzone che alle mie orecchie parla di dolore e tristezza. Quando ero piccola e non conoscevo l’inglese ascoltavo quello che la musica mi diceva, interpretando le parole a mio piacimento. Così adesso, dove la canzone dice voglio dirti addio, per me diventa non posso portarti con me.

C’è un po’ di amaro sollievo nell’uscire per un attimo dalla mia mente e guardare quello che sto facendo, pensare che proprio nel momento in cui mi lascio alle spalle il passato e tanto del presente sto trovando qualcosa che, in un angolo della mente, vorrei portarmi via. Quella parte creativa della mia mente sorride e pensa che è un bello spunto da cui partire, che tutti i desideri che si ammucchiano nella mia mente e che dovrò nascondere in un cassetto quando me ne andrò sono materiale interessante per qualcosa che potrebbe nascere sulla carta.

Così, nel bel mezzo della notte, sono sopraffatta. Sopraffatta dal modo in cui qualcosa ti può emozionare. Sopraffatta da come l’amore può, ancora, stravolgerti per bene.

Del resto sapete che, nella categoria Gocce di Luna stanno tutti i miei sfoghi , quelle parole che, se lasciate inespresse nella mia mente, non farebbero altro che avvelenarla. Poco importa che non abbiano un senso logico. Ne hanno per me.

E ora basta, basta parlare d’amore.