Fight Song

Una volta era la mia sveglia.

Le note del piano hanno il sapore della semioscurità della mia stanza di Drayton, il profumo delle pareti di legno, la sensazione dello spazio aperto tutto attorno alla casa.

Oggi l’ascoltavo dopo la giornata di ieri, una delle più…-challenging? Non sono mai stata capace di tradurre questa parola– dure che io abbia affrontato negli ultimi mesi.

Sono stata a casa, questi ultimi giorni, per quasi due settimane. Mi sono fatta coccolare dalla mia vicemadre in una maniera che rasenta il disgustoso ma, che volete farci, si chiamano vacanze e se non posso averne una senza problemi familiari o preoccupazioni esistenziali almeno lasciatemene una in cui un po’ mi coccolano.

Tornare è stato un po’ un problema.

A parte il volo che partiva alle dieci, atterrava a mezzanotte e mi lasciava essere a casa alle quattro del mattino, mi manca la mia vicemadre, mi manca mia sorella e mi manca un posto in cui sono a distanza bicicletta dai luoghi che amo.

ne ho anche qui, ovviamente, ma è un po’ diverso

Ieri, comunque, avevo un late shift.

Un late shift vuol dire tenere il forte da sola, preparare l’acqua per la sala, l’insalata, il dolce e la macedonia.

Vuol dire occuparsi della cena dell’high table, quella in cui mangiano i professori.

Vuol dire –soprattutto– assumere il comando della banda della sera, quei ragazzacci che si diceva qualche post fa, una banda di insubordinati alla testa della quale io, per ora, ancora non so stare.

E poi ieri, a ora di pranzo, mentre ero in cassa, ho visto il retro della testa di Reyn e le sue spalle uscire dalla hall.

Era lui. Da quella distanza Reyn è inconfondibile, specie per chi quella testa e quelle spalle le ha baciate innumerevoli volte.

La mia prima reazione è stata Mioddio com’è bello e la mia seconda reazione è stata un groppo alla gola.

Quanto mi manca e quanto ancora lo voglio.

Ma comunque.

Ben era il cuoco della sera.

Ben è la persona più incontentabile che conosco, perfino peggio di mio padre.

Immaginate la vostra iku tutta sola con la masnada degli hourly da una parte e L’Incontentabile dall’altra. Dopo 10 giorni di vacanza. Dopo aver visto le orecchie di Reyn senza poterle baciare.

sospira

E’ per giornate come quelle di ieri che vivo.

E’ per quei momenti in cui canti I Wanna See You Be Brave e I’ve Still Got a Lot of Fight Left in Me, in cui alzi la testa più in alto degli altri e dici se non lo farò io nessun altro lo farà. E anche Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò.

 

Alla fine della serata mi sono accoccolata in un angolo con una ciotola di stufato di manzo e funghi con una cucchiaiata di purè in cima.

Un attimo prima di svoltare nella mia via, in cima alla salita, c’è un angolo dal quale gli alberi e le case si allineano magicamente e si vede dritto nel tramonto. Ogni volta mi fermo lì, il respiro affannoso, le gambe doloranti, e mi guardo indietro.

Ieri sera, in cima alla mia ciotola di stufato, ho sorriso all’Universo che tramontava sul mio rifiuto di arrendermi.

I Dubbi delle Otto e Cinquanta

Ho passato la precedente ora a fare anelli di carta per un lunghissimo festone.

Così, a caso, con J, perché gli andava di farlo e per motivi di charity.

Strisce di 15 per 2.5 cm, tipo sei o sette A4.

Prima di andare a letto credo che li conterà.

Da qualche parte devo iniziare a legare con lui, no?

 

Anche oggi è stata una giornata densa.

Anche stamattina i bambini sono stati arroganti, prendendo in giro la mia pronuncia, traducendo brutte parole inglesi in italiano e facendo un sacco di schiamazzi, ma in qualche modo sono sopravvissuta lo stesso. Devo solo pensare che mancano 13 giorni alla mia partenza e solo 3 al weekend.

Vorrei dire che ho fatto delle belle cose, oggi –si ferma a pensare– ma in fin dei conti…

…in fin dei conti ho incartato regali per un’oretta anche oggi, ed è una cosa che mi piace tantissimo.

…ho letto ancora un po’ del Libro della Jungla, che mi piace tantissimo.

…sono stata al telefono con mia sorella a gossippare per più di un’ora, che anche quello mi piace tantissimo.

E stamattina, in un attimo che ero sdraiata sul divano a controllare una cosa sul cellulare, il gatto è saltato su e si è accoccolato contro la mia pancia, cosa che non ha mai fatto nei nove mesi che sono stata qui.

Si tratta di nuovo di un post senza infamia né lode, una pausa di riflessione alla fine della giornata, un ennesimo fermarsi, guardarsi indietro e rendersi conto che magari non si è fatto tutto quello che si poteva fare.

O forse, pensandoci, sì.

I Lunedì sanno il fatto loro

Avevo scritto un post.

Una cosa, mi duole ammetterlo, tipo ho fatto questo, ho fatto quello, ho letto quello e guardato quello e parlato con quella a proposito di quella.

Non il genere di cosa che volevo scrivere.

Alla fine di una giornata come questa non c’è molto altro da dire se non che prima di riempirsi la testa di pensieri inventati –NON SUPPORRE!– bisognerebbe fermarsi e parlare con i diretti interessati. Ho passato la mattina a chiedermi per quanti giorni ancora voglio farmi il fegato grosso, insistere con bambini ingrati e sfacciati, restare in questa famiglia che, per quanto mi voglia bene, alla fine mi mette a dura prova ogni giorno, quando mi sarebbe semplicemente bastato parlare con la mia host mother per capire che condivide le mie perplessità, che ha a cuore la mia salute mentale e che, ora che Verde Acqua sta per tornare in Italia, è preoccupata che io perda ogni interesse nel restare qui a Oxford.

Well, no.

Lo so che non si può fare di queste pochezze un post decente, ma non sempre le cose possono essere bellissime o bruttissime o profondissime.

A volte i lunedì hanno quel che ti serve per capire che la settimana potrà metterti alla prova ma alla fine ne comprenderai il motivo. Oggi la mia amica Y, che non sentivo da tempo, ha detto tu vai spesso in crisi ma ogni volta la superi, quindi recupera quelle risorse che hai quando vai in crisi e prosegui, e io mi sono sinceramente stupita di una cosa simile, perché negli ultimi tempi non ci siamo sentite così tanto e non mi aspettavo una cosa simile da lei.

L’Universo mi manda sempre palle curve e sempre me le manderà, ma poi sorride, mi fa l’occhiolino e bisbiglia So che puoi prendere anche questa.

 

E non potete immaginare quanta voglia io abbia di dipingerlo tutto di inchiostro e sbatterlo su una pagina bianca.

Ma Che Stradiamine

E quindi…

voi non lo sapete ma a casa mia E Quindi è una cosa che si dice solo con la voce in falsetto. E’ una lunga storia…basti sapere che è la battuta di chiusura, dove la battuta d’apertura è mio padre che dice a mia sorella, quella piccola, Ma te lo sai cosa facevano i cantanti maschi per mantenere alta la voce, ai tempi?-

E quindi il panico.

Quella di oggi era la prima mattina tranquilla che avevo, perché G ha passato a casa quasi tutta la settimana ma oggi lavorava. Intendiamoci, non è cattivo e non è neanche invadente, ma non puoi veramente rilassarti quando hai il capo in casa, no?

Dunque, per qualche motivo mi sono svegliata stanca, quindi ad un certo punto, dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare e aver pranzato con una cosa buonissima ma che mi ha fatto una mezza indigestione ho deciso che potevo permettermi una mezz’oretta di sonno.

Neanche il tempo di settare il timer che sento il rumore di una macchina.

Ma Che Stradiamine.

Corro di sotto, dato che ho chiuso a chiave la porta e la chiave è nella toppa, reprimo uno sbadiglio e apro la porta quasi prima che la tocchi G, giustificandomi con un rapido I Was Sleeping.

Grosso errore.

Mi rimetto in sesto, faccio i piatti sbadigliando, metto in ordine le forse due cose che erano rimaste in disordine, sempre sbadigliando, sperimento la terribile sensazione di aver bisogno di dormire.

-io non ho quasi mai bisogno di dormire perché dormo-

E così faccio il secondo errore di dire che dormo una quindicina di minuti prima di andare a prendere J.

Credi che dire al tuo capo che dormi quando sei pagata per lavorare sia una gran mossa?

Ma Che Stradiamine, siamo da capo.

Mi dispiace G ma ho fatto tutto quello che dovevo fare, e oltre a lavorare io qui ci vivo pure.

-sottinteso non è che mi paghi per lavorare l’intera giornata. Anche perché dopo un po’ le cose finiscono-

Poi suona il telefono, e io scopro con profondissimo orrore che T, la bambina, ha chiamato sei volte, al fisso e al mio cellulare, perché aveva bisogno di una cosa a Didcot, dall’amica da cui era per il pomeriggio.

Vedi cosa succede quando dormi? E se era successo qualcosa?

Io Non Ho Sentito Una Sola Di Quelle Chiamate. Ma non perché dormivo, ovviamente. Non le ho sentite e basta.

E mo’ come glielo dico?

Prendo la macchina e il navigatore per portare a T le cose di cui aveva bisogno –anche questo discutibile, 40 minuti di macchina solo perché la signorina si era dimenticata una felpa?– e finisco in autostrada.

Ma Che Stradiamine.

Controllo il navigatore e scopro di aver settato per sbaglio un quartiere di Oxford. Urlo e strepito e corro fino all’uscita dell’autostrada, faccio inversione di marcia, torno indietro di corsa.

Fortunatamente la bambina è stata grata e contenta e molto preoccupata per lo stato delle cose con il padre: abbiamo controllato che le chiamate arrivassero al mio cell –e ci arrivavano, purtroppo– e ci siamo salutate.

Tempo di salire in macchina e mi arriva un messaggio.

Mi avevi detto che J finisce teatro alle 16, invece finisce alle 16.15.

Qui muoio.

Faccio la strada del ritorno in preda alla costernazione più profonda, ripetendo dentro di me parole per spiegarmi, per farmi perdonare, rispondendo con argomentazioni brillanti alle obiezioni di G.

Arrivo a casa tremando, faccio un parcheggio in retromarcia che nemmeno Houdini, infilo la macchina ad un soffio dalla sua e pur non mi faccio niente. Il terrore mi assale ed entro in casa tremando.

Possiamo parlare?

 

Finisco sull’orlo delle lacrime un paio di volte, per la tensione, balbetto che non voglio che mi creda una stupida ma qualche volta ho bisogno che mi ripeta le cose, perché quando è arrabbiato il suo accento scozzese è ancora più forte, gli dico che non mi separo mai troppo dal mio cellulare e non è possibile che non abbia sentito le chiamate perché non stavo dormendo.

E lui ascolta.

cosa a cui non sono abituata: a casa mia gli uomini non ascoltano

Mi dice di non agitarmi.

Mi dice che se pensassi che sono una stupida, che non tengo ai bambini o che sono troppo distratta non starei lavorando qui e certo non mi avrebbero chiesto di restare.

Mi dice che accetta le mie scuse, che controllerà sul telefono di T se sta dicendo la verità –cosa che non ho messo in dubbio nemmeno un attimo– che per la cosa dei 15 minuti non fa niente e che la cosa è risolta.

E io mi illumino, per la voglia di abbracciarlo e dirgli grazie perché possiamo risolvere le cose parlando.

E una giornata catastrofica diventa l’ennesima prova che bisogna solo essere impeccabili con la parola.

Il Giorno che Sua Madre la Schiaffeggiò

Papà mi fece l’occhiolino, come se fossimo complici o qualcosa di simile.

– Naturalmente la riporteremo a casa in tempo per la cena, sana e salva e senza traumi a bloccarle la crescita.

Sussultai: avrei dovuto saperlo che il suo intervento poteva salvare la situazione tanto quanto portarla alla rovina. Purtroppo era l’unica carta che potessi giocarmi.

L’espressione di Caterina non cambiò. Un punto a suo favore: le parole del mio maldestro genitore non l’avevano ancora spaventata. Iniziavo a sentire un poco piacevole brivido freddo lungo la schiena, sotto la felpa, mentre gli occhi incerti di Vivian continuavano a passare da me a mio padre.

– E passerai tutto il tempo con loro?

Sospirai silenziosamente: non c’era una regola non scritta, una specie di galateo degli adulti, che impediva ai genitori di manifestare così apertamente la loro disapprovazione in presenza di altri adulti? Anche Vivian sembrava condividere il mio pensiero: la vidi aggrottare le sopracciglia e protendersi verso la madre, come per dirle qualcosa.

Mio padre però fu più veloce.

– Certamente! Non le lascerei mai in giro da sole, alla loro età.

A quel punto un sospiro non sarebbe bastato e mi ritrovai a chiedermi quanto avrebbe precipitato la situazione se fossi scoppiata a ridere in faccia a Caterina. L’espressione di Vivian tradiva ancora una volta la nostra straordinaria empatia e le sue dita, che si aprivano e chiudevano come artigli, avrebbero sicuramente preferito stringere il mio collo piuttosto che l’aria.

– Non si tratta di questo, Stefano: Vivian sarà anche giovane ma non è stupida.

Invocai silenziosamente l’intervento di un qualche diplomatico, di un insegnante di galateo, di qualcuno che con un grosso pennarello rosso sottolineasse quello che Caterina stava implicitamente dicendo: che, a differenza di sua figlia, IO ero una stupida.

Mi chiesi distrattamente, tutt’altro che offesa, quale reazione avrebbe avuto la meglio su mio padre, se la voglia di ridere o il senso paterno, e quale eventualmente, tra la mia risata e quella di mio padre, sarebbe stata più offensiva nei confronti di Caterina.

– Per questo è l’amica ideale per Stefania- sottolineò enfaticamente mio padre, facendomi di nuovo l’occhiolino –finalmente avrà qualcuno in grado di inculcarle un po’ di buonsenso.

Aggiunsi mentalmente quaranta punti al conteggio di mio padre: non solo la sua faccia era rimasta impassibile ma era riuscito a giocarsi la carta dei complimenti. Camminando sul mio cadavere, ripensandoci, ma si sa, in guerra e in amore…

Vivian non aveva detto ancora nulla, combattuta tra il desiderio di rendersi utile e il ricordo del giorno in cui la madre l’aveva presa a schiaffi. Quella di mandare avanti me e mio padre era una tecnica che mi ricordava un po’ i bambini delle elementari, il modo in cui mandano l’amico a chiedere un permesso nella speranza che la madre non sia in grado di dir loro di no, ma ero disposta a tutto pur di strappare a Caterina quel pomeriggio con Vivian.

 

Alla fine dell’estate avevo comprato così tanti libri da avere 10 sterline di sconto sulla mia carta Waterstone. Era da un paio di settimane che io e Verde Acqua facevamo la corte ad una cosa che si chiama The Writer’s Toolbox e che potete vedere qui, così in un momento di follia ho preso e l’ho comprata.

Al suo interno ci sono elementi che dovrebbero fornire una specie di palestra allo scrittore, come frasi bizzarre a caso –con cui iniziare, proseguire o far svoltare una storia– carte Sei Sensi e le ruote di Obiettivi, Azioni, Ostacoli e Protagonisti.

Oggi, dato che avevo un paio d’ore e non l’avevo mai usata –huge shame on me– ho pescato tre frasi a caso –quelle che vedete evidenziate nel testo– per costruire una storia di una pagina.

per essere più precisi, ogni frase va pescata a distanza di sei minuti dalla precedente, in modo da costringere lo scrittore a forzare la storia perché vada dove vuole la frase

Poi ho pensato che potrebbe essere un buon esercizio farne una o due alla settimana. E poi mi sono detta che non c’era destinazione migliore di una nuova categoria nel mio blog.

Ecco a voi la categoria Writer’s Toolbox.

Dura

E’ dura tornare a casa.

E’ dura combattere il mal di pancia e la sensazione ancor più seccante di aver rovinato il Chicken Korma di Verde Acqua solo perché invece di comprare la salsa del Tesco Finest hai scelto una marca più economica. Faceva schifo, ecco cosa. Per niente cremoso e assolutamente insoddisfacente.

E’ dura sedere in silenzio sul primo bus, mentre l’oscurità fa filtrare nella tua testa idee che alla luce del sole ti farebbero ridere ma che nel buio ti fanno venir voglia di piangere. Dopo quattro anni è ancora il mio incubo peggiore.

E’ dura abbracciare Verde Acqua, strofinargli il naso sul collo, stringergli le mani –VA, hai sempre le mani più morbide che io abbia mai toccato– e sapere che c’è un abisso, oltre Natale, un abisso in cui potremmo entrambi cadere come moschine.

E’ ancora più dura alzare la testa, guardarlo negli occhi, aprire la bocca e dover dare voce all’abisso stesso, filarlo in parole affilate, guardare lo sgomento che annega gli occhi verde acqua di Verde Acqua, guardare il suo profilo da gatto –questo non te l’avevo mai detto, vero?– che si increspa.

E’ dura avere mani piccole.

 

La cosa più dura, alla fine di tutto, è che Gufo, il peluche che Verde Acqua mi ha regalato e con cui dormo di notte

non è Verde Acqua.

 

Maltempo, Meditazione e ancora l’Universo

Oh no, ecco che il mare si gonfia. Ecco, sta arrivando la tempesta. Perché mi sono messa in mare? Perché non sono rimasta a casa? Stavo tanto bene. Ecco, entra acqua da tutte le parti. Lo sapevo che non lo dovevo fare. Vedi, la pioggia si sta portando via tutto. Non volevo nemmeno venirci io.

Come? Siamo di nuovo in quel momento del mese a quelle coordinate?

Ah. Correggete la rotta, grazie.

Oggi Verde Acqua si è fatto un nuovo amico.

Io ho fatto del mio meglio per diventare amica della ragazza dell’amico del mio ragazzo –lo sapete che mi piacciono queste frasi, su– ma ad un certo punto ho avuto la tentazione di alzare un braccio come a scuola e dire a questo amico che alla fine della giornata doveva restituirlo, che non poteva portarselo a casa.

A dire la verità sono stata contentissima di fare amicizia con questa coppia: sono una persona vergognosa e non ricordo assolutamente né i loro nomi né le loro facce –shame on me, so much shame on me– ma credo che presto faremo un’uscita a quattro. Ho questa sensazione ed è bellissimo, considerando che è stato un piano dell’ultimo minuto e che Verde Acqua era colpitissimo da questo ragazzo.

Ieri abbiamo meditato insieme ed è stato…molto bello. Non solo per la condivisione ma anche perché quando sono entrata in quel luogo speciale in cui avviene la comunicazione prima mi sono sentita riempire di felicità e poi ho incontrato mia madre. Spero di non sbagliarmi ma ho l’impressione che fosse piuttosto fiera di me.

ok, il gatto mi sta fissando come se ci fosse qualcuno dietro di me. Non dirò nulla

E’ un momento topico della mia vita, lo sento.

Devo pensarci molto, molto bene.