Il peso della valigia

Stavo leggendo fanfictions.

Sono brevi, facili da leggere e in genere hanno un finale dolce e carino.

Questa lo aveva.

Leggevo fanfiction quando ad un tratto mi è sembrato di sentire qualcuno in strada che urlava.

Help Me.

Io ho questa cosa piantata nel cervello, questa estensione completamente opposta a quella del mo amico Mika –la sua si chiama Fatticazzituoi- che si attiva in caso di pericolo: E Se Dipendesse Da Te?

Oggi una delle mie supervisor, dopo le mie otto ore di lavoro, ha cercato neanche troppo subdolamente di convincermi a restare per aiutarla la sera. Sono sotto di due staffer. La mia estensione si è subito attivata ma quella che Mika sta cercando di installare da settimane ha avuto il sopravvento: Fatticazzituoi. Vai a casa.

Normalmente l’avrei combattuta con un E se io fossi l’unica che la può aiutare? ma ero troppo stanca dentro e fuori per fare qualunque cosa che non fosse mormorare Vedrai che sarà una serata tranquilla come ieri, noi ce l’abbiamo fatta in tre e andare a casa.

Help Me.

Non era help me, alla fine, ma dentro di me sono esplosi mille scenari tremendi, un incidente, un malore, un’aggressione.

L’universo di qualcuno potrebbe essersi appena spezzato, mi sono detta, e io sono qui che leggo fanfictions erotiche sugli eroi della Marvel.

E poi mi è venuto in mente quando il mio universo si è spezzato, e le parole che mia sorella mi ha rivolto non più di una settimana fa mentre ero ancora in Italia: io ricordo solo che stavo giocando alla Playstation, in soggiorno, e ti sentivo, in camera, piangere e urlare.

Lei aveva dodici anni, all’epoca, e io mi ricordo come fosse ieri il dolore che mi sommergeva al punto di non riuscire a sopportarlo, tutto quel dolore che in qualche modo, attraverso la mia voce, cercavo di far uscire prima che mi dilaniasse.

Non più tardi di mezz’ora fa uno dei miei amici mi ha mandato una foto di lei. E’ sempre bellissima e io mi aspetto che sia felice fuori e arrabbiata dentro, come sempre, com’era due anni fa quando ho cercato di appianare le cose per l’ultima volta.

 

Oggi la valigia pesa.

Pesa perché ti aspetteresti che una persona che ti ha mollato sia felice, ignara, noncurante al punto di permetterti un’amicizia, un saluto, uno sguardo o almeno la risposta ad un eventuale messaggio che chiede come stai.

La mamma mi ha fatto troppo buona, è questa la verità.

 

Intanto ho in loop, piantato nel cervello, il ritornello di Show Me What I’M Looking For.

E stavolta non riesco neanche a gridare perché so che, a differenza di allora, nessuno verrà a salvarmi.

Dicono Scrivi

Dicono scrivi, quando non sai dove sbagli.

Quello Senza Nome e io dovevamo vederci, domenica. E’ stata una sua idea e io pensavo bene, vediamo dove porta questa cosa.

Non ci siamo visti. Quello Senza Nome è stato chiamato per un’emergenza al suo college e quindi non è venuto.

Si è scusato, mi ha detto volevo chiamarti ma non ho il tuo numero inglese, solo quello italiano. Gliel’ho dato, non si sa mai.

Ed è sparito.

Quello Senza Nome è il ragazzo di cui sono –guardiamo in faccia la realtà– tristemente innamorata.

Vedo i suoi lineamenti nei clienti da Starbucks e mi fermo a sorridere.

Passo per caso nei posti dove siamo stati insieme e mi si scalda il cuore.

Sento o vedo o provo qualcosa di interessante e desidero condividerlo con lui.

Purtroppo QSN è lo stesso ragazzo che, quest’estate, mi ha mollato per messaggio mentre ero in Italia, senza troppe spiegazioni.

sento già i mormorii delle ultime file, le persone che dopo un’offesa simile dimenticherebbero perfino il nome che non ha e fine-

Di fronte al mio dobbiamo parlare del mese scorso ha detto certo, quando? Sono stato un testa di cazzo.

Sei punti a suo favore.

Ci siamo incontrati, abbiamo parlato dei nostri errori, abbiamo passato un piacevole pomeriggio a ridere e scherzare e condividere esperienze e pensieri. Mi ha salutato con un ora ti senti meglio? al quale ho risposto con Mi ha fatto piacere vederti, rifacciamolo qualche volta.

Mi aspettavo che sparisse, dato che avevamo avuto la nostra bella dose di drama, invece no: ci siamo visti altre due volte ed entrambe le volte perché l’aveva proposto lui.

momento in cui mi sembra inutile proseguire con il post, ma dicono scrivi, quindi continuerò

L’ultima volta che l’ho visto, prima di prendere un autobus che ha aspettato con me anche se moriva di freddo, mi ha stretta a sé prima che mi allontanassi, baciandomi la guancia in modo molto poco amicale.

io sono sempre quella che sta cercando di andarci con i piedi di piombo

QSN si è lamentato del suo lavoro, due settimane fa, e io gli ho detto voglio sentir parlare del tuo lavoro, la prossima volta.

E’ rimasto stupito ma poi ha detto allora dobbiamo trovarci. Troviamoci domenica.

E poi è sparito.

 

Immaginatemi, metaforicamente, scendere dal palco su cui sono salita per raccontarvi questa cosa –che cos’è il post se non un palco?– e sedermi sugli scalini. Non mi piace overanalizzare le cose, ma cosa può fare una ragazza, davanti a qualcuno che le piace che agisce in modo completamente incomprensibile?

Ora, qui, ai piedi del palco, con una piuma d’oca in mano e una lettera d’amore che sicuramente non spedirò…ditemi.

La decisione al momento è aspettare che si faccia vivo lui, e poi faccia a faccia dirglielo: mi piaci.

Mi piaci non significa voglio incatenarti tutta la vita, mi piaci significa voglio viaggiare un po’ con te.

 

Aiuto.

Io Ho

Io ho una finestra su un cortile inzuppato dalla pioggia, una tenda tirata solo a metà, una spalla nuda.

Io ho la pancia piena di latte d’avena, in bocca il sapore di un wrap sbocconcellato, un minuscolo pezzetto di cereale incastrato dietro l’ultimo dente.

Io ho passato il pomeriggio ad esistere, sotto la mia coperta, troppo stanca per pensare, per scrivere, per fare altro che non fosse Netflixare e pensare quanto mi manca la mia mamma.

Io ho una persona di cui preoccuparmi a Singapore, una manciata di brividi che non torneranno mai indietro e un bicchiere di succo al mango come addio a qualcosa che non è mai partito.

Io ho un appuntamento con la Francia tra qualche ora, nel soggiorno, sul divano bianco, con la mia copertina rossa e la curiosità di guardarmi ancora il giardiniere di Versailles.

Io ho due giorni liberi e nessun programma tranne cercare di filare una storia che non prende piede neanche un po’, rimettere in ordine la stanza, andare a comprarmi un paio di pantaloni neri e fare il bucato.

Io ho 27 anni, 11 mesi e 25 giorni.

Io ho una manciata di colleghi che adoro, un lavoro che adoro, customers che mi adorano.

Io ho tante idee per la testa e un corpo troppo largo.

Io ho

pensandoci

una persona che mi guarda negli occhi e mi dice you’re gorgeous.

Io ho uno yogurt alla fragola con cerealini al cioccolato bianco in frigo, i lamponi lasciati da quella persona, tanti libri da leggere.

Io ho un momento sbando in cui piango per nulla.

Io ho

tanta voglia

di trovare un nome per quella persona, di parlare ai quattro venti dei suoi occhi, delle sue mani e del modo in cui mi prende in giro.

Del modo in cui mi fissa negli occhi per così a lungo.

Di come apre le porte e le tiene aperte per me.

Di come mi bacia il lato del naso.

Mioddio devo trovargli un nome.

 

Quando

Quando credi di essere brava con le parole.

Quando ti chiedi ehi, finirò mai in una relazione con qualcuno che non parla la mia lingua?

Quando qualcuno usa troppo le braccia. Le Braccia. 2016, buona annata per gli abbracci.

Quando dici no, stavolta gioco, e gioco bene.

Quando sei così triste che qualcuno allunga una mano e ti accarezza i capelli perché sembri proprio un cucciolo.

Quando gesticoli, e le parole non escono, e sai che non escono perché non c’è alcun diritto ad usarle.

Quando hai scoperto, in una manciata di secondi, la camminata perfetta per restare sotto quel braccio. Quel Braccio.

quando dimentichi le tue stesse regole nell’utilizzo di virgolette e corsivi e nello scrivere un post ci metti una vita

Quando metti in discussione ogni, ogni cosa, a partire dal motivo per cui siamo sulla Terra per proseguire con il perché i biscotti inglesi sono così foffi, passando per il motivo per cui la gente ha inventato questo cazzo di gioco e il perché non potevi semplicemente dire ho altro da fare stasera.

Also, i motivi per cui non posso aprire la bocca e dire volevo restare con te.

Quando le settimane tra un weekend e l’altro sono lunghe e non puoi farci niente.

Quando ti fai tre dita di cioccolata calda in polvere con un avanzo di stupido latte di soia, rimpiangendo quello di nocciola, e cercando di affogare la disperazione in due shortbread grandi come una mano.

Quando ti ritrovi nel fango a piangere, un po’ di commozione per la scoperta di essere ancora viva, un po’ per la disperazione di avere sempre la faccia più trasparente del west e non poter parlare. Also non so come sto usando le virgole.

Io Non So Giocare.

Cosa?

Fino all’altroieri sapevo cose.

Camminare, scrivere, parlare, ridere e soprattutto postare.

Oggi so delle altre cose.

So gestire una coda di clienti, scrivere le ordinazioni al volo, lanciare le cose avanti e indietro, strappare un sorriso a tutti i clienti, anche i peggiori, e prendermi i complimenti da quello alto.

sono una sapientona impaziente, apparentemente, ma quando Noom ha messo in guardia quello alto dal fatto che sono…“beh, lo vedrai” quello alto ha detto friendly? Enthusiastic? e tutta una serie di belle cosine

Il resto è nebbia.

La mia politica, la mia legge interna, le mie certezze, la determinazione.

Sono una che ha dimenticato come si cammina: ieri pensavo di saperlo e oggi sono inciampata malamente.

Non so scrivere: ho iniziato un post due giorni fa e mi è venuta la nausea.

La mia voce è un gemito a cui non si può dare nessuna credibilità, peggio di quando sono un piccolo animale felice.

Ho preso, ho valutato i miei istinti e li ho trovati manchevoli. Sbaglio strada da anni, un rubinetto con una perdita, una porta aperta senza custode, acqua che sgorga ovunque e schizza tutti e non disseta nessuno.

Sono grata all’Universo che le sei ore di oggi siano passate lisce e brillanti e piene di soddisfazioni, sono grata di avere un lavoro, sono grata di saperlo fare, sono grata della soddisfazione che sto imparando a trarne.

Ieri mi sono ustionata la mano sinistra per intero.

Un attimo prima avevo in mano un bicchiere formato venti –20 cm– di caffé bollente, l’attimo dopo era tutto ovunque e sulla mia mano sinistra.

Non ho sentito niente, ho riempito di nuovo il bicchiere al cliente, che mi guardava orripilato, ho risposto alla ragazza che voleva lasciare un curriculum, ho pulito tutto e ho ripreso il lavoro.

Poi mi sono guardata la mano, ed era rossa, e bruciava, e ho guardato Noom, sentendomi piccola e stupida e ho detto non so cosa fare con questa mano, avevo gli occhi pieni di lacrime ed ero sotto shock ed è un esempio perfetto di quello che è successo alla mia vita, ho trascurato la mia mano finché non si è messa a bruciare e ora ho una mano ustionata e non l’ho curata per anni.

Ho tremato per lo shock per i successivi dieci minuti e mi sta succedendo di nuovo, ho desiderato tornare a casa un secondo prima di ricordarmi che non ho nessuna casa, nessuno che tenga insieme i miei pezzi, niente occhi verde acqua o persone che sanno abbracciare o volpacchiotte che vengono da me quando hanno qualche tristezza. Ho guardato la mia mano e mi sono chiesta e ora cosa dovrei fare?

Giuro che la prima reazione è stata biblica, tagliate quella mano e gettatela lontano.

E quando ho giornate meravigliose con cui arredo le stanze del mio cuore, quando entro in un charity e per puro caso passo la successiva ora a snodare i fili di tre marionette che qualcuno ha attorcigliato accidentalmente, quando il sole delle sei riempie il locale, quando mi succedono cose belle e tutto brilla e io vorrei solo regalarlo a qualcuno

…perché dovrei tenere aperta la porta, quando una porta si apre alla gente che bussa, se la gente vuole entrare? Perché permetto che la gente entri e porti via tutto?

Cosa è la mia vita quando non ho mai insegnato a me stessa che le fottute porte si chiudono?!

 

Ho postato ancora lacrime.

Non volevo. Volevo chiudere il blog, nasconderle, se non potevo fermarle. Smettere di gemere a bordo strada, di rendermi così patetica, di gettare le maree sul mio inchiostro.

Il problema è che non sono maree. Le maree passano, questo non sta passando. Guardo la mia mano sinistra e mi chiedo come potrà, dopo 27 anni, essere qualcosa di diverso da questo. Come posso pensare di convincere qualcuno, con questa voce tremante e tutta l’acqua che ho nel cuore. 

Ero abituata a considerare il virtuosismo con la penna la mia specialità. A parte la nausea di ieri nello scrivere, oggi ho fatto del mio meglio, danzando sui tasti più leggera che potevo, filando sottili linee dal tutto quanto che volevo dire.

La risposta luminosa è stata offuscata dal disgusto della mia reazione cinica, orribile, una voce che ignorando totalmente la luce mi ha detto cresci e vattene.

E’ questo? Il modo in cui smetti di credere? Il modo in cui non cerchi più di allineare il tuo Universo con quello in cui vivi?

E’ crescere? Volevo una cosa impossibile, una manciata di giorni fa.

Dio, la voglio ancora.

Voglio svegliarmi da questo incubo.

 

Non è stato piacevole da leggere e non è stato piacevole da scrivere. Purtroppo questo blog è parte del meccanismo con il quale mi sono ustionata e non credo che stia svolgendo il compito che dovrebbe svolgere. Ho letto e riletto il post cercando di capire se, dopo averlo scritto, l’avrei anche dovuto pubblicare. Una parte di me se ne vergogna da morire, una parte crede che meritiate una spiegazione e una parte se ne sbatte altamente. Tanto quello che c’era da rovinare è già stato rovinato.

Il Blog Chiude.

Tutta, solo, nient’altro che la Verità

 

Diciamocelo, ma diciamocelo tutto per bene, come persone adulte.

14 minuti non sono abbastanza per scrivere un post.

I miei capelli non sono abbastanza asciutti per uscire stasera.

Mia nonna ha 93 anni e con tutta probabilità se giovedì me ne vado non mangerò mai più la sua minestra rossa.

chiudete gli occhi, pensate al piatto che la vostra nonna vi preparava con più amore e sostituitelo alla minestra rossa

Questi sbalzi di umore uccideranno qualcuno o qualcosa di prezioso, se non sto attenta.

Non posso veramente pretendere delle scuse dall’Universo, neanche stavolta.

Sono troppo arrabbiata per essere razionale.

Sto iniziando ad avere più radici là che di qua.

La vita da questa parte della Manica mi sta stretta.

Andare a fare la spesa con le mie sorelle è sempre allucinante.

Chiaramente non so farmi capire.

Sto spendendo troppi soldi in cristalli cechi.

Mi viene da piangere e non so cosa fare di tutto questo.

 

Quando la luna sarà passata insieme rileggeremo e rideremo di queste sciocchezze ma fino ad allora sono di nuovo qui al buio.

 

Guardatemi

Guardatemi, sono la ragazza che non ce la fa più.

Sono quella che ha rotto un fanale, quella che ha fatto tre cioccolate calde, quella che a momenti, irrecuperabile per irrecuperabile, saltava alla gola di qualcuno.

Guardatemi, ho la faccia tonda delle persone piccole, comprensive e che sanno ascoltare.
Purtroppo la mia faccia dimentica di citare tante altre cose alle quali pochi arrivano.

Sono quella che oggi ha fatto quattro braccialetti, solo uno dei quali riuscito come doveva, quella che ha passato metà della giornata a preoccuparsi e l’altra metà a fallire.

Guardatemi, sono la metà avanzata di un muffin mai lievitato abbastanza.

Sono quella che fallisce nell’essere l’eroe e finisce per diventare un minuscolo serpente, incapace perfino di sputare veleno.

Guardatemi, sono quella stanca, affranta, sola, la cui pelle anela al tocco di qualcuno rimasto al di là del mare.

Sono quella che stasera si addormenterà prima di tutti e che domani non si potrà permettere di riposarsi nemmeno un po’.

Guardatemi, sto facendo del mio meglio, e ancora.

Sono quella a cui è rimasto pochissimo in mano.