Uno

Sto uscendo con Uno.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti Uno è un mio ex collega dai tempi di Starbucks, un barista che lavorava nella filiale dall’altra parte della città e con il quale mi sono ritrovata spesso a lavorare nella mia o nella sua sede. Stiamo parlando di un ragazzo spagnolo molto alto e ben piazzato, che aveva una volta dei bellissimi capelli alla Maui e che al momento ha solo un po’ di barba e capelli corti che –si strofina le dita cercando di ricordarsi quanto sono corti– niente non mi ricordo.

Tre settimane fa mi sono seduta di fronte al caffè dove lavora adesso Uno. L’ho guardato da lontano, digrignando i denti perché Uno è sempre quello dei messaggi senza risposta, degli appuntamenti fantasmati, del vorrei ma non posso. Con rabbia e veleno l’ho guardato brillare nel suo grembiule nero –perché io e lui abbiamo lo stesso senso di customer service e dedizione al lavoro– e mi sono morsa le dita, ricordano quando con la mia amica ho urlato per gioco se l’Universo mi desse Uno io non avrei più nessuna richiesta al mondo!

Poi mi sono resa conto che in realtà volevo solo sapere come stava, quindi mi sono tolta la rabbia dalla mente, mi sono messa la faccia da sono una persona realizzata e sono entrata nel caffè.

E Uno si è illuminato. E ha fatto cenno di offrirmi tutto quello che volevo. E vabbé.

pausa in cui cerco briciole di Uno nei post passati, non le trovo ma trovo invece le tracce della mia vita folle e dolorosa e ammaccata e mai noiosa… e mi faccio tante domande

Uno è quello che l’altra sera, quando alla fine di una giornata lunghissima ho sentito la voglia di fermarmi e fargli ciao con la mano dalla vetrina, ha fatto qualcosa con gli occhi che poi ero tutta caldina tipo coccole. Un abbraccio con gli occhi. E poi mi ha scritto mi sentivo miserabile ma quando ti ho vista hai illuminato la mia giornata.

Uno è quello che io non sapevo come gestire quando avevo voglia di prenderlo per la giacca così ho solo messo la testa sulla sua spalla. E lui mi ha baciato i capelli. La cosa più tenera e spontanea mai successa da quella volta che mai.

spazio in cui ho cercato di scrivere qualcosa di carino e un po’ ammiccante fallendo miseramente e finendo a fissare sgomenta su google una serie di immagini che decisamente non erano quello che volevo vedere né mettere sul blog…

Uno è quello con cui l’altro giorno, dopo aver mangiato scones di fronte al parco, siamo finiti a sfiorarci le mani, imbarazzatissimi, senza sapere cosa stavamo facendo. E le sue mani mi piacciono così tanto –oh le sue mani– e lui se ne vergogna da morire. Come se avere le mani un po’ vissute fosse un’offesa al cliente. Come se fosse un buco nel suo customer service il fatto che ha due dita bruciate da una scottatura.

Uno è quello che dice cose provocanti ma in modo estremamente dolce, così dolce che realizzi all’improvviso che anche il tuo cuore ha un punto G e ti chiedi quante mani sta usando.

e se questo vi sembra volgare non avete idea di quante cose ho scritto e cancellato negli ultimi 15 minuti

Io ho in mente un momento di paura, tra le braccia di Uno, qualche sera prima del mio ultimo post, quando temevo di essere sull’orlo dell’ennesimo scivolo diretto su una piscina d’acqua gelida. Devo fare uno sforzo non indifferente per ricordarmi quella sensazione, dopo tutte le confidenze e le coccole, verbali e non, che sono state fatte.

Mi stai negando un bacio?

C’è una parte di me che non capisce. Non sta capendo e forse non ha speranze di farcela in ogni caso, una parte che, diagrammi alla mano, si chiede come mai questa cosa non ci sta annegando. Come facciamo a svegliarci la mattina e avere pensieri che non sono lui. Perché non ci sono precedenti, non è mai stato fatto: stiamo a galla, mantieniamo quota, non stiamo sprofondando nelle sabbie mobili o su quello scivolo che tanto temevo quella sera. No, c’è solo una vaga sensazione di stelline, di pancia piena, di avere un cappottino rosso addosso, uno di quelli carini.

E faccio tanta, tanta fatica a non essere felice.

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Di Cotte e di Crude

Mi chiedo se sapere come corteggiare una persona sia un’abilità necessaria ad una donna.

una vocina nella mia mente ha risposto con prontezza forse è un’abilità necessaria alla donna che vuoi essere-

Oggi il nostro postino è entrato con un fenomenale berretto rosso e bianco e un maglione coordinato rosso e bianco, ed era bellissimo. Io sono molto affezionata alle persone che vedo tutti i giorni alla stessa ora –la lista è lunga, postino, corriere di Amazon, corriere di Hermes, corriere di DHL… quest’ultimo, per una volta ne sono sicura, ha un debole per me– e quindi gli ho fatto un sacco di apprezzamenti e lui era tutto contento. Si tratta di una persona affabile con tutti, quindi niente di strano… quello che non ho calcolato era il nostro IT guy che, come un avvoltoio in camicia a strisce, era dietro di me mentre ricevevo la posta.

I think he likes you.

Mi sono voltata per ritrovarmelo davanti, alto, magro, i soliti pantaloni scuri e questo naso adunco –io amo i nasi decisi, che non è mai una bella cosa– e ho fermato il cervello ad un millisecondo dall’intenzione della mia bocca di dire ma a me piaci tu.

Non ci posso fare niente, ho questo debole per il nostro IT guy. E’ alto, musone, enigmatico e sarcastico e una sera l’ho visto abbracciare sua figlia e baciarla sulla fronte e niente, me ne sono innamorata follemente.

Anche per questo ho nascosto un Ferrero Rocher nel suo pigehole, con un bigliettino con scritto ti auguro un buon anno e tre bacini.

disse, fingendo che la sua scrittura non fosse riconoscibilissima

Ho fatto la stessa cosa per Mr. Goldenboy, sebbene mi abbia quasi completamente ignorata l’ultima volta che è passato.

E niente, sono qui con una sensazione stranissima addosso, come se per la prima volta l’IT guy mi avesse visto davvero, con tutto che sono quella che si preoccupa sempre di aprirgli il cancello quando esce e che gli chiede sempre come sta.

Oggi anche An, uno dei due gemelli, ha fatto del suo meglio per girarmi intorno… o almeno così mi è parso, nella mia flebile sensazione di invincibilità: sono stata in cucina per chiedergli latte tè e zucchero per la portineria e lui non ha perso occasione per lamentarsi del fatto che alla festa del college porta una nostra collega perché altrimenti non porterebbe nessuno, perché non so parlare con le ragazze.

Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse se questo è uno di quei chiari segni che non sono capace di interpretare… lunedì abbiamo il pranzo natalizio del college e ho tutta l’intenzione di tirarmi più che posso, metterlo spalle al muro e dirgli che se deve lamentarsi ogni volta che non ha una ragazza quando torno dall’Italia lo porto io fuori.

Mi sono sentita particolarmente contenta, oggi, sia perché era l’ultimo giorno di lavoro prima del mio ritorno in Italia sia perché sembrava una giornata speciale: non solo abbiamo ricevuto la paga di Dicembre in anticipo ma anche un buono di 30 sterline e uno speciale biglietto di ringraziamento da uno dei nostri professori, con altre 30 sterline come regalo!

momento lagna on: credo che sia il massimo che qualcuno spenderà quest’anno per un regalo per me: modalità lagna off

Inoltre oggi è successa una cosa bellissima: l’assistente della preside si è tutta sdilinquita in una serie di cose supercarine su di me. Questa ragazza ha più o meno la mia età ed è questa creaturina bionda e sorridente che mi fa un sacco tenerezza e che è diventata in fretta la mia persona preferita del college… Oggi mi sono lasciata sfuggire che è il mio ultimo giorno e lei è sbiancata.

Are you joking?

Ho dovuto rincuorarla e dirle che no, torno a Gennaio, non me ne vado per sempre… e lei è partita a dire quanto è contenta che io lavori nel college, che ventata di allegria ho portato nella portineria e niente, avevo gli occhi lucidi e ho smesso di ascoltare ma ho pensato che era una cosa troppo carina per non metterla qui per rileggerla quando sarò vecchia e sola.

ride

E niente, domani dovrò mettermi in carreggiata e decidere cosa mettere in valigia e cosa indossare lunedì ma intanto oggi ho addosso un po’ di luce e sono molto, molto felice.

Un Altro Giorno Ancora

Amo vivere pericolosamente.

Per questo stasera, invece che andare subito a lavarmi i denti e andare a nanna che domani la sveglia è prestissimo, mi siederò e scriverò una recensione –ahahahahahaha– alla prima metà del libro di Bianca Marconero, Un altro giorno ancora, per tre ragioni:

  1. stasera ho scritto un capitolo bellissimo e ci ho messo un’ora esatta, senza sforzi, solo con la musica attorno e la forza di volontà
  2. oggi è successa una cosa bellissima che non posso dire e che mi ha resa felicissima e niente, davvero, faccio luce nel buio
  3. l’ho promesso a Bianca e quindi lo devo fare. Poi tra l’altro se lo merita proprio.

Stamattina mi hanno messa in punizione nel gabbiotto del bigliettaio perché non c’erano studenti che potevano occuparsene. Significa restare tutto il giorno da sola, ad accogliere i visitatori, dare loro la mappina, mormorare ininterrottamente please DO NOT walk on the grass, follow the black arrows to visit the chapel, the dining hall and the gardens, there’s a toilet here and the way in is the way out.

La so a memoria in inglese e non saprei dirla in Italiano neanche se ne andasse della mia vita.

Ma!

Ma ieri ero capitata sulla bacheca di Bianca Marconero e avevo visto che due dei suoi libri erano in offertissima, così ero stata sul Kobostore e li avevo comprati ed erano nel mio ereader!

Bianca Marconero, per chi si fosse messo all’ascolto solo adesso

Ci sono tante cose da dire.

C’è da dire che i personaggi di Bianca sono tutti molto veementi nella loro rabbia, nella loro lotta. Non lo so, l’energia di Elisa –protagonista del libro, quinta dopo quattro fratelli e vissuta da sempre tra gli zoccoli dei cavalli– mi ha ricordato tanto Helena, quasi fino al punto di riprendere in mano Albion.

C’è da dire che devo aver fatto di quelle facce mentre leggevo.

C’è da dire che quando inizi non puoi fermarti e Bianca ha quella capacità di farti entrare nella storia, di farti innamorare dei personaggi… leggevo di Dante e mi commuovevo tutta, e nel veder comparire Vittorio ho avuto un coccolone, persone mai viste eppure sono lì, e quando Andrea dice qualcosa io non capisco più niente.

C’è da dire che eccoli di nuovo lì, cretino 1 e cretina 2, i Marco e Marianna della situazione, i principi del mioddioquantosietestupidituttiedue. I campioni del fiato sospeso, del momento sbagliato e del fraintendimento.

ho messo da parte il libro all’ennesimo uan tichet? proprio nel momento tremendo in cui uno dei due arriva proprio in tempo per beccare l’altro che si fa baciare da una terza persona. Non si fa così

C’è da dire che ohmmioddio non pensavo di poter amare un personaggio fittizio che non è nemmeno una persona. Omnia Sparkle. E mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro, quanto di questo c’era prima e quanto è acquisito. Tanto di cappello per tutta questa documentazione. E che bello sentirti parlare, come sempre.

C’è da dire che stamattina faceva un freddo boia nel gabbiotto del bigliettaio, e si vedeva il fiato… e invece io ero sul bordo della piscina con due personaggi, in una situazione che si faceva sempre più bollente, e io non avevo freddo.

Troppi ringraziamenti, Bianca: grazie per aver nominato Oxford nel tuo libro mentre leggevo il tuo libro a Oxford –sfizi che ti devi togliere– grazie per avermi dato un libro che mi ha riportato alla lettura dopo settimane di silenzioso malessere, grazie per scrivere sempre cose che ti fanno venire un nervoso tremendo ma che ti regalano anche un miele così purissimo che quando vedo il tuo nome compro il libro senza leggere la trama, grazie perché sei stata sempre così gentile con me, grazie perché Un altro giorno ancora era proprio un bel posto dove stare, oggi.

PS: prometto, alla fine del libro, una recensione più umana.

Potrei

Potremmo dire tante cose.

Potremmo dire che ho messo giù male un piede nella casa nuova e che ora non sono più sicura che tutte le dita del mio piede destro siano ancora attaccate bene.

Potremmo dire che finalmente quasi tutte le mie cose sono nella mia stanza nuova, quella bella, quella che ha una vista spettacolare, quella che ha un letto decente, un armadio decente, una cassettiera decente e una scrivania molto deludente.

Potremmo dire che è stata una giornata traumatica come può esserlo solo un trasloco per la gente del mio segno zodiacale, che una volta arrivata mi sono detta come ti è venuta in mente quest’idea e che quando mi sono resa conto che per andare a farmi una doccia devo fare due rampe di scale mi è venuta un po’ la nausea.

Potremmo dire che avere finalmente un letto mi sta rendendo una persona felice, che ho appeso un bellissimo quadro che dice splendi raggiante oggi, qualcosa di buono sta per succedere, che scendere a orario cena per ficcanasare e ricevere inaspettatamente dell’agnello e delle verdurine saporite mi ha salvato la serata.

Ma.

Sceglierò di parlare di ieri, di fissare su questa pagina un momento di felicità, di colpevolissima delizia, di gioia molto esitante.

Ieri mattina dovevamo dare a H il suo regalo di addio. E’ stata una settimana impegnativa anche per questo, decidere cosa regalarle, raccogliere i soldi, girare furtivamente per il college facendo firmare a tutti il biglietto… mi sono sbattuta tantissimo perché voglio molto bene ad H e volevo che fosse tutto perfetto ma non è stato facile.

Il mio turno iniziava alle 13.30 ma per evitare di perdermi l’azione ho deciso di entrare un po’ prima, prendermi un panino e sedermi in un angolo da sola, in attesa che lei si facesse viva. Ero pronta a solitudine e discrezione ma inaspettatamente A, il bigliettaio, mi ha vista tutta sola ed è venuto a sedersi accanto a me.

Doverosa precisazione: A è uno studente del college che ha probabilmente attorno ai 20 anni, ha un sorriso che illumina qualunque brughiera e parla fluentemente inglese, tedesco e spagnolo. Legge tantissimo e sa tantissime cose, fa il bigliettaio ma è capace di far nascere una coda lunga tutto l’isolato solo per spiegare ad un turista un dettaglio del college e per finire…

…è gay, ma questo lo sapevamo già perché ne abbiamo già parlato.

Ora.

Scoraggiata dal discorso maturo e responsabile della mia amica H ho deciso di far finta che non mi si sciolga il cuore ogni volta che lui sorride, anzi, ho deciso di far finta che lui non esista neanche, perché è uno studente, noi siamo i loro guardiani e bla bla bla, piuttosto provaci con AN e AL.

Ieri questo non è stato possibile perché lui era lì a chiacchierare e sorridere e chiedermi dove abito e cosa faccio e se mi piace il panino e a lamentarsi dei turisti e a ridere per minchiate nostre. E va via martedì, per almeno un anno e mezzo, e ieri mentre tutti ridevano e festeggiavano H lui ha detto è merito di M se la cosa è andata a buon fine, si è data tanto da fare per il regalo e il biglietto, e io volevo tuffare il naso nella mia fetta di torta e sparire. E poi è venuto dentro in portineria tutto spettinato ed era bellissimo e poi ha detto ma almeno lunedì tu ci sei vero?

E niente.

Le persone normali a questo punto lasciano perdere ma io non sono una persona normale e vorrei disperatamente dirgli qualcosa per combattere la cretinata che ha detto ieri, che deve smettere di mangiare torta adesso che gli americani sono andati via. Volevo dirgli che anche solo per la sua personalità lui sarebbe una persona che vorrei intorno per sempre, per tacere del suo sorriso.

Mi servirebbero solo le parole per farlo delicatamente, così delicatamente da non donargli altro che tenerezza.

Di libri memoria e sogni

Qualche ora fa una ragazza è venuta a vedere la stanza, è salita sulla scala fin sotto il tetto, ha deciso che le piace e si è accordata per trasferircisi tra una decina di giorni.

Un’altra questione risolta ma non posso nascondere che, nonostante la casa dove mi trasferirò sia infinitamente meglio di quella in cui vivo adesso, mi mancherà questa camera. Forse non mi mancheranno gli orribili mobili, o l’orribile temperatura, o questa sedia scomodissima e la finestra che divento sempre scema a chiudere, ma il mio letto nella tana in cima alla scala sì.

Un po’.

Stanotte ho sognato lei.

Nell’Universo ideale in cui non abito le è successo qualcosa, un’ephiphany, una rivelazione celestiale, e stasera in un impeto di nostalgia tornerà a leggere il mio blog –una volta lo faceva, diceva che quasi faceva male per quanto di mio c’era dentro– e leggere che stanotte l’ho sognata la farà intenerire di brutto.

Io non avevo nessuna ragione di sognarla: ho passato la serata di ieri pensando a come la mia vita sia low key felice, con un lavoro che mi piace, persone con cui vado d’accordo, una bella casa e tutto sommato delle ottime prospettive. Eppure è successo e sospetto fortemente che sia per qualcosa che lei ha provato o fatto. Anche perché si trattava di un sogno felice, in cui io avevo una casettina in cima ad una scogliera e lei piantava una scena per dire che non era convinta eccetera… facevamo entrambe parte di un gruppo di personaggi con poteri speciali e ognuno di loro traeva potere da un elemento diverso. Lei continuava ad essere scettica finché qualcuno non le faceva notare che l’elemento dal quale io traevo potere era lei. A quel punto vivevamo per sempre felici e contente.

Tuttavia non è questo il motivo per cui mi sono seduta al pc a questo orario un po’ random.

Qualche tempo fa ho parlato di un evento che coinvolgeva Becky Albertazzi, un incontro a Londra per la presentazione di un libro scritto a quattro mani da lei e da un certo Adam Silvera, autore del quale non avevo mai sentito parlare.

Dopo aver letto tutti i libri di lei ho pensato che per correttezza avrei dovuto leggere anche i libri di lui, che per adesso sono solo tre. Ebbene, ho appena finito il primo, More happy than not, e sono ancora incastrata in quei postumi che ti restano addosso dopo aver letto un grande libri.

Non so come tradurre il titolo, forse qualcosa come Più felice che no. La vita del protagonista, Aaron, è molto difficile: viene da una famiglia poverissima e suo padre si è appena suicidato, evento che ha portato lui stesso a tentare il suicidio. Al fianco di Aaron c’è Genevieve, la sua ragazza, ma quando la ragazza si allontana per un campeggio artistico Aaron fa amicizia con Thomas, con il quale instaura un rapporto profondo e complesso e che lo porterà a farsi dolorose domande sul proprio passato.

Un modo per superare questo dolore potrebbe essere ricorrere a Leteo, una procedura molto costosa che cancella la memoria in maniera selettiva, ma si tratta di una scelta altrettanto complessa che potrebbe avere serie ripercussioni su Aaron e le persone che gli stanno intorno.

Non posso veramente dire di più a proposito di questo libro se non che mi ha molto colpita, più di quanto mi aspettassi. Ha una scrittura cruda, buia, molto lontana dal bellissimo libro dell’Albertalli che ho letto la settimana scorsa… ma mi è stato altrettanto caro, vuoi perché affronta lo stesso tema del mio Seareen vuoi perché anche io ho avuto gli stessi problemi del protagonista.

Alla fine non ho potuto fare a meno di pensare che mi piacerebbe comprare anche questo oltre a The upside of unrequited, che mi era piaciuto infinitamente, e farmeli autografare entrambi… ma la strada fino a Ottobre è ancora lunga e non oso pensare a cosa mi riserveranno gli altri due libri di Silvera, dato che a quanto pare l’intero internet giura che la fine di uno dei due sia una cosa da piangersi via gli occhi.

Comunque oggi ero a casa da lavoro e com’era da aspettarselo non ho fatto niente di niente. A momenti mi infilerò in doccia per prepararmi per la cena speciale di stasera –a quanto pare una cena dedicata esclusivamente a noi portieri– alla quale non so ancora come vestirmi.

Stay Tuned.

 

Posh, Gay or European

Ah, queste persone che non capiscono niente.

sospira

Buonasera e bentornati nella mia mente!

non lo so, avevo voglia di una frase di introduzione e non potendo usare la parola camera perché la camera non è mia ho pensato di usare la parola mente. Non suona bene, non credo sia poi così invitante l’idea di entrare nella mia mente…

Oggi per la prima volta sono stata lasciata tutta sola per ben tre ore sul posto di lavoro, tre ore che sono state tranquillissime almeno finché mi sono detta mi allontano tre minuti per andare ad aprire una sala studio per un gruppo di studenti, che vuoi che succeda? e sono tornata giusto in tempo per fermare un gruppo di ben 50 persone che si era infilato nel college senza permesso.

si chiama legge di Murphy

A parte questo è stata una giornata molto buona, ho scritto parecchio e ho ricevuto degli altri feedback davvero positivi. Il mio lavoro continua a piacermi e non posso veramente lamentarmi.

Tranne per una cosa.

Volevo partire dicendo io sono sempre un po’ restia a parlare delle mie cotte ma non sarebbe vero: io amo alla follia parlare delle persone che mi piacciono e dei sentimenti che scatenano in me. Recentemente sono stata un po’ restia solo perché quando mi prendo una cotta per qualcuno all’improvviso mi sembra ridicolo parlarne nei termini folli che mi vengono più spontanei… non so se mi sono spiegata. E’ il trasporto il problema: quando mi piace qualcuno non ho mezze misure.

E c’era questo ragazzo con cui lavoro… che ha un sorriso bellissimo… una faccia espressiva che gli leggi in faccia tutto quello che prova –specie con i turisti, diventa un’attrazione lui stesso– e un modo di fare carino e interessante… lo stesso che mi dice cosa posso portarti o che l’altro giorno ha detto vai in biblioteca per la prima volta? Allora preparati che ti piacerà tanto! Mi è stato detto che è molto più giovane di me e io le brutte esperienze con le persone molto più giovani di me le ho già avute, ma lui ha questa faccia sorridente e devo ammettere che mi era capitato di immaginarmi di fare qualcosa con quel sorriso…

E’ gay.

Naturalmente.

as in me li scelgo molto bene

Nessuna storia imbarazzante a questo proposito, anzi, una piuttosto divertente: a quanto pare un paio di ragazze dello staff giocano a una cosa che si chiama posh, gay or European? cercando di capire, nel caso di un ragazzo con un certo atteggiamento, se sia snob, gay o solo europeo.

non so, io l’ho trovato divertente

Comunque non c’è tempo per piangere sul latte versato: nel pomeriggio ho passato una manciata di ore davvero adorabili con H, sempre lei, la mia collega: prima abbiamo cucinato insieme –io la pasta e lei un’insalata buonissima: com’è possibile che io mi dimentichi sempre che l’insalata non è solo noia e foglie verdi?– poi abbiamo giocato a Sushi Goanche se non abbiamo mai controllato chi ha vinto– e infine ci siamo infilate in MCR, una specie di sala ricreativa per gli studenti che abitano al college dotata di un sacco di comfort.

Sapete quei piaceri inaspettati, quelle cose che succedono e voi non sareste mai stati in grado di immaginarle? Oggi ne ho sperimentata una: in quella sala, con The Greatest Showman proiettato su una parete bianca, con la vita di Oxford che scorreva fuori dalla finestra e il sapore del college addosso –dopo che la cena era stata cucinata con molta fatica in una cucina estremamente random– mi sono gustata ogni minuto del film –piangendo anche in parti che di solito non riguardo mai, come quella dell’incendio che di per sé è tremenda– e sono stata felicissima che alla fine H mi abbia detto che le è piaciuto tanto e che il pomeriggio è stato piacevole.

Vivo nel Limbo

Vivo nel limbo, in questo giorni.

Vivo nel limbo del spendo meno soldi possibile per mangiare: ieri sera prima di uscire a bere con i miei amici non ho mangiato niente, ogni giorno dopo lavoro mi fermo al supermercato a comprare le cose sull’orlo della scadenza perché costano davvero poco o niente e quando posso portarmi a casa qualcosa del college lo faccio senza remore.

Vivo nel limbo del interagisco con i miei coinquilini meno che posso: faccio colazione in fretta la mattina, passo fuori dalla mia stanza meno tempo possibile e cerco di evitare di incrociare gli altri occupanti della casa.

Vivo nel limbo del limitiamo tutte le spese: sto riducendo a brandelli le mia scarpe da ginnastica, ho raccolto dalla strada uno di quei set di ganci che si appendono sulla porta –in perfette condizioni e pulitissimo, va detto– e sto rimandando al mese prossimo tutte le cose che posso aspettare a comprare.

Ma soprattutto vivo nel limbo del cosa succederà tra un mese quando me ne dovrò andare da questa casa?: nonostante la padrona di casa della mia amica F abbia detto, una settimana fa, che non ci sono problemi se prendo la sua stanza quando lei se ne andrà, ha recentemente ritrattato dicendo che deve essere d’accordo anche il suo coinquilino. Io sarei di per sé d’accordissimo, se quel coinquilino nel frattempo non si fosse reso irreperibile gettando tutti nello sconforto, me perché vorrei essere sicura di avere un posto dove andare tra un mese e l’altra padrona di casa perché a quanto pare ha parecchia fretta di mettere quella stanza sul mercato.

Limbo a parte io volevo scrivere questo post in preda ad una specie di delizioso stupore dopo il barbecue di oggi.

Ho amici meravigliosi, quegli amici a cui vuoi bene come a fratelli e che sei felice perché li sai felici. Oggi erano tutte coppie e sulle prime la cosa mi ha un po’ rattristata… poi non ho potuto fare altro che perdermi in quello che mi trasmettevano, la delizia di vedere la prima bambina del nostro gruppo, la tenerezza di uno degli amici più preziosi che ho e del suo ragazzo, la premura del mio migliore amico e della sua ragazza nel chiedermi cosa sto combinando e come mi trovo nel nuovo college.

Normalmente tutte queste cose mi avrebbero depresso, messo in dubbio, messo in crisi: non ho un partner, vivo in un buco e al momento sono a corto di soldi… ma per qualche ragione è stato estremamente difficile cedere a quei pensieri, oggi. Sentivo solo un generico desiderio, come un distratto prendere appunti… sì, è qui che voglio arrivare, oppure sì, questo poniamocelo come obiettivo.

In qualche modo sto arrivando alla consapevolezza che il fatto che io abbia già trent’anni non significa che io sia in ritardo sulla tabella di marcia per qualcosa… significa solo che adesso ho i mezzi per raggiungere quel qualcosa.

 

PS: e come l’anno scorso a Pasqua, sono di nuovo riuscita a scottarmi completamente un braccio pur restando tutto il tempo all’ombra.

Ci siamo trasferiti!

Il mio vicino di stanza è allegramente al telefono da circa tre ore.

E non è un numero a caso.

Io siedo alla mia nuova, minuscola scrivania, circondata dalle mie valigie aperte e non, di fronte ai miei meravigliosi scaffali che finalmente ospitano i miei libri come Universo comanda.

Still. Se questo insiste dopo le undici fa una brutta fine.

Oggi ho traslocato ed è andato tutto bene, la mia amica S mi ha regalato un giro in macchina e con un po’ di pazienza abbiamo portato da un quartiere all’altro tutte le mie sciocchezze. E’ stata dura e sono ancora abbastanza puzzolente per lo sforzo di portare su per le scale ma la verità è che la doccia alle mie spalle mi mette soggezione.

E se riempio la stanza di vapore, così, la prima sera?

La lista di cose che mi servono si allunga di minuto in minuto, cose come piatti e posate –perché l’agenzia non mi ha mica detto che dovevo procurarmi le mie, no– ma anche tappetino per la doccia, un asciugamano per i capelli che non ho mai comprato e una filtrobrocca per la stanza.

E finiamo da Argos ancora una volta…

Non posso tuttavia lamentarmi di niente: il minuto stesso in cui la mia amica ha lasciato la mia stanza mi sono sentita tranquilla, liberata da un peso, finalmente sollevata dal tremendo stress di pianificare questo trasloco.

La prossima fatica è domani e consiste nel decidere se ho abbastanza faccia tosta da andare a Headington e affrontare Mr. Gatto.

Good luck with that.

Joy and Sorrow

Sono già le undici e noi, strafatti di yogurt greco al miele come pochi, sediamo invano alla tastiera cercando di mettere ordine nella nostra vita.

Ieri a quest’ora mi stavo addormentando nel letto della mia amica Y, a Londra, nella febbrile attesa della colazione del giorno dopo.

Ci sono tante cose che vorrei raccontare e ricordare quando, tra qualche anno, mi ritroverò invariabilmente a rileggere queste righe.

Innanzitutto Londra, che ti avvolge in una sensazione unica che amo dalla prima volta che l’ho visitata. Ero di cattivo umore e preoccupata e stanca e tutto…e nello scendere dal bus mi sono ritrovata avvolta in quella sensazione, che mi ha fatto sorridere e stare subito meglio.

Poi la complicità con i miei compagni di squadra, Y e M, le sciocchezze che abbiamo detto, il fascino di M in quanto persona sfaccettata con la quale per messaggio io litigo sempre e per la quale perdo la testa di persona, le schermaglie tra i due che si conoscono da una vita ma tra i quali c’è sempre un non so che di attrito.

Il fatto che, in un modo o nell’altro, io ho sempre la faccia di quella che sa scavare grosse buche*.

Siamo entrati in un superalbergo a 5 stelle plus, sentendoci fuori luogo in una maniera ridicola e sperando che Robin sarebbe comparsa, cosa che contro ogni aspettativa è effettivamente successa. In quel caso te la ritrovi davanti, con la sua incredibile grazia, una sagomina che sembra ritagliata da una bella rivista e messa lì per caso. E’ meravigliosa.

Ci siamo seduti al tavolo di un piccolo caffé, in quattro, la gente attorno ignara di quello che succedeva, noi che a malapena spiccicavamo parola e vergognosissimi speravamo non si accorgesse di quanto stessimo in realtà squittendo. Abbiamo parlato di ogni cosa possibile, dalla scrittura alla politica ai suoi libri ai suoi progetti futuri, deliziandoci di quanto fosse amichevole.

non che non lo sapessimo dato che l’abbiamo incontrata parecchie volte ma ogni volta è una delizia anche maggiore

Il viaggio in sé è stato meno tremendo di quanto mi aspettassi, ho dormicchiato allegramente al ritorno e non sono arrivata morta alla seconda parte della giornata, ovvero l’incontro a Oxford. In quel caso ero imbarazzatissima, molto più che faccia a faccia con lei, ma mi sono gustata per bene il suo intervento e le belle domande a cui ha risposto.

*questa frase risale al Viaggio al Sud, una vacanza che facemmo con il forum di Robin Hobb in Sicilia durante la quale per le mie amiche ogni scusa era buona per mandarmi a fare cose che loro non avevano il coraggio di fare, come chiedere indicazioni, ordinare e andare in avanscoperta.

Ci sarebbero tante cose da dire ma il sonno sta quasi avendo la meglio, dopo una giornata di dieci ore nella quale ho a malapena avuto il tempo di mangiare un’enchiladas, tra l’altro fatta da Ben.

Oggi c’erano quattro camerieri mandati dall’agenzia.

Uno più inutile dell’altro.

La più inutile era una ragazza che ha passato la giornata a lucidare posate perché non sapeva fare altro. Non so da dove venisse e so benissimo che le mie parole sono acide e di parte ma le ho dato un incarico, uno, e ha passato più tempo a guardarsi le sopracciglia allo specchio che a svolgerlo davvero.

E le ho chiesto di preparare un thermos di tè, non rocket science.

In più, perdonatemi, era vestita in maniera assurda: leggins –quando una delle prime cose che ti dicono è pantaloni formali- e scarpe aperte, una camicia stropicciatissima, smalto rosso e un sacco di orecchini.

MA sono una persona onesta, quindi posso sedermi, sorseggiare un tè e chiedermi ti da’ fastidio per queste ragioni

…o perché appena Ben se n’è andato Eamon le ha detto Lo chef che è appena andato via ha detto che sei bellissima e non ti toglieva gli occhi di dosso un minuto?

Perché io faccio il mio lavoro con convinzione, sorrido ai clienti –come fai ad avere ancora energia per sorridere?– e sono cortese con tutti…ma non sarò mai la ragazza alla quale qualcuno non riesce a togliere gli occhi di dosso.

Le cose che QSN

QSN, oggi, mi ha chiesto se lavoravo.

Dopo una giornata di lavoro, alle tre del pomeriggio, mi ha chiesto cosa facevo oggi e se mi andava di fare una passeggiata con lui.

QSN ha attraversato Oxford per venire nel mio quartiere e camminare qualcosa come un’ora e mezza a caso con me, ficcando il naso nei negozietti, sbirciando i charity, chiacchierando del più e del meno e tenendomi amorevolmente per mano, non solo stringendomela ma anche accarezzandomela con il pollice libero.

Io ho aperto, stamattina, alle sei del mattino. Mi sono svegliata alle cinque e sono stata in giro dodici ore e passa prima di tornare a casa, ho pranzato con Uno –un nome appropriatissimo non solo perché non ho mai incontrato un ragazzo come lui ma anche perché il suo nome è un raffinatissimo- -ma neanche tanto- -gioco di parole– e poi, nel tornare a casa, ho ricevuto quel messaggio.

QSN, per chi si fosse perso le ultime puntate, è quello che mi ha portato, come dessert dopo la cena che gli ho cucinato, un barattolo di yogurt alle mandorle perché io il latte non lo posso bere. Yogurt, ciliege, mirtilli e pezzetti di cioccolato fondente. Ci abbiamo fatto colazione la mattina dopo, ma tant’è.

QSN, sempre per chi si fosse messo in ascolto solo adesso, è quello che ha smesso di coccolarmi solo per dormire. Letteralmente. La prima cosa che ha fatto dopo aver aperto gli occhi è stata sorridere e accarezzarmi la faccia.

QSN, per finire, è quello che mi ha chiesto perché non dovrebbe baciarmi le caviglie.

Perché non mi piacciono le mie gambe.

Perché?

Perché odio il mio corpo, QSN.

E perché?

Se ci pensi ci arrivi, QSN.

QSN è quello che mi ha baciata molto dolcemente e ha detto Tu sei bellissima, sei solo troppo dura con te stessa.

Caso chiuso, signori. Chiudete internet e andiamo tutti a casa.