Ci siamo trasferiti!

Il mio vicino di stanza è allegramente al telefono da circa tre ore.

E non è un numero a caso.

Io siedo alla mia nuova, minuscola scrivania, circondata dalle mie valigie aperte e non, di fronte ai miei meravigliosi scaffali che finalmente ospitano i miei libri come Universo comanda.

Still. Se questo insiste dopo le undici fa una brutta fine.

Oggi ho traslocato ed è andato tutto bene, la mia amica S mi ha regalato un giro in macchina e con un po’ di pazienza abbiamo portato da un quartiere all’altro tutte le mie sciocchezze. E’ stata dura e sono ancora abbastanza puzzolente per lo sforzo di portare su per le scale ma la verità è che la doccia alle mie spalle mi mette soggezione.

E se riempio la stanza di vapore, così, la prima sera?

La lista di cose che mi servono si allunga di minuto in minuto, cose come piatti e posate –perché l’agenzia non mi ha mica detto che dovevo procurarmi le mie, no– ma anche tappetino per la doccia, un asciugamano per i capelli che non ho mai comprato e una filtrobrocca per la stanza.

E finiamo da Argos ancora una volta…

Non posso tuttavia lamentarmi di niente: il minuto stesso in cui la mia amica ha lasciato la mia stanza mi sono sentita tranquilla, liberata da un peso, finalmente sollevata dal tremendo stress di pianificare questo trasloco.

La prossima fatica è domani e consiste nel decidere se ho abbastanza faccia tosta da andare a Headington e affrontare Mr. Gatto.

Good luck with that.

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Joy and Sorrow

Sono già le undici e noi, strafatti di yogurt greco al miele come pochi, sediamo invano alla tastiera cercando di mettere ordine nella nostra vita.

Ieri a quest’ora mi stavo addormentando nel letto della mia amica Y, a Londra, nella febbrile attesa della colazione del giorno dopo.

Ci sono tante cose che vorrei raccontare e ricordare quando, tra qualche anno, mi ritroverò invariabilmente a rileggere queste righe.

Innanzitutto Londra, che ti avvolge in una sensazione unica che amo dalla prima volta che l’ho visitata. Ero di cattivo umore e preoccupata e stanca e tutto…e nello scendere dal bus mi sono ritrovata avvolta in quella sensazione, che mi ha fatto sorridere e stare subito meglio.

Poi la complicità con i miei compagni di squadra, Y e M, le sciocchezze che abbiamo detto, il fascino di M in quanto persona sfaccettata con la quale per messaggio io litigo sempre e per la quale perdo la testa di persona, le schermaglie tra i due che si conoscono da una vita ma tra i quali c’è sempre un non so che di attrito.

Il fatto che, in un modo o nell’altro, io ho sempre la faccia di quella che sa scavare grosse buche*.

Siamo entrati in un superalbergo a 5 stelle plus, sentendoci fuori luogo in una maniera ridicola e sperando che Robin sarebbe comparsa, cosa che contro ogni aspettativa è effettivamente successa. In quel caso te la ritrovi davanti, con la sua incredibile grazia, una sagomina che sembra ritagliata da una bella rivista e messa lì per caso. E’ meravigliosa.

Ci siamo seduti al tavolo di un piccolo caffé, in quattro, la gente attorno ignara di quello che succedeva, noi che a malapena spiccicavamo parola e vergognosissimi speravamo non si accorgesse di quanto stessimo in realtà squittendo. Abbiamo parlato di ogni cosa possibile, dalla scrittura alla politica ai suoi libri ai suoi progetti futuri, deliziandoci di quanto fosse amichevole.

non che non lo sapessimo dato che l’abbiamo incontrata parecchie volte ma ogni volta è una delizia anche maggiore

Il viaggio in sé è stato meno tremendo di quanto mi aspettassi, ho dormicchiato allegramente al ritorno e non sono arrivata morta alla seconda parte della giornata, ovvero l’incontro a Oxford. In quel caso ero imbarazzatissima, molto più che faccia a faccia con lei, ma mi sono gustata per bene il suo intervento e le belle domande a cui ha risposto.

*questa frase risale al Viaggio al Sud, una vacanza che facemmo con il forum di Robin Hobb in Sicilia durante la quale per le mie amiche ogni scusa era buona per mandarmi a fare cose che loro non avevano il coraggio di fare, come chiedere indicazioni, ordinare e andare in avanscoperta.

Ci sarebbero tante cose da dire ma il sonno sta quasi avendo la meglio, dopo una giornata di dieci ore nella quale ho a malapena avuto il tempo di mangiare un’enchiladas, tra l’altro fatta da Ben.

Oggi c’erano quattro camerieri mandati dall’agenzia.

Uno più inutile dell’altro.

La più inutile era una ragazza che ha passato la giornata a lucidare posate perché non sapeva fare altro. Non so da dove venisse e so benissimo che le mie parole sono acide e di parte ma le ho dato un incarico, uno, e ha passato più tempo a guardarsi le sopracciglia allo specchio che a svolgerlo davvero.

E le ho chiesto di preparare un thermos di tè, non rocket science.

In più, perdonatemi, era vestita in maniera assurda: leggins –quando una delle prime cose che ti dicono è pantaloni formali- e scarpe aperte, una camicia stropicciatissima, smalto rosso e un sacco di orecchini.

MA sono una persona onesta, quindi posso sedermi, sorseggiare un tè e chiedermi ti da’ fastidio per queste ragioni

…o perché appena Ben se n’è andato Eamon le ha detto Lo chef che è appena andato via ha detto che sei bellissima e non ti toglieva gli occhi di dosso un minuto?

Perché io faccio il mio lavoro con convinzione, sorrido ai clienti –come fai ad avere ancora energia per sorridere?– e sono cortese con tutti…ma non sarò mai la ragazza alla quale qualcuno non riesce a togliere gli occhi di dosso.

Le cose che QSN

QSN, oggi, mi ha chiesto se lavoravo.

Dopo una giornata di lavoro, alle tre del pomeriggio, mi ha chiesto cosa facevo oggi e se mi andava di fare una passeggiata con lui.

QSN ha attraversato Oxford per venire nel mio quartiere e camminare qualcosa come un’ora e mezza a caso con me, ficcando il naso nei negozietti, sbirciando i charity, chiacchierando del più e del meno e tenendomi amorevolmente per mano, non solo stringendomela ma anche accarezzandomela con il pollice libero.

Io ho aperto, stamattina, alle sei del mattino. Mi sono svegliata alle cinque e sono stata in giro dodici ore e passa prima di tornare a casa, ho pranzato con Uno –un nome appropriatissimo non solo perché non ho mai incontrato un ragazzo come lui ma anche perché il suo nome è un raffinatissimo- -ma neanche tanto- -gioco di parole– e poi, nel tornare a casa, ho ricevuto quel messaggio.

QSN, per chi si fosse perso le ultime puntate, è quello che mi ha portato, come dessert dopo la cena che gli ho cucinato, un barattolo di yogurt alle mandorle perché io il latte non lo posso bere. Yogurt, ciliege, mirtilli e pezzetti di cioccolato fondente. Ci abbiamo fatto colazione la mattina dopo, ma tant’è.

QSN, sempre per chi si fosse messo in ascolto solo adesso, è quello che ha smesso di coccolarmi solo per dormire. Letteralmente. La prima cosa che ha fatto dopo aver aperto gli occhi è stata sorridere e accarezzarmi la faccia.

QSN, per finire, è quello che mi ha chiesto perché non dovrebbe baciarmi le caviglie.

Perché non mi piacciono le mie gambe.

Perché?

Perché odio il mio corpo, QSN.

E perché?

Se ci pensi ci arrivi, QSN.

QSN è quello che mi ha baciata molto dolcemente e ha detto Tu sei bellissima, sei solo troppo dura con te stessa.

Caso chiuso, signori. Chiudete internet e andiamo tutti a casa.

Più saggia

Qualche volta ti aggiri senza speranza, ti lamenti con le persone solo per sentire il fardello un po’ più leggero, solo per un attimo, o cerchi disperatamente, nelle parole degli amici, quel pensiero, quell’idea che può aiutarti a sbloccare il tuo problema.

Ebbene.

E’ tanto che non ringrazio l’Universo, e se non fosse l’essere benevolo che è credo che mi avrebbe già messo il muso. Invece ha appena fatto un cenno con la testa, you’re welcome, grazie per esserti ricordata che esisto, e sorride.

Un giorno io credo che lo incontrerò.

Ma intanto.

Grazie Universo, per la mia amica Eu.

Abbiamo passato un anno di scuola insieme ed è bastato perché mi rendessi conto che è la persona più dolce e morbida di questo mondo, morbida nello stesso modo in cui è morbido il tuo maglione preferito quando hai freddo, dolce come il tuo budino preferito quando sei un po’ giù, una speciale persona speciale alla quale voglio un mondo di bene e che sono felice, anzi, felicissima quasi ogni giorno della mia vita di saperla alle prese con una vita brillante e dolce. Amo il modo in cui riesci a mettermi una corona di fiori sulla testa e dirmi relax, e farlo entrare veramente nel mio cuore.

Grazie Universo, per la mia amica Fe’.

Che ho visto di persona solo un paio di volte, che per mesi non ha avuto tempo per me, per la quale ho avuto una cotta, che mi ha fatto conoscere Dottor Who, che a volte non mi ricordo di fare le cose che mi dice, che ha sempre la foto profilo più bella del mondo, che è perfino venuta a trovarmi, che ha avuto il coraggio oggi di scrivermi un papiro che si aspettava mi facesse arrabbiare mentre è uno dei regali più grandi ricevuti in 28 anni, che devo dividere sempre con lo studio ma che mi ha accompagnata in questa avventura in Inghilterra molto più di tante amicizie che si sono sviluppate dal vivo.

Grazie Universo, per la mia amica A.

Dove io sono acqua lei è terra, dove io sono nuvole lei è montagna, dove io sono un uccellino lei è un cavallo con tutti i piedi puntati bene sulla neve. E viene a prendermi quando sto affogando, e mi porge i gatti nella webcam, e ride ed è il mio adulto preferito recentemente e sa. E dice le cose, e cammina così posso imparare anche io a camminare, e fa osservazioni e anche se non è come me va bene così. E’ il bello della cosa. E A, mi piace come sta venendo su questa cosa, mi piace tanto. Perché chi vola ogni tanto cade, ma chi cammina va lontano. E oggi andava fatto anche questo.

Così grazie Universo, per le parole di queste tre persone, che alla fine della giornata mi hanno resa una persona un po’ più saggia e un po’ più vicina a tornare di nuovo LightBringer.

Il Presente

Il presente è fatto di bagel caldi dentro e croccanti fuori, con l’houmus e una banana per dessert.

Il presente è fatto di persone che non compaiono, piani che si sbriciolano, librerie che ti chiudono sotto il naso.

Il presente è fatto di idee geniali divise sopra un brownie, infilate tra i pettegolezzi, sorseggiate con acqua coccolata dal sole.

Il presente è fatto di noia e decisioni prese a caso, domande precise, chiacchiere, biciclette.

 

Oxford è fatta di acqua, barchette, paperelle che ti seguono, lame di sole che spaccano il cielo al tramonto, un dolce cullarsi di onde che un attimo ti spaventano e l’attimo dopo ti sciolgono il cuore, persone che ti porgono la mano per salire sulle barchette, chiacchiere risate e confidenze.

Una Sola

Alla fine della giornata, quando ci sono troppe cose per cui ringraziare e la stanchezza è tanta, cerchi una cosa che riassuma tutto.

Tutte le lotte, le coccole, gli agguati e le ninnenanne con un gattino arancione di quattro mesi.

Tutti i deliziosi bocconi di un panino supermorbidissimo.

Tutte le risate della nonna mentre le leggevo Don Camillo –perché quello sciagurato di mio padre non le ha mai restituito il dvd con i film

Tutta la nostalgia e l’amore per casa che sto sperimentando in questo momento.

Tutto lo stupore per posti meravigliosi nei quali rifuggire il caldo che sembrano usciti da una fiaba.

Ma poi

dopo cena

finisci in una gelateria che fa cose

tipo gelato al pino mugo

o nocciola integrale

o noce con latte d’avena anziché latte normale

o altre cose così

e decidi che se acconsentono a fare palline plurigusto è bene approfittarne

e finisci con una pallina a quattro spicchi

pistacchio

cioccolato bianco con fave di vaniglia

nocciola integrale

noce con latte d’avena

e sai che ti mancherà

tanto

ma sei felice lo stesso.

Pistacchio. Ancora please.

Ricompense

Ho la faccia piena di polvere, schizzi di latte, fumo di caffè e una gocciolina di mocha che credo i clienti abbiano scambiato per un neo tutta la mattina.

In soggiorno, sul tavolino, c’è finalmente un mazzo di tulipani –per i quali non mi vergogno di aver speso 4 sterline, per quanto Andy abbia storto il naso– io ho la pancia piena di quiche alla cipolla e formaggio –miao, quanto tempo!– e nella borsa portata a casa oggi ci sono una nuova cestina di vimini con coperchio, una collana con pendenti a forma di cuore e una bilancia da cucina.

la bilancia appartiene apparteneva all’Altro Naufrago, che a giorni va a vivere per conto suo in Canada, che finalmente ha ricevuto la mia lettera e che a quanto pare legge ancora quello che resta del blog. Ci facciamo tante tantissime infinite domande

Ho lavorato cinque ore, oggi, combinando meno disastri del previsto e prendendomi addirittura complimenti dalla principale responsabile del mio approdo a Starbucks

dovuto flashback: il giorno che ho portato il curriculum a Starbucks ci sono finita per caso, solo perché mi è caduto l’occhio sul cartello e solo perché all’interno ho trovato lei che mi ha detto che ci si trovava molto bene. Niente, mi è piaciuta e sono rimasta, ma questo lei non lo sa. Il tutto si traduce nel fatto che quando sono intorno a lei mi sento una cretina

Mi piace quando l’Universo mi manda dei feedback.

Oggi ho starnutito, mentre servivo una cliente. Sono stata attentissima a non fare danni di nessun genere ma mi è scappato un maledizione, perché non è proprio bellissimo quando ti succede, anche se ero alla cassa. Subito la ragazza con cui ho legato di più si è girata e ha chiesto come si dicesse bless you in italiano, perché sa qualche parola e voleva imparare. Io sono diventata tutta rossa e ho mormorato che non imparasse la parola perché era una specie di swear word. A quel punto tutti i baristi presenti si sono girati a guardarmi ridendo.

Credevo che ti stessi dicendo bless you a te stessa!
No, bless you si dice salute, imparate questa e basta…

La cliente ha riso e ha masticato un arrivederci, io mi sono imbarazzata mortalmente perché tutti mi stavano guardando –era un team interessante, una combinazione di gente molto in gamba con cui non lavoro molto spesso e della quale vorrei assolutamente avere la stima, quindi potete immaginare la situazione– sono scoppiata a ridere nervosamente per le parole che la mia amica stava dicendo, in italiano e con un accento assolutamente adorabile e sono scappata a risciacquare i bricchetti del latte, che è un lavoro che come potete capire non finisce mai.

Ad un certo punto Andy mi chiama, io mi volto e mi ritrovo tutto il team che mi guarda.

Quella cliente ha appena detto che sei una ragazza molto in gamba e una buona aggiunta al team.

sprofondo

La cosa migliore però è successa dopo, nel pomeriggio, quando finalmente, dopo aver comprato i tulipani, dovevo tornare dalla parte della strada dove c’è Starbucks. A Summertown la viabilità è un po’ stramba, la strada è in due sensi ma poi c’è una corsia più ristretta, non so se per i parcheggi o cosa, sul lato ovest della strada. Ora, oggi, mentre aspettavo di attraversare, ho notato una signora anziana e un po’ curva con un bel cappotto rosso che aspettava anche lei di attraversare.

un minuto di silenzio per la sintassi, calpestata malamente da questa frase orribilmente gergale

In genere quando devo attraversare io corro, quindi chissenefrega se c’è tempo abbastanza per prendersela comoda o meno.

Quella signora correre non poteva.

Ho guardato a destra e a sinistra e a destra e a sinistra finché la combinazione dei due flussi di macchine non è stato propenso per passare senza affrettarsi. Ho iniziato a camminare piano piano, guardando con la coda dell’occhio la signora che era comprensibilmente più lenta di me, e a pochi passi dal marciapiede opposto, quando una macchina si stava ormai avvicinando, sono rimasta in mezzo alla strada mentre attraversava, con l’inutile istinto di soffiare contro l’autista. Quando poi la signora è approdata sul marciapiede ho fatto per tirar dritto e scappare al negozio per recuperare il mio trench, quando la signora mi ha apostrofata.

Stavi cercando di aspettarmi?

La scelta lessicale è stata così azzeccata che devo essere diventata tutta rossa. Le quattro righe che ho descritto con tanta cura si sono svolte in una manciata di secondi, nella realtà, niente più dell’istinto distratto di rimanere tra un pericolo e qualcuno di più debole di me. Era tuttavia un tentativo un po’ goffo, dato che il modo in cui ho rallentato per permetterle di arrivare dall’altra parte era piuttosto impacciato.

Cercavo di aspettarla.

Ho balbettato qualcosa tipo kind of, e la signora mi ha sorriso e mi ha detto let me tell you something, young lady, I wish you well.

E niente, sto indossando quell’I wish you well come un’armatura da allora.