Un Altro Giorno Ancora

Amo vivere pericolosamente.

Per questo stasera, invece che andare subito a lavarmi i denti e andare a nanna che domani la sveglia è prestissimo, mi siederò e scriverò una recensione –ahahahahahaha– alla prima metà del libro di Bianca Marconero, Un altro giorno ancora, per tre ragioni:

  1. stasera ho scritto un capitolo bellissimo e ci ho messo un’ora esatta, senza sforzi, solo con la musica attorno e la forza di volontà
  2. oggi è successa una cosa bellissima che non posso dire e che mi ha resa felicissima e niente, davvero, faccio luce nel buio
  3. l’ho promesso a Bianca e quindi lo devo fare. Poi tra l’altro se lo merita proprio.

Stamattina mi hanno messa in punizione nel gabbiotto del bigliettaio perché non c’erano studenti che potevano occuparsene. Significa restare tutto il giorno da sola, ad accogliere i visitatori, dare loro la mappina, mormorare ininterrottamente please DO NOT walk on the grass, follow the black arrows to visit the chapel, the dining hall and the gardens, there’s a toilet here and the way in is the way out.

La so a memoria in inglese e non saprei dirla in Italiano neanche se ne andasse della mia vita.

Ma!

Ma ieri ero capitata sulla bacheca di Bianca Marconero e avevo visto che due dei suoi libri erano in offertissima, così ero stata sul Kobostore e li avevo comprati ed erano nel mio ereader!

Bianca Marconero, per chi si fosse messo all’ascolto solo adesso

Ci sono tante cose da dire.

C’è da dire che i personaggi di Bianca sono tutti molto veementi nella loro rabbia, nella loro lotta. Non lo so, l’energia di Elisa –protagonista del libro, quinta dopo quattro fratelli e vissuta da sempre tra gli zoccoli dei cavalli– mi ha ricordato tanto Helena, quasi fino al punto di riprendere in mano Albion.

C’è da dire che devo aver fatto di quelle facce mentre leggevo.

C’è da dire che quando inizi non puoi fermarti e Bianca ha quella capacità di farti entrare nella storia, di farti innamorare dei personaggi… leggevo di Dante e mi commuovevo tutta, e nel veder comparire Vittorio ho avuto un coccolone, persone mai viste eppure sono lì, e quando Andrea dice qualcosa io non capisco più niente.

C’è da dire che eccoli di nuovo lì, cretino 1 e cretina 2, i Marco e Marianna della situazione, i principi del mioddioquantosietestupidituttiedue. I campioni del fiato sospeso, del momento sbagliato e del fraintendimento.

ho messo da parte il libro all’ennesimo uan tichet? proprio nel momento tremendo in cui uno dei due arriva proprio in tempo per beccare l’altro che si fa baciare da una terza persona. Non si fa così

C’è da dire che ohmmioddio non pensavo di poter amare un personaggio fittizio che non è nemmeno una persona. Omnia Sparkle. E mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro, quanto di questo c’era prima e quanto è acquisito. Tanto di cappello per tutta questa documentazione. E che bello sentirti parlare, come sempre.

C’è da dire che stamattina faceva un freddo boia nel gabbiotto del bigliettaio, e si vedeva il fiato… e invece io ero sul bordo della piscina con due personaggi, in una situazione che si faceva sempre più bollente, e io non avevo freddo.

Troppi ringraziamenti, Bianca: grazie per aver nominato Oxford nel tuo libro mentre leggevo il tuo libro a Oxford –sfizi che ti devi togliere– grazie per avermi dato un libro che mi ha riportato alla lettura dopo settimane di silenzioso malessere, grazie per scrivere sempre cose che ti fanno venire un nervoso tremendo ma che ti regalano anche un miele così purissimo che quando vedo il tuo nome compro il libro senza leggere la trama, grazie perché sei stata sempre così gentile con me, grazie perché Un altro giorno ancora era proprio un bel posto dove stare, oggi.

PS: prometto, alla fine del libro, una recensione più umana.

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Potrei

Potremmo dire tante cose.

Potremmo dire che ho messo giù male un piede nella casa nuova e che ora non sono più sicura che tutte le dita del mio piede destro siano ancora attaccate bene.

Potremmo dire che finalmente quasi tutte le mie cose sono nella mia stanza nuova, quella bella, quella che ha una vista spettacolare, quella che ha un letto decente, un armadio decente, una cassettiera decente e una scrivania molto deludente.

Potremmo dire che è stata una giornata traumatica come può esserlo solo un trasloco per la gente del mio segno zodiacale, che una volta arrivata mi sono detta come ti è venuta in mente quest’idea e che quando mi sono resa conto che per andare a farmi una doccia devo fare due rampe di scale mi è venuta un po’ la nausea.

Potremmo dire che avere finalmente un letto mi sta rendendo una persona felice, che ho appeso un bellissimo quadro che dice splendi raggiante oggi, qualcosa di buono sta per succedere, che scendere a orario cena per ficcanasare e ricevere inaspettatamente dell’agnello e delle verdurine saporite mi ha salvato la serata.

Ma.

Sceglierò di parlare di ieri, di fissare su questa pagina un momento di felicità, di colpevolissima delizia, di gioia molto esitante.

Ieri mattina dovevamo dare a H il suo regalo di addio. E’ stata una settimana impegnativa anche per questo, decidere cosa regalarle, raccogliere i soldi, girare furtivamente per il college facendo firmare a tutti il biglietto… mi sono sbattuta tantissimo perché voglio molto bene ad H e volevo che fosse tutto perfetto ma non è stato facile.

Il mio turno iniziava alle 13.30 ma per evitare di perdermi l’azione ho deciso di entrare un po’ prima, prendermi un panino e sedermi in un angolo da sola, in attesa che lei si facesse viva. Ero pronta a solitudine e discrezione ma inaspettatamente A, il bigliettaio, mi ha vista tutta sola ed è venuto a sedersi accanto a me.

Doverosa precisazione: A è uno studente del college che ha probabilmente attorno ai 20 anni, ha un sorriso che illumina qualunque brughiera e parla fluentemente inglese, tedesco e spagnolo. Legge tantissimo e sa tantissime cose, fa il bigliettaio ma è capace di far nascere una coda lunga tutto l’isolato solo per spiegare ad un turista un dettaglio del college e per finire…

…è gay, ma questo lo sapevamo già perché ne abbiamo già parlato.

Ora.

Scoraggiata dal discorso maturo e responsabile della mia amica H ho deciso di far finta che non mi si sciolga il cuore ogni volta che lui sorride, anzi, ho deciso di far finta che lui non esista neanche, perché è uno studente, noi siamo i loro guardiani e bla bla bla, piuttosto provaci con AN e AL.

Ieri questo non è stato possibile perché lui era lì a chiacchierare e sorridere e chiedermi dove abito e cosa faccio e se mi piace il panino e a lamentarsi dei turisti e a ridere per minchiate nostre. E va via martedì, per almeno un anno e mezzo, e ieri mentre tutti ridevano e festeggiavano H lui ha detto è merito di M se la cosa è andata a buon fine, si è data tanto da fare per il regalo e il biglietto, e io volevo tuffare il naso nella mia fetta di torta e sparire. E poi è venuto dentro in portineria tutto spettinato ed era bellissimo e poi ha detto ma almeno lunedì tu ci sei vero?

E niente.

Le persone normali a questo punto lasciano perdere ma io non sono una persona normale e vorrei disperatamente dirgli qualcosa per combattere la cretinata che ha detto ieri, che deve smettere di mangiare torta adesso che gli americani sono andati via. Volevo dirgli che anche solo per la sua personalità lui sarebbe una persona che vorrei intorno per sempre, per tacere del suo sorriso.

Mi servirebbero solo le parole per farlo delicatamente, così delicatamente da non donargli altro che tenerezza.

Di libri memoria e sogni

Qualche ora fa una ragazza è venuta a vedere la stanza, è salita sulla scala fin sotto il tetto, ha deciso che le piace e si è accordata per trasferircisi tra una decina di giorni.

Un’altra questione risolta ma non posso nascondere che, nonostante la casa dove mi trasferirò sia infinitamente meglio di quella in cui vivo adesso, mi mancherà questa camera. Forse non mi mancheranno gli orribili mobili, o l’orribile temperatura, o questa sedia scomodissima e la finestra che divento sempre scema a chiudere, ma il mio letto nella tana in cima alla scala sì.

Un po’.

Stanotte ho sognato lei.

Nell’Universo ideale in cui non abito le è successo qualcosa, un’ephiphany, una rivelazione celestiale, e stasera in un impeto di nostalgia tornerà a leggere il mio blog –una volta lo faceva, diceva che quasi faceva male per quanto di mio c’era dentro– e leggere che stanotte l’ho sognata la farà intenerire di brutto.

Io non avevo nessuna ragione di sognarla: ho passato la serata di ieri pensando a come la mia vita sia low key felice, con un lavoro che mi piace, persone con cui vado d’accordo, una bella casa e tutto sommato delle ottime prospettive. Eppure è successo e sospetto fortemente che sia per qualcosa che lei ha provato o fatto. Anche perché si trattava di un sogno felice, in cui io avevo una casettina in cima ad una scogliera e lei piantava una scena per dire che non era convinta eccetera… facevamo entrambe parte di un gruppo di personaggi con poteri speciali e ognuno di loro traeva potere da un elemento diverso. Lei continuava ad essere scettica finché qualcuno non le faceva notare che l’elemento dal quale io traevo potere era lei. A quel punto vivevamo per sempre felici e contente.

Tuttavia non è questo il motivo per cui mi sono seduta al pc a questo orario un po’ random.

Qualche tempo fa ho parlato di un evento che coinvolgeva Becky Albertazzi, un incontro a Londra per la presentazione di un libro scritto a quattro mani da lei e da un certo Adam Silvera, autore del quale non avevo mai sentito parlare.

Dopo aver letto tutti i libri di lei ho pensato che per correttezza avrei dovuto leggere anche i libri di lui, che per adesso sono solo tre. Ebbene, ho appena finito il primo, More happy than not, e sono ancora incastrata in quei postumi che ti restano addosso dopo aver letto un grande libri.

Non so come tradurre il titolo, forse qualcosa come Più felice che no. La vita del protagonista, Aaron, è molto difficile: viene da una famiglia poverissima e suo padre si è appena suicidato, evento che ha portato lui stesso a tentare il suicidio. Al fianco di Aaron c’è Genevieve, la sua ragazza, ma quando la ragazza si allontana per un campeggio artistico Aaron fa amicizia con Thomas, con il quale instaura un rapporto profondo e complesso e che lo porterà a farsi dolorose domande sul proprio passato.

Un modo per superare questo dolore potrebbe essere ricorrere a Leteo, una procedura molto costosa che cancella la memoria in maniera selettiva, ma si tratta di una scelta altrettanto complessa che potrebbe avere serie ripercussioni su Aaron e le persone che gli stanno intorno.

Non posso veramente dire di più a proposito di questo libro se non che mi ha molto colpita, più di quanto mi aspettassi. Ha una scrittura cruda, buia, molto lontana dal bellissimo libro dell’Albertalli che ho letto la settimana scorsa… ma mi è stato altrettanto caro, vuoi perché affronta lo stesso tema del mio Seareen vuoi perché anche io ho avuto gli stessi problemi del protagonista.

Alla fine non ho potuto fare a meno di pensare che mi piacerebbe comprare anche questo oltre a The upside of unrequited, che mi era piaciuto infinitamente, e farmeli autografare entrambi… ma la strada fino a Ottobre è ancora lunga e non oso pensare a cosa mi riserveranno gli altri due libri di Silvera, dato che a quanto pare l’intero internet giura che la fine di uno dei due sia una cosa da piangersi via gli occhi.

Comunque oggi ero a casa da lavoro e com’era da aspettarselo non ho fatto niente di niente. A momenti mi infilerò in doccia per prepararmi per la cena speciale di stasera –a quanto pare una cena dedicata esclusivamente a noi portieri– alla quale non so ancora come vestirmi.

Stay Tuned.

 

Posh, Gay or European

Ah, queste persone che non capiscono niente.

sospira

Buonasera e bentornati nella mia mente!

non lo so, avevo voglia di una frase di introduzione e non potendo usare la parola camera perché la camera non è mia ho pensato di usare la parola mente. Non suona bene, non credo sia poi così invitante l’idea di entrare nella mia mente…

Oggi per la prima volta sono stata lasciata tutta sola per ben tre ore sul posto di lavoro, tre ore che sono state tranquillissime almeno finché mi sono detta mi allontano tre minuti per andare ad aprire una sala studio per un gruppo di studenti, che vuoi che succeda? e sono tornata giusto in tempo per fermare un gruppo di ben 50 persone che si era infilato nel college senza permesso.

si chiama legge di Murphy

A parte questo è stata una giornata molto buona, ho scritto parecchio e ho ricevuto degli altri feedback davvero positivi. Il mio lavoro continua a piacermi e non posso veramente lamentarmi.

Tranne per una cosa.

Volevo partire dicendo io sono sempre un po’ restia a parlare delle mie cotte ma non sarebbe vero: io amo alla follia parlare delle persone che mi piacciono e dei sentimenti che scatenano in me. Recentemente sono stata un po’ restia solo perché quando mi prendo una cotta per qualcuno all’improvviso mi sembra ridicolo parlarne nei termini folli che mi vengono più spontanei… non so se mi sono spiegata. E’ il trasporto il problema: quando mi piace qualcuno non ho mezze misure.

E c’era questo ragazzo con cui lavoro… che ha un sorriso bellissimo… una faccia espressiva che gli leggi in faccia tutto quello che prova –specie con i turisti, diventa un’attrazione lui stesso– e un modo di fare carino e interessante… lo stesso che mi dice cosa posso portarti o che l’altro giorno ha detto vai in biblioteca per la prima volta? Allora preparati che ti piacerà tanto! Mi è stato detto che è molto più giovane di me e io le brutte esperienze con le persone molto più giovani di me le ho già avute, ma lui ha questa faccia sorridente e devo ammettere che mi era capitato di immaginarmi di fare qualcosa con quel sorriso…

E’ gay.

Naturalmente.

as in me li scelgo molto bene

Nessuna storia imbarazzante a questo proposito, anzi, una piuttosto divertente: a quanto pare un paio di ragazze dello staff giocano a una cosa che si chiama posh, gay or European? cercando di capire, nel caso di un ragazzo con un certo atteggiamento, se sia snob, gay o solo europeo.

non so, io l’ho trovato divertente

Comunque non c’è tempo per piangere sul latte versato: nel pomeriggio ho passato una manciata di ore davvero adorabili con H, sempre lei, la mia collega: prima abbiamo cucinato insieme –io la pasta e lei un’insalata buonissima: com’è possibile che io mi dimentichi sempre che l’insalata non è solo noia e foglie verdi?– poi abbiamo giocato a Sushi Goanche se non abbiamo mai controllato chi ha vinto– e infine ci siamo infilate in MCR, una specie di sala ricreativa per gli studenti che abitano al college dotata di un sacco di comfort.

Sapete quei piaceri inaspettati, quelle cose che succedono e voi non sareste mai stati in grado di immaginarle? Oggi ne ho sperimentata una: in quella sala, con The Greatest Showman proiettato su una parete bianca, con la vita di Oxford che scorreva fuori dalla finestra e il sapore del college addosso –dopo che la cena era stata cucinata con molta fatica in una cucina estremamente random– mi sono gustata ogni minuto del film –piangendo anche in parti che di solito non riguardo mai, come quella dell’incendio che di per sé è tremenda– e sono stata felicissima che alla fine H mi abbia detto che le è piaciuto tanto e che il pomeriggio è stato piacevole.

Vivo nel Limbo

Vivo nel limbo, in questo giorni.

Vivo nel limbo del spendo meno soldi possibile per mangiare: ieri sera prima di uscire a bere con i miei amici non ho mangiato niente, ogni giorno dopo lavoro mi fermo al supermercato a comprare le cose sull’orlo della scadenza perché costano davvero poco o niente e quando posso portarmi a casa qualcosa del college lo faccio senza remore.

Vivo nel limbo del interagisco con i miei coinquilini meno che posso: faccio colazione in fretta la mattina, passo fuori dalla mia stanza meno tempo possibile e cerco di evitare di incrociare gli altri occupanti della casa.

Vivo nel limbo del limitiamo tutte le spese: sto riducendo a brandelli le mia scarpe da ginnastica, ho raccolto dalla strada uno di quei set di ganci che si appendono sulla porta –in perfette condizioni e pulitissimo, va detto– e sto rimandando al mese prossimo tutte le cose che posso aspettare a comprare.

Ma soprattutto vivo nel limbo del cosa succederà tra un mese quando me ne dovrò andare da questa casa?: nonostante la padrona di casa della mia amica F abbia detto, una settimana fa, che non ci sono problemi se prendo la sua stanza quando lei se ne andrà, ha recentemente ritrattato dicendo che deve essere d’accordo anche il suo coinquilino. Io sarei di per sé d’accordissimo, se quel coinquilino nel frattempo non si fosse reso irreperibile gettando tutti nello sconforto, me perché vorrei essere sicura di avere un posto dove andare tra un mese e l’altra padrona di casa perché a quanto pare ha parecchia fretta di mettere quella stanza sul mercato.

Limbo a parte io volevo scrivere questo post in preda ad una specie di delizioso stupore dopo il barbecue di oggi.

Ho amici meravigliosi, quegli amici a cui vuoi bene come a fratelli e che sei felice perché li sai felici. Oggi erano tutte coppie e sulle prime la cosa mi ha un po’ rattristata… poi non ho potuto fare altro che perdermi in quello che mi trasmettevano, la delizia di vedere la prima bambina del nostro gruppo, la tenerezza di uno degli amici più preziosi che ho e del suo ragazzo, la premura del mio migliore amico e della sua ragazza nel chiedermi cosa sto combinando e come mi trovo nel nuovo college.

Normalmente tutte queste cose mi avrebbero depresso, messo in dubbio, messo in crisi: non ho un partner, vivo in un buco e al momento sono a corto di soldi… ma per qualche ragione è stato estremamente difficile cedere a quei pensieri, oggi. Sentivo solo un generico desiderio, come un distratto prendere appunti… sì, è qui che voglio arrivare, oppure sì, questo poniamocelo come obiettivo.

In qualche modo sto arrivando alla consapevolezza che il fatto che io abbia già trent’anni non significa che io sia in ritardo sulla tabella di marcia per qualcosa… significa solo che adesso ho i mezzi per raggiungere quel qualcosa.

 

PS: e come l’anno scorso a Pasqua, sono di nuovo riuscita a scottarmi completamente un braccio pur restando tutto il tempo all’ombra.

Ci siamo trasferiti!

Il mio vicino di stanza è allegramente al telefono da circa tre ore.

E non è un numero a caso.

Io siedo alla mia nuova, minuscola scrivania, circondata dalle mie valigie aperte e non, di fronte ai miei meravigliosi scaffali che finalmente ospitano i miei libri come Universo comanda.

Still. Se questo insiste dopo le undici fa una brutta fine.

Oggi ho traslocato ed è andato tutto bene, la mia amica S mi ha regalato un giro in macchina e con un po’ di pazienza abbiamo portato da un quartiere all’altro tutte le mie sciocchezze. E’ stata dura e sono ancora abbastanza puzzolente per lo sforzo di portare su per le scale ma la verità è che la doccia alle mie spalle mi mette soggezione.

E se riempio la stanza di vapore, così, la prima sera?

La lista di cose che mi servono si allunga di minuto in minuto, cose come piatti e posate –perché l’agenzia non mi ha mica detto che dovevo procurarmi le mie, no– ma anche tappetino per la doccia, un asciugamano per i capelli che non ho mai comprato e una filtrobrocca per la stanza.

E finiamo da Argos ancora una volta…

Non posso tuttavia lamentarmi di niente: il minuto stesso in cui la mia amica ha lasciato la mia stanza mi sono sentita tranquilla, liberata da un peso, finalmente sollevata dal tremendo stress di pianificare questo trasloco.

La prossima fatica è domani e consiste nel decidere se ho abbastanza faccia tosta da andare a Headington e affrontare Mr. Gatto.

Good luck with that.

Joy and Sorrow

Sono già le undici e noi, strafatti di yogurt greco al miele come pochi, sediamo invano alla tastiera cercando di mettere ordine nella nostra vita.

Ieri a quest’ora mi stavo addormentando nel letto della mia amica Y, a Londra, nella febbrile attesa della colazione del giorno dopo.

Ci sono tante cose che vorrei raccontare e ricordare quando, tra qualche anno, mi ritroverò invariabilmente a rileggere queste righe.

Innanzitutto Londra, che ti avvolge in una sensazione unica che amo dalla prima volta che l’ho visitata. Ero di cattivo umore e preoccupata e stanca e tutto…e nello scendere dal bus mi sono ritrovata avvolta in quella sensazione, che mi ha fatto sorridere e stare subito meglio.

Poi la complicità con i miei compagni di squadra, Y e M, le sciocchezze che abbiamo detto, il fascino di M in quanto persona sfaccettata con la quale per messaggio io litigo sempre e per la quale perdo la testa di persona, le schermaglie tra i due che si conoscono da una vita ma tra i quali c’è sempre un non so che di attrito.

Il fatto che, in un modo o nell’altro, io ho sempre la faccia di quella che sa scavare grosse buche*.

Siamo entrati in un superalbergo a 5 stelle plus, sentendoci fuori luogo in una maniera ridicola e sperando che Robin sarebbe comparsa, cosa che contro ogni aspettativa è effettivamente successa. In quel caso te la ritrovi davanti, con la sua incredibile grazia, una sagomina che sembra ritagliata da una bella rivista e messa lì per caso. E’ meravigliosa.

Ci siamo seduti al tavolo di un piccolo caffé, in quattro, la gente attorno ignara di quello che succedeva, noi che a malapena spiccicavamo parola e vergognosissimi speravamo non si accorgesse di quanto stessimo in realtà squittendo. Abbiamo parlato di ogni cosa possibile, dalla scrittura alla politica ai suoi libri ai suoi progetti futuri, deliziandoci di quanto fosse amichevole.

non che non lo sapessimo dato che l’abbiamo incontrata parecchie volte ma ogni volta è una delizia anche maggiore

Il viaggio in sé è stato meno tremendo di quanto mi aspettassi, ho dormicchiato allegramente al ritorno e non sono arrivata morta alla seconda parte della giornata, ovvero l’incontro a Oxford. In quel caso ero imbarazzatissima, molto più che faccia a faccia con lei, ma mi sono gustata per bene il suo intervento e le belle domande a cui ha risposto.

*questa frase risale al Viaggio al Sud, una vacanza che facemmo con il forum di Robin Hobb in Sicilia durante la quale per le mie amiche ogni scusa era buona per mandarmi a fare cose che loro non avevano il coraggio di fare, come chiedere indicazioni, ordinare e andare in avanscoperta.

Ci sarebbero tante cose da dire ma il sonno sta quasi avendo la meglio, dopo una giornata di dieci ore nella quale ho a malapena avuto il tempo di mangiare un’enchiladas, tra l’altro fatta da Ben.

Oggi c’erano quattro camerieri mandati dall’agenzia.

Uno più inutile dell’altro.

La più inutile era una ragazza che ha passato la giornata a lucidare posate perché non sapeva fare altro. Non so da dove venisse e so benissimo che le mie parole sono acide e di parte ma le ho dato un incarico, uno, e ha passato più tempo a guardarsi le sopracciglia allo specchio che a svolgerlo davvero.

E le ho chiesto di preparare un thermos di tè, non rocket science.

In più, perdonatemi, era vestita in maniera assurda: leggins –quando una delle prime cose che ti dicono è pantaloni formali- e scarpe aperte, una camicia stropicciatissima, smalto rosso e un sacco di orecchini.

MA sono una persona onesta, quindi posso sedermi, sorseggiare un tè e chiedermi ti da’ fastidio per queste ragioni

…o perché appena Ben se n’è andato Eamon le ha detto Lo chef che è appena andato via ha detto che sei bellissima e non ti toglieva gli occhi di dosso un minuto?

Perché io faccio il mio lavoro con convinzione, sorrido ai clienti –come fai ad avere ancora energia per sorridere?– e sono cortese con tutti…ma non sarò mai la ragazza alla quale qualcuno non riesce a togliere gli occhi di dosso.

Le cose che QSN

QSN, oggi, mi ha chiesto se lavoravo.

Dopo una giornata di lavoro, alle tre del pomeriggio, mi ha chiesto cosa facevo oggi e se mi andava di fare una passeggiata con lui.

QSN ha attraversato Oxford per venire nel mio quartiere e camminare qualcosa come un’ora e mezza a caso con me, ficcando il naso nei negozietti, sbirciando i charity, chiacchierando del più e del meno e tenendomi amorevolmente per mano, non solo stringendomela ma anche accarezzandomela con il pollice libero.

Io ho aperto, stamattina, alle sei del mattino. Mi sono svegliata alle cinque e sono stata in giro dodici ore e passa prima di tornare a casa, ho pranzato con Uno –un nome appropriatissimo non solo perché non ho mai incontrato un ragazzo come lui ma anche perché il suo nome è un raffinatissimo- -ma neanche tanto- -gioco di parole– e poi, nel tornare a casa, ho ricevuto quel messaggio.

QSN, per chi si fosse perso le ultime puntate, è quello che mi ha portato, come dessert dopo la cena che gli ho cucinato, un barattolo di yogurt alle mandorle perché io il latte non lo posso bere. Yogurt, ciliege, mirtilli e pezzetti di cioccolato fondente. Ci abbiamo fatto colazione la mattina dopo, ma tant’è.

QSN, sempre per chi si fosse messo in ascolto solo adesso, è quello che ha smesso di coccolarmi solo per dormire. Letteralmente. La prima cosa che ha fatto dopo aver aperto gli occhi è stata sorridere e accarezzarmi la faccia.

QSN, per finire, è quello che mi ha chiesto perché non dovrebbe baciarmi le caviglie.

Perché non mi piacciono le mie gambe.

Perché?

Perché odio il mio corpo, QSN.

E perché?

Se ci pensi ci arrivi, QSN.

QSN è quello che mi ha baciata molto dolcemente e ha detto Tu sei bellissima, sei solo troppo dura con te stessa.

Caso chiuso, signori. Chiudete internet e andiamo tutti a casa.

Più saggia

Qualche volta ti aggiri senza speranza, ti lamenti con le persone solo per sentire il fardello un po’ più leggero, solo per un attimo, o cerchi disperatamente, nelle parole degli amici, quel pensiero, quell’idea che può aiutarti a sbloccare il tuo problema.

Ebbene.

E’ tanto che non ringrazio l’Universo, e se non fosse l’essere benevolo che è credo che mi avrebbe già messo il muso. Invece ha appena fatto un cenno con la testa, you’re welcome, grazie per esserti ricordata che esisto, e sorride.

Un giorno io credo che lo incontrerò.

Ma intanto.

Grazie Universo, per la mia amica Eu.

Abbiamo passato un anno di scuola insieme ed è bastato perché mi rendessi conto che è la persona più dolce e morbida di questo mondo, morbida nello stesso modo in cui è morbido il tuo maglione preferito quando hai freddo, dolce come il tuo budino preferito quando sei un po’ giù, una speciale persona speciale alla quale voglio un mondo di bene e che sono felice, anzi, felicissima quasi ogni giorno della mia vita di saperla alle prese con una vita brillante e dolce. Amo il modo in cui riesci a mettermi una corona di fiori sulla testa e dirmi relax, e farlo entrare veramente nel mio cuore.

Grazie Universo, per la mia amica Fe’.

Che ho visto di persona solo un paio di volte, che per mesi non ha avuto tempo per me, per la quale ho avuto una cotta, che mi ha fatto conoscere Dottor Who, che a volte non mi ricordo di fare le cose che mi dice, che ha sempre la foto profilo più bella del mondo, che è perfino venuta a trovarmi, che ha avuto il coraggio oggi di scrivermi un papiro che si aspettava mi facesse arrabbiare mentre è uno dei regali più grandi ricevuti in 28 anni, che devo dividere sempre con lo studio ma che mi ha accompagnata in questa avventura in Inghilterra molto più di tante amicizie che si sono sviluppate dal vivo.

Grazie Universo, per la mia amica A.

Dove io sono acqua lei è terra, dove io sono nuvole lei è montagna, dove io sono un uccellino lei è un cavallo con tutti i piedi puntati bene sulla neve. E viene a prendermi quando sto affogando, e mi porge i gatti nella webcam, e ride ed è il mio adulto preferito recentemente e sa. E dice le cose, e cammina così posso imparare anche io a camminare, e fa osservazioni e anche se non è come me va bene così. E’ il bello della cosa. E A, mi piace come sta venendo su questa cosa, mi piace tanto. Perché chi vola ogni tanto cade, ma chi cammina va lontano. E oggi andava fatto anche questo.

Così grazie Universo, per le parole di queste tre persone, che alla fine della giornata mi hanno resa una persona un po’ più saggia e un po’ più vicina a tornare di nuovo LightBringer.

Il Presente

Il presente è fatto di bagel caldi dentro e croccanti fuori, con l’houmus e una banana per dessert.

Il presente è fatto di persone che non compaiono, piani che si sbriciolano, librerie che ti chiudono sotto il naso.

Il presente è fatto di idee geniali divise sopra un brownie, infilate tra i pettegolezzi, sorseggiate con acqua coccolata dal sole.

Il presente è fatto di noia e decisioni prese a caso, domande precise, chiacchiere, biciclette.

 

Oxford è fatta di acqua, barchette, paperelle che ti seguono, lame di sole che spaccano il cielo al tramonto, un dolce cullarsi di onde che un attimo ti spaventano e l’attimo dopo ti sciolgono il cuore, persone che ti porgono la mano per salire sulle barchette, chiacchiere risate e confidenze.