Vai Via

Avevo bisogno di piangere tutte le mie lacrime.

Avevo bisogno di sbatterci addosso ancora una volta.

Avevo bisogno della manica di un’amica da afferrare, avevo bisogno di Mika, avevo bisogno dei miei amici italiani tutti attorno che mi ricordassero che la felicità non è necessariamente lo sforzo congiunto di due sole persone.

Avevo bisogno di una giornata di panico, in cui crescere un’alta spanna, in cui rendermi conto che anche se mi hanno rubato il cuore questo non fa di me un demone di terra e di fuoco.

Ho deciso di concedermi una vacanza in Grecia, all’inizio dell’autunno.

Fino ad allora no more wishing.

Annunci

Grazie, Universo

Quando le cose da dire in un post sono così tante che non si sa nemmeno da dove iniziare è un segno che, prima di tutto, va ringraziato l’Universo.

Grazie per il mio letto, piccolo ma confortevole, tutto azzurro e con le spondine un po’ alte, così posso sentirmi come in una culla quando la sera stringo a me Gufo per addormentarmi.

Grazie per la morbida moquette sul pavimento, perché così posso andare in giro senza scarpe o addirittura senza calzini –come dovrei fare a causa dei miei piedi piatti– e sentirmi a casa.

Grazie per la mia vasca e il mio bagno con tante mensoline, per l’accappatoio caldo, per il tempo condiviso con l’acqua, per il piacere, per la mia nuova saponetta all’edera, per il getto del doccino, ancora una volta diverso da quello a cui sono abituata.

Grazie per questo posto tranquillo, questa casetta silenziosa in cui tornare, questo quartiere sicuro e la manciata di stelle che mi guardava dall’alto mentre, cantando a mezza voce Moon River perché non ne ricordavo le parole, tornavo verso casa.

Grazie per gli amici che pranzano con te, le chiacchiere, le spiegazioni sulla politica, le incursioni da Debenham, lo yogurt mangiato senza pensare che mi ha poi surgelato lo stomaco, le baguette con pomodori secchi e rucola, il vento quando c’è il sole, i bambini che inseguono i piccioni e quelli con cui scambi un gioco di sguardi così efficace che dopo una manciata di secondi scoppiate entrambi a ridere.

Grazie per la Carfax Tower, per le persone allegre, per quelle dal viso dolce, grazie per la sensazione di portare con me un po’ di Italia, grazie per il senso confortevole del proprio bar preferito –cosa che, fino ad adesso, non avevo mai sperimentato– grazie per le attese, per il the menta-liquirizia, per i biscottini frollosi, per le risate sguaiate, per le persone che illuminano la conversazione.

Grazie per i brividi, quelli che devi nascondere dietro la manica o dentro la tazza, quelli che ti ricordano che non sei un albero, quelli a cui piace sottolineare, ancora una volta, che nella tua testa tutto è possibile.

Grazie per le amiche, quelle che ascoltano, quelle che propongono una cena fuori, quelle che insistono finché non scopri che la zuppa di noodles e maiale è buona e parecchio, quelle che preferiscono le cose non troppo piccanti, quelle con le quali alla fine dividi due piatti buonissimi. Grazie per la follia e la voglia di dolce, quella che spinge a chiacchierare tutte insieme fino al Sainsbury e spendere perfin che una sterlina e quaranta per una decina di ciambelle da smangiucchiare insieme alla fermata del bus.

Grazie per le risposte, per i passi che portano più vicino alla realizzazione dei sogni, per annunci proprio in posti dove li vorresti trovare, per le possibilità infinite, per la vicinanza di persone amiche…grazie per i lunedì che si prospettano di esplorazione e riflessione, grazie per la solitudine, per l’assenza della paura dove più la si temeva…

Grazie per domeniche come queste, che non sono altro che giganteschi, splendenti regali.

Il Mio San Valentino

Avevamo paura, io e l’Altro Naufrago, noi due vittime del disastro del primo amore, noi mutilati, anime scarnificate.

San Valentino sa essere un giorno ben crudele, e ritrovarsi, in un supermercato, a fissare un mazzo di gerbere rosse –gerbere rosse!– con il desiderio di prendere un aereo…non è stato piacevole.

Nemmeno guidare in giro per Oxford con la radio che celebrava l’amore infinito è stato tanto piacevole ma poi guardando due ragazzi che si baciavano ho pensato che possiamo ben lasciare un giorno a chi è follemente innamorato per divertirsi un po’.

E poi abbiamo fatto la festa del secolo.

Come ogni domenica ci siamo riuniti da Combibos, ad Oxford, dove fanno un the alla menta e liquirizia buonissimo e dove, finalmente, ho trovato un’alternativa a quelle fette di torta enormi e supercaloriche –una bustina con due biscottini di numero. Siamo il gruppo FB Italiani a Oxford, che una volta a settimana trova il tempo di far casino in qualche angolo di questa bella città, facendo finta di lamentarcene quando invece ne siamo tutti un po’ innamorati.

E ieri abbiamo festeggiato san Valentino a modo nostro.

Una famiglia assente è stato il pretesto per una ragazza alla pari per invitare una manciata di noi, con il proposito di finire le due-tre cose che in frigo rischiavano di marcire inutilizzate. Le due trote che dovevano essere il piatto principale sono poi state ignorate per una mega –e uso il termine con cognizione di causa– spaghettata con pomodorini, zucchine, gamberetti e pancetta, accompagnata da bruschettine, una bellissima insalata e degli incredibili dolcetti libanesi –preparati sul momento sotto i nostri occhi increduli- ripieni di pistacchi e acqua di rose.

Quindi, anche alla fine di giornate dure come questa, si ringrazia l’Universo.

Lo si ringrazia nonostante le gerbere, o forse proprio grazie ad esse.

Lo si ringrazia per gli amici cresciuti a pane e Disney, gli amici “quelli furbi” e quelli che nonostante tutto sopportano queste cazzate.

Lo si ringrazia per il cibo delizioso, per quella texture che ti riempie la bocca, per la crema incredibile dell’avocado al quale ancora non sono abituata.

Lo si ringrazia per le risate infinite, le sciocchezze rimbalzate avanti e indietro, le frasi lanciate sopra un tagliere e oltre le spalle, Cos’hai contro Vicenza? Io vengo da Vicenza. le amiche che tornano, quelle che arrivano.

Grazie per quella sensazione che scalda il cuore, quegli occhi che dicono eccoti qua, i baci sulle guance, gli abbracci furtivi, i ricci neri della famosa cameriera e i desideri che fioriscono lungo una schiena intravista per caso.

Non posso ringraziare per l’ombra che mi accompagna e che si allunga sempre di più ma posso ringraziare per il calore di giornate come quelle di ieri, scaldate dalle chiacchiere calorose di un gruppo che apprezzo ogni settimana di più.

Grazie Universo.

Black Rain

Dicono che non bisognerebbe scrivere un post da arrabbiati. Dicono che sprecare inchiostro per la cattiveria o i cattivi sentimenti non porta da nessuna parte.

Lo dicono ma nessuno di loro è me.

Nessuno ha speso il weekend lavorando un buon 65% del tempo, tra bambini sfacciati e tre alberi di Natale da montare.

che poi, io amo mettere su le decorazioni natalizie e mi sono divertita un mondo comunque

Nessuno di loro ha una lista lunga un chilometro di cose da fare quando torno e solo 3 settimane scarse per farle. Per tacere del budget.

Non hanno appena avuto una conversazione superdeludente con Verde Acqua –esatto, quel Verde Acqua– sulla falsariga del mi sono dimenticato che esisti.

E poi diciamocelo, la puntata di X-Factor UK di stasera era fatta apposta per farmi piangere, tra pubblicità di bambine che regalano stelle alla propria mamma –I Love You To The Stars And Back– e il coro che accompagnava Louisa Johnson –Mioddio Come Mi Manca Il Mio Coro. Ne facevo volentieri a meno, grazie.

Volevo dire belle cose, stasera, dire che è stato bello vedere gli Italiani a Oxford per il caffé della domenica, mangiare una cheesecake buonissima ma che magari la prossima volta una fettina meno enorme, aggirarsi per Oxford in cerca di uno smalto che fosse del colore giusto per il mio outfit natalizio…e invece ho addosso solo rabbia e delusione e frustrazione.

Non stupisce che mi sia venuta voglia di Doritos piccanti.

Aspettando Natale

Sono certa che conoscete la sensazione del Natale che arriva.

Il freddino, il buio che arriva prestissimo, le luci che infondono quel calore, gli sconti, le cose luccicanti, il fiato che si condensa nell’aria.

Oggi mi ci sono immersa, dato che V.A. lavorava fino alle dieci, e dopo un’infruttuoso pomeriggio di pellegrinaggio da un charity all’altro mi sono ritrovata a sedere alla vetrina di uno di quei caffé superfighi, una di quelle megacatene che per Natale inventano bevande calde dai nomi più assurdi.

Ebbene sì, bermene una faceva parte dell’immersione nell’atmosfera natalizia.

Capitemi: se fai dentro e fuori da locali superriscaldati al freddo inglese per…che so, sette volte, poi inizi ad avere un vago desiderio di svenire. E io ho pensato che non c’era poi niente di male se per una volta mi sedevo alla vetrina del caffé con una Dark Forest Hot Chocolate in una tazza e un sacchettino di butterfinger a forma di stella accanto.

Così mi sono seduta e ho pensato all’Universo.

Gli ho chiesto come mai le ragazze sono così carine, d’inverno, con i loro cappottini, i collant superspessi, i cappellini e certi stivali che ciao banane. Mentre io avevo su un paio di jeans e una felpa grigia di V.A. con il cappuccio.

che poi, tra parentesi, è possibile che io associ il colore grigio alle cose comode? Per me il grigio non è un colore triste ma mi da’ un senso di comfort e coccole

Per tacere poi di un giubbotto che dentro si sta una favola ma che mi fa due volte più larga. E già sono larghina di mio.

Ho osservato il Natale passare davanti ai miei occhi, mentre mi chiedevo inutilmente in quale ricordo della mia infanzia avessi già sentito quel sapore strano. Era una cioccolata sciocca, come la fanno qui, senza scaldarla per addensarla, solo con un cucchiaio di sciroppo all’amarena e un po’ di panna.

Ho ringraziato l’Universo per la premura del barista, che quando ho chiesto la cioccolata col latte di soia ha insistito perché io riflettessi sul fatto che non era una buona idea metterci la panna sopra. Ma sei allergica al latte? No tesoro: un secchio di latte potrebbe uccidermi ma un po’ di panna non credo proprio.

Oggi c’erano italiani ovunque.

Per lo più ragazzetti delle superiori, che vociavano inutilmente e si accalcavano alle vetrine dei negozi di souvenir che espongono roba di Harry Potter. Mi viene sempre da chiedermi se fossi così sciocca anche io, all’epoca, ma credo che la risposta non mi piacerebbe. Avere così tanti italiani intorno mi ha fatto venire un po’ di nostalgia, come se non mancasse poco meno di un mese al mio ritorno.

E poi oggi, mentre un paio di donne italiane erano in difficoltà per pagare un autobus, sono stata vittima di qualcosa che mi ha intristito un po’. Ho lasciato che si dibattessero un po’ poi ho detto Serve un po’ di moneta?

Intendiamoci, regalerei volentieri anche tre sterline ad un connazionale in difficoltà, per il semplice fatto che fa sempre piacere incontrare qualcuno che parla la stessa lingua, ma alla mia offerta d’aiuto -e all’effettivo aiuto che ho dato, offrendo loro dei soldi e raccogliendo le monetine che avevano fatto cadere- sono stata accolta così freddamente che per un attimo ho pensato di averle insultate.

Quanto è triste?

 

PS: me ne fotto. Sono tornata a casa e mi sono fatta la migliore zuppa di funghi mai mangiata sulla faccia della Terra, con crostini che ciao, e poi mi sono buttata su un’uva rossa che arrivederci.

Ragazze, mi dispiace per voi ma io volevo solo aiutarvi. Cercate di capirmi un po’, eh?

Godiamoci Oxford

Nessuno mi aveva mai detto che anche Oxford ha il suo mercatino di Natale.

che poi sia stato deludente e un po’ troppo concentrato sul cibo è un altro discorso. Intanto io mi sono immersa nell’atmosfera, ed è stato carino, e ho potuto snasare un po’ in giro il profumo di vin brulee, churros e altre goloserie più o meno tipiche del periodo e della zona

Oggi è stata una giornata rilassata e rilassante, come ogni brava domenica che si rispetti: Verde Acqua doveva lavorare –ma solo dalle 3 alle 6, per fortuna– così io ho raggiunto i miei allegri compagni –gli Italiani a Oxford– sotto la Carfax Tower per il classico caffè domenicale.

Che si sia in quattro o che si sia in quattordici ci si diverte sempre un casino e in questo periodo –nel quale a parte V.A. vedo sempre le stesse 4 persone per tutta la settimana– mi fa un sacco bene vedere persone nuove. Ho perfino fatto l’interessante esperienza di lasciare il mio numero di telefono ad una cameriera sul retro di uno scontrino, ma non è niente di quello che pensate!

Una volta finito il caffè –che nel mio caso era un ottimo the alla menta e liquirizia, perché io il caffé non lo bevo proprio– sono stata a recuperare il suddetto Verde Acqua al museo dove lavora –sorpresa!– e siamo scappati in un posto yummissimo che si chiama Noodle Nation, che non ci vergognamo di pubblicizzare perché appunto, merita parecchio: con sette sterline ci siamo comprati il più succulento piatto di noodles –mi correggo, vasca di noodles– che si possa chiedere alle sei e venti di sera. Esatto, un po’ in anticipo sull’orario…

Ma la cosa veramente epica di oggi, l’esperienza che da sola valeva la giornata –o quasi– è stato il Thirsty Meeples, un posto a Oxford in cui puoi entrare, essere trattato bene, sederti e giocare con qualunque -qualunque? Si può dire?- -Verde Acqua mi spia il post da sopra la spalla e non capisce che la domanda era per lui– gioco in scatola/da tavolo –“probabilmente ce li hanno tutti, sì”– –quale sarebbe la differenza, V.A?– -“ma lo stai facendo davvero?”– che sia mai stato messo in commercio in Inghilterra per circa tre ore alla modica cifra di sei sterline se sei adulto e quattro e qualcosa se sei bambino. In più fanno cose come frullati, drink, panini, birre e c’è del vino –lo abbiamo visto e snobbato immediatamente– e in più, come dicevo sopra, dev’esserci una strettissima selezione sul personale perché sono tutti estremamente gentili.

V.A. conferma e io aggiungo che nell’application form per quel posto bisognava conoscere almeno 50 giochi, quindi oltre a gentili sono anche superqualificati

Quindi noi ci siamo seduti e abbiamo giocato a Small World -ci ho preso gusto troppo tardi ma carino!Forbidden Desertil gioco più stronzo sul pianeta, nel quale il tuo avversario non è il giocatore che hai davanti ma una fottuta tempesta di sabbia che si muove dove le pare e semina sabbia dove l’ho appena tolta!Smash Up!un gioco che V.A. mi ha appena sfidato a spiegare e che io ero troppo cotta per seguire/apprezzare/capire– e Jengaovvero l’unico gioco che a quell’ora ero in grado di seguire davvero.

Abbiamo chiuso la giornata con una veloce puntata da Sainsbury, giusto il tempo di prendere una bottiglia d’acqua e un po’ di salmone affumicato –chi non vorrebbe un po’ di salmone affumicato quando è sera e vien freddino?– per i bagel del pranzo di domani.

Che avevate capito, banane?

L’Alcool Fa Schifo

E’ bello arrivare a casa a mezzanotte, come Cenerentola, strofinare la faccia su una salviettina struccante e sentire alle tue spalle la pioggia sul vetro, proprio solo una manciata di minuti dopo che sei al sicuro nella tua stanzetta.

Devo ammettere che da una parte il mio cervello sta troppo chiedendo pietà e andiamo a dormire, il letto è molto più sexy di qualunque persona a cui tu possa pensare -ieri sono riuscita a formulare questo pensiero da quanto ero stanca– ma dall’altra sono troppo…stupita? Compiaciuta? Incuriosita? Esterrefatta?

Oggi, come da tradizione ogni fine mese, gli italiani di Oxford avevano organizzato una pizzata.

E’ solo la seconda volta che vado ma uscire e fare amicizia è un buon esercizio e lo farò quanto e più possibile, poi è bello parlare italiano dopo una settimana di inglese ed è bello condividere esperienze diverse, background diversi e diversi punti di vista.

Insomma, lo sapete anche voi com’è quando si mettono insieme persone che non hanno nulla in comune tranne il trovarsi geograficamente nella stessa città dopo aver vissuto in venti parti diverse della stessa nazione.

O forse non lo sapete, ma immagino lo possiate immaginare senza sbagliare troppo.

C’era questo ragazzo, seduto oltre l’angolo del tavolo. Un ragazzo nuovo, mai visto, lineamenti molto particolari, un’aria un po’ smarrita.

l’aria che avrebbe qualunque persona equilibrata di fronte ad una tavolata di 20 persone che non conosce, per intenderci

Lasciare una persona a bollire in quel brodo è orribile e crudele quindi gli ho puntato un dito addosso e ho sparato un Tu sei nuovo e non so il tuo nome nella sua direzione.

Poi mi sono alzata perché quelli accanto a me si volevano alzare per ordinare da bere.

E mi sono seduta accanto a lui per caso.

E gli ho detto che se voleva ordinare da bere doveva alzarsi.

E lui ha detto Io non bevo, l’alcool fa schifo.

Come il caffè, anche il caffè fa schifo.

la scimmia con il pallottoliere nella mia testa mi ha guardato e ha chiesto se sapevo quante possibilità ci fossero che una persona con queste due idee congiunte sedesse accanto a me ad una pizza di italiani ad Oxford e quando le ho fatto notare che era lei quella con il pallottoliere ha alzato le spalle e ha indicato la maglietta del ragazzo

Il ragazzo indossava una maglietta sulla quale si mescolavano personaggi di Alice nel Paese delle Meraviglie e personaggi dello Studio Ghibli.

La mia settimana ha conosciuto il suo picco intellettuale quando abbiamo entrambi convenuto che Princess Mononoke è un film nel quale l’immaginario giapponese, così diverso dall’immaginario occidentale, ha un impatto molto violento sullo spettatore e può lasciarlo scottato.

la mia mente aveva iniziato a cantare Le Cose Che Abbiamo In Comune già sei battute prima, presa da un piacevole stupore

Poi siamo passati a parlare dei Monthy Phyton.
Di Terry Pratchett.
Di Guida Galattica Per Autostoppisti.
Di Stefano Benni, e Daniel Pennac.

Di telefilm che funzionano o no, di autori che solo cinque persone conoscono, di celebrità da incontrare e di filler, in anime, manga, telefilm e perché no, anche libri.

A quel punto non capivo più niente.

Ci siamo palleggiati nomi e cose e idee e concetti per tutto il tempo, tipo E questo ti piace? No perché a me piace, potrebbe piacerti e Dimmi che non ti piace perché io lo odio e se ti piace potrei decidere di non parlarti più, come solo due persone che sono nate e cresciute nella passione di cose che il mondo ignorava possono fare.

Ad un certo punto la pizza è finita, abbiamo tutti pagato e davanti alla porta ci siamo divisi: il mio autobus non sarebbe passato in un’ora abbondante e il ragazzo con cui prendo quello stesso bus mi ha aggregata a tradimento con altre due-tre persone che andavano a bere qualcosa da un’altra parte.

E’ successo tutto molto in fretta e non avevo cervello –era tardi avevo freddo e altre scuse che potete inserire a piacimento-: di fronte ai suoi piedi che camminavano nella direzione opposta e al suo buonanotte appena mormorato non ho saputo opporre che un Ma vai nell’altra direzione?

voglio un applauso

E quando, in preda ad un generico perché non sono a casa nel mio lettino? nel locale più rumoroso e affollato dei dintorni, mentre bevevo un tristissimo succo di mela –perché non avevano il succo di ananas che è la mia bevanda nazionale– ho visto quegli stessi strani, particolarissimi lineamenti attraversare la porta, con un paio di auricolari bianchi addosso…

– Siamo stati seguiti, eh?
– Sì, vi ho pedinati fin qui.