Ma si sveglierà…

Mi hanno detto che non è un bel mese.

Lo sto sentendo tutto.

Problema numero uno: sono sveglia da 14 ore, ho all’attivo 8 ore di lavoro e almeno 5 di cosa vogliamo fare della nostra vita?

E’ quella sensazione quasi onirica di quando ti si frigge il cervello per la febbre e tu vorresti dormire e invece ti vengono in mente solo cose.

Che è un brillante eufemismo per dire che mi viene in mente solo lei.

Nel mio lettino fresco, abbracciata al cuscino, i miei peluche sotto il collo, mi veniva in mente lei. Mi veniva in mente di scriverle una lettera –oh, la mia scrittura– e mandarla dove abitava una volta –in quel terribile terribile posto– sperando che sua madre non capisca che dietro quell’indirizzo scritto con mani tremanti ci sono io.

Quell’arpia.

Un giorno, quando ancora ero in Italia e lavoravo come cassiera,mi è passata davanti sua nonna, persona adorabile che conoscevo bene, e sorridendo ha detto forse non ti ricordi di me.

Le lacrime che non ho pianto quella sera, dall’istante in cui l’ho scorta in coda con la spesa fino al momento in cui le mie amiche sono venute a salvarmi.

E quell’arpia che sapeva e non ha pensato nemmeno un attimo di dirtelo.

Una lettera, per dire guarda dove sono arrivata, quando ogni singola parola grida non vuoi venire con me?

Chi voglio imbrogliare?

C’è una febbre rovente dentro di me, stasera, mi brucia gli occhi e le guance in quel modo assurdo che insiste da una settimana a questa parte, e io sono qui con mezzo cervello a chiedermi dove sei, se ad una settimana dal tuo compleanno ci pensi, ogni tanto, a dieci anni fa, quando ti ho riempito le braccia di regali perché eri maggiorenne e io ti amavo da impazzire e non mi sembrava vero di farti un regalo per ogni anno che compivi.

Io dovevo dormire, oggi pomeriggio, dormire qualche ora e poi stare sveglia tutta la notte, guardando The Hobbit per sette ore di fila e trascorrere dormendo tutto lunedì, perché domani faccio la notte.

Sono terrorizzata all’idea di fare la notte.

E’ quel terrore cretino che si ha delle cose che non si conoscono, il terrore in cima allo scivolo alto, un minuto prima di buttarsi senza pensare e scoprire la cosa più divertente del mondo. Il terrore della prima volta, quello che so per certo che mi passerà in un attimo appena scoccheranno le otto di martedì mattina e io sarò libera di tornare a casa a dormire.

O no.

pausa in cui scendo quattro rampe di scale per andarmi a prendere la bottiglietta di cherry cola che ho comprato per stare sveglia

Non sono brava a dormire fino a tardi.

Non ricordo quante volte sono rimasta sveglia tutta la notte a Capodanno –forse perché non è mai successo. Non sono sicura– ma non ricordo una sola notte sveglia. E non stiamo parlando del resta sveglia il minimo sufficiente per guardare un film, parliamo del resta sveglia che se ti arriva uno studente con un attacco cardiaco in corso devi salvarlo tu.

sospira

La mia coinquilina ha di nuovo il suo ragazzo per casa.

Significa che la sera cucinano un sacco, lasciano la cucina un casino, passano tutto il loro tempo uno addosso all’altra e, nonostante abitino due stanze –perché il materasso della sua stanza, che andava benissimo il primo mese, adesso che ci dorme con lui non va più bene, quindi si è trasferita nella stanza della mia padrona di casa mentre è all’estero– lasciano la loro roba ovunque.

E non parlo di un cappotto, un cellulare, un libro dimenticato sul divano.

Parlo di tazze da tè mezze bevute lasciate sui tavolini di tutto il piano terra.

Parlo di spazzole, asciugacapelli e beauty del trucco, abbandonati in soggiorno da venerdì.

Parlo di un allegro set di indumenti sporchi abbandonati sul divano per quasi tutta una settimana.

pausa nella quale tento di capire perché ho iniziato questo post

Se non si stessero sempre addosso.

Se non li beccassi sempre mezzi nudi sul divano.

Se non mi strofinassero sul naso costantemente il loro essere tutt’uno.

Passerà anche questa, si sveglierà il tuo cuore in un giorno d’estate rovente in cui sole sarà.

dio quante lacrime piante dietro a questa canzone l’anno in cui non sei mai tornata

Tornerà l’abbraccio dell’Universo, arriverà la luce della prossima ephiphany, era tutto per arrivare a questo.

Mi sveglierò martedì sera e ancora una volta camminerò attraverso il centro di Oxford, a testa alta, sorridendo perché sono il nuovo portiere notturno del Trinity.

Ne sono certa.

 

…ma intanto il mio terrore mi sta mangiando viva perché tu non sei qui ad ascoltarmi.

 

Alla volta in cui mi hai detto no
Non ti lascerò mai 

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“E allora?!”

C’è una scena, in Pirati dei Caraibi: Ai Confini del Mondo, in cui Barbossa, Jack, Will ed Elizabeth si puntano addosso le pistole, poi ridono e le abbassano, come se fosse tutto un gioco, e poi Barbossa le alza di nuovo esclamando “E ALLORA?!”.

Ecco, tante volte questo è proprio lo spirito con cui inizio i miei post.

Sono nella mia stanza a Oxford, con un sole bellissimo che riempie la camera di luce, completamente incoerente con la pioggia che ha massacrato il Paese per tutta la mattina fino a tipo mezz’ora fa. Del resto non è che possiamo lamentarci, questa è la Full English Experience –per la Full English Breakfast ci stiamo attrezzando

Sono appena stata 5 giorni in Italia a fare Rievocazione Storica.

Immaginate la suddetta cretina vestita in una specie di pigiamone intero di ciniglia variopinto tipo giullare, con un bellissimo cappello cascante da una parte, un microfono ad archetto addosso e la licenza di fare annunci all’altoparlante.

Guarda Narratore, ci sono già un sacco di bambini seduti che aspettano lo spettacolo! Forse tra cinque minuti potremo cominciare!

il tutto con la voce in falsetto tipica dei topini di Cerentola

Una giornata intera passata a ripetere la stessa piece da dieci minuti ogni mezz’ora, perseguitata dai genitori che “ma noi siamo arrivati a metà spettacolo, quand’è che lo rifai?” e dai bambini che posso toccare il topo?

Dio quanto mi sono divertita.

I bambini che ti guardano e ti chiedono Ma sei tu che li muovi? come se fosse una magia. Quelli che ti cercano solo per dirti qual è stato il loro momento preferito. Quelli che vogliono accarezzare la marionetta e ridono quando il topino si soffia il naso sulla loro maglietta.

Quelli che inorridiscono e piangono quando il topino si soffia il naso sulla loro maglietta.

Il mio tecnico che era tutto orgoglioso di me e mi ha abbracciato a fine giornata. Le parole dei genitori felicissimi e della gente che mi chiede se lo faccio per lavoro. Se ho studiato.

No, sono spontaneamente pagliaccia, è quello il bello.

Quest’anno la Rievocazione sembrava un po’ sottotono, vuoi per l’età degli organizzatori che avanza vuoi per il maltempo vuoi per l’estrema tensione con la quale l’ho affrontata, a causa del pochissimo tempo che avevo per fare le cose e del panico da palcoscenico: è vero che ho ripetuto questa storia ogni mattina andando a lavoro per quasi un mese ma farla con le marionette… è un po’ diverso.

Però è stato bello tornare a casa, anche se brevissimamente, con una consapevolezza diversa, come se fossi nel frattempo cresciuta di altri 20 cm anche solo nei tre mesi che ho passato lavorando al college.

Lunedì avevo il volo alle sette di sera.

Mi sono svegliata con un po’ di intontimento addosso, ho guardato l’orologio, ho pensato no, non esco così presto, posso dormire ancora. Poi l’ho fatto lo stesso perché avevo troppe cose da fare.

Sono salita sulla macchina della mia amica con la quale dovevo fare colazione e ho pensato non andiamo di nuovo da Carollo, ci siamo state venerdì, cambiamo. Poi ci sono andata lo stesso perché mi piace tanto e non avevo voglia di questionare.

Una volta da Carollo mi sono seduta, ancora intontita, e mi sono guardata intorno.

Ah, ma quella ragazza ha gli stessi capelli di lei, ho pensato distrattamente.
Ah, ma quella ragazza ha la stessa corporatura che ha lei, ho pensato distrattamente.
Ah, ma quella ragazza guida la stessa macchina che ha lei, ho pensato, un po’ meno distrattamente.

Naturalmente era lei.

Mi fa venire un po’ di nausea scrivere queste righe perché stavolta l’Universo mi ha fatto uno scherzo davvero grosso. Non dico che era la prima volta che venendo in Italia non la pensavo affatto –considerando che la Rievocazione, quell’anno, l’abbiamo fatta anche insieme– ma l’ho pensata in modo così distratto e indolore che non c’era veramente bisogno di farmela apparire davanti, ad una manciata di ore dal volo per tornare a Oxford e di una fretta inutile e dolorosa.

Ho sorriso come una scema.

E’ ridicolo che dopo tutti questi anni il solo guardarla mi rendesse felice e mi riempisse di dolcezza, specie perché sono sicura che dalla sua parte c’erano ben altri sentimenti. Una parte di me vorrebbe credere che avesse gli occhi lucidi mentre tutto il resto si chiede come ho potuto a.pensare di seguirla e bussare al suo finestrino b.cedere all’impulso di volerla abbracciare c.uscire di casa quel giorno con una maglia di gattini e sushi e senza neanche truccarmi.

Scrivimi però, le ho detto.

Il vento sta facendo un casino infernale fuori dalla finestra ma potrebbero benissimo essere i miei pensieri. Mi chiedo per quale perverso meccanismo il suo viso mi riempia ancora di dolcezza quando l’ultima volta che ci siamo sentite è stata deliberatamente crudele con me. So bene che non riuscirò mai ad uccidere il desiderio di restare in contatto con lei –specie adesso che con questa vita a Oxford sono praticamente una persona nuova– ma viste le circostanze assolutamente incredibili che ci hanno fatte incontrare mi chiedo… cos’ha in mente l’Universo questa volta?

In Frantumi

Ho provato a scrivere questo post tre volte, in tre momenti diversi.

Il primo si chiamava Razzismo e parlava della tremenda e divertentissima serata che ho passato chiacchierando con il mio padrone di casa e il suo amico italiano. Ci si aspetterebbe che la complicità fosse tra me e l’amico italiano, ai danni magari del mio padrone di casa, invece siamo stati io e quest’ultimo a discutere in un inglese così fitto che lui non ci seguiva nemmeno. Il razzismo stava nel fatto che l’amico italiano ha detto cose irripetibili che mi hanno quasi fatto venir voglia di schiaffeggiarlo, e volevo sfogarmi qui.

Il secondo si chiamava Frammenti, ed era una collezione di cose che mi frullano in testa, sorrisi di persone, dolori, preoccupazioni, cose che invece si incastrano con somma delizia.

E poi è uscito In frantumi.

Ho visto Mamma Mia 2. Sarò spietata con gli spoiler quindi dovete fermarvi qui se non ne volete.

Il seguito di uno dei film preferiti della mamma. Un film in cui il vuoto lasciato da Donna non può essere riempito dagli innumerevoli e meravigliosi flashback della sua storia. Ho seguito le sue avventure con estrema delizia, gustandoli quasi più delle scene che parlavano della storia dei personaggi rimasti in vita.

Like an image passing by, my love, my life, in the mirror of your eyes, my love my life, I can see it all so clearly, all I love so dearly

Amanda Seyfried è meravigliosa. Le scene in cui canta con Meryl Streep sono dolorosamente toccanti e durante tutto il film i suoi movimenti e i modi di fare richiamavano quelli di Donna. Ho pianto tantissimo nella scena finale, ascoltandole cantare insieme, desiderando che il mio viso somigliasse di più a quello della mamma, chiedendomi se anche nel mio futuro c’è una camminata, lungo la navata di una chiesa, con un enorme buco nel cuore.

Ombre d’Amore

Giovedì giovedì.
Seconda settimana di lavoro.

esita, mettendosi in bocca un cubetto di cioccolata ripiena alla menta

Potrei parlare dei complimenti ricevuto oggi da JC, che oggi aveva sei colloqui per un sorvegliante, uno dietro l’altro.

Potrei parlare dell’incredibile, interminabile telefonata che ho avuto con una donna cinese a proposito di una prenotazione che non si trovava e alla fine non era mai stata fatta.

Potrei parlare del pranzo, del dessert al limone che era semplicemente una delizia, dei pezzi di salmone che mi sono pentita di non aver mangiato.

Potrei parlare del caldo incredibile al quale l’Inghilterra non è minimamente preparata e che ci ha tenuti chiusi in portineria tutto il tempo… di come si sia trasformato in un momento di intimità e cameratismo nel momento in cui abbiamo acceso il condizionatore e ci si sono rintanati tutti.

Potrei parlare di come JC, questa donna bionda e bellissima, sia entrata nella portineria stamattina, in cerca del suo primo candidato, e alla notizia che un secondo prima era qui, stava parlando con Majed sia sbottata ne abbiamo già parlato, Majed deve smetterla di portarmi via la gente!

Majed è il capo della manutenzione, un rifugiato siriano adorabile che parla un po’ d’italiano, mi apostrofa sempre con un Ciao bella e oggi si è seduto dietro di me e mi ha dato tutte le dritte giuste per le mie prime telefonate

Potrei parlare del momento tenerissimo che ho avuto con la mia collega H –quella che se ne sta andando, sigh– quando abbiamo deciso che domani, dopo il lavoro, andiamo a casa sua e ci guardiamo The Greatest Showman, cuciniamo insieme e giochiamo a Sushi Go.

piano poi rovinato dal fatto che M il Giunco, l’altro M, sia a casa in malattia con l’intera famiglia in preda all’influenza intestinale

A parte H, la mia amica che devo sostituire, e K, l’altro portiere nuovo che ha solo due giorni di vantaggio su di me, gli altri due portieri senior si chiamano tutti e due M, così ho deciso di chiamarli M il Mago e M il Giunco.

non chiedete

Invece oggi volevo parlare del Museo di Storia Naturale di Oxford.

Non perché sia l’edificio più bello di Oxford, o perché sia un bellissimo museo gratuito, o perché ci siano dei fossili bellissimi

non vorrei dire una bestemmia ma credo che abbia appena iniziato a piovere

no, perché è il luogo dove Verde Acqua mi ha fatta innamorare di Oxford, e io ho scambiato quel sentimento per amore nei suoi confronti. Oggi, quando ho avuto il coraggio di tornarci dopo più di un anno, ho pensato a lungo sia a lui che a Reyn, accarezzando l’idea di vederlo come si farebbe con un gatto irrequieto, con un misto di timore e desiderio. L’edificio mi toglie sempre il fiato e riempie di domande ma camminarci dentro, sapendo che in quel minuscolo chiosco di minerali fosforescenti me lo sono trascinata dietro per baciarlo –fallendo miseramente, giacché faceva troppo caldo anche per quello– e di fronte a quelle armature non sono riuscita a resistere e l’ho fatto davvero… c’è così tanto di lui in quel posto e c’è ancora così tanto di lui dentro di me.

A volte mi chiedo quanto di me sia rimasto nelle persone che ho amato negli anni.

Di Lunedì

I Borgia sono taaaaaanto in crisi. Poveretti.

mi diverto tremendamente a farmi spoiler andando a riguardarmi com’è andata la storia

Se fossi una persona più seria a questo punto andrei a farmi una doccia e andrei a nanna, invece sono ancora qui, a godere del fatto che il mio padrone di casa non c’è e delle disgrazie dei Borgia.

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro.

Devo dire che sorridere e aiutare le persone mi mancava parecchio… la gente entra, chiede delle chiavi, controlla la posta, questo genere di cose, e soddisfarli è molto facile. Inoltre mi diverto moltissimo a sorridere in un certo modo, sembra mandare le persone abbastanza in confusione.

Comunque.

La cosa più bella è che sono tutti molto rilassati: io parto con la mentalità molto italiana di mettere in dubbio qualunque cosa, chiedere ID a destra e a manca ed essere generalmente sospettosa mentre loro sono tranquillissimi. Il mio capo, Martin, ha detto che niente di quello con cui abbiamo a che fare è questione di vita o di morte, a differenza di come si faceva nell’altro college in cui praticamente ogni singolo dettaglio culinario lo era. Mi piace come mentalità e anche se io mantengo una sospettosità di base apprezzo l’ambiente.

Inoltre c’è una bella novità: non sono più così tirata con i soldi dato che avrò modo non solo di avere una settimana di stipendio già a fine luglio ma anche il primo stipendio completo proprio nel momento in cui mi trasferisco nell’altra stanza.

Non che adesso l’andazzo sia improvvisamente facciamo un banchetto tutti i giorni ma non ho più l’acqua alla gola e devo dire che non è una brutta sensazione.

Oggi ho tentato di visitare il mio vecchio college.

Sono passata vicino al parcheggio e ho visto la macchina dello chef B, un ottimo motivo per non entrare… ma sono entrata lo stesso. Poi ho sbirciato nella zona di servizio e ho visto J, la mia nemesi al college, un altro ottimo motivo per non entrare. Il mio amico Mika non si vedeva da nessuna parte, poi non vedevo nessun altro dei miei preferiti e quindi ho fatto il giro largo, attraversando i giardini… e poi sono uscita e fine.

Sono ancora in quella fase in cui una cosa inizia e prima di prendere il ritmo ne subisci completamente tutta la fatica –che in questo momento consiste per lo più nello stare in piedi con un paio di scarpe non esattamente comode per le quali troverò presto un rimedio– e quando hai modo di riposarti stacchi completamente il cervello, quindi oggi ho navigato un po’ a orecchio –esiste come cosa?– distraendomi con la politica del sedicesimo secolo e con un generico far nulla…

Credo che in effetti l’unica cosa da fare sia prendere e andare a nanna adesso. Buonanotte!

Postumi

Ero innamorata di un uomo, l’estate scorsa.

Aveva… dei polpacci formidabili, un volto largo con un bellissimo sorriso, una passione incomprensibile per il cibo piccante e una risata che amavo sentire dall’altra parte del pianerottolo.

La porta della sua stanza aveva un cigolio rivelatore che mi faceva scattare come una molla quando lo sentivo, prontissima a inventare qualunque scusa pur di apparire casualmente in cucina e parlare con lui.

Abbiamo imbastito le peggio conversazioni alle peggio ore del giorno, lui con in mano cibo a vari gradi di cottura, io con un bicchiere dal quale bevevo continuamente acqua nel tentativo di nascondere a tratti il mio imbarazzo a tratti l’estrema felicità che mi provocava vederlo e parlarci.

Ricordo che andare a cena insieme, quella sera, fu molto difficile, primo perché dovetti insistere per settimane e poi perché dopo, una volta scofanato dell’ottimo Phad Thai, camminare al suo fianco e convivere con quella parte della mia mente che voleva solo girarsi e baciarlo era così difficile che a volte mi fermavo, nel bel mezzo della conversazione, così emozionata da non riuscire nemmeno a respirare e certo non a ricordarmi cosa stavo dicendo.

Era brillante, divertente, autoironico ed estremamente gentile.

Se ne andò qualche mese dopo, vittima di un trasferimento a Newcastle, e io gli scrissi un paio di email alle quale promise di rispondere senza poi farlo mai. Per qualche tempo fu molto difficile abitare in quella casa, specie perché la porta che si apriva non era più la sua, poi il tempo portò altri problemi e io relegai quest’incresciosa faccenda in un angolo della mia mente.

C’è quel momento in cui smetti di essere innamorata, quella specie di digiuno in cui il tuo corpo si anestetizza a quel range di sensazioni: dimentichi cosa significa essere pazzo di qualcuno, dimentichi fortunatamente il dolore dell’essere rifiutato, il desiderio di avere qualcuno accanto e tutto quel che ne consegue. Ti lasci alle spalle il desiderio di farti trovare in camera sua, quelle piccole terribili idee che nascono quando sai che si sta facendo la doccia e via dicendo.

E poi succedono cose orribili come quelle di stanotte, in cui dopo almeno dieci mesi dall’ultima volta che avevo pensato a lui il suo viso ti appare in sogno –quel viso che non è bello di per sé ma è così bello ai tuoi occhi– e ci parli e sei felice che lui sia tornato, e poi vi sedete insieme in giardino e lui si avvicina sempre di più e dice cose come mi mancavi e finisce per baciarti e tu all’improvviso ricordi ogni cosa, dalla sensazione bellissima dell’essere amati all’indescrivibile effetto di due braccia che ti stringono per tenerti vicina, recuperi tutto quel calore che avevi dimenticato e inizi a brillare della luce di chi ha qualcuno che è tornato indietro per lei.

E poi ti svegli in preda a cose che tentare di descrivere sarebbe comunque inutile.

 

Nessuno è mai tornato indietro per me.

 

Ho passato i primi venti minuti della giornata a cercare di capire cosa, in nome del cielo, aveva scatenato il ricordo di quell’uomo. Ho chiesto all’Universo quale perversa ironia lo spingeva a risvegliare in me quel genere di sentimenti, specie adesso che ho già abbastanza cose per la testa e in un momento in cui per una volta certe cose ero riuscita a lasciarmele alle spalle.

Grazie.

Tachicardia

Manca poco.

Uno dei miei migliori amici di Oxford mi ha appena scritto, ricordandomi –come se ce ne fosse bisogno!– che tra due settimane sarò di nuovo lì. Stavo guardando la mappa di un centro commerciale e… i nomi delle vie mi colpiscono come pugnali.

C’è una voce nella mia mente che dice come mai non sei lì? Dovresti essere lì! Come un elastico, come una corda che tira da quella parte.

Oxford mi ha stregata.

Nella situazione in cui sono metto ogni cosa in dubbio, perfino le cose più ridicole. Comprare due litri di latte? Andrà consumato in tempo? Comprarne solo uno e uscire anche domani? Questo genere di idiozia.

Quindi all’euforia di cinque giorni fa, quando ho comprato i biglietti, si è unito oggi anche lo sgomento.

Sto per tornare. Sto per tornare dove mi sono innamorata contemporaneamente di Verde Acqua e dell’architettura di Oxford, dove ho scoperto la primavera insieme a Reyn, dove ho iniziato a vivere da sola prendendomi una cotta tremenda per chef B. Ho vissuto la città in preda a sentimenti profondissimi, brillanti, così vividi da ferire gli occhi.

C’è una strada, in quella dannata città, il cui solo ricordo possiede il calore del braccio di Reyn attorno alle mie spalle.

Un museo nel quale ogni anfratto mi ricorda i baci che non ho dato a Verde Acqua.

Un intero parco che parla di fallimento e di fiori e di acqua e di luce.

Ho coperto ogni centimetro di quella città di emozioni.

 

E puoi farlo di nuovo.

Il peso della valigia

Stavo leggendo fanfictions.

Sono brevi, facili da leggere e in genere hanno un finale dolce e carino.

Questa lo aveva.

Leggevo fanfiction quando ad un tratto mi è sembrato di sentire qualcuno in strada che urlava.

Help Me.

Io ho questa cosa piantata nel cervello, questa estensione completamente opposta a quella del mo amico Mika –la sua si chiama Fatticazzituoi- che si attiva in caso di pericolo: E Se Dipendesse Da Te?

Oggi una delle mie supervisor, dopo le mie otto ore di lavoro, ha cercato neanche troppo subdolamente di convincermi a restare per aiutarla la sera. Sono sotto di due staffer. La mia estensione si è subito attivata ma quella che Mika sta cercando di installare da settimane ha avuto il sopravvento: Fatticazzituoi. Vai a casa.

Normalmente l’avrei combattuta con un E se io fossi l’unica che la può aiutare? ma ero troppo stanca dentro e fuori per fare qualunque cosa che non fosse mormorare Vedrai che sarà una serata tranquilla come ieri, noi ce l’abbiamo fatta in tre e andare a casa.

Help Me.

Non era help me, alla fine, ma dentro di me sono esplosi mille scenari tremendi, un incidente, un malore, un’aggressione.

L’universo di qualcuno potrebbe essersi appena spezzato, mi sono detta, e io sono qui che leggo fanfictions erotiche sugli eroi della Marvel.

E poi mi è venuto in mente quando il mio universo si è spezzato, e le parole che mia sorella mi ha rivolto non più di una settimana fa mentre ero ancora in Italia: io ricordo solo che stavo giocando alla Playstation, in soggiorno, e ti sentivo, in camera, piangere e urlare.

Lei aveva dodici anni, all’epoca, e io mi ricordo come fosse ieri il dolore che mi sommergeva al punto di non riuscire a sopportarlo, tutto quel dolore che in qualche modo, attraverso la mia voce, cercavo di far uscire prima che mi dilaniasse.

Non più tardi di mezz’ora fa uno dei miei amici mi ha mandato una foto di lei. E’ sempre bellissima e io mi aspetto che sia felice fuori e arrabbiata dentro, come sempre, com’era due anni fa quando ho cercato di appianare le cose per l’ultima volta.

 

Oggi la valigia pesa.

Pesa perché ti aspetteresti che una persona che ti ha mollato sia felice, ignara, noncurante al punto di permetterti un’amicizia, un saluto, uno sguardo o almeno la risposta ad un eventuale messaggio che chiede come stai.

La mamma mi ha fatto troppo buona, è questa la verità.

 

Intanto ho in loop, piantato nel cervello, il ritornello di Show Me What I’M Looking For.

E stavolta non riesco neanche a gridare perché so che, a differenza di allora, nessuno verrà a salvarmi.

Dove Non Sei

Oggi ho passato la mattinata nel quartiere dove abita e lavora Mr. Gatto.

Quattro ore a guardarsi le spalle, a scrutare dall’altra parte della strada attraverso una vetrina buia e un paio di occhiali da miopia, a pensare quale fosse la scelta migliore, se passare avanti o cedere alla preoccupazione perché si vive una volta sola e io non credo ai giochi d’orgoglio.

Oggi dovevo incontrarmi con Reyn.

E’ atterrato in UK lunedì e ci eravamo riproposti, due settimane fa, di vederci per un caffé.

E’ rimasto in silenzio stampa fino a giovedì sera, quando mi ha mandato uno striminzito Ehi, dove ci troviamo sabato?, e ho permesso al mio corpo di rivivere l’accento delle sue parole, la forma delle sue mani, il calore dei suoi abbracci.

Poi una parte di me che odio ha detto Ricordi quel ragazzo che, pur sapendo che avevi una cotta per lui, quel giorno ha passato la serata a fingere di essere il tuo ragazzo sostitutivo? E ricordi quel ragazzo che, pur sapendo che tu eri coinvolta fino a quel punto, ha aspettato che tu lo mettessi con le spalle al muro prima di ammettere che forse non era affatto coinvolto?

Stai andando avanti, mi ha detto la mia amica E quando le ho detto che avevo deciso di non vedere nessuno dei due.

E io mi chiedo se sia proprio così.

 

PS: sono delusissima dal fatto che Back, il mio post migliore degli ultimi credicimila giorni, è stato apprezzato solo da xoxangelxox –grazissime!-. Lo so che la gente viene qui, legge e tira dritto, ma sarebbe stato carino sentire, dopo settimane di post tremendi e questo stato di semidepressione, qualcuno che esultava con me per quel sole che fa capolino.

Just Saying.

Quella Che.

Ti ricordi quel giorno in cui ti facevano male gli occhi?

Sono corsa al bar della scuola in cerca di una bustina di camomilla, perché quando ero piccola e mi facevano male gli occhi la mamma mi faceva sempre degli impacchi di camomilla. Ci hanno guardate ridendo e tu mi hai rimproverato con gli occhi, imbarazzata, mentre io cieca badavo solo ai tuoi occhi.

Da quel giorno ho iniziato a viaggiare ovunque con una bustina piena di cerotti, bustine di zucchero e di camomilla, cotton fioc e fazzoletti, per ogni evenienza, perché il pensiero che qualcosa potesse succederti e cogliermi impreparata non mi lasciava dormire la notte.

Oggi, dopo che un’imprevisto mi aveva trovato impreparata, ho ripensato a quella bustina e dopo tanto tempo ho pensato anche a te.

 

Ti ricordi quando, all’inizio di tutto, tu guardavi Grey’s Anatomy e io no?

La mattina dopo, durante le ore di ebanisteria, mi raccontavi tutta emozionata cos’era successo e io me ne stavo lì, ancora in preda al dubbio, ascoltandoti e guardando il tuo volto che brillava, cercando di capire se ti amavo oppure no. Poi abbiamo iniziato a guardarlo insieme, a distanza di cellulare, mandandoci messaggi in tempo reale e discutendone la mattina dopo.

Se ripenso a quando Callie e Arizona si sono messe insieme mi manca l’aria. “Vorrei vederti con il vestito bianco…”

Quando si sono lasciate ho pianto di nuovo, e urlato come quando il nostro noi ha smesso di esistere. Ogni volta che vedo una scena di Grey’s Anatomy mi viene la nausea e piango di nuovo.

Oggi ho scoperto che Sarah Ramirez è bisessuale e mi sono chiesta dove sei.

 

 

Ti ricordi quando facevamo piani per andare all’Ikea?

Le macchine delle nostre famiglie non erano mai abbastanza grandi e non c’era mai abbastanza tempo. Andarci insieme avrebbe significato iniziare a pensare a qualcosa, a costruire, anche solo nella nostra mente, un luogo. Chine sul catalogo indicavamo le cose, storcevamo il naso, ci preoccupavamo di trovare qualcosa che piacesse ad entrambe.

Non ce l’abbiamo mai fatta.

Sono certa che andarci insieme avrebbe significato baciarti in ogni angolo buio, farti sedere su ogni divano, fissarti senza parole in ogni cucina fin troppo facile da immaginare come nostra.

Per anni non sono più andata all’Ikea.

Oggi ho visto un divano perfetto e mi sono domandata chi vive ora in quella casa.

 

Ti ricordi di me?

Una mattina mi sono svegliata in lacrime e ho scoperto che era successo anche a te.

Qualche settimana fa ho passato una giornata in preda all’angoscia, solo per scoprire alla sera che tu eri stata ad un matrimonio.

Oggi il ricordo di te continua a girarmi intorno come un fantasma.

E non importa quanta strada io faccia, quante labbra io baci, quanti voli io prenda. Le canzoni d’amore mi riportano invariabilmente a te.

 

Ti ricordi di me? Io ero quella che doveva sposarti per sempre.