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Ho passato un anno in preda ad un innamoramento folle.

Ve lo ricordate? Eravate qui con me, a leggere delle farfalle che mi regalava, di tutte le cose verdi di cui mi aveva circondato, dei coniglietti la mattina presto e dei tramonti mozzafiato con i quali mi coccolava prima che io andassi a letto.

Sono successe delle cose e delle persone, da allora, Verde Acqua, Reyn, Starbucks, Mr Gatto, e io mi sono dimenticata di lui. Ho fatto del mio meglio lungo la strada, sbattendo contro gli stipiti perché non c’era il sole, sguazzando nell’acqua bassa credendo di annegare e facendomi tanto, tanto male.

Oggi la Mezzana si è arrabbiata con me e ha detto di smettere di rispondere No problem quando mi chiede di fare qualcosa. Perché è chiaro che non è un problema perché è il suo lavoro darmi ordini e il mio obbedire.

Poi, siccome stasera c’erano degli eventi un po’ in tutti gli angoli del college mi ha lasciato a gestire la mensa, al comando di quattro lavoratori part time che escluso uno lavorano lì da molto più tempo di me e, come se non fosse abbastanza, a gestire la cena anche per la high table –che, ricordiamo, è la tavola alla quale siedono il preside, i professori e ogni altro ospite altolocato che dovesse capitare nei dintorni– –incluso, a quanto mi dicono, l’ambasciatore della Svezia– senza che io abbia passato più di un paio di giorni a farci pratica.

Me, che lavoro lì solo da tre mesi e che sono stata confermata full-time solo una settimana fa.

L’Universo era ovunque.

Era nel sorriso titubante della prima ospite della high table, nel cenno con il quale il part time più esperto ha risposto al mio So che posso fidarmi, negli occhi di John, il cuoco più gentile, che diceva Stai andando alla grande, respira.

Era nelle risate di Neil che diceva Ma sempre tu?, nei Come stai? sempre più numerosi degli studenti che mi salutano in cassa, nel volto largo e speciale di Anou che mi chiede Com’è il nuovo appartamento?

Era nella leggera brezza che soffiava attraverso le finestre della mensa, nel profumo di cipolla che impregnava l’aria, nel suono trascinante di Mika che, ancora una volta in turno con me, attaccava la canzone delle muse trasformando la cucina in un palco.

Era in tutti i passi di KPM, per il quale ogni scusa era buona per guardarmi o sorridermi.

Era negli occhi azzurri di Ben, più attaccabrighe che mai.

Era nella meravigliosa voce di Cat.

Ho preso la bicicletta, verso le otto, e ho lasciato che la brezza di Oxford nord mi riempisse la maglietta. C’è qualcosa di meraviglioso nel tramonto inglese, il modo in cui tutto si copre d’oro, la nitidezza quasi dolorosa di ogni dettaglio.

Ho fermato la bici, in cima alla salita, guardandomi intorno e nutrendomi del colore del cielo in fondo, tra gli alberi, quel delizioso pesca che è il colore più bello del mondo.

E lassù c’era l’Universo, con il naso sulla mia nuca, le braccia che mi stringevano, il suo profumo come una nuvola attorno a me.

– Finalmente sei tornata.

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Le Mie Pinne

E siedo, in quella che è chiaramente la tana di un qualche animale selvatico –non serve una Mary Poppins a deciderlo– nel mio pigiama gufoso e con i piedi felici.

Sono passate quasi due settimane dal mio ultimo post, post che peraltro non rende giustizia alcuna al meraviglioso capodanno che ho passato. Pedalare attraverso Oxford con un vestito luccicante addosso e le magiche babbucce di A, approdare in una cucina dove QSN –sono abbastanza vicina alla sostituzione di questa orribile sigla– cucinava come un forsennato, sentirsi dire Ma tu domani lavori, hai bisogno di dormire, andiamo a nanna presto e finire a guardare Ladyhawke, accoccolata tra le braccia del suddetto sotto una piumone meraviglioso non ha chiaramente prezzo. Quando i botti della mezzanotte sono iniziati ho alzato la testa verso di lui e ho mormorato Buon Anno per ricevere un bacio morbidissimo e una stretta ancora più coccolosa.

Parliamone. Quanti uomini si sarebbero svegliati alle 6 del mattino del giorno di Capodanno –e di domenica– solo per farmi la colazione perché dovevo andare al lavoro presto?

Comunque.

vedete come si perde facilmente il filo del post quando si parla di QSN?

Dopo una giornata lunghissima iniziata alle cinque del mattino e piena di consigli tipo Dovresti diventare supervisor, saresti brava, sei nel negozio giusto, è così tranquillo, fai un investimento, ti fa bene al CV, fallo, fallo FALLO, approdo a casa con i piedi a pezzi –maledette scarpe e maledetti turni di nove ore– e mi areno tristemente sul letto.

Che ne sarà della mia vita? Cosa voglio veramente fare? Aveva ragione il mio supervisor M quando diceva che il problema grosso è che non sai cosa vuoi fare nella vita. Mi sono girata da una parte e ho deciso che la prima decisione sensata da prendere era rubare del sale grosso dalla cucina e mettere i piedi a bagno.

Niente di più sensato.

Vorrei che potessimo tornare indietro
e ricordarci quello per cui combattevamo
Vorrei che sapessi
che mi manchi troppo per essere ancora arrabbiata

Mi piace metter su la musica a caso e così, con i piedi a mollo in acqua bollente e sale, ho iniziato a cantare. Canzoni del passato, come For You dei The Calling, targata peraltro 2003, e Perfect di Pink, che assieme a Try di Colbie Caillat nutre la vocina dentro di me che qualche volta non dice Va Tutto Bene a voce abbastanza alta. Ho cantato a squarciagola, battendo il tempo nell’acqua con le mie pinne, osservando l’ombra delle ondine sul fondo bianco della vasca e schizzando goccioline solo per vedere i cerchi allargarsi sull’acqua.

Romeo salvami, mi sentivo così sola
questo amore è difficile ma è reale.
Non aver paura, usciremo da questo casino,
è una storia d’amore, dì solo di sì.

In qualche modo credo che accidentalmente il 2016 sia stato l’anno di Taylor Swift, tra Out The Woodche mi ha vista in bilico tra la cotta per l’Altro Naufrago –ehi man, ma mi leggi ancora?– e la Disperazione dei giorni in cui non volevo nemmeno uscire dal lettoAll You Had To Do Was Stayche portava indietro troppe cose e troppe persone– e I Wish You Would -che apparterrà sempre a Lei– finché non è arrivata, in sordina, This Love, con le sue note che scivolano come acqua molto bassa sui ciottoli, in una mattina autunnale piena di sole nella quale ho visto per la prima volta un mondo più vivido e affilato di come lo ricordassi.

Questo amore è buono, questo amore è cattivo,
questo amore è tornato in vita dalla morte
queste mani hanno dovuto lasciarlo andare
e questo amore è tornato indietro da me.

Quella Che.

Ti ricordi quel giorno in cui ti facevano male gli occhi?

Sono corsa al bar della scuola in cerca di una bustina di camomilla, perché quando ero piccola e mi facevano male gli occhi la mamma mi faceva sempre degli impacchi di camomilla. Ci hanno guardate ridendo e tu mi hai rimproverato con gli occhi, imbarazzata, mentre io cieca badavo solo ai tuoi occhi.

Da quel giorno ho iniziato a viaggiare ovunque con una bustina piena di cerotti, bustine di zucchero e di camomilla, cotton fioc e fazzoletti, per ogni evenienza, perché il pensiero che qualcosa potesse succederti e cogliermi impreparata non mi lasciava dormire la notte.

Oggi, dopo che un’imprevisto mi aveva trovato impreparata, ho ripensato a quella bustina e dopo tanto tempo ho pensato anche a te.

 

Ti ricordi quando, all’inizio di tutto, tu guardavi Grey’s Anatomy e io no?

La mattina dopo, durante le ore di ebanisteria, mi raccontavi tutta emozionata cos’era successo e io me ne stavo lì, ancora in preda al dubbio, ascoltandoti e guardando il tuo volto che brillava, cercando di capire se ti amavo oppure no. Poi abbiamo iniziato a guardarlo insieme, a distanza di cellulare, mandandoci messaggi in tempo reale e discutendone la mattina dopo.

Se ripenso a quando Callie e Arizona si sono messe insieme mi manca l’aria. “Vorrei vederti con il vestito bianco…”

Quando si sono lasciate ho pianto di nuovo, e urlato come quando il nostro noi ha smesso di esistere. Ogni volta che vedo una scena di Grey’s Anatomy mi viene la nausea e piango di nuovo.

Oggi ho scoperto che Sarah Ramirez è bisessuale e mi sono chiesta dove sei.

 

 

Ti ricordi quando facevamo piani per andare all’Ikea?

Le macchine delle nostre famiglie non erano mai abbastanza grandi e non c’era mai abbastanza tempo. Andarci insieme avrebbe significato iniziare a pensare a qualcosa, a costruire, anche solo nella nostra mente, un luogo. Chine sul catalogo indicavamo le cose, storcevamo il naso, ci preoccupavamo di trovare qualcosa che piacesse ad entrambe.

Non ce l’abbiamo mai fatta.

Sono certa che andarci insieme avrebbe significato baciarti in ogni angolo buio, farti sedere su ogni divano, fissarti senza parole in ogni cucina fin troppo facile da immaginare come nostra.

Per anni non sono più andata all’Ikea.

Oggi ho visto un divano perfetto e mi sono domandata chi vive ora in quella casa.

 

Ti ricordi di me?

Una mattina mi sono svegliata in lacrime e ho scoperto che era successo anche a te.

Qualche settimana fa ho passato una giornata in preda all’angoscia, solo per scoprire alla sera che tu eri stata ad un matrimonio.

Oggi il ricordo di te continua a girarmi intorno come un fantasma.

E non importa quanta strada io faccia, quante labbra io baci, quanti voli io prenda. Le canzoni d’amore mi riportano invariabilmente a te.

 

Ti ricordi di me? Io ero quella che doveva sposarti per sempre.

Bandiere

Abbiamo tutti ricordi che i perseguitano, cose che abbiamo fatto quando eravamo troppo giovani per renderci conto di quello che facevamo e per capirne la portata.

In genere sono tanto distanti da essere sfuocati e in qualche modo dimenticati o perdonati, a volte ti guardano negli occhi dall’altro lato della strada.

 

Quando ero alle elementari avevo una cotta tremenda per un bambino.

Era un tipo tranquillo, era bravissimo a disegnare, faceva il portiere nella squadra di calcio ed era divertente in maniera discreta e non plateale. Era il bambino più alto della classe, aveva i capelli scuri e un viso allungato, dei lineamenti non esattamente comuni e…e per essere passati diciassette anni credo siano abbastanza dettagli, ecco.

Ne ero ossessionata.

Credo che sia la cosa di cui vado meno fiera nella mia vita dopo quello che è successo con lei: lo inseguivo, gli mandavo bigliettini, credo di avergli dato un bacio sulla guancia con l’inganno, facevo un tifo sfegatato per lui alle partite e in generale rendevo entrambi ridicoli. Sua madre venne a parlarmi e fu molto gentile, ma ripensare a quelle parole adesso mi fa venire la pelle d’oca: quella persecuzione, la mia persecuzione, gli dava gli incubi.

Alla fine delle elementari cambiò scuola e non lo vidi più. Era una scuola privata molto valida e mi chiedo quanto ampio fosse il danno inferto a quel povero bambino.

 

Oggi l’ho rivisto.

Brandiva enormi bandiere bianche e azzurre, vestiva l’uniforme degli sbandieratori e aveva un modo di fare calmo e sicuro di sé che lo ricopriva come un’armatura.

L’ho guardato sventolarle, arrotolarle e srotolarle nell’aria, lanciarle con un piede e riprenderle senza apparente sforzo, saltellando a destra e a sinistra su un piede solo e facendo il giocoliere con quattro cazzo di bandiere.

Questi diciassette anni non hanno fatto altro che affilare i suoi lineamenti: ha gli stessi capelli scuri, svetta ancora sulla folla e io temo di avere ancora una cotta tremenda per lui.

 

Io ho un debole per tamburi e bandiere, l’ho sempre avuto e sempre lo avrò. Sono giunta alla conclusione che in una vita passata sono stata l’amante di uno sbandieratore, altrimenti non si spiegherebbe la reazione praticamente fisica che ho ogni volta che assisto a questo genere di spettacoli. Oggi c’era la rievocazione storica nel mio paese d’origine –un evento al quale ho partecipato sia da spettatrice che da figurante prima e attrice poi– e devo dire che i dieci minuti di spettacolo degli sbandieratori valevano il biglietto dell’aereo, quello del bus e anche quello del treno.

più o meno cento sterline

Credo che domani andrò a cercarli di nuovo.

 

Il fatto è che non posso fare a meno di desiderare di scusarmi con lui.

Il fatto è che lo guardo e vorrei che non muovesse ancora così tante cose dentro di me.

Il fatto è che vorrei avere qualche scusa in più per guardarlo negli occhi e dire Ciao.

Crescere

Quando si cresce?

Quelle che state leggendo sono le prime parole da ventottenne che scrivo nel blog. Senza che me ne accorgessi sono invecchiata di un altro anno.

Ho un buono di 55 sterline nel mio Amazon che pensavo di volere disperatamente e che ora non so come usare ma il regalo migliore che mi sono fatta è un quaderno di Paperchase spesso come un libro di HP e che sto usando come diario dei cinque anni: ogni giorno rispondo ad una domanda diversa e tra cinque anni mi divertirò a guardare le differenze tra le risposte di anno in anno.

Quella di oggi era cos’è successo di recente che ti ha reso fiera? e io credo che la giornata di oggi sia un buon esempio.

Qualcuno potrebbe essersi perso le puntate precedenti, nelle quali uscivo con l’UomoPantera prima e con…

pausa di riflessione, è troppo importante per dargli un nome in maniera affrettata

…un’altra persona dopo. L’UomoPantera si trasferisce tra 15 giorni a Singapore e oggi, in qualche modo, lo volevo salutare per l’ultima volta, ma NO, ci sono cose più importanti da fare, non importa che siano settimane che dice voglio salutarti per bene e oggi, per grazia divina, non lavorava.

Prometto che appena ho tempo ci vediamo.

Credo che crescere sia anche smettere di credere alle favole, mettere i paletti, fermarsi quando le gambe partono per lo sprint del correre dietro a qualcuno. There’s just so much you can do, si dice in inglese, puoi fare solo fino ad un certo punto. Oltre quel punto è responsabilità dell’altra persona muovere il culo e trovarsi a metà strada.

L’UomoPantera ha avuto la sua occasione.

 

Oggi ho passato la mattinata a guardare Orange is the new Black.

Netflix è una cosa che non mi sarei mai dovuta fare perché mi sta divorando la vita: prima ho guardato tutte le serie di How I Met You Mother -se foste amici miei su FB l’avreste certamente notato– e al momento sto cercando di guardarmi OitnB.

Ho dovuto prendermi a calci per uscire. Il mio problema è che abito molto di più la mia mente che il mio corpo.

Ma sono uscita nonostante tutto, camminando molto più di quanto mi sarebbe piaciuto fare e sopportando la calca e la musica alta. Ballando, perfino. E quanto tempo era passato dall’ultima volta che avevo sentito musica così alta da farmi vibrare la cassa toracica.

Camminavo per la strada, pensando a quante cose mi fanno paura e a quanto diverse siano le due persone che io stessa sono prima e dopo averle affrontate. Qualcuno ricorderà il terrore e il desiderio di non lasciare nemmeno la mia stanza che avevo appena trasferita qui, appena assunta da Starbucks. Le cose che potevo sbagliare erano troppe, gli errori, le cose da imparare, l’avere a che fare con i clienti.

Ero immersa in un’amabile conversazione, l’altra mattina, con una cliente, e potevo sentire, accanto a me, il fantasma della persona che ero prima di iniziare a lavorare. Una ragazza piena di paura, esitante, troppo impaurita per spiccicare parola.

Oggi sono IL customer service. Oggi sono quella che è sempre in cassa. Oggi sono quella che perché non diventi supervisor.

E mi chiedo, di fronte alle cose che mi spaventano ora, che persona sarò dopo.

E la curiosità di diventarlo è tale che non vedo l’ora di saltare dall’altra parte.

Prospettiva e Tiziano

Quando viviamo la nostra vita giorno per giorno ci sono cose di cui non ci rendiamo conto, allo stesso modo in cui ci sfugge la crescita di un fratellino o una sorellina quando ci viviamo insieme. Serve un intervento esterno per farci voltare, analizzare la situazione e convenire che sì, la sorellina è diventata altissima, il coniglio continua a crescere e i risultati personali sono incredibili.

Oggi, dopo credo due anni di assenza, ho finalmente riabbracciato la mia amica E.

Tornare in Italia è se non altro una buona scusa per recuperare persone che non senti da una vita, parenti vicini e lontani e quelle persone che ti capita di sentire una manciata di volte all’anno ma sempre con estremo piacere.

E., nello specifico, è una compagna di classe del liceo scientifico, una ragazza mooolto simile a me agganciata nell’unico anno che trascorremmo nella stessa classe –credo ormai dieci anni fa o più– e mai sganciata, nonostante il suo trasferimento a Domodossola e il mio in Inghilterra. Sono quelle persone che condividono un po’ la stessa anima, quelle che amano le stesse cose di allora e non hanno paura di ammetterlo, quelle con cui ti ritrovi ad avere la stessa opinione, quelle che accendono la radio e grazie a Sere Nere è di nuovo il 2003.

nel tentare di addolcirmi la camomilla ho quasi lasciato cadere una cucchiaiata di miele sulla tastiera

Sono le persone alle quali racconti le tue disavventure tutte in fila, come perle, e solo quando arrivi all’ultima ti rendi conto della strada fatta: solo tutte insieme segnano i miei passi, le mie conquiste, la mia crescita. Solo partendo dai piccoli disastri fatti all’inizio si apprezzano le grandi cose che ho in mano ora o che ho appena appoggiato sulla mensola.

Sono le persone con cui puoi veramente sfogarti, quelle che conoscono i posti dove sei stata e le persone con le quali hai combattuto, quelle che danno il valore alle lacrime perché sanno dove quei fiumi hanno origine. Li hanno visti nascere, quei fiumi, tanti anni fa: ne sono state, in qualche modo, guardiane e protettrici e condividono il mio stesso allibimento e la quieta, disturbante preoccupazione per coloro che li hanno lasciati.

Also, sanno quello che mi piace, quello che possiamo dividere, quello che ci fa ridere entrambe e ci porta in un posto più luminoso, un posto dove passeggiamo e ci riempiamo gli occhi di bellezza e siamo di nuovo piccole, solo per un po’.

E poi c’è Tiziano Ferro, che in una vita dove la musica scandiva le epoche parlava di un posto a metà, un transito tra la mia vita buia e quella in cui imparavo ad amare, un luogo in cui si apriva la luce e arrivava la soddisfazione di abitare un mondo che avevo scelto io. La sua voce è il tragitto dell’autobus nel buio delle mattine d’inverno, l’eco delle aule tristi dello scientifico, la luce che attraversa le pareti di vetro dell’artistico e le parole della mia amica M durante l’anno in cui mi divertivo a giocare con le parole, sognando un giorno –io che non so nemmeno leggere uno spartito– di farne musica: scrivi nello stesso modo.

dove sono finite le mie poesie?

Tiziano Ferro, il cui profilo, in una vita in cui l’amore per il mito non è mai esistito, era familiare come quello di un fratello maggiore, la cui voce sfiorava cose che io non sapevo dire, come l’amore per Luce Nera, e le cui parole che spesso non si incatenavano tra di loro apre una specie di stanza in cui tutto è possibile. Torna indietro un’era che sembra finta tanto è distante, un’era in cui la vita era ancora A e B, in cui le cose veramente grosse non erano ancora entrate e potevo permettermi di crogiolarmi nel dolore tiepido del non avere il coraggio di dichiararmi.

Tiziano Ferro, per tutti quelli che storcono il naso, per tutti quelli che mi hanno attaccato un’etichetta addosso, per tutte le volte che incrociavo i testi tra di loro e mi specchiavo in qualcuno che avrebbe seguito una strada diversa, per una ragazzina che ancora non aveva forgiato lo scudo di LighBringer.

e poi vengono e ti dicono che l’ultima briochina rimasta nella scatola ti appartiene e tu sei felice

Una giornata tranquilla, oggi: il calore dell’amicizia, uno sguardo molto quieto alla strada percorsa e un momento di calma, avvolto nella coperta familiare della sua musica, mentre nuove parole mi scivolano sulle labbra per cadere come inchiostro su queste pagine…

Ti fermo alle luci al tramonto e ti guardo negli occhi
E ti vedo morire
Ti fermo all’inferno e mi perdo perché
Non ti lasci salvare da me
Nego i ricordi peggiori
Richiamo i migliori pensieri
Vorrei ricordassi tra i drammi più brutti
Che il sole esiste per tutti

La magia sta tornando, lentamente, tra gli occhi che guardano il dolore distante con una nostalgia sussurrata e la gioia da piccolo animale di chi è riuscito a vedere e imprigionare un preziosissimo sorriso.

Voglio che quella sensazione resti qui, incastonata nel mio scudo di LighBringer, assieme ad ogni altro attimo di follia e dolore che ho fermato con l’inchiostro.

Voglio che tra cinque anni, nel rileggere queste righe, mi sfugga dalle labbra lo stesso identico sorriso e mi si accenda nell’anima una candelina tutta di miele. Perché so già che quel giorno andrò in cerca di quella foto, e ricorderò il calore del sole al tramonto e le fusa distratte di qualcuno che da tanto tempo non era stato abbracciato così.

Altre Verità

Quando la notte è lunga, quando hai pensato troppo, quando soprattutto ti sei lamentata troppo…è il momento migliore per una manciata di domande nonsense per farvi gli affari miei. Era una vita che le avevo in bozza e stasera, per la serie Non Voglio Andare a Letto, eccovi 30 domande improbabili alle quali mi piaceva l’idea di rispondere.

  • How old were you when you had your first kiss?

pensa poi si nasconde la faccia dietro le mani– Sedici. Ma non tanto perché son tanti, quanto perché la relazione è andata avanti due anni senza che io avessi il coraggio di dare nessun bacio. Shame On Me and On My Cow.

  • If I handed you a concert ticket right now, who would you want to be the performer?

Per assurdo direi Christian Kane, se non altro perché quel maledetto è a Londra tra 4 giorni e io sarò in Italia. Ma pensandoci un po’ meglio direi le Celtic Women, solo, con la prima formazione.

  • What color looks best on you?

Rosso. Per assurdo, dato che a me il rosso non piace.

  • Name three facts about your family?

Abbiamo una malattia genetica che potrebbe farci diventare tutti ciechi/siamo tutti dei gran casinari/ci riuniamo almeno una volta al mese per pranzare tutti insieme.

  • What’s the best thing you can cook?

Ieri avrei risposto risotto, dopo il pranzo di oggi non ne sono più tanto sicura. Direi cous cous, ma per ragioni puramente affettive.
la verità è che nella mia mente sono molto più brava a cucinare che nella realtà

  • If you could pick the gender and appearance of your child, would you?

Credo proprio di sì: mi piacerebbe una bambina e per qualche motivo vorrei avesse i capelli rossi. Vallassapere.

  • If you died right now, what song would you want to play at your funeral?

Domanda facilissima alla quale ho una risposta da parecchio tempo: Into The West di Annie Lennox!!!

  • Favorite holiday dish?

Crostoli. Anche senza zucchero a velo né ripieno né altro, ma se sono croccanti sono MIEI!

  • Would you ever get into a long distance relationship?

Nope nope. Venti minuti di macchina sono il mio limite massimo e già lì andavo in crisi. Nope nope nope.

  • Favorite kind of soup?

Zuppa di funghi! *ç*

  • What’s the most thoughtful present you’ve ever received?

ride e se ne va– I regali che ho ricevuto finora sono stati sempre abbastanza random.
Perfino il più azzeccato che mi hanno fatto –ride amaramente– mi è stato fatto in modo completamente random.

  • Are you currently in love with someone?

Non esattamente ma se continua così potrebbe veramente succedere di tutto.

  • Would you ever become a vegan?

Lo sono stata per tre anni, poi ho dovuto soccombere alla magia del mio host father.

  • What’s your favorite hot beverage?

Caffé al ginseng, se non altro perché è l’unica cosa che posso bere senza morire.

  • For your birthday, what kind of cake do you ask for?

Croccante, quindi cheesecake o una semplice crostata.

  • Do you like going on airplanes?

Ohmmioddio sì, da morire. Sono particolarmente assuefatta alla sensazione dell’aereo che si alza da terra.

  • Did you ever play an instrument? If so what?

Ho un’ocarina che sopporto solo tipo 7 minuti alla volta, ma mi vergogno molto di non saper suonare la chitarra.

  • Who was your best friend when you were six years old?

Una ragazza incredibilmente in gamba di nome Silene.

  • What color was your childhood home?

La stessa che ho adesso, bianca e arredata con mobili in ciliegio.

  • Starbucks order?

Soymilk Decaf White Mocha Macchiato. Tanti auguri, l’ultima volta me l’hanno sbagliato solo due volte.

  • Do you like where you’re from?

Decisamente. Ho abitato quasi tutta la vita in una città quasi perfetta dalla misura perfetta con tutto quello che una piccola iku poteva sognare.

  • What was your favorite book as a child?

Brividi D’Estate di Patrizia Rossi –corre immediatamente a cercarlo

  • What’s the scariest dream you’ve ever had?

Sogni veramente poche cose spaventose, e quando lo faccio sono spaventose solo dentro: mia madre che torna in vita o la mia ex incredibilmente incazzata con me.
Pensandoci credo che la cosa più inquietante di tutte fosse il matrimonio della mia ex.

  • Would you rather carve pumpkins or wrap presents?

Odio l’odore dell’interno delle zucche e amo incartare i regali: easy!

  • Favorite kind of candy?

Ho sempre preferito le cose salate ma ho un debole segreto per le caramelle mou…

  • Would you rather be cold or hot?

Non soffro particolarmente il freddo –seguo il metodo orso polare*– mentre odio il caldo…

  • Do you listen to what’s on the radio?

Spessissimo, per conoscere canzoni nuove e imparare cose random.

  • Do you like when it rains?

In genere sì, non sono metereopatica e non mi dispiace eccessivamente anche quando mi piove in testa.

  • What’s a movie you cried while watching?

Uhu, la lista è lunga ma il primo dell’Era Glaciale, per qualche motivo, mi viene in mente prima di tutti.

  • Do you think you’re important?

Tira una moneta: testa è sono certa che le parole che dico qui siano importanti per qualcuno e che il modo in cui ho incrociato la vita di qualcuno possa essere importante e croce è una frase censurata per evitare di impressionare i miei lettori. In genere comunque è testa…

 

 

 

*una delle mie battute preferite: gli orsi polari hanno apparentemente 20 cm di pelo e 30 cm di grasso