Di stanze, college, anime e ricordi

Ho la lingua fuori uso.

spazio all’immaginazione. Come mai? Scrivete nei commenti e darò un premio al vincitore

Buonasera e benvenuti nella mia stanza! Vi ho detto che la cosa più figa è che la scrivania è rivolta verso il centro della stanza e quindi sembra di essere in un piccolo studio? Ho perfino una sedia in più dalla parte opposta nel caso che qualcuno venisse a trovarmi e la cosa è veramente ridicola ma mi diverto troppo.

L’effetto d’insieme è che ci sia una netta divisione tra l’angolo studio e l’angolo letto e devo dire che la cosa non mi dispiace. Tra le cose che dovrei fare per migliorarmi c’è anche dormire meglio e lasciare pc e cellulare lontani dal letto potrebbe essere una buona regola.

Vi ricordate il battesimo a cui sono stata qualche tempo fa? Oggi io e la mia amica Cathy abbiamo portato il bambino al nostro vecchio college perché se lo spupazzassero per bene come da tradizione. E’ stato bello tornare in quei posti e rivedere facce note: tutti mi hanno chiesto se stavo tornando e cosa stavo facendo, finendo per commentare a metà tra il risentimento e l’ammirazione quando gli dicevo che ero portiere in un altro college. Tutto sommato è un salto bello grosso ma quando una mia ex collega –che adoro e che mi ha fatto estremamente piacere rivedere stamattina– mi ha detto ah, quindi è solo una questione di soldi per te? ci sono rimasta un po’ male.

Ovviamente in cucina c’era Chef B, bello come sempre e un po’ meno cretino del solito. Mi ha abbracciata con molto calore e devo dire che la cosa mi ha fatto davvero piacere, ma poi ci siamo ritrovati a parlare con lui e Cathy del dolore del parto e di tutte quelle bellissime cose di cui non ti parlano quando sei incinta e la cosa ha preso una piega un po’ surreale.

Dopo pranzo –perché ovviamente essendo così vicini all’orario del pranzo mi è anche stato offerto del fish and chips, essendo oggi venerdì– sono tornata precipitosamente a casa per finire di amministrare la mia stanza, che aveva ancora non solo mezzo valigione da disfare ma una serie infinita di borse e borsette, sia di roba ereditata dalla mia amica –compreso del Ciobar. Non si conosce veramente il valore del Ciobar finché non ci si trasferisce in UK– sia di roba mia che ancora non aveva trovato una collocazione. Tra una cosa e l’altra mi sono ritrovata a dover fare un po’ di repulisti del computer e in fondo al mio hard disk ho ripescato un anime che guardavo nel 2002.

Nel 2002!

pausa in cui sono felicissima di comunicare che quell’astuccio che cercavo ieri è stato miracolosamente ritrovato in una delle suddette borse ma che disgraziatamente ho rotto gli occhiali. Non cercate un nesso perché non ce n’è

Calcolate che all’epoca avevo 14 anni, ero forse ancora allo scientifico e se anche per puro caso avevo incontrato lei di certo non avevo idea che me ne sarei innamorata follemente. No, così, per dare un po’ di coordinate.

C’erano certe frasi, in quell’anime, che avevo imparato a memoria, musiche che ancora oggi mi fanno venire la pelle d’oca, interi pezzi di cui mi ero innamorata follemente e che avevo, se non sbaglio, perfino registrato su una videocassetta.

Fa un po’ tenerezza osservare dopo tanti anni la passione di cui ardevo per una cosa che tutto sommato adesso mi sembra un po’ ingenua e molto presuntuosa. Certo, la voce di Patrizio Prata ha sempre lo stesso devastante effetto –se non sapete di cosa sto parlando non sapete di cosa sto parlando– –e credo continuerete a non saperlo perché dopo 10 minuti passati su youtube non ho trovato uno straccio di video convincente da mostrarvi…– e alcune cose di quell’anime mi fanno ancora venire i brividi ma fa comunque un po’ strano riguardarlo dopo tanti anni e rendersi conto che i brividi sono più legati alla memoria ce all’effettiva reazione alle parole pronunciate dai personaggi.

pausa in cui mi rendo conto di aver scritto tantissimo e non aver detto quasi niente

Da domani si ritorna a lavoro dalle 8 alle 16 per 7 giorni di fila… se siete nei dintorni venitemi a trovare ma soprattutto non dimenticatevi di commentare tentando di indovinare perché la mia lingua sia fuori uso e vinca il migliore! XD

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Visitatori

Oxford è il posto in cui la distanza tra il boia che caldo non voglio uscire dalla doccia fredda e il boia che freddo non voglio uscire dalla doccia calda è di 24 ore.

Sono a casa, con una felpina addosso, i piedi in un paio di calzini spugnosi e il naso dentro a Orange is the new black. Devo dire che non è esattamente una gioia da vedere, al momento, ma dato che le abbiamo lasciate nella merda alla fine della quarta serie non è che ci si possa aspettare che all’improvviso vada tutto bene.

Oggi è venuta a trovarmi Kiki, autrice dell’incredibile Il delfino in bicicletta, una delle mie amiche Shifters, dal concorso di Giunti Shift a cui partecipammo qualche anno fa.

nel frattempo OITNB sta diventando sempre più sgradevole da guardare

C’è questa bella cosa, con loro, che ogni tanto riaffiorano alla superficie e ci facciamo delle belle chiacchierate. Devo dire che Kiki è quella che mette in moto il meccanismo più spesso, preoccupandosi dei movimenti di ciascuna di noi e chiedendoci aggiornamenti. Ovviamente io e Fe’ ci sentiamo con una certa frequenza ma Kiki è anche una lettrice assidua del blog e quindi finisce per sapere esattamente cosa sto facendo e dove, quando scrivo.

Beh, oggi è stata così carina da venire a trovarmi a Oxford e beccarsi la vera, prima pioggia della stagione. Se fossi stata meno distratta dal mio male ai piedi –devo davvero fare qualcosa– forse avremmo potuto fare dei discorsi migliori, col senno di poi, ma anche tutte le chiacchiere che abbiamo incatenato l’una con l’altra, interrompendoci a vicenda non so quante volte, sono state uno spasso. Mi è piaciuta la facilità con cui ha assecondato la mia voglia di ciambelle e il mio desiderio di pranzare al Five Guys -anche se quest’ultimo non si è rivelato per niente all’altezza della situazione– e la fiducia con la quale mi ha seguito per le strade di Oxford.

Perché la verità è che vivendoci non ho esattamente l’ottica del turista: so da che luoghi sono attratta, in quali posti torno automaticamente se lasciata a vagare per Oxford, e so che alcuni edifici sono un balsamo per gli occhi. Così naturalmente dopo la tappa obbligata del mio college l’ho portata al Museo di Storia Naturale e il Museo Antropologico Pitt Rivers, che sono poi quelli dei quali Kiki aveva sentito parlare di più leggendo i miei resoconti.

Con un po’ più di senno di poi l’avrei potuta portare alla Libreria Bodleiana, famosa in tutto il mondo –nella quale a quanto pare posso entrare con la mia tessera del college– ma purtroppo abbiamo calcolato male i tempi, ci siamo perse a guardare i negozietti del Covered Market e alla fine ci hanno chiuso sotto il naso. Siamo comunque riuscite a berci uno frappè di Moo Moo, così denso che andava masticato, e rifarci gli occhi con un bel po’ di college, edifici e chiese.

Uno spettro mi ha accompagnato lungo tutta la giornata: la scorsa notte non ho sognato altro che lei, in una conversazione frammentaria e apparentemente infinita sul nostro passato. Perché posso effettivamente far finta di niente ma non sono felice che la persona che ho amato di più nella vita ce l’abbia ancora con me, né mi riesce facile, quelle volte che mi chiedo come sta, mordermi la lingua perché tanto so che non la posso raggiungere in alcun modo.

Ho tentato di dare all’eclissi di luna la colpa di questo sogno, specie perché se dovevo sognare un ex avrebbe avuto più senso sognare Reyn, dato che mi sembrava di averlo intravisto ieri dopo pranzo, appena fuori dal college. E’ un sogno che non mi ha sconvolta come avrebbe fatto qualche tempo fa –dopotutto sono passati parecchi anni– ma mi ha lasciato una forte amarezza che ho tentato di dissipare parlandone con Kiki e con M, altra fedele lettrice del mio blog e compagna di disavventure oxfordiane.

Per ultima vale la pena di menzionare la mia più recente preoccupazione: qualche tempo fa, nel lavorare nel primo college, avevo iniziato a giocare con un nuovo libro, una nuova storia, a cavallo tra presente e passato e ambientata in un college appunto.

Sono sicurissima di aver accumulato una quantità infinita di appunti… e non li trovo più. E se fossero rimasti in Italia?

Fantasmi sul bus

Non garantisco la buona riuscita di questo post, per tre semplici ragioni…

1. sono in bus e sto postando con l’app di WordPress

2. oggi, mentre lavoravo al Dickson Poon, ho visto una coppia di italiani. Li ho guardati per un po’, loro mi hanno guardato, io li ho guardati e loro mi hanno guardato. Alla fine ho ceduto e ho chiesto…come mai vi conosco?
Siamo i colleghi di Reyn

3. l’autobus è appena passato di fronte allo Starbucks di Headington. Ora, sarebbe bello che qualcuno di voi fosse effettivamente cliente dello Starbucks di Headington, perchè sapreste senza bisogno di indicazioni chi è Mr. Gatto. È quello alto, sorridente, con quella silhouette –sono orgogliosa di averlo scritto bene al primo colpo– inconfondibile anche dall’esterno del negozio.

Quindi eccomi sul X90, in viaggio per Londra dove domani vedró Robin Hobb, in lugubre compagnia dei fantasmi dei miei errori.

Quella Che.

Ti ricordi quel giorno in cui ti facevano male gli occhi?

Sono corsa al bar della scuola in cerca di una bustina di camomilla, perché quando ero piccola e mi facevano male gli occhi la mamma mi faceva sempre degli impacchi di camomilla. Ci hanno guardate ridendo e tu mi hai rimproverato con gli occhi, imbarazzata, mentre io cieca badavo solo ai tuoi occhi.

Da quel giorno ho iniziato a viaggiare ovunque con una bustina piena di cerotti, bustine di zucchero e di camomilla, cotton fioc e fazzoletti, per ogni evenienza, perché il pensiero che qualcosa potesse succederti e cogliermi impreparata non mi lasciava dormire la notte.

Oggi, dopo che un’imprevisto mi aveva trovato impreparata, ho ripensato a quella bustina e dopo tanto tempo ho pensato anche a te.

 

Ti ricordi quando, all’inizio di tutto, tu guardavi Grey’s Anatomy e io no?

La mattina dopo, durante le ore di ebanisteria, mi raccontavi tutta emozionata cos’era successo e io me ne stavo lì, ancora in preda al dubbio, ascoltandoti e guardando il tuo volto che brillava, cercando di capire se ti amavo oppure no. Poi abbiamo iniziato a guardarlo insieme, a distanza di cellulare, mandandoci messaggi in tempo reale e discutendone la mattina dopo.

Se ripenso a quando Callie e Arizona si sono messe insieme mi manca l’aria. “Vorrei vederti con il vestito bianco…”

Quando si sono lasciate ho pianto di nuovo, e urlato come quando il nostro noi ha smesso di esistere. Ogni volta che vedo una scena di Grey’s Anatomy mi viene la nausea e piango di nuovo.

Oggi ho scoperto che Sarah Ramirez è bisessuale e mi sono chiesta dove sei.

 

 

Ti ricordi quando facevamo piani per andare all’Ikea?

Le macchine delle nostre famiglie non erano mai abbastanza grandi e non c’era mai abbastanza tempo. Andarci insieme avrebbe significato iniziare a pensare a qualcosa, a costruire, anche solo nella nostra mente, un luogo. Chine sul catalogo indicavamo le cose, storcevamo il naso, ci preoccupavamo di trovare qualcosa che piacesse ad entrambe.

Non ce l’abbiamo mai fatta.

Sono certa che andarci insieme avrebbe significato baciarti in ogni angolo buio, farti sedere su ogni divano, fissarti senza parole in ogni cucina fin troppo facile da immaginare come nostra.

Per anni non sono più andata all’Ikea.

Oggi ho visto un divano perfetto e mi sono domandata chi vive ora in quella casa.

 

Ti ricordi di me?

Una mattina mi sono svegliata in lacrime e ho scoperto che era successo anche a te.

Qualche settimana fa ho passato una giornata in preda all’angoscia, solo per scoprire alla sera che tu eri stata ad un matrimonio.

Oggi il ricordo di te continua a girarmi intorno come un fantasma.

E non importa quanta strada io faccia, quante labbra io baci, quanti voli io prenda. Le canzoni d’amore mi riportano invariabilmente a te.

 

Ti ricordi di me? Io ero quella che doveva sposarti per sempre.

In fondo alla borsa

che poi è uno zaino, ci tengo a far notare, principalmente perché è grigio e rosa e me l’ha regalato SwottyDuck prima di tornare in Italia

Ci sono quei giorni che non hai tempo di guardare cosa ti passa per le mani, infili tutto in borsa e ciao, così quando arrivi alla fine della giornata prendi e guardi e dentro c’è di tutto…

Un pacchetto di cottonfioc comprati da Tiger assieme ad una spazzolina per le unghie che mi sentivo in colpa a non avere, due sterline in tutto.

Felpa rossa portata per sicurezza e che non è stata usata un minuto perché a Londra, contrariamente a quanto dicevano le previsioni, era caldissimo e pioveva giusto quel po’ che serviva a noi per rinfrescarci dopo le salite.

Lipton Ice Tea al Mango, perché il mango è il frutto dell’anno 2016 e perché J, a Londra con me, me l’ha offerto.

Il tradizionale quotidiano della metro, tenuto solo per fare il sudoku –missione fallita.

Una cartina di Londra che una gentile coppia di turisti ci ha lasciato perché avevano un doppione.

L’immancabile cartina della metro, quell’animalaccio della metro, una delle cose più ispiranti di questa città…

Una foglia di platano, la foglia, quella che oggi mentre passeggiavamo lungo il Tamigi mi è volata addosso. Si dice che acchiappare una foglia che sta cadendo porti fortuna.

Una cartolina del Cyber Dog, perché un posto simile non può non venire incluso nel tour di una persona che viene a Londra per la prima volta…

Il sacchetto del Forbidden Planet, dove in preda all’ultimo momento di fangirlismo ho comprato un taccuino, un magnete e un cardholder di Doctor Who. Le dieci sterline meglio spese di oggi.

Il volantino di uno studio di tatuaggi a Camden Town, perché rifiutare di prenderlo sembrava brutto.

Un bigliettino con su scritto Celine Dion e That’s The Way It Is, perché dopo aver cantato Welcome To My Truth e The Climb avevo troppo sonno per farne una terza, stasera alla serata karaoke.

L’etichetta del drink che mi è stato offerto oggi mentre me ne sedevo sola soletta al tavolo.

 

Il souvenir più ingombrante non stava nello zaino.

Il souvenir più pesante mi è saltato addosso dall’oscurità, mentre tornavo a casa in bici, nello scorgere, all’altezza di Jericho, un profilo familiare. Accompagnato da una ragazza bionda con un paio di tacchi molto rumorosi.

Ho pensato ogni genere di cosa, da quanto poco m’importasse che la mia bici non avesse le luci a quanto poco fosse un peccato che le gomme scivolassero sull’asfalto.

Ho alzato gli occhi al cielo –ero già sull’orlo delle lacrime– e ho mormorato Salvami.

 

In un attimo salvami è diventato guardami, passi sbagliati, angeli soli e accerchiati, parlami, tu sai la verità.

E una voce ha risposto Alzati, ama per sempre, sbagliati, non serve a niente vivere se non si dà.

Nell’angoscia del segreto più profondo, nel dolore di non avere nessuno di cui fidarmi abbastanza da condividerlo, la voce ha proseguito: spogliati, ridi di niente, vivere ci basterà. Alzati, è un sentimento libero, vero tormento. Vivilo, guarda il sole, brucia per te.

Ho cantato piangendo o pianto cantando. Non voglio pensarci.

Nascosti nella Notte

Una notte io e lei abbiamo scoperto il senso della vita.

Eravamo moderatamente bevute, moderatamente perché io non bevo ma lei lavorava in un bar e voleva coccolarmi. Eravamo su un divanetto, ricordo, circondate dai nostri amici più fidati, e ricordo di aver alzato lo sguardo al suo viso.

Forse è questo, le ho detto, uno vive la sua vita e persone come il tuo E gli passano vicino per tirarle dalla parte del male.

E persone come L invece ci insegnano lezioni che ci tirano dalla parte del bene, ha proseguito lei senza batter ciglio.

perché eravamo bravissime a far funzionare i nostri cervelli insieme-

tra parentesi odio ancora E come poche persone nella vita

La notte è sempre il posto dove si nascondono le cose.

Nella mia si nascondono l’irrequietezza, la preoccupazione per le amiche che nel cuore della notte vengono a confidarsi con me, quella stanchezza dura che ti impedisce anche di dormire e la nostalgia.

Perché non è possibile che una fottuta foto sia così un colpo allo stomaco.

Ilprofilodelnasoelelabbraelalineadellamascellaeforseanchegliocchi e tu chissà dove sei. Oltre alla nostalgia della mente che mi frega ogni weekend c’è quella del corpo, le dita che ricordano perfino la linea della tua schiena.

Gufo mica dorme in tre tempi.

 

Una cosa che la notte non nasconde è il disappunto.

Un dialogo è fatto di risposte, non di altre domande. Non di cose che si ammucchiano, in pile magari ordinate ma che non vanno da nessuna parte. Non sono una lavagnetta e continuo a non essere una pietra.

E nemmeno, nonostante le credenze popolari, una candela.

Prospettiva e Tiziano

Quando viviamo la nostra vita giorno per giorno ci sono cose di cui non ci rendiamo conto, allo stesso modo in cui ci sfugge la crescita di un fratellino o una sorellina quando ci viviamo insieme. Serve un intervento esterno per farci voltare, analizzare la situazione e convenire che sì, la sorellina è diventata altissima, il coniglio continua a crescere e i risultati personali sono incredibili.

Oggi, dopo credo due anni di assenza, ho finalmente riabbracciato la mia amica E.

Tornare in Italia è se non altro una buona scusa per recuperare persone che non senti da una vita, parenti vicini e lontani e quelle persone che ti capita di sentire una manciata di volte all’anno ma sempre con estremo piacere.

E., nello specifico, è una compagna di classe del liceo scientifico, una ragazza mooolto simile a me agganciata nell’unico anno che trascorremmo nella stessa classe –credo ormai dieci anni fa o più– e mai sganciata, nonostante il suo trasferimento a Domodossola e il mio in Inghilterra. Sono quelle persone che condividono un po’ la stessa anima, quelle che amano le stesse cose di allora e non hanno paura di ammetterlo, quelle con cui ti ritrovi ad avere la stessa opinione, quelle che accendono la radio e grazie a Sere Nere è di nuovo il 2003.

nel tentare di addolcirmi la camomilla ho quasi lasciato cadere una cucchiaiata di miele sulla tastiera

Sono le persone alle quali racconti le tue disavventure tutte in fila, come perle, e solo quando arrivi all’ultima ti rendi conto della strada fatta: solo tutte insieme segnano i miei passi, le mie conquiste, la mia crescita. Solo partendo dai piccoli disastri fatti all’inizio si apprezzano le grandi cose che ho in mano ora o che ho appena appoggiato sulla mensola.

Sono le persone con cui puoi veramente sfogarti, quelle che conoscono i posti dove sei stata e le persone con le quali hai combattuto, quelle che danno il valore alle lacrime perché sanno dove quei fiumi hanno origine. Li hanno visti nascere, quei fiumi, tanti anni fa: ne sono state, in qualche modo, guardiane e protettrici e condividono il mio stesso allibimento e la quieta, disturbante preoccupazione per coloro che li hanno lasciati.

Also, sanno quello che mi piace, quello che possiamo dividere, quello che ci fa ridere entrambe e ci porta in un posto più luminoso, un posto dove passeggiamo e ci riempiamo gli occhi di bellezza e siamo di nuovo piccole, solo per un po’.

E poi c’è Tiziano Ferro, che in una vita dove la musica scandiva le epoche parlava di un posto a metà, un transito tra la mia vita buia e quella in cui imparavo ad amare, un luogo in cui si apriva la luce e arrivava la soddisfazione di abitare un mondo che avevo scelto io. La sua voce è il tragitto dell’autobus nel buio delle mattine d’inverno, l’eco delle aule tristi dello scientifico, la luce che attraversa le pareti di vetro dell’artistico e le parole della mia amica M durante l’anno in cui mi divertivo a giocare con le parole, sognando un giorno –io che non so nemmeno leggere uno spartito– di farne musica: scrivi nello stesso modo.

dove sono finite le mie poesie?

Tiziano Ferro, il cui profilo, in una vita in cui l’amore per il mito non è mai esistito, era familiare come quello di un fratello maggiore, la cui voce sfiorava cose che io non sapevo dire, come l’amore per Luce Nera, e le cui parole che spesso non si incatenavano tra di loro apre una specie di stanza in cui tutto è possibile. Torna indietro un’era che sembra finta tanto è distante, un’era in cui la vita era ancora A e B, in cui le cose veramente grosse non erano ancora entrate e potevo permettermi di crogiolarmi nel dolore tiepido del non avere il coraggio di dichiararmi.

Tiziano Ferro, per tutti quelli che storcono il naso, per tutti quelli che mi hanno attaccato un’etichetta addosso, per tutte le volte che incrociavo i testi tra di loro e mi specchiavo in qualcuno che avrebbe seguito una strada diversa, per una ragazzina che ancora non aveva forgiato lo scudo di LighBringer.

e poi vengono e ti dicono che l’ultima briochina rimasta nella scatola ti appartiene e tu sei felice

Una giornata tranquilla, oggi: il calore dell’amicizia, uno sguardo molto quieto alla strada percorsa e un momento di calma, avvolto nella coperta familiare della sua musica, mentre nuove parole mi scivolano sulle labbra per cadere come inchiostro su queste pagine…

Ti fermo alle luci al tramonto e ti guardo negli occhi
E ti vedo morire
Ti fermo all’inferno e mi perdo perché
Non ti lasci salvare da me
Nego i ricordi peggiori
Richiamo i migliori pensieri
Vorrei ricordassi tra i drammi più brutti
Che il sole esiste per tutti

La magia sta tornando, lentamente, tra gli occhi che guardano il dolore distante con una nostalgia sussurrata e la gioia da piccolo animale di chi è riuscito a vedere e imprigionare un preziosissimo sorriso.

Voglio che quella sensazione resti qui, incastonata nel mio scudo di LighBringer, assieme ad ogni altro attimo di follia e dolore che ho fermato con l’inchiostro.

Voglio che tra cinque anni, nel rileggere queste righe, mi sfugga dalle labbra lo stesso identico sorriso e mi si accenda nell’anima una candelina tutta di miele. Perché so già che quel giorno andrò in cerca di quella foto, e ricorderò il calore del sole al tramonto e le fusa distratte di qualcuno che da tanto tempo non era stato abbracciato così.

Latte Versato

Ci sono giorni in cui alla fine della serata prendi in mano il nodo, ci giochi un po’ finché non è ben allungato sul tavolo e poi lo pieghi ordinatamente in una matassina carina e brillante/un post che piace a tutti e per il quale ti fanno i complimenti.

Ci sono giorni in cui lavori sei ore e sei fierissima di te stessa perché non hai fatto errori –tranne far cadere sul pavimento una bottiglia da cinque litri di latte fatta praticamente di carta velina e che si è squarciata e ciao banane ma non mi ha detto niente nessuno– e sei sopravvissuta e ti sei anche divertita come spesso succede.

Ci sono giorni in cui ti avvolgi in sensazioni confortevoli come una copertina, o vesti le soddisfazioni come armature che ti rendono invincibile, o leggi e rileggi cose e parole e ricordi finché non ti si alzano le orecchie e scodinzoli senza alcuna dignità.

 

E poi

ci sono giorni

in cui le cazzo di parole non hanno un cazzo di significato

in cui ti chiedi con chi parli e perché scrivi e cosa diamine fa la notte alla tua anima e perché non può solo lasciarti in pace

in cui chiudere il blog è un attimo e tutti i criceti corrono nella stessa direzione solo che non è quella giusta

in cui l’elastico tira, tira e tira, non importa che tu sappia che hai già avuto la più grande delle meraviglie e dovresti solo tacere e sparire

in cui non è affatto giusto che c’è un posto dove sbirciare nella mia anima ogni sera e io invece non ho un diamine di lanternino

in cui sei solo arrabbiata perché piangere non te lo puoi permettere

in cui smetti di essere una persona sensata e diventi un gomitolo di tensioni che solo per caso finisce su queste pagine dove sarebbe meglio non finissero, per ovvie ragioni logistiche, ma c’è anche da dire che non sempre si può venire a leggere cose belle.

 

Ci sono giorni in cui esistere è uno sforzo immane, per il quale so bene di non potermi lamentare perché non è più pesante di quello di ciascuno di voi. La vita è fatta di sfide, una più grande dell’altra, e qualche volta si ha un’armatura per combatterle e altre volte no, a volte cadiamo a terra e ci squarciamo e tutti i pezzi di noi vagano in ogni direzione, finché qualcuno prende un mocio.

In questo

momento

ogni

parte

di me

sta andando

in una direzione

diversa.

Lontano

Stasera sono tornata in posti lontani lontani.

Ho sentito il branco chiamare e mi sono resa conto di essere anche io lontano lontano.

Ho alzato il volto al cielo e ho cantato con il branco finché ho potuto, poi mi sono persa ad ascoltarlo e ho dimenticato che una volta ne ero parte anche io.

Ho salutato ogni membro del branco e tutti hanno benedetto la mia strada.

Poi ho incontrato di nuovo il tocco, anima corpo voce e sorriso, di qualcuno che era stato mio.

In un tempo lontano lontano.

Ho fatto le fusa, poi sono rimasta ad ascoltare, e non capivo.

Sono andata troppo lontano.

Estate 2001

Postare è sempre un terno al lotto.

Ma forse questo l’avevo già detto. Connessione instabile, distanza eccessiva dal router, computer cretino…sì, l’avevo già detto.

Oggi ho preso e ho, per l’ennesima volta, rovesciato la mia camera.

Ho trovato calzini che non mettevo da un secolo –badate bene, non sporchi e neanche in disordine, solo, in fondo al cassetto e intoccati da mo’– maglie che sono state comprate ai charity in preda a impulsi di fighezza e altre cose che possiedo ma non userò mai.

Come il quadernino che mi ha regalato la donna di mio padre quando sono partita. Bellissimo, per carità –estremamente bello– ma dubito fortemente che avrò mai il coraggio di appoggiarci sopra una penna.

parentesi in cui scivolo inesorabilmente su FB, mando alcuni dei miei classici bacini random, perché io credo nel ehi, ti sto pensando e ti voglio bene, ma nessuno mi caga

Come un numero improponibile di magliette che tanto è inverno e non userò, che sono finite metà nel sacco del charity –enorme. Una busta dell’Ikea blu– e metà nella valigia estiva, dove sto per mettere tutte le cose che sono quasi sicura non verranno usate prima di marzo.

Oggi poi ho comprato un dvd in un charity. A 50p, che sarebbe mezza sterlina. Che sarebbe niente.

Lo so che nell’era dello streaming non si comprano i dvd, specie una come me, potenzialmente sempre in giro, ma non ho resistito, perché sono innamorata di Romeo+Juliet dalla prima volta che l’ho visto. Che ricordi…la casa della mia allora migliore amica Erica, il caldo e gli insetti nella campagna, i giri in bicicletta, l’estate di Tre Parole, uno dei peggiori tormentoni dell’estate 2001

parentesi in cui scivolo inesorabilmente su YouTube e finisco per ascoltarmi anche www mi piaci tu, un’altra canzone che è più bello se non ve la ricordate

Non ci posso fare niente, sono quelle canzoni che ti riportano alla mente un sacco di ricordi assurdi e sbiaditi, come i pomeriggi a guardare Inuyasha, l’invidissima perché lei aveva internet e io no, le chiacchiere sui ragazzi, la strana sensazione che ci fosse qualcosa che non capivo…

…era l’anno di Witch, l’anno in cui avevo 13 anni, gli anni dei primi manga scambiati alle medie, dei peggiori compagni di classe, gli anni delle fughe in bicicletta e delle lotte quotidiane con mia madre.

Per dimostrare cosa, poi?