Ma si sveglierà…

Mi hanno detto che non è un bel mese.

Lo sto sentendo tutto.

Problema numero uno: sono sveglia da 14 ore, ho all’attivo 8 ore di lavoro e almeno 5 di cosa vogliamo fare della nostra vita?

E’ quella sensazione quasi onirica di quando ti si frigge il cervello per la febbre e tu vorresti dormire e invece ti vengono in mente solo cose.

Che è un brillante eufemismo per dire che mi viene in mente solo lei.

Nel mio lettino fresco, abbracciata al cuscino, i miei peluche sotto il collo, mi veniva in mente lei. Mi veniva in mente di scriverle una lettera –oh, la mia scrittura– e mandarla dove abitava una volta –in quel terribile terribile posto– sperando che sua madre non capisca che dietro quell’indirizzo scritto con mani tremanti ci sono io.

Quell’arpia.

Un giorno, quando ancora ero in Italia e lavoravo come cassiera,mi è passata davanti sua nonna, persona adorabile che conoscevo bene, e sorridendo ha detto forse non ti ricordi di me.

Le lacrime che non ho pianto quella sera, dall’istante in cui l’ho scorta in coda con la spesa fino al momento in cui le mie amiche sono venute a salvarmi.

E quell’arpia che sapeva e non ha pensato nemmeno un attimo di dirtelo.

Una lettera, per dire guarda dove sono arrivata, quando ogni singola parola grida non vuoi venire con me?

Chi voglio imbrogliare?

C’è una febbre rovente dentro di me, stasera, mi brucia gli occhi e le guance in quel modo assurdo che insiste da una settimana a questa parte, e io sono qui con mezzo cervello a chiedermi dove sei, se ad una settimana dal tuo compleanno ci pensi, ogni tanto, a dieci anni fa, quando ti ho riempito le braccia di regali perché eri maggiorenne e io ti amavo da impazzire e non mi sembrava vero di farti un regalo per ogni anno che compivi.

Io dovevo dormire, oggi pomeriggio, dormire qualche ora e poi stare sveglia tutta la notte, guardando The Hobbit per sette ore di fila e trascorrere dormendo tutto lunedì, perché domani faccio la notte.

Sono terrorizzata all’idea di fare la notte.

E’ quel terrore cretino che si ha delle cose che non si conoscono, il terrore in cima allo scivolo alto, un minuto prima di buttarsi senza pensare e scoprire la cosa più divertente del mondo. Il terrore della prima volta, quello che so per certo che mi passerà in un attimo appena scoccheranno le otto di martedì mattina e io sarò libera di tornare a casa a dormire.

O no.

pausa in cui scendo quattro rampe di scale per andarmi a prendere la bottiglietta di cherry cola che ho comprato per stare sveglia

Non sono brava a dormire fino a tardi.

Non ricordo quante volte sono rimasta sveglia tutta la notte a Capodanno –forse perché non è mai successo. Non sono sicura– ma non ricordo una sola notte sveglia. E non stiamo parlando del resta sveglia il minimo sufficiente per guardare un film, parliamo del resta sveglia che se ti arriva uno studente con un attacco cardiaco in corso devi salvarlo tu.

sospira

La mia coinquilina ha di nuovo il suo ragazzo per casa.

Significa che la sera cucinano un sacco, lasciano la cucina un casino, passano tutto il loro tempo uno addosso all’altra e, nonostante abitino due stanze –perché il materasso della sua stanza, che andava benissimo il primo mese, adesso che ci dorme con lui non va più bene, quindi si è trasferita nella stanza della mia padrona di casa mentre è all’estero– lasciano la loro roba ovunque.

E non parlo di un cappotto, un cellulare, un libro dimenticato sul divano.

Parlo di tazze da tè mezze bevute lasciate sui tavolini di tutto il piano terra.

Parlo di spazzole, asciugacapelli e beauty del trucco, abbandonati in soggiorno da venerdì.

Parlo di un allegro set di indumenti sporchi abbandonati sul divano per quasi tutta una settimana.

pausa nella quale tento di capire perché ho iniziato questo post

Se non si stessero sempre addosso.

Se non li beccassi sempre mezzi nudi sul divano.

Se non mi strofinassero sul naso costantemente il loro essere tutt’uno.

Passerà anche questa, si sveglierà il tuo cuore in un giorno d’estate rovente in cui sole sarà.

dio quante lacrime piante dietro a questa canzone l’anno in cui non sei mai tornata

Tornerà l’abbraccio dell’Universo, arriverà la luce della prossima ephiphany, era tutto per arrivare a questo.

Mi sveglierò martedì sera e ancora una volta camminerò attraverso il centro di Oxford, a testa alta, sorridendo perché sono il nuovo portiere notturno del Trinity.

Ne sono certa.

 

…ma intanto il mio terrore mi sta mangiando viva perché tu non sei qui ad ascoltarmi.

 

Alla volta in cui mi hai detto no
Non ti lascerò mai 

Annunci

Intervallo!

Questa me la dovete spiegare.

Mi assento un paio di giorni e improvvisamente le visite al blog salgono alle stelle? Secondo le statistiche di wordpress la giornata di domenica ha avuto un picco di ben 98 visualizzazioni, cosa che non mi spiego affatto perché quel giorno non ho pubblicato assolutamente niente.

A ben vedere oggi fa quattro giorni che non pubblico assolutamente niente.

Potrebbe avere a che fare con il fatto che parlo almeno un’ora e mezza al giorno con Charmé e che quindi quella voce interna che ho sempre sentito –se qualcuno non ha niente di meglio da fare potrebbe andare da lei e dirle che per sei anni, sei anni io ho parlato ogni giorno con lei per dirle quello che avevo dentro? No, per dire…– si è fatta meno insistente… o semplicemente di recente il lavoro e le altre faccende prendono così tanto del mio tempo che davvero, poi quando ho un attimo libero mi passa la voglia di sedermi alla scrivania.

In questi quattro giorni non è successo poi granché.

Siamo stati pagati per la seconda volta, una discreta sommetta che mi ha permesso di togliermi un paio di sfizi e mettere una volta per tutte la parola fine alle ristrettezze economiche di qualche tempo fa… la dining hall del college, ambita meta di tutti i nostri turisti, ha finalmente riaperto dopo un’intera stagione di chiusura mentre l’ampio cancello principale oggi ha deciso di smettere di rispondere ai comandi, rendendo la gestione delle cose un po’ complicata… e finalmente la settimana di chiusura che il college fa ogni anno per fare manutenzione è finita anch’essa, così oggi siamo tornati a pranzare in compagnia e a non essere più gli unici umani nel college.

Io sono giunta alla conclusione che se non vado immediatamente dal dottore potrei dover ordinare delle gambe nuove… oggi sono andata in cerca di un accappatoio –concetto a quanto pare del tutto alieno a questo Paese– perché con 13 gradi non mi sembra il caso di usare solo un telo mare e quando sono tornata a casa mi facevano così male i piedi che avevo voglia di piangere.

Per il resto mi sono inaspettatamente ritrovata a pensare parecchio a quella storia che volevo scrivere qualche tempo fa, quella storia d’amore a cavallo tra il nostro tempo e la fondazione del mio vecchio college, e ho pensato che appena finisco il progetto a puntate che sto facendo adesso –che dovrei star scrivendo in questo preciso istante invece di postare– mi ci butterò a pesce.

Detto questo credo che anche oggi cercherò di andare a letto prestino e domani… sì, va bene, cercherò di postare anche domani!

Di libri memoria e sogni

Qualche ora fa una ragazza è venuta a vedere la stanza, è salita sulla scala fin sotto il tetto, ha deciso che le piace e si è accordata per trasferircisi tra una decina di giorni.

Un’altra questione risolta ma non posso nascondere che, nonostante la casa dove mi trasferirò sia infinitamente meglio di quella in cui vivo adesso, mi mancherà questa camera. Forse non mi mancheranno gli orribili mobili, o l’orribile temperatura, o questa sedia scomodissima e la finestra che divento sempre scema a chiudere, ma il mio letto nella tana in cima alla scala sì.

Un po’.

Stanotte ho sognato lei.

Nell’Universo ideale in cui non abito le è successo qualcosa, un’ephiphany, una rivelazione celestiale, e stasera in un impeto di nostalgia tornerà a leggere il mio blog –una volta lo faceva, diceva che quasi faceva male per quanto di mio c’era dentro– e leggere che stanotte l’ho sognata la farà intenerire di brutto.

Io non avevo nessuna ragione di sognarla: ho passato la serata di ieri pensando a come la mia vita sia low key felice, con un lavoro che mi piace, persone con cui vado d’accordo, una bella casa e tutto sommato delle ottime prospettive. Eppure è successo e sospetto fortemente che sia per qualcosa che lei ha provato o fatto. Anche perché si trattava di un sogno felice, in cui io avevo una casettina in cima ad una scogliera e lei piantava una scena per dire che non era convinta eccetera… facevamo entrambe parte di un gruppo di personaggi con poteri speciali e ognuno di loro traeva potere da un elemento diverso. Lei continuava ad essere scettica finché qualcuno non le faceva notare che l’elemento dal quale io traevo potere era lei. A quel punto vivevamo per sempre felici e contente.

Tuttavia non è questo il motivo per cui mi sono seduta al pc a questo orario un po’ random.

Qualche tempo fa ho parlato di un evento che coinvolgeva Becky Albertazzi, un incontro a Londra per la presentazione di un libro scritto a quattro mani da lei e da un certo Adam Silvera, autore del quale non avevo mai sentito parlare.

Dopo aver letto tutti i libri di lei ho pensato che per correttezza avrei dovuto leggere anche i libri di lui, che per adesso sono solo tre. Ebbene, ho appena finito il primo, More happy than not, e sono ancora incastrata in quei postumi che ti restano addosso dopo aver letto un grande libri.

Non so come tradurre il titolo, forse qualcosa come Più felice che no. La vita del protagonista, Aaron, è molto difficile: viene da una famiglia poverissima e suo padre si è appena suicidato, evento che ha portato lui stesso a tentare il suicidio. Al fianco di Aaron c’è Genevieve, la sua ragazza, ma quando la ragazza si allontana per un campeggio artistico Aaron fa amicizia con Thomas, con il quale instaura un rapporto profondo e complesso e che lo porterà a farsi dolorose domande sul proprio passato.

Un modo per superare questo dolore potrebbe essere ricorrere a Leteo, una procedura molto costosa che cancella la memoria in maniera selettiva, ma si tratta di una scelta altrettanto complessa che potrebbe avere serie ripercussioni su Aaron e le persone che gli stanno intorno.

Non posso veramente dire di più a proposito di questo libro se non che mi ha molto colpita, più di quanto mi aspettassi. Ha una scrittura cruda, buia, molto lontana dal bellissimo libro dell’Albertalli che ho letto la settimana scorsa… ma mi è stato altrettanto caro, vuoi perché affronta lo stesso tema del mio Seareen vuoi perché anche io ho avuto gli stessi problemi del protagonista.

Alla fine non ho potuto fare a meno di pensare che mi piacerebbe comprare anche questo oltre a The upside of unrequited, che mi era piaciuto infinitamente, e farmeli autografare entrambi… ma la strada fino a Ottobre è ancora lunga e non oso pensare a cosa mi riserveranno gli altri due libri di Silvera, dato che a quanto pare l’intero internet giura che la fine di uno dei due sia una cosa da piangersi via gli occhi.

Comunque oggi ero a casa da lavoro e com’era da aspettarselo non ho fatto niente di niente. A momenti mi infilerò in doccia per prepararmi per la cena speciale di stasera –a quanto pare una cena dedicata esclusivamente a noi portieri– alla quale non so ancora come vestirmi.

Stay Tuned.

 

In Frantumi

Ho provato a scrivere questo post tre volte, in tre momenti diversi.

Il primo si chiamava Razzismo e parlava della tremenda e divertentissima serata che ho passato chiacchierando con il mio padrone di casa e il suo amico italiano. Ci si aspetterebbe che la complicità fosse tra me e l’amico italiano, ai danni magari del mio padrone di casa, invece siamo stati io e quest’ultimo a discutere in un inglese così fitto che lui non ci seguiva nemmeno. Il razzismo stava nel fatto che l’amico italiano ha detto cose irripetibili che mi hanno quasi fatto venir voglia di schiaffeggiarlo, e volevo sfogarmi qui.

Il secondo si chiamava Frammenti, ed era una collezione di cose che mi frullano in testa, sorrisi di persone, dolori, preoccupazioni, cose che invece si incastrano con somma delizia.

E poi è uscito In frantumi.

Ho visto Mamma Mia 2. Sarò spietata con gli spoiler quindi dovete fermarvi qui se non ne volete.

Il seguito di uno dei film preferiti della mamma. Un film in cui il vuoto lasciato da Donna non può essere riempito dagli innumerevoli e meravigliosi flashback della sua storia. Ho seguito le sue avventure con estrema delizia, gustandoli quasi più delle scene che parlavano della storia dei personaggi rimasti in vita.

Like an image passing by, my love, my life, in the mirror of your eyes, my love my life, I can see it all so clearly, all I love so dearly

Amanda Seyfried è meravigliosa. Le scene in cui canta con Meryl Streep sono dolorosamente toccanti e durante tutto il film i suoi movimenti e i modi di fare richiamavano quelli di Donna. Ho pianto tantissimo nella scena finale, ascoltandole cantare insieme, desiderando che il mio viso somigliasse di più a quello della mamma, chiedendomi se anche nel mio futuro c’è una camminata, lungo la navata di una chiesa, con un enorme buco nel cuore.

Postumi

Ero innamorata di un uomo, l’estate scorsa.

Aveva… dei polpacci formidabili, un volto largo con un bellissimo sorriso, una passione incomprensibile per il cibo piccante e una risata che amavo sentire dall’altra parte del pianerottolo.

La porta della sua stanza aveva un cigolio rivelatore che mi faceva scattare come una molla quando lo sentivo, prontissima a inventare qualunque scusa pur di apparire casualmente in cucina e parlare con lui.

Abbiamo imbastito le peggio conversazioni alle peggio ore del giorno, lui con in mano cibo a vari gradi di cottura, io con un bicchiere dal quale bevevo continuamente acqua nel tentativo di nascondere a tratti il mio imbarazzo a tratti l’estrema felicità che mi provocava vederlo e parlarci.

Ricordo che andare a cena insieme, quella sera, fu molto difficile, primo perché dovetti insistere per settimane e poi perché dopo, una volta scofanato dell’ottimo Phad Thai, camminare al suo fianco e convivere con quella parte della mia mente che voleva solo girarsi e baciarlo era così difficile che a volte mi fermavo, nel bel mezzo della conversazione, così emozionata da non riuscire nemmeno a respirare e certo non a ricordarmi cosa stavo dicendo.

Era brillante, divertente, autoironico ed estremamente gentile.

Se ne andò qualche mese dopo, vittima di un trasferimento a Newcastle, e io gli scrissi un paio di email alle quale promise di rispondere senza poi farlo mai. Per qualche tempo fu molto difficile abitare in quella casa, specie perché la porta che si apriva non era più la sua, poi il tempo portò altri problemi e io relegai quest’incresciosa faccenda in un angolo della mia mente.

C’è quel momento in cui smetti di essere innamorata, quella specie di digiuno in cui il tuo corpo si anestetizza a quel range di sensazioni: dimentichi cosa significa essere pazzo di qualcuno, dimentichi fortunatamente il dolore dell’essere rifiutato, il desiderio di avere qualcuno accanto e tutto quel che ne consegue. Ti lasci alle spalle il desiderio di farti trovare in camera sua, quelle piccole terribili idee che nascono quando sai che si sta facendo la doccia e via dicendo.

E poi succedono cose orribili come quelle di stanotte, in cui dopo almeno dieci mesi dall’ultima volta che avevo pensato a lui il suo viso ti appare in sogno –quel viso che non è bello di per sé ma è così bello ai tuoi occhi– e ci parli e sei felice che lui sia tornato, e poi vi sedete insieme in giardino e lui si avvicina sempre di più e dice cose come mi mancavi e finisce per baciarti e tu all’improvviso ricordi ogni cosa, dalla sensazione bellissima dell’essere amati all’indescrivibile effetto di due braccia che ti stringono per tenerti vicina, recuperi tutto quel calore che avevi dimenticato e inizi a brillare della luce di chi ha qualcuno che è tornato indietro per lei.

E poi ti svegli in preda a cose che tentare di descrivere sarebbe comunque inutile.

 

Nessuno è mai tornato indietro per me.

 

Ho passato i primi venti minuti della giornata a cercare di capire cosa, in nome del cielo, aveva scatenato il ricordo di quell’uomo. Ho chiesto all’Universo quale perversa ironia lo spingeva a risvegliare in me quel genere di sentimenti, specie adesso che ho già abbastanza cose per la testa e in un momento in cui per una volta certe cose ero riuscita a lasciarmele alle spalle.

Grazie.

Gender

Qualche tempo fa, senza motivo apparente, ho seguito una mia carissima amica ad un Centro d’Ascolto della Parola.

Si ascoltano belle cose, non c’è che dire, anche se il mio approccio non è tanto religioso quanto narrativo. Io, quando ero alle medie, leggevo l’Antico Testamento per le storie incredibili che narrava. Vado al Centro d’Ascolto della Parola e principalmente mi compiaccio di quello che le parole del Vangelo non dicono, di quella saggezza perduta nella traduzione, delle cose incredibili che questa mia amica, padroneggiando greco e aramaico, legge sull’inchiostro.

Non mi piace andarci per la compagnia che c’è.

“E adesso, con la teoria del gender, vogliono insegnare ai bambini che si può cambiare sesso quando si vuole!”.

Sono morta dentro. Non credevo potesse succedere ma è stato come se qualcuno mi avesse dato un pugno. L’ho letto nei libri, l’ho sentito raccontare ma non mi era mai successo. Ho sentito un tremendo male fisico e mi sono messa a tremare.

Ho passato il resto della serata tremando, in preda al desiderio di alzarmi e dire “Tu non sai nemmeno cosa vuol dire cambiare sesso”. In preda al desiderio opposto, prendere e andarmene. Tutte le altre parole mi sono scivolate addosso: io sentivo solo i miei dubbi che si affrontavano.

 

Ieri, a casa dell’altra nonna dei miei cugini, ho ascoltato.

La sua badante parlava del genero. “Ha detto che se lo lascia, lui la uccide.”

La sua amica parlava della nipote. “…e io glielo dico, a lei, fatti valere, digli qualcosa. Ma no, bisogna solo ascoltare e stare zitte.”

 

Volevo alzarmi in piedi e chiedere se non pensavano che fosse ora che qualcuno insegnasse che gli uomini e le donne valgono uguale. Non siamo uguali ma valiamo uguale. Se credevano che fosse nel loro interesse continuare a fingere che il femminicidio non esista. Volevo chiedere a tutte quelle persone troppo accecate dalla luce della religione in nome di cosa perdonano queste cose.

In nome di cosa si permettono di guardare dall’altra parte.

Come fanno a non capire.

 

 

Quella sera, alla fine dell’incontro, mi sono alzata in piedi, ho fatto cenno a quella signora e, con la voce tremante, le ho detto che no, non era quello il gender. Che non stiamo promuovendo i cambi di sesso, stiamo combattendo il femminicidio. La violenza. Gli stupri. L’idea che un uomo non possa piangere e una donna non sappia combattere.

Stiamo solo cercando di promuovere l’empatia.

White

Pensi di aver toccato il fondo quando il dolore brucia forte, quanto la fitta è al suo picco, quando succede qualcosa e tu senti che l’ondata ti travolgerà e ti annegherà e non ne uscirai più.

Ne esci sempre, invece, perché l’onda si ritira, il picco passa, il dolore sfuma.

E’ quando non senti niente che hai veramente toccato il fondo. Quando sei a letto e guardi fuori e non hai una ragione una per uscire dal letto. Quando l’impulso non è prendere qualcosa di affilato e farti del male, è chiudere gli occhi e smettere di pensare, mangiare, respirare.

Forse se resto a letto sufficientemente a lungo il mio corpo svanirà.

Pensavo mi facesse male martedì, quando al funerale della mia nonna sono state lette parole così dolci e strazianti che ho dovuto nascondere la faccia nelle mani e mordermi i polsi per non urlare.

Pensavo mi facesse male nel vedere la mia sorellina piangere.

Pensavo mi facesse male pensare che lascio Oxford e probabilmente non tornerò mai.

Non avevo idea che l’elettroencefalogramma piatto fosse molto, molto peggio.

Buon Compleanno

Per i più distratti, oggi compio 29 anni.

Sono passati sei anni da quando lei è sparita dalla mia vita, nove da quando la mamma è morta, due da quando ho detto ti amo l’ultima volta, dieci da quando ho smesso di andare a scuola, tre da quando ho passato più di un mese in Italia, cinque dall’ultima volta che ho dormito con un gatto, sette dall’ultima volta che sono andata in vacanza seriamente.

Questo non descrive nemmeno lontanamente lo stato in cui mi trovo.

ora che rileggo la lista mi viene solo da chiedermi perché mi sono fatta così tanto male negli anni

Ieri ho passato 3 ore a fare tre torte alla pera e cioccolato, da mangiare a pranzo con i colleghi del college, che tra vegani, catering e chef sono almeno una trentina. A parte che si fa così, quando si compiono gli anni…non so se conoscete la sensazione –pensandoci spero che no- che se non fate qualcosa voi non la farà nessuno. Ecco, io ho fatto una torta ieri perché sapevo che nessuno l’avrebbe fatta per me.

Infatti non mi hanno nemmeno cantato tanti auguri, cosa che invece hanno fatto per T che ha compiuto gli anni ieri.

E per l’ennesima volta ho scritto una lettera d’amore non ricambiato. A N, che ha sempre la battuta pronta. A T, con cui chiacchiero sempre. A B, per il quale ho un’orribile cotta. A C, che è sempre carinissima. A J, che mi insegna le cose, e così via.

Più di metà della gente si è dimenticata della mia torta.

Ho sognato la mia ex tutto il weekend, tra incubi nei quali era arrabbiata con me, momenti in cui mi diceva se fosse possibile ti darei una seconda possibilità o scenari nei quali era già al secondo figlio. Come da copione, appena sbatto il naso contro un idiota che mi spezza il cuore il mio subconscio torna sempre lì, alla ragazza che ha fatto di me niente più che un mezzo muffin, un eterno calzino spaiato.

E ieri ho passato la serata a piangere finché non mi sono addormentata, chiedendomi dove ho sbagliato per meritarmi che un mio amico, un mio amico, mi abbia invitata al cinema per distrarmi dalle mie rogne –che conosce benissimo– e sia passato dall’imboccarmi di popcorn –tutto sommato carino– al mettermi le mani addosso. Senza permesso, senza baci, senza niente.

Continuano tutti a dirmi che mi merito di meglio, ma se poi inizio a crederci come fronteggio queste cose senza cedere allo spettro? Le canzoni di Lauren Aquilina sono quasi finite.

 

Also –e non me ne frega niente se con questo ho fatto la piena di lagne– mi manca la mia famiglia.

E non posso tornare a casa perché là mi mancherebbe anche di più.

Vai Via

Avevo bisogno di piangere tutte le mie lacrime.

Avevo bisogno di sbatterci addosso ancora una volta.

Avevo bisogno della manica di un’amica da afferrare, avevo bisogno di Mika, avevo bisogno dei miei amici italiani tutti attorno che mi ricordassero che la felicità non è necessariamente lo sforzo congiunto di due sole persone.

Avevo bisogno di una giornata di panico, in cui crescere un’alta spanna, in cui rendermi conto che anche se mi hanno rubato il cuore questo non fa di me un demone di terra e di fuoco.

Ho deciso di concedermi una vacanza in Grecia, all’inizio dell’autunno.

Fino ad allora no more wishing.

Il peso della valigia

Stavo leggendo fanfictions.

Sono brevi, facili da leggere e in genere hanno un finale dolce e carino.

Questa lo aveva.

Leggevo fanfiction quando ad un tratto mi è sembrato di sentire qualcuno in strada che urlava.

Help Me.

Io ho questa cosa piantata nel cervello, questa estensione completamente opposta a quella del mo amico Mika –la sua si chiama Fatticazzituoi- che si attiva in caso di pericolo: E Se Dipendesse Da Te?

Oggi una delle mie supervisor, dopo le mie otto ore di lavoro, ha cercato neanche troppo subdolamente di convincermi a restare per aiutarla la sera. Sono sotto di due staffer. La mia estensione si è subito attivata ma quella che Mika sta cercando di installare da settimane ha avuto il sopravvento: Fatticazzituoi. Vai a casa.

Normalmente l’avrei combattuta con un E se io fossi l’unica che la può aiutare? ma ero troppo stanca dentro e fuori per fare qualunque cosa che non fosse mormorare Vedrai che sarà una serata tranquilla come ieri, noi ce l’abbiamo fatta in tre e andare a casa.

Help Me.

Non era help me, alla fine, ma dentro di me sono esplosi mille scenari tremendi, un incidente, un malore, un’aggressione.

L’universo di qualcuno potrebbe essersi appena spezzato, mi sono detta, e io sono qui che leggo fanfictions erotiche sugli eroi della Marvel.

E poi mi è venuto in mente quando il mio universo si è spezzato, e le parole che mia sorella mi ha rivolto non più di una settimana fa mentre ero ancora in Italia: io ricordo solo che stavo giocando alla Playstation, in soggiorno, e ti sentivo, in camera, piangere e urlare.

Lei aveva dodici anni, all’epoca, e io mi ricordo come fosse ieri il dolore che mi sommergeva al punto di non riuscire a sopportarlo, tutto quel dolore che in qualche modo, attraverso la mia voce, cercavo di far uscire prima che mi dilaniasse.

Non più tardi di mezz’ora fa uno dei miei amici mi ha mandato una foto di lei. E’ sempre bellissima e io mi aspetto che sia felice fuori e arrabbiata dentro, come sempre, com’era due anni fa quando ho cercato di appianare le cose per l’ultima volta.

 

Oggi la valigia pesa.

Pesa perché ti aspetteresti che una persona che ti ha mollato sia felice, ignara, noncurante al punto di permetterti un’amicizia, un saluto, uno sguardo o almeno la risposta ad un eventuale messaggio che chiede come stai.

La mamma mi ha fatto troppo buona, è questa la verità.

 

Intanto ho in loop, piantato nel cervello, il ritornello di Show Me What I’M Looking For.

E stavolta non riesco neanche a gridare perché so che, a differenza di allora, nessuno verrà a salvarmi.